LA CITTA' ASSEDIATA
Claudio Tinivella
 

KONRAD

Oggi ho cantato la canzone. Dapprima con riluttanza, quasi con sofferenza, poi via via con più coraggio, con una sorta di indicibile orgoglio, come se in quelle note ci ficcassi tutti i dubbi e le perplessità che mi sono fin qui tenuto dentro.

Hans mi ha lanciato un’occhiata carica di rassegnazione, poi ha detto:

"Ma non sei capace di stare zitto?"

Io non ho risposto, preso com’ero dal canto. Mi sono limitato ad alzare il volume sonoro, volgendo lo sguardo verso le solitudini che stanno fuori dalla finestra. Vedevo il vento rabbioso malmenare la sabbia del cortile; vedevo quel che resta degli alberi disintegrarsi sotto ai colpi di un possente martello; vedevo uccelli sconosciuti volteggiare nella parodia di cielo che sta sopra al nostro mondo.

Hans ha ripetuto, con un accenno di pianto nella voce:

"Per favore, smettila!"

E proprio allora sono rimbombati quei colpi, un bussare frenetico, famelico. Ho taciuto. Ho costretto al silenzio la forza imperiosa che guida la mia voce e mi sono stretto nelle coperte. Hans mi guardava, implorante, e ho cercato di rassicurarlo con lo sguardo.

I colpi sono andati avanti per una decina di minuti. Abbiamo sopportato in silenzio il tormento di quel bussare insistente, arrogante. Non abbiamo risposto. Non ci siamo mossi dai nostri letti.

Una voce rauca ha imprecato a lungo, in una lingua sconosciuta, prima di allontanarsi dalla porta.

Hans mi si è fatto vicino e bisbigliando mi ha detto:

"Lo vedi? Qualche giorno finiranno per sfondarla quella porta, se non la smetti di provocarli."

Avrei voluto ribattere qualcosa, ma mi sono limitato a scuotere il capo, conscio dell’inutilità di ogni replica. Me ne sono andato nell’altra stanza a guardare giù nella strada affollata l’incessante andirivieni di migliaia di persone. Gente che sembra indaffarata, che cammina veloce da un posto all’altro come se avesse affari urgentissimi da portare a termine, e che invece non ha nulla da fare se non far trascorrere la giornata in un modo qualsiasi. Li vedi dappertutto, dopo il tramonto, distesi ai bordi delle strade, sdraiati negli autobus distrutti o dentro alle auto abbandonate, ubriachi di caldo e di stanchezza, e non sai se sono loro che fingono di notte una miseria tanto grande o se al contrario sono le loro controfigure diurne a simulare un attivismo e un’operosità inesistenti.

Pare che un altro quartiere sia caduto in mano ai Barbari. Uno della zona nord, dicono, appena dopo il Parco. Altra gente che verrà qui a rifugiarsi, che intaserà ulteriormente questo stagno troppo piccolo.

Non credevo che in città ci fosse così tanta gente. Sì, leggevo le cifre sui giornali, si parlava di due milioni, due milioni e mezzo di abitanti, ma per me erano solo numeri, entità astratte. Adesso invece a vederli ammassati tutti qui in centro, a ingorgare col loro vivere sfiduciato le case e le strade dei quartieri ancora liberi, ad accalcarsi nei pochi spazi vivibili, dà un senso quasi di disgusto, di insensatezza. A vivere così vicini, uno sull’altro, come fanno a non impazzire? Oppure sono davvero tutti pazzi, come sostiene qualcuno, ed è solo per la loro pazzia che è potuto succedere quello che è successo?

Hans ha paura, ha ancora paura. Il nostro piccolo spazio, sicuro e confortevole, la nostra provvisoria libertà: lui teme di perdere tutto all’improvviso. C’è gente che si aggira qui attorno con sguardo da predatore, qualcuno probabilmente ha già messo gli occhi sulla nostra casa e sta meditando di impadronirsene, e lui trema a ogni rumore che si approssima alla porta.

Io no. Io non ho paura. Ho fiducia nella solidità di questa struttura e nelle difese che abbiamo predisposto. Del resto, sarebbe assurdo rinunciare a ciò che ci siamo costruiti. Ci è costato mesi di lavoro, giorno e notte (più di notte che di giorno, a dire il vero) ad ammassare, trasportare, sistemare.

