LA MUSICA E' FINITA
Claudio Tinivella
 

Illustrazione di Antonio FolliUN SABATO

Quella sera c’erano in giro più zombie del solito, Armando se ne rese conto dalla fatica che fece per trovare un tavolino libero. Non erano ancora le dieci, eppure il bar era già affollato come a mezzanotte. La sera autunnale era fredda e umida, con una nebbia sottile che ingolfava il respiro. Poca gente in giro, a parte gli occupanti delle macchine che sfrecciavano sulla statale.

Nel bar il fumo si alzava in volute azzurrine, pigro e indolente. Il brusio di fondo era ancora sopportabile, ma stava già aumentando di volume. Fra non molto sarebbe stato difficile persino parlarsi.

Del resto, parlare con chi? Il barista aveva sviluppato un suo linguaggio di gesti per comunicare coi clienti, le corde vocali dovevano esserglisi atrofizzate per mancanza di esercizio. Armando sospettava fosse dotato di poteri telepatici; non sapeva spiegare altrimenti la sua diabolica abilità nel capire al volo le ordinazioni. Bastava un lieve cenno del capo, un’alzata di sopracciglia o uno sguardo di sbieco e lui subito accorreva con il prodotto desiderato.

Quella sera però c’era qualcosa di insolito, lo capiva dal tono di voce degli zombie, dall’eccitazione con cui si lanciavano i loro richiami (quelle rozze imitazioni del linguaggio umano incomprensibili per chi non fosse uno di loro) e dalla frenesia quasi epilettica con cui si muovevano. Indossavano tutti quanti il medesimo giubbotto privo di una manica e il cappello tricolore che rappresentava la moda della settimana.

Armando ordinò il solito Cuba Libre (o meglio, si limitò a pensarlo: immediatamente il barista accorse da lui col bicchiere pieno fino all’orlo) e rimase a centellinarlo cercando di escludere dai pensieri il rumore del locale.

Brutto affare il sabato sera. A starsene in casa a non far niente non c’era gusto. Guardare la TV, manco a pensarci. Se per il resto della settimana faceva schifo, al sabato toccava gli abissi della più pura idiozia. Tutte le nullità più abiette e strapagate venivano esibite dai vari canali, nel tentativo (piuttosto riuscito) di spappolare il cervello alla massa dei teleutenti. Leggere, non ne aveva voglia. Si consumava già la vista dal lunedì al venerdì, otto ore al giorno davanti a un computer, almeno il sabato si meritava un po’ di riposo.

Non restava che uscire, allora, ma per andare dove? Al cinema? Per carità, chi aveva voglia di spendere un capitale per rinchiudersi in un buco a guardare le storie improbabili di macho men e pretty women? A teatro? Sì, ce ne fossero stati ancora. In discoteca? Per carità, meglio darsi delle martellate sulle palle…

E allora non rimaneva che il bar. Il solito bar, ovviamente, ad annoiarsi e a farsi ingrossare il fegato. Lì, almeno, se si era in fortuna poteva capitare di parlare con qualcuno di quelli giusti (un uomo vero, o magari una donna con tutte le cose al suo posto), sennò ci si poteva divertire osservando i rituali degli zombie. Qualcuno li chiamava ancora i giovani. Gli ottimisti. I comprensivi. Lasciateli divertire finché possono, dicevano, Avranno tempo per maturare.

Divertirsi? Ma via! Bastava guardarli in faccia: zombie, ecco cos’erano. Non c’era vita, dentro ai loro occhi. Sì, si muovevano, sorridevano, tentavano pure di parlare, ma si capiva lontano un chilometro che era tutta una finta, un riflesso meccanico che non erano ancora riusciti a eliminare.

Bastava guardarli negli occhi, già: sguardo spento, sorriso ebete e risatina facile. Dei cadaveri ambulanti. Fantasmi. Imitazioni mal riuscite di uomini.

Anche le ragazze: carine, ben truccate, l’abitino leggero e le gambe in esposizione, con la mini corta ma così corta che ogni tanto ti lasciava vedere anche più in su delle cosce, ma con noncuranza, un solo istante, come per mostrarti la merce e invogliarti all’acquisto. Delle bambole vuote, buone solo per farci l’amore. Potevi anche portartele a letto, ma costruire un rapporto con loro…

Quel pensiero lo mise di cattivo umore. Da quanto tempo non andava con una donna? Una donna vera, s’intendeva. Cercò di ricordarsi. Tanto tempo. Anni. Troppi. E quelli lì, invece, ogni sabato…

Provò a immaginare cosa facessero gli zombie dopo l’amore. Vedeva la scena: i gemiti del piacere che si trasformavano nei consueti balbettii con cui tentavano di comunicare… No, troppo squallido anche per loro. Forse un briciolo di umanità si era conservata nelle loro menti devastate, e allora sarebbero rimasti in silenzio per un poco, prima di rimettere in moto quei trappoloni strombazzanti che si muovevano al ritmo da martello pneumatico della loro musica.

