INFORTUNIO SUL LAVORO
Claudio Tinivella
  Quando fui contattato dall’emissario di Jerry Scotti mi trovavo al Ricky Mahorn, un bar alla periferia sud di Cologno Monzese. Quel giorno avevo un appuntamento con una bionda di nome Katy, ma lei doveva aver trovato qualcosa di più interessante da fare, e il Ricky Mahorn era uno dei locali più indicati per affogare nella birra le delusioni amorose.

L’uomo si sedette al mio tavolino senza nemmeno chiedermi il permesso. Aveva un fisico da culturista e l’espressione sospettosa di chi è abituato a guardare le spalle di un altro. Si accomodò e mi studiò a lungo. L’esame non parve soddisfarlo, ma superò la delusione e si degnò di rivolgermi la parola.

"Sto cercando un Modificato di nome Kinsky. Sa dove posso trovarlo?"

Una tattica piuttosto stupida, la sua. Fingeva di non conoscermi. Decisi di non stare al gioco.

"Sa benissimo che sono io" risposi.

Lui annuì, per nulla intimorito dalla mia risposta aggressiva.

"Mi manda Jerry Scotti. Abbiamo un lavoretto da proporle."

Mi sforzai di mostrarmi indifferente, ma forse non ci riuscii. Jerry Scotti era uno degli uomini più ricchi della Lombardia (e forse dell’intera Repubblica Cisalpina), anche se erano in pochi a saperlo. Il suo file, sulla Rete Bancaria, superava in dimensioni quello della FIAT e dell’OLIVETTI messi assieme. Queste informazioni però erano ben custodite. I pochi che si erano arrischiati a ficcare il naso in quel settore della Rete avevano smesso per sempre di essere curiosi. A parte qualche fortunato, come me.

"Jerry Scotti?" chiesi, per prendere tempo. Il gorilla assentì con un cenno del capo.

"È un lavoretto non molto complicato, ma per il quale ci serve un professionista. Ci siamo informati, lei è considerato uno dei migliori sulla piazza."

Lo fissai per alcuni istanti, per capire se mi stesse prendendo in giro. Alla fine decisi che mi stava semplicemente adulando. Quel tipo non aveva molto tatto, evidentemente.

"Possiamo discuterne" tagliai corto "Dovrebbe spiegarmi di che lavoro si tratta, però."

Si appoggiò allo schienale della sedia e con calma si accese una sigaretta. Prima di rispondere si concesse alcune boccate.

"Non sono autorizzato a parlarne in questo luogo. In ogni caso, prima di approfondire l’argomento vorremmo essere certi che lei non andrà in giro a spifferare notizie riservate."

La faccenda puzzava lontano un miglio di spionaggio. Bene, era il tipo di lavoro da cui si poteva ricavare un mucchio di soldi. Ovviamente ci sarebbero stati dei rischi, ma quelli c’erano sempre. In un certo senso, anzi, erano la parte più divertente della faccenda.

"Se vi interessa anche il mio silenzio, devo avvertirvi che vi costerà un po’ di più."

"Non abbiamo problemi di spesa. Siamo disposti a offrirle centomila crediti per l’intera operazione."

Dovetti fare uno sforzo per non mettermi a fischiare. Centomila crediti! Era una somma favolosa. Mai visti tanti soldi in una volta sola, nemmeno in duplicato.

"Credo proprio che l’affare mi interessi. Mi dica cosa devo fare."

L’altro annuì. Si guardò alle spalle, con fare sospettoso, e poi disse, abbassando la voce:

"Ho qui fuori la macchina. Venga con me."
 
 

Jerry Scotti era un arzillo signore che aveva da un pezzo superato la mezza età. Benché conservasse un portamento giovanile, il suo sguardo tradiva i settanta e passa anni che gli si erano accumulati sulle spalle.

Fui fatto accomodare di fronte a lui, su una poltrona di velluto verde. Mi sorrise affabilmente.

"Beve qualcosa?" mi chiese, indicandomi il mobiletto–bar.

"Una birra" risposi, ma subito mi corressi: "Anzi no, è meglio un bicchiere di acqua minerale."

Non era buona cosa bere alcolici durante un colloquio di lavoro. Poteva influenzare negativamente il cliente.

"Dunque, veniamo a noi. Alfio le avrà già illustrato la nostra offerta."

"Finora ho sentito parlare soltanto dell’onorario. Prima di decidere però gradirei essere informato sul tipo di intervento che vi interessa."

"Non abbia fretta. Vede, come le avrà già spiegato Alfio a noi sta molto a cuore la riservatezza. Il lavoro che le proponiamo è molto delicato. Vorremmo essere sicuri che lei non vada a raccontare in giro…"

"Su questo siamo d’accordo" lo interruppi "Fa parte del contratto, e io non sono il tipo che non sta ai patti."

Jerry Scotti si permise un sorriso, non compresi se di soddisfazione o di compatimento.

"Prima di entrare nei particolari, voglio avvertirla che si tratta di un lavoro che comporta alcuni rischi. Rischi seri, per la sua salute e, forse, per la sua stessa vita. Se non se la sente di correrli è ancora in tempo a ritirarsi. Dopo non potrà più farlo."

Annuii.