Abbiamo provviste, secondo i miei calcoli, per quasi due anni. Fuori muoiono di fame, ma noi siamo tranquilli, non seguiremo la sorte della maggioranza. Siamo stati previdenti, e furbi abbastanza da non farci cogliere di sorpresa, e ora sarebbe stupido se dividessimo i frutti del nostro lavoro con la massa degli uomini imprudenti.

Sono mesi che non usciamo di casa, che viviamo nascosti fingendo persino di non esistere. Sono mesi che abbiamo tagliato i ponti con il resto dell’umanità e ce ne stiamo rinchiusi.

Non che si soffra, a restarcene tappati nella nostra tana, o che si senta la mancanza degli altri. Soltanto mi capita, talvolta, quando mi sento giù di corda, di provare l’urgente bisogno di cantare, di udire il suono della mia voce e le note di una vecchia canzone che non ricordo nemmeno più quando ho imparato.

Succede sempre di mattina, dopo il rapido pasto che per convenzione chiamiamo colazione. È dapprima come un cerchio attorno alla testa, un senso di depressione, poi quasi inconsapevolmente la mia voce si alza e la canzone prende a uscirmi di bocca, fluisce a scatti, portandosi via a poco a poco il malessere che mi pervade.

Hans non vuole, ha paura che qualcuno sentendomi cantare venga e abbatta la porta, espugni questo nostro castello e ponga fine al nostro provvisorio benessere.

Lui non capisce. La canzone è un bisogno profondo, una necessità imprescindibile del mio essere. Non potrei fare a meno di cantarla per nessuna ragione al mondo.

E comunque non c’è veramente pericolo. La porta è robusta e resisterebbe in ogni caso. Poi ci siamo premuniti, chi riuscisse a entrare avrebbe pochi istanti per gioire della sua impresa.

Ecco, sento che Hans, nell’altra stanza, sta singhiozzando, piano, per non farsi sentire da me. Vorrei tanto andare a consolarlo, a dirgli di non temere, che fino a quando ci sarò io vicino a lui tutto andrà bene, ma so che sarebbe come umiliarlo. Le sue paure e le sue angosce sono cose che gli appartengono, che non dividerebbe con nessuno, nemmeno con me che gli ho salvato la vita.

Così me ne resto qui, a scrutare dalla finestra l’umanità impazzita che finge di vivere, e una profonda malinconia mi nasce dentro.

FRANCO

Ma dov’è che corri, ragazzo? Dove te ne vai così di fretta?

Fai come me, prenditela comoda. Dammi retta, non vale la pena di affannarsi. La notte arriverà ugualmente, se sarai sfortunato, non c’è bisogno che ti affretti a correrle incontro. E il vento soffia ovunque allo stesso modo. Non c’è riparo da lui, non c’è salvezza.

Sai una cosa? Io avevo una casa, un tempo, prima che questo schifo avesse inizio. Una casa in periferia, in un quartiere residenziale con villette monofamiliari, tanto verde, tranquillità, gente educata. Ci vivevo con mia moglie, mio figlio e mia suocera. Anzi no, la suocera era morta l’anno prima della guerra, eravamo solo io e mia moglie, il figlio andava e veniva, dormiva spesso a casa della fidanzata, lo vedevamo sì e no una volta alla settimana.

Ehi, dove vai? Ascolta, rimani ancora un momento, voglio raccontarti una storia. Tu sei liberissimo di non crederci, ma ti giuro che è successa realmente. Poi, tu sei giovane, magari scamperai fino a dopo e potrai raccontarla agli altri.

Tu sei nato qui in città o sei venuto con le ondate dei profughi? Scusa la domanda sconveniente, lo so che cose del genere non si chiedono. Siamo tutti fratelli, dobbiamo vivere insieme e non c’è motivo di tormentarci l’un l’altro inutilmente. Giusto. Però se sei nato qui, o se ci sei vissuto a lungo prima della guerra, potrai riconoscere i luoghi di cui ti parlo, e magari andare a verificare di persona.