Musica? Ma quale musica?, pensò Armando con livore. Cosa potevano saperne quei semiuomini di musica? La musica era una cosa seria, e per capirla ci voleva un’anima. La musica veniva dal cuore, non dalle viscere. Era qualcosa che ti cantava dentro, che ti sconvolgeva di emozioni e ti lasciava migliore, non l’urlo che esplode nella gola e ti fa perdere il lume degli occhi.

Al secondo Cuba Libre Armando notò che la ressa aveva cominciato a diradarsi. Strano, pensò guardando l’orologio. Erano appena le undici. Un po’ presto per la partenza. Eppure guardandosi attorno vide diversi gruppi che si stavano preparando per andare nei loro ritrovi. Ne osservò alcuni: avevano l’espressione felice e lo sguardo vacuo. Provò pena per loro. I forzati del sabato sera, commentò mentalmente.

"Posso sedermi?" la voce flautata lo distolse bruscamente dalle sue osservazioni. Alzò lo sguardo e inquadrò chi aveva parlato: era una donna di straordinaria bellezza, una donna vera, elegantemente vestita, con un sorriso che sembrava risplendere di luce propria e lo sguardo indagatore. Giovane, non più di trent’anni, ma con la sicurezza di una maturità ormai indiscussa.

"Prego" rispose, accennando col capo alla sedia di fronte a sé.

La donna sedette e si sfilò i guanti. Alzò una mano e mormorò qualcosa che Armando non comprese. Dopo una frazione di secondo il barista era accanto a lei con un bicchiere di latte.

"Beve qualcosa?" gli chiese, rivolgendogli un affascinante sorriso. Armando accennò un gesto vago con il capo. Pochi istanti più tardi il barista gli recapitò il terzo Cuba Libre.

"Non dovrebbe bere quelle porcherie" commentò la donna, in tono di rimprovero. Armando si strinse nelle spalle.

"Meglio bere che diventare come quelli" disse.

La donna lo fissò con aperta disapprovazione.

"Lei è padrone di rovinarsi la salute come meglio crede, signor Cavaliere" disse, assaggiando il suo latte. Lasciò un’impronta di rossetto sull’orlo del bicchiere.

Armando si immobilizzò, sorpreso. Quella donna lo conosceva, era venuta lì apposta per lui. Avrebbe dovuto sospettarlo.

"Vedo che lei conosce il mio nome" disse, in tono aggressivo "Che ne direbbe di presentarsi?"

La donna distolse lo sguardo, e per un istante parve a disagio.

"Sono Leyla Spelta, dell’Agenzia Lefebvre."

Estrasse un biglietto da visita dalla borsetta e glielo porse. Armando lo prese senza guardarlo.

"Una giornalista?" chiese, ormai chiaramente irritato. La donna scosse il capo.

"Siamo una società che si occupa di intrattenimento" spiegò "Fra le altre cose, organizziamo concerti."

Armando studiò il biglietto da visita, poi lo rese alla donna.

"Sa benissimo che non suono più."

La donna ignorò il suo gesto.

"Io penso…" riprese, abbassando gli occhi "Noi pensiamo che lei dovrebbe tornare a farlo. Almeno una volta."

"Quello che pensa lei, o…" indugiò per leggere il nome stampato in oro "O i proprietari dell’Agenzia Lefebvre, non ha la minima importanza. La mia decisione di rinunciare alla musica è irrevocabile, e non ho intenzione di discuterne."

Fu tentato di alzarsi e andarsene via, ma il fascino della donna lo trattenne. Erano secoli che non incontrava una donna simile, ed era restio a rinunciare alla sua compagnia.

"Allora mettiamola così" disse lei abbassando il tono della voce "Noi abbiamo assolutamente bisogno di musicisti di talento, per certi scopi che ora non posso illustrarle. In base alle informazioni in nostro possesso, lei è una delle persone più indicate, e io sono stata incaricata di contattarla. Abbiamo bisogno di lei, e siamo disposti a venire incontro a ogni sua richiesta, sia di carattere economico che di qualsiasi altro tipo."

Armando rifletté un poco. Quella donna era troppo affascinante, ma sicuramente le sue parole nascondevano qualche secondo fine. Tuttavia non aveva voglia di discutere con lei in quel posto.

"Senta, che ne direbbe di continuare questo discorso a casa mia?"

La donna gli sorrise, scrutandolo con espressione divertita.

"Perché no?" disse, raccogliendo la borsetta.
 
 

Dopo il frastuono e la confusione del bar, il silenzio della sua abitazione gli parve irreale. Esitò, incerto se far accomodare la donna in salotto o nello studio. Alla fine optò per il salotto.

"Come le stavo spiegando" esordì, dopo un prolungato silenzio "Ho abbandonato la musica da parecchi anni, e non ho alcuna intenzione di riprendere a suonare."

La donna lo osservò con sguardo attento, ma non disse nulla.

"Pertanto ho l’impressione che il suo viaggio sia stato privo di utilità, a parte il piacere che mi ha dato conoscere una donna affascinante come lei."

La donna sorrise debolmente, come se il complimento non le fosse giunto.

"Signor Cavaliere…"

"Mi chiami pure Armando."

"Armando… Lasci che le dica questo: all’agenzia abbiamo la collezione completa di tutti i suoi CD, e in questi giorni ne ho ascoltati parecchi. Bene, non riesco proprio a immaginare come una persona dotata del suo talento possa rinunciare, di propria volontà, a suonare. Perché non me lo spiega?"

