Il giorno prima che arrivassero
[The Day Before They Came]


Mary Soon Lee


La mattina prima che arrivassero gli alieni, Molly Harris era occupata a preparare il cestino con il pranzo per suo figlio. Dato che era venerdì, Justin doveva andare a scuola di persona per le lezioni di abilità sociale. Molly mise una generosa manciata di ciliege nel cestino. Anche le ciliege cresciute in vasca costavano di più di quello che si poteva permettere realmente, ma voleva che Justin organizzasse una festicciola con gli altri compagni della seconda.
La maggior parte delle madri più giovani che Molly conosceva si preoccupavano quando i figli andavano a scuola, controllando il conta germi ogni ora, terrorizzate dal fatto che i figli potevano tornare a casa con un livido, o una sbucciatura o un naso gocciolante. Ma Molly aveva 53 anni quand'era nato Justin e si ricordava di quando la violenza scolastica significava coltelli e pistole e del modo in cui le batteva il cuore durante le esercitazioni settimanali contro le esplosioni.
Così, invece di preoccuparsi per Justin il venerdì, Molly si preoccupava per lui dal lunedì al giovedì. Sbirciava nella sua camera mentre si spostava per l'appartamento. Per quanto Justin fosse assorto, con la punta della lingua che usciva fuori mentre il computer lo accompagnava lungo un problema, Molly non si sarebbe mai convinta che era giusto che un bambino passasse tante ore collegato alla rete.
Un fracasso terribile eruppe dalla camera di Justin: strilli e belati, nitriti e ululati e garriti. Molly si strinse le mani sulle orecchie. Aveva comprato la sveglia Arca di Noè a Justin per il suo sesto compleanno, l'anno prima.
Il fracasso si calmò per un attimo, ma Molly non ci cascò. Mantenne le mani pressate sulle orecchie mentre la sveglia esplodeva nel basso profondo della tromba degli elefanti. Nel silenzio che seguì, Molly si asciugò le mani sul grembiule poi si allungò per prendere il vasetto del burro d'arachidi.
Dal bagno provenne il rumore di uno sciacquio affrettato seguito dal rumore di piedi nudi che correvano verso di lei. Due braccia minute e scure, in qualche modo ancora attaccaticce nonostante la spedizione in bagno, si avvolsero attorno alla vita di Molly.
"Giorno, ma'."
"Bon giorno, Justin." guardò in basso verso la testa del figlio pressata contro il suo stomaco, ai suoi fini capelli neri tutti scompigliati.
"Domani è il mio compleanno."
"Sul serio? Non ci credo."
Justin la lasciò andare e roteò gli occhi in modo esagerato. "Sì, ci credi. Ci credi, ci credi."
"Ci credo," disse Molly, desiderando che l'avesse abbracciata un po' di più. "Domani sarà il tuo compleanno e andremo al parco acquatico. Ma oggi devi andare a scuola."
"Uh, huh." Justin si versò il latte sii cereali tenendo con tutte e due le mani il cartone e cercando di non farne cadere niente.
La colazione durò meno di cinque minuti e poi Justin scese rumorosamente le scale davanti a lei, giù lungo le quattro rampe fino al portico per aspettare il pulmino.
Il pulmino arrivò presto. Un abbraccio veloce e Justin si arrampicò a bordo.