Hai presente dove c’era un tempo il cimitero ebraico? Sì, proprio quello, vicino alla Piazza del Mercato. Quella bassa costruzione tutta bianca, esatto, con delle strane decorazioni. Insomma, ecco: lì c’erano sepolti alcuni miei conoscenti, di famiglia ebrea naturalmente. Uno in particolare, un amico che mi era stato molto caro, avevamo fatto l’università assieme, stavamo addirittura per partire per lo stesso battaglione, ma... Be’, sai, dopo ci furono quei bombardamenti, non se ne fece più nulla, ma intanto lui era già morto, un infarto mentre guardava una partita di calcio in TV.

Si chiamava Abraham ed era un tipo buffissimo, sempre pronto alla battuta. Scherzava sempre, non era mai triste. Aveva un gran naso, gli occhi piccoli e un poco obliqui, ti guardava come prendendoti in giro, e parlava strascicando un po’ le parole, come uno straniero.

Questo tipo qui, c’era una canzone che cantava sempre, a tutte le ore. Diceva che era una canzone magica che lo aiutava a stare allegro. Gliel’aveva insegnata in sogno suo nonno morto vent’anni prima, diceva.

Uno scherzo, ovviamente, una presa in giro, e nessuno ci credeva davvero. Però è strano come effettivamente quella canzone fosse efficace: non appena un’ombra si profilava sul suo viso, lui si metteva a cantare; l’ombra svaniva e la sua faccia tornava più allegra e ilare che mai.

Ti sto annoiando? Devi scusarmi. Sai, io parlo molto, continuamente. Non ho altro da fare tutto il giorno, e se non trovo qualcuno che stia ad ascoltarmi parlo da solo, così, per il semplice gusto di sentire la mia voce.

Dunque, ti dicevo: questo mio amico, questo Abraham, morì poche settimane prima dei bombardamenti. Gli fecero il funerale, naturalmente, pronunciarono un bel discorso funebre, poi lo seppellirono nel cimitero ebraico di cui ti ho detto.

Ed ecco che, un po’ di tempo dopo l’inizio dell’assedio (la città non era ancora come adesso, c’era più spazio, si poteva ancora viverci) mi salta in testa l’idea di andare a fare una visita al mio defunto amico, per raccontargli di tutto quello che si è perso.

Arrivo al cimitero e trovo tutto per aria: tombe scoperchiate, lapidi distrutte, resti di bare sventrate…

Sconvolto da quello spettacolo, vado alla casa del custode e busso, piano, come temendo di risvegliare chissà quale belva feroce. Nessuno mi risponde. Sono lì lì per bussare di nuovo quando, improvvisamente, all’interno qualcuno si mette a cantare.

Be’, amico: sai che canzone cantava? Non ci crederesti mai. Cantava la canzone di Abraham, la canzone magica del mio amico defunto. Mi sono messo a tempestare di pugni la porta, gridando di aprire, perché volevo vedere chi era che cantava, volevo sapere come mai proprio quella canzone.

Dopo un po’ tutto s’è azzittito, e nonostante bussassi ancora a lungo nessuno è venuto ad aprirmi.

Una storia strana, non ti sembra? E pensa, sono andato diversi giorni di seguito lì vicino, al cimitero ebraico, sempre di mattina, e regolarmente, a un’ora ben precisa, la solita voce si mette a cantare la stessa canzone.

Cosa ne penso? Oh, io non ho mai creduto ai fantasmi, ma se ci credessi…

Del resto, questo vento marcio che appesta l’aria, chi può dire cosa sia? E se fossero i nostri morti che ritornano?

IVAN

La città sta morendo. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, la vita abbandona queste case, queste strade, queste piazze. La gente si affolla ovunque ci sia spazio, cammina per non annoiarsi, si muove continuamente come se avesse il terrore di fermarsi, come se pensasse che fermarsi significhi arrendersi.

Non c’è più un solo negozio aperto in tutta la città, né un cinema o un bar. La polizia e gli altri servizi pubblici hanno smesso di esistere da lungo tempo. Gli unici che riescono ancora a svolgere una funzione socialmente utile sono i Volontari della Croce Rossa. I loro pulmini passano due volte al giorno, all’alba e al tramonto, per le vie della città a raccogliere i morti, a ripulire le strade dai più fortunati di noi.