Armando la fissò negli occhi, aspettandosi che distogliesse lo sguardo, ma lei resse. Alla fine fu lui ad abbassare il capo.

"Vede, Leyla" rispose, impacciato "Credo che lei sopravvaluti il mio talento. Di musicisti come me ce n’erano a centinaia, fino a pochi decenni fa. Davvero, non sto scherzando. C’era un mucchio di gente che suonava meglio di me, uomini e donne i cui nomi adesso pochi ricordano. Quanto al motivo che mi ha indotto ad abbandonare la musica, pensavo fosse evidente. Perché la musica non interessa più a nessuno."

Scrutò nuovamente negli occhi la donna, ma non colse nessuna reazione alle sue parole. Per un istante si sentì invadere dallo sconforto. Ancora l’impossibilità di comunicare, quel misto di frustrazione e di disperazione che l’aveva indotto tanti anni prima a rinunciare a ciò che gli era più caro.

"Non interessa più a nessuno" aggiunse, a voce più bassa "Nessuno la ascolta più."

La donna scosse il capo, accennando un impercettibile sorriso di incoraggiamento.

"Lei è troppo drastico, Armando. Credo che si sbagli. C’è ancora tanta gente appassionata di musica, anche se probabilmente non della musica che intende lei."

"Lei non capisce" la interruppe bruscamente "Io sto parlando della Musica, quella con la maiuscola. Lo so anch’io, ci sono in giro migliaia di musicisti, o presunti tali, e milioni di giovani che impazziscono per loro. Ma mi creda: tutto questo non ha niente a che fare con la musica, è soltanto un fenomeno sociale. I giovani hanno bisogno di eroi, di miti, di personaggi in cui identificarsi, e i padroni del mondo glieli forniscono. Trovano qualche bellimbusto con una faccia simpatica e la testa completamente vuota, gli insegnano a strimpellare tre accordi e lo sbattono sul palco. Il resto lo fa il pubblico. Il quale poi mica sta lì ad ascoltare. No, chi ha voglia di prestare attenzione a dei suoni, che magari ti fanno venire il mal di testa. Al pubblico interessa soltanto ammirare il personaggio, non perché è bravo, ma perché è famoso, perché è di moda, perché tutti i giornali e le TV ne parlano…"

Si bloccò, rendendosi conto di essersi lasciato prendere dall’indignazione. Sospirò.

"Mi scusi, mi sono lasciato andare. Forse è meglio che cambiamo argomento."

La donna sorrise, ma non disse nulla. Armando rifletté brevemente su cosa dire, ma non trovò nulla di interessante.

"Probabilmente lei pensa che io sia un po’ pazzo" disse "Incattivito da qualche esperienza negativa o da qualche dolorosa sconfitta."

"No, io credo che lei sia semplicemente molto solo. E molto deluso dalla vita. Ma tutto questo non è una buona ragione per privare il mondo del suo talento."

Armando chiuse gli occhi, appoggiando il capo allo schienale della poltrona. Aveva voglia di ridere e di piangere allo stesso tempo. Non capiva se l’ingenuità di quella donna fosse autentica o simulata. Decise di considerarla autentica.

"Vuole che le racconti perché ho smesso di suonare?" le chiese, riaprendo gli occhi e fissandola in viso. Lei annuì senza dire nulla.

In quel preciso momento l’orologio a cucù batté la mezzanotte. Armando sorrise tra sé, notando la straordinaria coincidenza. Mezzanotte, l’ora in cui le magie perdono efficacia. Mezzanotte, quando tutti gli inganni vengono svelati e gli zombie se ne vanno nei loro nascondigli per impedire alla gente di vedere la loro trasformazione in ripugnanti creature semivive…

"Fu durante un concerto alla Scala, davanti a un pubblico scelto e competente. Dovevo suonare alcuni brani classici, in particolare delle ballate di Chopin, uno degli autori che preferivo. Nel corso del secondo brano fui preda di un’improvvisa amnesia, e terminai l’esecuzione praticamente improvvisando. Non ebbi nemmeno il coraggio di alzarmi per l’inchino rituale. Mi aspettavo una valanga di meritatissimi fischi. Invece (ci crederebbe?) fui subissato dagli applausi. La cosa mi colpì a tal punto che nel pezzo successivo sbagliai volontariamente alcuni passaggi. Nessuno parve accorgersene. Il pubblico reagì ai miei errori con applausi scroscianti."

"Nell’intervallo cercai di darmi ragione di un comportamento così chiaramente insensato. Com’era possibile che nessuno avesse notato i miei errori ed espresso la sua riprovazione? C’era una sola spiegazione: che nessuno cioè, nel pubblico, prestava attenzione a ciò che suonavo, e a come lo suonavo. Ciò che applaudivano non era la mia esecuzione, ma la mia personalità, il mio essere famoso, il mio essere considerato uno dei più grandi pianisti del mondo…"

"Nel secondo tempo eseguii una sonata di Prokof’ev suonando la parte della mano sinistra un tono più alto. Fu un successo strepitoso. Al termine mi alzai dal mio posto, dissi ai presenti cosa pensavo di loro e annunciai che non avrei mai più suonato."