Il pomeriggio prima che arrivassero gli alieni, Molly andò a fare spese per il compleanno. La tassa cittadina pagava la copertura in vetro delle strade del centro. Molly si disse che approvava una preoccupazione così sensibile verso gli ultravioletti, ma l'aria chiusa sembrava stagnante nonostante il roteare costante dei ventilatori, e poi il sole filtrato sembrava quasi un'illusione.
Molly passò quasi mezz'ora a scegliere dei calzoncini per la piscina per Justin. Non poteva decidersi tra un paio ricoperto di pinguini vivaci e un altro a strisce blu e giallo. Sei mesi fa avrebbe scelto i pinguini senza esitazioni, ma ora forse Justin li avrebbe trovati troppo infantili.
Cercò di ricordarsi cosa portava Adam, il suo miglior amico, l'ultima volta che li aveva portati al parco acquatico. Pensò che fosse qualcosa di semplice. Pagò i calzoncini a righe blu e gialle, segretamente desiderando tanto quelli coi pinguini.
Di nuovo fuori, la temperatura dell'aria fissata all'optimum estivo, caldo ma non afoso. Con una punta di perversione Molly desiderò che il sistema si rompesse, anche solo per un'ora o due, quel tanto che bastava per una mini ondata di calore. Si fermò un attimo a ricordare una vacanza estiva che aveva giocato sulla spiaggia. Il sole le aveva bruciato le spalle, troppo caldo, troppo forte. Il viso le piccava per la sabbia portata dall'aria. Eppure tutto scintillava, l'aria allegra, come se respirasse cucchiaiate di gioia non diluita.
La gente si riversava attorno a Molly mentre lei se stava là in piedi in quella strada del centro. Tornò in sé con una scrollata di spalle. Le sarebbe piaciuto portare Justin sulla spiaggia, ma non c'era modo di starci ora.
Si mosse verso il negozio delle IA. Sapeva quanto Justin desiderasse un paio di scarpe IA, ma anche se la maggior parte dei suoi compagni già le aveva, lui gliele aveva chieste una volta sola. Quando Molly gli aveva detto che costavano troppo e lei non ci arrivava, si era morso il labbro e non le aveva più chieste.
Così due mesi fa Molly aveva disdetto il suo abbonamento con le interattive, accontentandosi della TV ordinaria, e aveva pensato che così avrebbe risparmiato abbastanza per comprare le scarpe a Justin.
Nell'entrare nel negozio delle IA Molly dovette chiudere un attimo gli occhi. Il pavimento, il soffitto e le pareti erano di un nero violaceo. Degli ologrammi luminosi danzavano su entrambi i lati, segnando i corridoi. Molly fece un passo in avanti titubante.
"Posso aiutarla?" Un meccanismo a forma di bruco le apparve di fronte. Il meccanismo sollevò il davanti del suo lungo corpo finché la testa non fu a livello del suo petto, la pelle argentea che luccicava.
"Sto cercando delle scarpe IA."
"Mi segua, per favore." Il meccanismo si diresse lungo un corridoio, voltando la testa per vedere se lo seguiva. Si fermò di fronte ad un vasto assortimento di scarpe. "Prima scelga il tipo di scarpe e poi le mostrerò la nostra selezione di personalità IA."
Molly annuì, cercando di apparire come se veniva in negozi come questo tutto i giorni. Sandali e ballerine, pattini per il ghiaccio e scarponi e scarpette da neonato si stendevano di fronte a lei. Dopo una lunga pausa, indicò un paio di scarpette da tennis arancioni. "Quanto vengono quelle?"
"Ottanta dollari, senza programmi installati. Ha in mente qualche personalità IA particolare per le scarpe?"
"No. Sono per mio figlio. Fa sette anni."
"Forse un supplemento educativo?" Il meccanismo sollevò le sue zampe posteriori verso una piccola tastiera e batté un comando. La scarpa sinistra si agitò. "Quanto fa due per ventisei?" chiese la scarpa arancione.
Molly non disse nulla. Il meccanismo fece un rumore come per raschiarsi la gola, anche se Molly sapeva benissimo che non aveva gola. "Cinquantadue," disse Molly.
"E' giusto!," disse la scarpa. "Che ragazza intelligente!"
La scarpa destra si agitò accanto all'altra. "Due per ventisei fa cinquantadue, e sai quanti stati ci sono in America?"
"Cinquantadue," disse Molly. Guardò verso il meccanismo. "Avrei voluto qualcosa di più divertente."
Il meccanismo batté un altro comando.
"Cantiam cantiam, in coro una canzon" cantarono le due scarpette da ginnastica arancione.
Molly scosse la testa. "Assolutamente no."
Declinò la dozzina di offerte successive. Il programma di guardie e ladri la divertiva, ma aveva sentito dire da Justin ed Adam che i giochi di polizia erano ormai superati. Alla fine si decise per un programma senza trovate. La scarpa sinistra e quella destra si limitavano a chiacchierare come fossero dei bambini; la scarpa sinistra, Bertie, era un po' prepotente, quella destra, Alex, sembrava un po' più timida.
Il meccanismo incartò le scarpe in una carta tessuto arancione dentro ad una scatola arancione, le mostrò come spegnere le voci di Bertie e Alex e le assicurò che il programma si disattivava automaticamente durante le ore di scuola.
Molly si tenne stretta la scatola di scarpe incartata con carta da regalo per tutta la strada verso casa sull'autobus, immaginando la reazione di Justin la mattina dopo.