La città muore, inesorabilmente, stretta fra la morsa della fame e dell’assedio, incapace di darsi un ordine o, più semplicemente, una ragione di vita, vinta dall’inedia e dalla rassegnazione dei suoi ormai troppi abitanti.

I Barbari incalzano, hanno conquistato ancora un quartiere, dicono, su al nord. Le milizie cittadine sembrano incapaci di fronteggiarli, e c’è il pericolo che fra poche settimane li vedremo scorrazzare qui in centro, rumorosi, sguaiati e feroci come si dice che siano, capaci di sgozzare la gente per berne il sangue ancora caldo.

La città muore, fra l’indifferenza dei suoi abitanti, troppo occupati a costruirsi una precaria sopravvivenza per interessarsi alla sorte che li attende, sempre in movimento alla ricerca di un angolo meno affollato della norma, o di una pianta alla quale non siano ancora state mangiate tutte le foglie, affamati perennemente, capaci di divorare tutto ciò che lo stomaco non rifiuta.

E nessuno che cerchi di ribellarsi, nessuno che abbia anche un solo accenno di reazione. Tutti spenti, negli occhi e nel cuore, si muovono come automi programmati per sopravvivere, parlano, mangiano, fanno l’amore sui marciapiedi, lungo le strade, accanto a chi sta morendo, indifferenti l’uno all’altro, rassegnati alla sconfitta.

E in questo deserto di speranza, in questa assurda desolazione, c’è gente che se la ride. Le vedi subito le loro case: ben protette da moderni sistemi di allarme, circondate da uno spessore di diffidenza, eternamente silenziose. Sono le case di chi si è preparato alla tragedia, di chi ha accumulato provviste su provviste e ora guarda agli altri da dietro il riparo dei propri privilegi, capace forse anche di deridere gli sventurati che si aggirano per le strade umiliati e sconfitti.

C’è gente che vive bene, in questa città moribonda, gente che riesce a guardare con indifferenza al dramma che la circonda, che mangia tutti i giorni. Gente soddisfatta della propria condizione, pronta a difendere con le unghie e con i denti il frutto della propria lungimiranza.

Maledetti! Ci vorrebbe qualcuno deciso, capace di stanarli dai loro nascondigli e di fargli mollare i tesori che hanno occultato. Potrebbero vivere a centinaia, per settimane, con le provviste di uno solo di questi parassiti!

Mi piacerebbe averne sottomano uno, potergli dire cosa penso del suo comportamento. Gli farei sputare uno dopo l’altro i lauti pasti che si è potuto permettere, mentre noi poveri cristi morivamo di fame perché non si trovava un solo genere alimentare manco a pagarlo a peso d’oro… Gli insegnerei il significato dell’espressione solidarietà umana, e poi gli farei ingoiare tutti i denti che gli sono rimasti.

La sera è ormai imminente, nella folla si notano i primi segni di stanchezza. Alcuni hanno già scelto il posto per trascorrere la notte, altri si sono distesi semplicemente dove si trovavano per non alzarsi più. Durante il crepuscolo il vento soffia sempre con maggior ferocia, appestando l’aria col suo odore marcio, putrescente. Ci siamo abituati, ormai, quasi non lo sentiamo più, è anche lui parte del paesaggio della città in decomposizione. Solo quando ci assale a folate, come ora, possiamo avvertire il senso di schifo che un tempo provocava in noi, il senso di disgusto, quasi di disperazione, con cui lo accoglievamo i primi tempi, subito dopo i bombardamenti, quando molti avevano ancora delle speranze, quando si pensava che fosse possibile ricominciare a vivere.

La città muore, e noi con lei. Non c’è nulla da fare, non ha senso ribellarsi. La morte è ovunque, non è possibile ignorarne la presenza. Resta solo la speranza individuale, l’illusione di riuscire a sopravvivere, di essere uno dei fortunati che vedranno quell’altro mondo, quello che verrà quando l’incubo sarà finito e l’umanità marcia che l’ha prodotto debellata.

Ma fa rabbia pensare che i sopravvissuti saranno proprio i rappresentanti più fedeli di quella stessa umanità che ha causato tutto questo: gli accumulatori, gli egoisti, i profittatori.