Armando sospirò, abbassando il capo.

"E non intendo venire meno a quella decisione" aggiunse.

Ci fu un momento di imbarazzato silenzio.

"Deve esserle costata parecchio" commentò Leyla.

Armando ridacchiò tetramente.

"Lei non immagina quanto…"

Scosse il capo, come a scacciare fastidiosi ricordi.

"Solo per pagare le penali dei concerti già fissati dovetti vendere tutte le mie proprietà. Mi ritrovai da un giorno all’altro senza un quattrino, e senza nessuno disposto ad aiutarmi."

Sospirò.

"Fui costretto a trovarmi un lavoro qualsiasi, impiegato in una ditta di contabilità. Non è nulla di speciale, ma mi permette di vivere decentemente, e soprattutto senza ingannare nessuno."

Rimase in silenzio, attendendo un commento che non venne. Quando tornò a guardarla, vide che stava controllando l’orologio.

"Credo proprio che sia ora di andare" disse, prendendo la borsetta e alzandosi "In ogni caso, lei ha il mio biglietto da visita. Se dovesse ripensarci…"

Preso alla sprovvista dalla subitanea decisione della donna, Armando cercò qualche frase adatta alla circostanza, ma non gli vennero in mente che insulse banalità.

"Se ne va già? Sono solo le…"

Guardò l’orologio murale. Erano quasi le dodici e mezza.

Lei gli tese la mano e sorrise.

"È tardi" gli disse "E domattina ho un impegno."

Mentre l’accompagnava alla porta, Armando si insultava per non esser stato capace di mostrarsi brillante, come sicuramente lei si aspettava. Chissà cosa penserà di me, si disse. Sapeva già che più tardi, a letto, gli sarebbero venute in mente migliaia di battute e di frasi accattivanti che avrebbe potuto dire e che l’avrebbero reso più simpatico.

La guardò andar via con la testa in fiamme, la gola secca e il cuore che batteva all’impazzata. Chissà quando gli sarebbe capitato di incontrare di nuovo una donna del genere… E come al solito aveva fatto la figura dell’imbranato.
 
 

Il giorno dopo si svegliò di pessimo umore, con un sapore amaro in bocca e lo stomaco in disordine. Forse aveva esagerato con i Cuba Libre, si disse. Si guardò allo specchio: aveva una brutta cera. Con quella faccia non avrebbe mai potuto far innamorare una come Leyla.

Il ricordo della donna lo fece star peggio. Sapeva che era lei la causa di quel malumore. Non poteva ripensare alla sua bellezza senza provare un brivido di delusione. Non avrebbero dovuto esserci donne così belle, nel mondo. O perlomeno, non avrebbero dovuto farsi vedere da lui.

Stava male. La solita depressione della domenica mattina, si disse. Ma quel giorno era più forte del solito. Gli veniva voglia di mettersi a piangere, o di spaccare tutto, le sedie, i mobili, lo stereo, la chitarra…

Già, la chitarra. La guardò con odio. Il solo strumento musicale rimastogli in casa. Si era disfatto di tutto il resto, ma quella chitarra… Non poteva darla via, c’erano troppi ricordi legati a lei.

Da quanto tempo non la suonava? Anni. Secoli. Notò che due bassi (il la e il re) si stavano rompendo. Al diavolo!, si disse, Non ho voglia di spendere dei soldi per le corde.

Fece colazione cercando di pensare ad altro. Gli tornavano alla mente storie vecchie lette ai tempi del conservatorio. Chi era quel pianista che era troppo povero per avere un pianoforte e componeva le sue musiche su una chitarra? Schumann? Schubert? Non ricordava.

Uscì per prendere il giornale e si accorse che fuori pioveva. Ci mancava solo quello per completare una domenica di merda.

Nel pomeriggio cercò di svagarsi ascoltando le partite alla radio, ma ben presto si rese conto che quel giorno non gliene fregava assolutamente nulla del calcio.

Si sentiva sempre più depresso e ossessionato dal ricordo di Leyla. Chiudeva gli occhi e la rivedeva lì, sulla poltrona del salotto, intenta a osservarlo con sguardo indagatore. Ripensava a tutto quello che le aveva detto, e nel ricordo ogni parola gli sembrava sempre più inadeguata. Aveva sbagliato tutto, come sempre. Si era abbandonato alle solite, inconcludenti tirate, aveva parlato troppo poco, o troppo, o comunque con troppe pause e incertezze. Se invece di dire così (e ripeteva mentalmente una certa frase) avesse detto quest’altro…

Ma dopo un po’ si stufava di rimuginare e cominciava a fantasticare. Immaginava di telefonarle l’indomani, dall’ufficio. Al telefono si sarebbe mostrato brillante, affabile, sicuro di sé, e l’avrebbe invitata a cena per approfondire la proposta della sua agenzia. Quello che seguiva, ovviamente, era inevitabile: lui l’avrebbe corteggiata con abilità, con costanza, e al momento di lasciarsi lei gli avrebbe confidato di essersi innamorata di lui fin dal primo momento in cui l’aveva visto…

Oppure: lei si mostrava ritrosa, gli faceva capire di non essere sicura di amarlo; lui allora prendeva la chitarra e le suonava una musica così struggente che, al termine, lei gli si buttava tra le braccia singhiozzando.