La sera prima che arrivassero gli alieni, Justin era iperattivo, sovreccitato dall'imminente compleanno. Molly gli preparò una tazza di latte caldo, sperando che riuscisse a calmarlo un po'. Ma Justin continuò a scalare il Monte Everest (il divano e gli scaffali accanto ad esso), usando la sciarpa e sei forchette da cucina come equipaggiamento.
"Ma che succede se non arriva il mio compleanno?" chiese Justin, mentre si sedeva trionfante sulla cima della sua montagna, dopo aver rintracciato la pista di Sir Edmund Hillary e Tenzing Norgay lungo la dorsale di suddest.
"Sciocco, naturalmente il tuo compleanno arriverà."
"E se ci fosse un incendio e i miei regali bruciassero?"
"Non ci sarà nessun fuoco," disse Molly, sollevando Justin e facendolo sedere sulle proprie gambe, giù al campo di partenza. "Ma se ci dovesse essere un incendio, ti comprerei altri regali. Te lo prometto. E adesso è proprio ora di andare a letto."
"Solo altri cinque minuti, mamma, per favore."
"Va bene," disse Molly e lo guardò mentre si apprestava ad una seconda scalata del Monte Everest. Avrebbe tanto desiderato qualcuno con cui condividere Justin, per stare seduti sul divano mentre Justin giocava, per parlare quando Justin si addormentava. Justin aveva delle zie e degli zii, ma non era la stessa cosa.
Molly aveva aspettato di superare i cinquant'anni prima di capire che l'Uomo Giusto non sarebbe arrivato mai. Sua sorella l'aveva accompagnata in una clinica di pianificazione familiare, attendendo pazientemente che l'ufficiale si accertasse che Molly non aveva già usato la sua quota di un unico figlio. Poi Molly e sua sorella avevano preso un padre dal database, un biochimico dagli occhi gentili, con lunghe dita e una predisposizione a suonare il violoncello.
Molly sapeva che era stupido, ma di quando in quando sognava del padre di Justin, desiderando di raccontargli ogni cosa di suo figlio. Guardò l'orologio. "Ora di andare a letto!"
Gli sistemò le coperte, gli lesse un capitolo dalla Collina dei conigli, lo baciò una volta, cercando di aggrapparsi al momento come aveva cercato di aggrapparsi ad ogni momento dell'infanzia di lui, sforzandosi di tirare avanti fino alla mattina.

La notte prima che arrivassero gli alieni Molly guardò due commedie mediocri alla TV, poi si alzò per farsi una tazza di cioccolata mentre aspettava il notiziario di tarda notte. Aveva sentito qualcosa su un gruppo di meteore scoperte da un monitoraggio del sistema solare profondo. Un po' incuriosita, ricordando le stelle cadenti che aveva visto una notte una decina di anni prima, tornò nel salotto.
Una formazione triangolare di macchie blu e verdi lampeggiava sullo schermo TV, oltre Saturno, secondo l'annunciatore. Oltre Saturno. Per un attimo Molly fece girare le parole nella sua testa, sembrava quasi l'inizio di una favola, "Tanto, tanto lontano..."
Con uno scatto della testa Molly spense la TV. Ora d'andare a letto. Sapeva che Justin si sarebbe alzato presto la mattina dopo. Si fermò accanto alla porta di Justin, l'aprì un po' per un'ultima occhiata a suo figlio, che dormiva profondamente. In silenzio richiuse la porta.


© Mary Soon Lee, vietata la riproduzione senza l'autorizzazione dell'autore
tit. orig. The day before they came
apparso originalmente in Interzone,
ristampato in David G. Hartwell (a cura di), Year's Best SF 4
tr. it. Danilo Santoni