Ah, potessi averne uno fra le mani…

Potessi entrare in una di quelle case che dico io…

KONRAD

In definitiva le cose non vanno troppo male. A parte la mancanza di moto, l’essere costretti in queste anguste stanzette e, forse, il non poter parlare, l’essere esclusi dal contatto con la gente, la nostra vita è sufficientemente interessante. Certo, non sono più i tempi di prima. Non c’è più la TV, e nemmeno la radio (a parte qualche stazione locale di ardua ricezione), e anche i libri che ci eravamo portati dietro li abbiamo ormai letti tutti, anzi, una parte l’abbiamo usata per scaldarci il mese scorso, quando faceva così freddo.

Hans è quello che soffre di più per il nostro isolamento. Lui è un tipo chiuso, di poche parole, un classico introverso, ma ha un disperato bisogno di contatto umano. Tant’è che evita persino di guardare giù dalla finestra piccola, nel timore credo di non resistere alla vista di tutta quella gente, delle migliaia di persone disperate che gli passano vicino e con le quali non può comunicare.

Hans è pieno di complessi, a volte mi nasce il timore che possa crearmi dei problemi. Lo so che è animato dalle migliori intenzioni (del resto il discorso che gli ho fatto prima di accettarlo come compagno è stato chiaro, e lui si è dichiarato d’accordo su tutto quanto), però ogni giorno scopro in lui una nuova debolezza, e se penso al tempo che dovremo ancora trascorrere qui dentro non mi sento affatto tranquillo.

D’altronde, senza di lui sarebbe più dura anche per me. L’isolamento e la solitudine potrebbero fiaccare la mia resistenza, oppure farmi andare fuori di testa.

Guardo dalla finestra il tramonto imminente, l’ennesimo tramonto che osservo da dietro le sbarre di questa mia prigione (prigione volontaria e forse inevitabile, ma nondimeno prigione). Vedo la folla muoversi a un ritmo più lento, come se l’energia che l’ha spinta per l’intera giornata si stesse esaurendo. In più di un punto la vedo sfaldarsi, perdere compattezza, disperdersi in rivoletti esangui. Chi ha ancora un’abitazione si affretta a raggiungerla, e chi non ce l’ha cerca un giaciglio, un riparo qualsiasi per trascorrere la notte. Se non lo troverà, si stenderà semplicemente per terra e dormirà lì, all’aria aperta, sul marciapiede o nell’antro di un portone.

In quest’ora del giorno il vento sembra farsi più sferzante. Il vento marcio che spazza impietosamente questa terra da molti mesi, il vento che ha ucciso rapidamente tutte le piante della città e che forse ne uccide gli abitanti, al crepuscolo sembra raddoppiare di intensità, come per sfruttare al massimo gli ultimi minuti di luce, affrettarsi a portare a termine il proprio compito. Chi ne viene investito in pieno, nonostante l’assuefazione che si è ormai sviluppata, non può fare a meno di provare una nausea terribile, i più deboli vomitano (i pochi che hanno qualcosa da vomitare).

Hans è nell’altra stanza, sta dandosi da fare coi fornelli. Prepara la cena, naturalmente. L’identico pasto sempre uguale che noi, per convenzione, chiamiamo cena. Lo sento che apre la porta del congelatore e ne estrae qualcosa. Dovrebbe essere…

Sì, credo che sia Benny. Ce n’era ancora un pezzettino. Ormai dovrebbe essere alla fine anche lui, penso.

Un pensiero empio mi sorge dentro, spontaneo, involontario. Un pensiero che mi fa rabbrividire, quasi vergognare. Non era molto buono, Benny. Era meglio l’altro, quello che abbiamo mangiato prima. Carne giovane, tenera, delicata. Ben nutrito, saporito. Benny invece… Duro, coriaceo. Tutto nervi. E sì che sembrava bene in carne, quando l’abbiamo scelto.

Non dovrei pensare cose simili, mi rimprovero. Dopotutto erano esseri umani, come me e come Hans, ed è grazie a loro che riusciremo, forse, a sopravvivere alla tragedia di cui anch’essi, come milioni di altri uomini, sono stati vittime.

Eppure, nonostante tutto, non sarebbe male se la loro carne fosse saporita. Ci aiuterebbe a conservare un buon ricordo di loro.
 