O ancora: lei, a dispetto delle apparenze, era una donna avida e crudele, e gli faceva capire chiaramente che non provava nulla per lui, era solo interessata al musicista; lui allora le diceva che era disposto a suonare gratis, pur di trascorrere una notte con lei, e a questo punto lei mutava atteggiamento, diventava più dolce e gli prometteva di essere sua, ma solo dopo il concerto. Allora lui affittava un pianoforte e riprendeva a suonare, il concerto era un successo strepitoso, e alla fine, rientrando a casa, trovava Leyla nel suo letto…

Alla fine, spossato dal suo stesso fantasticare, si arrese. Gettò uno sguardo alla chitarra e capì che avrebbe comprato una muta di corde. Non avrebbe più avuto pace se non avesse almeno tentato. E se l’unico modo per conquistarla era di riprendere a suonare, anche per una volta sola, ebbene: avrebbe bevuto l’amaro calice.

Quel pensiero lo lasciò stupefatto. Cosa gli faceva pensare che accettando la proposta dell’Agenzia Lefebvre avrebbe potuto conquistare Leyla? Ripensò alle parole della donna: erano disposti a venire incontro a ogni sua richiesta, sia di carattere economico che di qualsiasi altro tipo. E lui avrebbe potuto chiedere…

Davvero avrei il coraggio di fare una simile richiesta?, si domandò, stupito lui stesso dall’enormità di quell’idea. Ci pensò sopra, e decise di sì. Se quella era l’unica possibilità di andare a letto con Leyla, non vedeva perché non avrebbe dovuto farlo. Ma subito dopo provò vergogna per il solo fatto di aver ipotizzato una cosa simile. E subito dopo capì che l’avrebbe fatto lo stesso, perché non poteva vivere con quell’ossessione.

Decise che il giorno dopo l’avrebbe chiamata dall’ufficio e le avrebbe chiesto di incontrarla quella sera stessa, per discutere dell’argomento. Passò il resto del pomeriggio e gran parte della serata a cercare le frasi adatte da dire al telefono. Ipotizzò molte versioni, e a un certo punto provò anche a mettere per iscritto il presunto dialogo telefonico, ma poi si rese conto dell’assurdità della situazione, strappò il foglio e lo buttò nel cestino.
 
 

UN ALTRO SABATO

Una settimana più tardi. Di nuovo il bar. Di nuovo il fumo, e la nebbia sul viale, e le auto che sfrecciano indifferenti. Un sabato come gli altri: il solito tavolino, il solito barista, le solite facce disperate.

O forse no, forse quella sera c’era qualcosa di diverso. Armando osservò a lungo i rituali degli zombie e gli parve di intravedere in essi una parvenza di umanità che per un istante glieli rese, se non proprio simpatici, perlomeno sopportabili.

Diede uno sguardo al barista, meditando di ordinare l’abituale Cuba Libre, ma poi ci ripensò. Voleva rimanere sobrio, quella sera, quindi chiese un’aranciata. Non gli sfuggì il sorrisino di sorpresa del barista, ma preferì ignorarlo. Si sentiva particolarmente buono, disposto a perdonare agli altri le loro piccole debolezze, così si dedicò alla lettura del giornale, in attesa dell’ora fatidica.

Non riusciva ancora a crederci. L’aveva fatto. L’aveva fatto! Dopo giorni e giorni di tentennamenti si era deciso, aveva chiamato Leyla all’agenzia ed era riuscito a ottenere un appuntamento. Per discutere della proposta dell’Agenzia Lefebvre, ovviamente. Era questa la ragione ufficiale dell’incontro. Tuttavia…

Ad Armando era parso di cogliere una dolcezza particolare, nel tono di voce della donna, che aveva aperto il suo cuore alla speranza. Forse, si era messo a pensare, anche lei…

Si rese conto di essersi imbambolato col giornale in mano. Non che importasse a qualcuno, in quel bar di semianalfabeti. Non fosse stato per lui e per altri tre o quattro avventori, avrebbero anche fatto a meno di comprarlo. Guardò l’orologio: le nove e un quarto. Ancora una ventina di minuti, forse mezz’ora, e poi…

Non fare il cretino!, si rimproverò mentalmente, seccato per la direzione che stavano prendendo i suoi pensieri. Meglio non farsi troppe illusioni. Si soffre meno, se le cose dovessero andare male.

Terminò di bere l’aranciata. Si accorse di essere arrivato in fondo al giornale senza avere letto un solo articolo. Lo piegò con rabbia e lo depose su un tavolino accanto al suo.

Le dieci meno un quarto. Leyla era in ritardo. Cominciò a inquietarsi. E se gli avesse fatto il bidone? Impossibile, si disse. Una donna come Leyla non avrebbe mai fatto una cosa del genere. O forse sì? Cosa ne sapeva lui, dopotutto, di lei?

Fu tentato di ordinare un Cuba Libre, per alleviare l’affanno, ma volgendosi verso il banco scorse la donna che stava entrando in compagnia di un uomo. Vide che lo cercava con lo sguardo e, una volta individuatolo, si diresse verso di lui. Si alzò per salutarla. Lei gli strinse la mano, con un sorriso che gli parve forzato.

"Questo è Giorgio" gli disse, presentandogli il suo accompagnatore, un uomo sulla trentina, non molto alto, paffutello, con un ciuffo di capelli che gli copriva parzialmente un occhio "Lavora anche lui all’Agenzia."

"Molto lieto" Armando gli strinse la mano cercando di mostrarsi affabile, ma dentro di sé cominciò a imprecare. Non si aspettava che Leyla venisse all’appuntamento in compagnia di qualcun altro, questo mandava all’aria tutti i suoi piani.

Si sedettero e ordinarono da bere. Leyla ordinò il solito latte, l’uomo invece si regalò un bourbon. Armando approfittò della compagnia e si fece portare il primo Cuba Libre della serata. Primo di una lunga serie, meditò cupamente.

"Vedo che le piacciono i cocktails" commentò l’uomo, con un tono di voce gioviale che suonava falso. Armando lo odiò per quel commento banale. Era un bel ragazzo, notò, e forse fra lui e Leyla c’era qualcosa.

"Non sono un esperto" replicò, cercando di nascondere il malumore "Ma qui fanno un Cuba Libre molto buono."

Guardò Leyla, e lei abbassò lo sguardo. Strano, pensò. L’altra volta non sembrava affatto timida.

Rimasero un poco in silenzio, centellinando le loro bevande. C’era un imbarazzo palpabile, che li rendeva incapaci di proseguire la conversazione. Armando si sentiva vagamente tradito e stava scivolando verso una cupa depressione.

Finalmente Giorgio terminò il suo bourbon, depose il bicchiere vuoto e disse:

"Bene, possiamo passare agli affari."

Si ravviò il ciuffo ribelle, abbassò lo sguardo a contemplarsi le mani, poi aggiunse:

"Sempre che lei sia ancora interessato alla nostra proposta, naturalmente."

Armando esitò. Cosa poteva dire? Che gli era passata la voglia? Non voleva fare la figura dell’idiota. Guardò nuovamente Leyla, e lei gli sorrise. Annuì.

"Si può discutere" disse "Ma vorrei saperne di più."

Giorgio si frugò nelle tasche, cercò qualcosa che non trovò, poi interrogò con lo sguardo Leyla. La donna scosse il capo.

"Un momento solo" disse, alzandosi "Ho lasciato una cosa in macchina. Torno subito."

Uscì velocemente, lasciandolo solo con Leyla. Armando cercò qualcosa da dire, ma non riuscì ad aprire bocca.

"Sono contento che ci abbia ripensato" disse la donna, sorridendogli nuovamente. Ad Armando quel sorriso faceva l’effetto di una secchiata di acqua bollente. Si sentì avvampare e distolse lo sguardo.

Dopo pochi istanti rientrò Giorgio.

"C’è un piccolo problema" disse "Ho lasciato a casa il pre–contratto."

Esitò, poi parve avere un’idea improvvisa.

"Potremmo fare un provino, però. Che ne dice? Se la sente?"

Armando fu preso alla sprovvista. Non si aspettava una richiesta del genere.

"Non saprei" rispose "È un mucchio di tempo che non suono."

Si rese conto della puerilità della scusa e cercò di rimediare:

"E poi non ho a casa neanche una tastiera."

"Non si preoccupi, a questo pensiamo noi. Ho in macchina un prototipo di tastiera AVR che lei potrà provare in anteprima. Se è d’accordo, anzi, possiamo lasciargliela in pegno."

Armando cercò una scappatoia, ma non ne trovò. Fu costretto ad arrendersi.

"Va bene" disse, con un sospiro "Andiamo a casa mia."
 
 

Nello studio di casa sua, Giorgio armeggiò a lungo per collegare la quantità di apparecchiature che aveva portato. Quando la tastiera fu attivata, Armando si scoprì a pensare che quello più che uno strumento musicale sembrava la consolle di un aereo. Oltre a tutto il resto, c’era anche un casco dall’aspetto sinistro, che lo preoccupò fin dal primo istante in cui lo vide.

"Bene, dovrebbe essere a posto" disse Giorgio, mostrandogli trionfante l’esito dei suoi sforzi "È tutta sua. Può provarla."

Armando si sedette, sospettoso. Studiò brevemente l’assurda pulsantiera, ma decise che non gli importava nulla di come funzionava. Provò a suonare e ne venne fuori un melodioso suono di archi, così pieno e fedele da far sospettare che dentro a quella tastiera si nascondesse un’autentica orchestra d’archi in miniatura. Bello, si disse.

"Si può mettere un timbro di piano?" chiese.

Subito Giorgio armeggiò con dei pulsanti. Dei numeri lampeggiarono sul display.

"Provi questo."

Armando suonò. Un autentico pianoforte a coda, sensibile e possente come uno strumento artigianale. Notevole.