IVAN

La città si è come smorzata, un silenzio irreale è sceso sulle sue vie, la notte è calata rapida e amica. Un odore sgradevole permea ogni luogo (il vento ha voluto lasciarci un piccolo ricordo, prima di andarsene a dormire).

Cammino per la strada, al centro della carreggiata, fra due ali di gente che dorme, o muore, o fa l’amore, in un ultimo sussulto di ribellione. Sussurri e bisbigli raggiungono le mie orecchie, di tanto in tanto, ma non riesco ad afferrare una sola parola delle molte pronunciate. Una debolezza estrema pervade le mie membra, un languore invincibile, mortale.

Sono due giorni che non mangio, e nell’ultima settimana ho mangiato in tutto tre volte. Sempre che si possa chiamare mangiare, l’inghiottire le porcherie semicommestibili offertemi da un gruppo di ragazzi appena arrivati dalla periferia assediata.

È per questo che continuo a camminare, unico forse in tutta la città. Se mi fermassi, se mi stendessi al suolo, non credo che mi alzerei più. Sarebbe la morte, certamente, e io non voglio morire, non ancora. Non sono rassegnato, voglio combattere fino alla fine.

Così cammino, piano per non sprecare energie, con le gambe che di tanto in tanto si piegano e la vista che continua ad andarmi insieme. Ormai vago senza neppure più badare a dove vado, completamente a caso, nella speranza che sia proprio il caso a farmi imbattere in qualcosa di commestibile.

Ed ecco che, d’improvviso, un odore penetrante, un odore che credevo di aver scordato e che scopro invece di ricordare perfettamente, colpisce i miei sensi acuiti dal lungo digiuno.

È l’odore di carne arrostita, un odore che credevo non esistesse nemmeno più, un odore che pensavo cancellato dal fetore del vento marcio che tutto domina, anche i nostri sogni mangerecci.

Mi guardo intorno, nella semioscurità della notte che avanza, tendo i sensi nel disperato tentativo di capire da dove arrivi quell’odore paradisiaco. Sto male, ho l’acquolina in bocca e le vertigini, un desiderio spasmodico di impadronirmi di quel cibo mi assale, rabbiosamente. Un furore animalesco mi sta montando dentro, e assieme ad esso una calma inattesa, una chiarezza di pensiero che da molto tempo non possedevo.

Ora comprendo dove mi trovo: quello lì, alla mia sinistra, è il cimitero ebraico, e là, poco discosto, quell’edificio tutto bianco è il tempio annesso. L’odore viene da quella casa, la casa del custode, e mi sembra strano che nessun altro, oltre a me, lo senta.

Provo l’impulso di gettarmi contro la porta, di sfondarla a spallate, precipitarmi dentro e impossessarmi del cibo agognato, ma l’insolita lucidità che domina la mia mente mi fa intuire che un simile comportamento non porterebbe a nulla di buono. Quella porta sarà superprotetta, e non credo che si possa sfondare.

Devo trovare un altro sistema, un sistema più astuto, per entrare e prendermi quel che voglio senza correre troppi rischi. Per esempio…

Un grugnire sordo mi fa girare il capo e vedo, a pochi passi da me, tutta una folla di gente famelica che osserva con occhi cupidi e timorosi la casa da cui esce l’odore di carne. Capisco di essermi sbagliato, anche gli altri lo sentono, e certo anche loro stanno pensando a come penetrare in quella casa, ma dai loro sguardi trapela una sorta di frustrazione, come se ci si fossero già provati, con esiti deludenti.

Disgustato, mi allontano da quella moltitudine semiumana, prendo le distanze dai guaiti animaleschi di quella massa di sventurati.

Anche perché ho avuto un’idea, non vorrei che qualcuno di loro mi seguisse e rischiasse di far andare a monte i miei piani.

Dovrebbe esserci una sotterraneo che collega il tempio alla casa del custode. Non ricordo più chi me ne avesse parlato, e a dire il vero non so nemmeno se si trattasse proprio di questo cimitero ebraico, ma a questo punto andare a controllare non mi costa niente.