"Anche questo non è male" Giorgio armeggiò nuovamente. Un altro pianoforte, più delicato ma ugualmente bello. Armando sentì una strana energia corrergli nelle mani. Le dita cominciarono a muoversi quasi indipendentemente dalla sua volontà e dalla tastiera iniziarono a uscire Schubert, Rachmaninov, Debussy…

"OK, direi che questo va bene" lo interruppe Giorgio, dopo un lasso di tempo indefinibile. Armando si arrestò a fatica e si volse a guardarlo in viso. Scorse di sfuggita l’espressione concentrata di Leyla, ma non riuscì a decifrare il suo stato d’animo.

"Ora, per favore, dovrebbe indossare il casco."

Armando lo fissò sorpreso.

"Cosa c’entra il casco?"

Giorgio parve sul punto di spazientirsi, ma rispose calmo:

"Senza il casco non possiamo fare il provino."

Di fronte alla sua perplessità aggiunse:

"È un nuovo sistema di registrazione. Si fidi, non c’è nulla di pericoloso. Lei lo indossa e vedrà che tutto le sembrerà molto più vivido. Anche la tastiera, mi creda. Sarà un’esperienza… stimolante."

Benché riluttante, Armando lasciò che l’uomo gli infilasse il casco. Si sentì pizzicare la nuca, una leggera puntura quasi impercettibile. Senza sapere lui stesso il perché iniziò a innervosirsi. Fu tentato di strapparsi il casco e buttarlo via, ma si trattenne.

Si guardò le mani. Aveva una visione stranamente nitida, notò. Poteva osservare senza alcuna difficoltà le più piccole rughe che gli solcavano le dita. Strano. Provò a suonare un arpeggio e il risultato lo strabiliò: la musica risuonava da ogni parte, con una profondità e una purezza indescrivibili.

Attaccò un valzer di Chopin. Già dalle prime note comprese che non sarebbe riuscito a finirlo, perché uno Chopin così puro era troppo per la sua anima, e dopo un po’ passò a Beethoven, e poi a Mozart, e poi a Scott Joplin e a Gerschwin, e a Prokof’ev e a Bela Bàrtok, in un pot–pourri senza senso e senza pause, finché si sentì esausto e si arrestò.

Udì uno scatto dietro di sé. Il casco venne lentamente sollevato e si ritrovò di colpo libero e spaesato. Vide l’espressione intenta di Giorgio che armeggiava con un piccolo apparecchio, e al suo fianco il viso imperturbabile di Leyla. Per un istante si chiese chi diavolo fossero quei due. Poi ricordò, e sentì una fitta al petto.

"Bene" disse l’uomo, iniziando a raccogliere le sue apparecchiature "Ora abbiamo un provino. Ci serve un po’ di tempo per valutarlo, poi le faremo sapere."

Diede un’occhiata di intesa a Leyla, che annuì.

"Per il momento può tenere la tastiera. Se decideremo di servirci della sua opera la contatteremo noi."

Armando si rese conto che stavano per andarsene e ne sapeva esattamente come prima.

"Un momento" disse "Le spiacerebbe spiegarmi cosa ha fatto, e lo scopo di tutto questo?" Indicò la borsa con l’apparecchiatura.

Giorgio sorrise, ma si vedeva benissimo che era a disagio.

"Questa" rispose indicando la tastiera "è una tastiera AVR, come le ho detto. AVR sta per Advanced Virtual Reality. È ancora un prototipo, ma pensiamo di metterla in commercio al più entro tre mesi. E questo" aggiunse indicando il casco e il resto dell’apparecchiatura "serve per creare il software."

"Cioè?" Armando si rifiutava di capire.

"Diciamo che chi acquisterà questa tastiera, acquisterà anche una serie di programmi attraverso i quali potrà immedesimarsi nei più grandi strumentisti del mondo."

Per un istante si fece prendere dall’entusiasmo.

"Riesce a capire? Chiunque, acquistando il software adatto, potrà suonare Chopin o Mozart, e senza sobbarcarsi ad anni e anni di studio. Chiunque, anche chi è sprovvisto di talento o gravemente handicappato, con la nostra tastiera e il nostro casco e il resto dell’apparecchiatura, potrà suonare come un grande concertista, anzi, addirittura meglio, perché i suoni di questa tastiera non sono paragonabili a quelli di nessuno strumento tradizionale. Capisce, adesso?"

Lo fissò in viso e dovette scorgere qualcosa che lo contrariò, in quanto il suo entusiasmo scemò rapidamente.

"È un progetto rivoluzionario" concluse, indossando il cappotto "e stiamo selezionando i migliori strumentisti ancora in attività." Gli sorrise debolmente. "Lei potrebbe essere uno dei prescelti."

Raccolse la sua borsa, si volse verso Leyla e le comunicò qualcosa con lo sguardo.

"Avremo modo di riparlarne, comunque." Gli tese la mano. "Arrivederci."

Armando gliela strinse, senza riuscire a dire una sola parola. Era esterrefatto, furibondo, sconsolato. Strinse la mano anche a Leyla, con mille frasi che gli premevano nella gola, e li guardò andare via in silenzio.

Dopo pochi passi Giorgio passò un braccio attorno alle spalle di Leyla, e se ne andarono così allacciati, sussurrandosi incomprensibili commenti. Armando rientrò in casa con un dolore sordo al centro del petto, si distese sul divano e pensò: Mi sta venendo un infarto. Sto per morire.

Sentì battere distintamente dodici rintocchi, ma solo molto più tardi riuscì a trovare la forza di alzarsi per andare a letto.

UN GIORNO QUALSIASI

Una sera qualunque. Un freddo da cani, meno gente del solito per le strade. Era anche nevicato, nel pomeriggio, una spruzzata di bianco che stava già scolorando. Armando era seduto con lo sguardo rivolto alla vetrata del bar, a guardare fuori il mondo silenzioso e senza vita del paese.

Brutto affare il martedì sera. Soprattutto quando si era così giù di corda. A starsene a casa a non far niente, non c’era gusto. La televisione l’aveva staccata la settimana prima, disgustato dal nulla vacuo delle trasmissioni e soprattutto dalla martellante campagna pubblicitaria di quella nuova società (il Musicista Virtuale, gli veniva il mal di fegato ogni volta che la vedeva). Leggere, non ne aveva voglia. Del resto, quand’è che ne aveva voglia? Troppo stanco, la sera, e troppo depresso. E nessun libro che valesse la pena di esser letto. Allora non restava che il bar, il solito bar, ad annoiarsi e a farsi ingrossare il fegato.

Odiava i martedì. E allo stesso modo odiava i lunedì, i mercoledì e tutti gli altri giorni della settimana. Odiava le serate vuote che si trascinavano dal salotto al divano, con rare soste nella sala della tastiera.

Odiava anche quella tastiera. Odiava tutto quello che gli ricordava, quello che significava la sua presenza. E tuttavia non poteva impedirsi, di tanto in tanto, di mettersi a suonarla.

Erano passati dei mesi, e di Leyla e di Giorgio non aveva più avuto notizie. Sapeva cosa voleva dire: che il provino era andato male. Qualcosa di quello che aveva suonato, o nel modo in cui l’aveva suonato, non era piaciuto, e l’avevano scartato.

Aveva anche pensato di telefonare all’agenzia, ma non se l’era sentita. Sarebbe stato troppo penoso risentire la voce di Leyla, le sue giustificazioni imbarazzate, o peggio ancora la sicurezza di Giorgio che si inventava una scusa.

Al diavolo, forse era meglio così. Almeno non avrebbe partecipato alla Truffa del Secolo. Musicisti virtuali… Cosa cazzo voleva dire? Si era dimenticato di chiederlo, quella sera, a Giorgio. Gli era venuto in mente solo dopo, ripensandoci. Con quel casco si imparava a suonare? No, a quel che ne sapeva. Si riviveva solo l’esperienza di qualcun altro che aveva suonato, o qualcosa del genere. E allora che gusto c’era?

Bah, non sarebbe mai riuscito a capire. Era per questo, forse, che l’avevano scartato. Non era in sintonia col proprio tempo. Non accettava le falsificazioni. Già, era sicuramente questo. Avevano capito che l’idea del musicista virtuale aveva suscitato in lui un profondo disgusto e l’avevano eliminato dalla lista.

Musicista virtuale!, pensò, terminando di bere il terzo Cuba Libre della serata. Dopo le scopate virtuali, i viaggi spaziali virtuali, i corsi di addestramento virtuali, ora ci si mettevano anche con la Musica. Fra un po’, concluse, non sarebbero più neppure stati necessari i bellimbusti che spacciavano per cantanti. Sarebbe bastato un programma abbastanza sofisticato per dare a ognuno la possibilità di ricrearsi un cantante virtuale adatto ai propri gusti, e ognuno avrebbe potuto sbizzarrirsi a far rinascere divi morti da decenni, come Elvis Presley, John Lennon o chissà chi altro.

Forse, si disse, lo stavano già sviluppando, quel programma. Entro pochi anni l’avrebbero commercializzato, e allora addio CD e concerti, addio musicisti, addio strumenti…

Fuori stava ricominciando a nevicare. Era già tardi, quasi mezzanotte, e non aveva nessuna voglia di andare a letto. Rimase a osservare la nevicata, bevendo l’ennesimo Cuba Libre e chiedendosi se quella era veramente neve o una perfetta riproduzione virtuale. Non seppe trovare una risposta e se ne tornò a casa barcollando, mezzo sbronzo, in preda a un dubbio atroce.

Era davvero la sua vita, quella che vedeva scorrere giorno dopo giorno? Oppure era in un film che qualcun altro aveva programmato per lui? Un’esistenza virtuale che l’aveva imprigionato e di cui non ricordava lo scopo?

"Fermate quella dannata macchina!", si mise a urlare alla notte.

Gli rispose solo un cane, e poi un altro, e poi altri ancora. La notte fu squarciata da decine di latrati, e poi da urla umane che intimavano ai cani di piantarla. Ma tutto quel casino non servì a nulla: il film continuò, inarrestabile, guidandolo verso la sua casa.

 

© Claudio Tinivella 1997
pubblicato su
IntercoM n°144/145
Illustrazione di
Antonio Folli

Altre risorse  

Claudio Tinivella LA CITTÀ ASSEDIATA e altre storie cattive - indice


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