Potrebbe anche non essere più agibile, o essere sotto il controllo dell’inquilino della casa, ma se, come sospetto, questi non è l’ultimo custode del cimitero, potrebbe anche non sapere dell’esistenza del passaggio sotterraneo. In quel caso…

La sorpresa è fondamentale, in momenti simili.

Ma ho come il vago presentimento che non sia facile, coglierlo di sorpresa.

PAOLO

Adesso nemmeno di notte si riesce più a stare tranquilli. Schiamazzi continui, gente che va e che viene, urla da far accapponare la pelle, rumori di risse che scoppiano nelle ore più impensabili.

Persino degli ammazzamenti, ormai. Le cose vanno sempre peggio, se continua così fra non molto cominceremo a divorarci l’un l’altro, per fame, per disperazione, senza neanche darci la pena di ucciderci. Per far tacere i morsi che ci tormentano lo stomaco, o magari solo per scaricare l’aggressività che si è andata accumulando in noi.

Già cominciano a girare le prime bande di disperati. A notte, col buio, frugano di qua e di là, alla ricerca di un po’ di cibo, e fanno fuori chiunque cerchi di fermarli.

Ieri poi è stata una notte micidiale. Dapprima la rissa per salire sull’autobus abbandonato (un buon riparo, spazioso, sicuro, un posto ambito), poi, quando stavo quasi per assopirmi nella mia solita cabina telefonica, è scoppiato l’inferno. In una delle case lì vicine, l’ex–casa del custode del vecchio cimitero ebraico: rumore di colluttazioni, vetri infranti, urla terrificanti; poi un breve silenzio irreale, e subito dopo una serie di spari. Guardo, e di colpo vedo aprirsi la porta (erano mesi, credo, che non si apriva) e volare fuori qualcosa. Osservo bene: non qualcosa, qualcuno. Un giovane sui trent’anni, ben vestito, curato, uno di quelli che non si sono lasciati andare e hanno in qualche modo tentato di mantenersi vitali. Bene, questo tipo aveva in mano qualcosa, lo addentava continuamente e sembrava mangiasse con avidità. Intanto dalla sua pancia squarciata fuoriuscivano sangue e intestini, sporcando l’asfalto, ma lui sembrava non accorgersene, continuava a strappare pezzi di carne dall’osso che aveva in mano (carne, pensate, autentica carne arrostita!) e ad inghiottire con bramosia. Credo che non si sia nemmeno accorto di morire.

La cosa più terribile in questa faccenda è che il tizio in questione non ha avanzato nemmeno un pezzettino. Gli affamati che hanno avuto il coraggio di avvicinarglisi dopo che era morto hanno trovato solo l’osso completamente spolpato, senza più un solo brandello di carne.

È stato allora che qualcuno ha tentato di mangiarsi il cadavere, ma gli altri l’hanno bloccato in tempo. È meglio morire di fame, dopotutto, che diventare cannibali.

Però, come diavolo fanno gli abitanti di quella casa ad avere ancora della carne?

HANS

È stata tutta colpa mia. Konrad me l’aveva detto mille volte di non arrostire la carne, che l’odore l’avrebbero sentito in tutta la città, fino all’estrema periferia in mano ai Barbari. E io invece, da perfetto imbecille…

Ma non ce la facevo più a mangiare sempre carne lessa, ogni giorno carne lessa, ogni pasto sempre lo stesso piatto.

Ho voluto uscire dalla regola, una volta tanto, e guarda un po’ cos’ho combinato.

Mi spiace soprattutto per Konrad, era lui l’ideatore di tutto questo, aveva curato personalmente tutta l’operazione, si era procurato il congelatore, aveva scelto i cadaveri più adatti…

Lui parlava sempre del mondo che verrà dopo, quando questa tragedia sarà finita. Era convinto che l’umanità sarebbe riuscita a risollevarsi dall’attuale triste condizione e a ricostruire un mondo decente, in cui valesse la pena vivere.

Quel mondo forse lo costruiremo, Konrad, se sopravviveremo a questi anni. Lo costruiremo e lo faremo migliore, come tu speravi, ma a te non sarà concesso di vederlo.

Tu fidavi tanto nelle difese che avevi approntato, dicevi che nessuno avrebbe potuto entrare in questa casa senza il nostro assenso, mi rassicuravi, ripetevi che non c’era nulla da temere.

Ma come hai fatto a non ricordarti del passaggio sotterraneo? Il custode te ne aveva parlato, no? C’era un tunnel che collegava questa casa al tempio, e tu te n’eri dimenticato.

Come in un incubo rivedo la scena: l’irruzione di quel pazzo armato di una spranga di ferro, lo sguardo sconvolto da una tensione indescrivibile; la ferocia con cui si è lanciato su di noi, che allibiti ci stavamo ancora chiedendo come fosse entrato. Menava colpi a destra e a manca, alla cieca, ma con un vigore insospettabile. Io sono stato fortunato, mi ha colpito solo di striscio, ma per te, Konrad, non c’è stato nulla da fare. Un terribile fendente ti ha spaccato il cranio, lasciandoti per terra rantolante a esalare, con gli ultimi respiri, la rabbia per una simile fine, stupida e insensata.

Il folle, scorgendo le due porzioni di carne, non ha capito più niente. Ha buttato via la sbarra di ferro e si è letteralmente tuffato sui piatti, cacciandosi in bocca quanto più cibo poteva. Io, dopo un attimo di smarrimento, sono corso a prendere la pistola e gli ho scaricato addosso l’intero caricatore. In qualche modo, non so come, lui è riuscito a balzare in piedi, si è lanciato verso la porta, l’ha aperta e, senza mai mollare il cibo che stava divorando, è corso in strada. Non credo però che sia andato lontano.

Ho rinchiuso la porta, piangendo per lo choc, ho reinserito i sistemi d’allarme e poi mi sono occupato di te.

Non sarai morto invano, Konrad, te lo giuro. Anche tu sarai utile alla causa per cui ti sei battuto. Grazie a te avrò una possibilità in più di sopravvivere a questo inferno e di vedere il mondo che nascerà dalle ceneri della nostra follia.

C’erano ancora ventun corpi, Konrad. Con il tuo fanno ventidue. E ora sono solo, le scorte dureranno molto più a lungo. Avevamo calcolato di poter sopravvivere un paio d’anni senza mai uscire. Ora dovrei riuscire a vivere per quattro anni, forse qualcosa in più, se sarò abbastanza parsimonioso. E tra quattro anni, ne sono certo, tutte queste miserie non ci saranno più.

Non ci sarà più tutta questa gente, la gran parte sarà morta, gli altri avranno lasciato la città dopo aver capito che qui non si può vivere. La città sarà deserta, e sarà stupendo camminare per le sue vie, finalmente liberi, puliti.

Il vento, naturalmente, sarà cessato, questo vento marcio che provoca continue malattie, che uccide le piante e gli animali e rende faticoso persino il respiro.

Usciremo allora, Konrad. Noi tutti che abbiamo saputo resistere, noi che abbiamo voluto rispondere alla sfida della morte. Usciremo, ci daremo la voce l’un l’altro, e quando ci incontreremo ci abbracceremo, ci racconteremo come siamo riusciti a farcela.

La città sarà tutta nostra, Konrad, di noi che abbiamo saputo prevedere il futuro, di noi che non ci siamo arresi e ci siamo conquistati una seconda opportunità. E tu sarai con me, Konrad, sarai con me nel mio cuore e nella mia carne, così come saranno con me tutti gli altri, Lorenz, Abraham, Benny, Giorgio, tutti quelli che col loro corpo ormai inservibile mi avranno permesso di sopravvivere.

Ma tu sarai con me, Konrad, anche con la canzone, quella canzone che cantavi spesso quando ti veniva la malinconia. L’avevo sempre odiata, ma chissà perché da quando sei morto è come se qualcuno me la cantasse continuamente dentro al cervello, e anche se sono stonato di tanto in tanto non posso fare a meno di canticchiarla.

Tu sarai con me, Konrad, sempre. Sarai con me ogni volta che penserò a te. Sarai con me ogni volta che mangerò un pezzo del tuo corpo. Sarai con me ogni volta che canterò la canzone che mi hai insegnato.

 

© Claudio Tinivella 1995
pubblicato su
Baliset n°7

Altre risorse  

Claudio Tinivella LA CITTÀ ASSEDIATA e altre storie cattive - indice


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