"Ho rischiato la vita decine di volte. Quando si entra non si sa mai se se ne verrà fuori. So come vanno queste cose. Non ho intenzione di tirarmi indietro."

"Bene. Sapevo di poter contare sulla sua collaborazione. In effetti, se devo essere sincero lei è una delle nostre ultime speranze."

Mi fissò negli occhi e, per qualche strano motivo, mi sentii obbligato a distogliere lo sguardo.

"Il lavoro è abbastanza semplice. Si tratta di interfacciarsi con una macchina intelligente (un robot, per la precisione) e prenderne il controllo per un breve periodo di tempo."

Tacque, osservandomi ansioso.

"Tutto qui? Non vedo dove stiano i rischi. È un lavoro che qualsiasi principiante potrebbe fare."

Jerry Scotti sorrise.

"Le cose sono un po’ più complicate di quel che sembra a prima vista. C’è un primo problema che è dato dalla distanza. Quel robot si trova molto più lontano di quanto lei possa immaginare."

"In orbita attorno alla Terra?" indagai, incuriosito. Lui negò con il capo. "Sulla Luna?"

"Un po’ più lontano. Su Marte. Il primo rischio è appunto questo. Le comunicazioni elettroniche non sono istantanee e un piccolo ritardo nella reazione può portare a conseguenze disastrose."

Annuii. Sarebbe stato un po’ più difficile di quanto avevo creduto. Forse i centomila crediti erano un’offerta adeguata.

"Ma c’è un altro pericolo. A dire il vero, è quello che ci preoccupa maggiormente. Sembra ci sia qualcosa che distrugge le nostre macchine. Alcune linee di produzione sono saltate e nonostante continue riparazioni non riusciamo a rimetterle in funzione."

Scosse il capo, contrariato.

"Siamo già in ritardo con parecchie consegne. I clienti stanno iniziando a innervosirsi, se non risolviamo alla svelta il problema potremmo subire un grosso danno economico. Purtroppo le IA che gestiscono i cantieri non riescono a individuare le origini dei guasti. In questo caso l’unica cosa da fare è mandare qualcuno sul luogo. Ovviamente non possiamo mandarlo di persona, i costi sarebbero insostenibili. Di conseguenza abbiamo optato per un interfacciamento uomo–macchina. Un occhio umano vede sempre più cose di uno meccanico."

Riflettei su cosa mi convenisse fare. La faccenda cominciava a non piacermi molto, ma ormai avevo dato la mia parola e non potevo tirarmi indietro.

"OK" dissi "Dovrò studiare qualche strategia difensiva particolare. Mi servirà un po’ più di tempo."

Jerry Scotti scosse il capo.

"È proprio quello che ci manca" disse "Il tempo."

Lo fissai, cercando di capire dove volesse parare.

"Non pretenderà mica che mi metta subito al lavoro?" chiesi, preoccupato.

Lui guardò l’orologio, lanciò un’occhiata ad Alfio, poi rispose:

"Non subito. Abbiamo qualche ora prima che si apra una finestra. Lei può cominciare a prendere confidenza con il sistema."

Cristo, pensai, Non mi danno neanche il tempo di avere paura.

Cercai di fare buon viso a cattivo gioco, annuii e dissi:

"Bene. Vediamolo, questo sistema."

Lei ha un modo molto pittoresco di raccontare le cose. Vorremmo tuttavia farle presente che il tempo a nostra disposizione è limitato. Le consiglieremmo pertanto di essere più conciso e di riferire solo i fatti attinenti all’inchiesta.

Ci restano solo trenta secondi. Stiamo quindi per sospendere la seduta. Riceverà i verbali in forma elettronica al più tardi entro trentasei ore. È suo diritto verificarne il contenuto ed, eventualmente, richiedere le modifiche che riterrà necessarie.

Questo è tutto, per il momento.

Click.

(Silenzio).

(Fruscii e scariche di energia statica).

(Un grillo mi sta strisciando sulla pelle).

(Cerco di gridare, ma non ho più voce).

(Correnti di rabbia mi attraversano da parte a parte).

(Vorrei schiacciare il grillo con un pugno, ma non ho più mani).

(Non ho più braccia).

(Il grillo lascia una striscia di bava sul mio corpo).

(Fatelo andare via).

(Liberatemi da lui).

(Ancora silenzio).

(Il vento mi butta addosso manciate di sabbia).

(Fatelo smettere).

(Liberatemi da lui).

(Sto male).

Click.

Le comunichiamo che la finestra odierna è di trentacinque minuti. Ha quindi abbastanza tempo per riferire tutti i fatti che abbiano rilevanza per l’inchiesta.

Dov’ero arrivato?

(Silenzio).

(Fruscii e scariche di energia statica).

(Ancora silenzio).

A quanto pare non ha riletto i verbali. Ci stava parlando di quando prese contatto con il sistema.

Ah, già. Il robot–server remoto.

Una bella macchina, credetemi. Un vero gioiellino. Era la prima volta che mi interfacciavo con un sistema di quel tipo, e mi ci vollero pochi minuti per impadronirmi dei comandi di base. A dire il vero, era quasi tutto automatico. C’erano così tante funzionalità da far girare la testa.

Comunque, dopo aver preso confidenza mi riposai un paio d’ore. Verso le tre di notte Alfio mi chiamò e mi disse di tenermi pronto.

Mi interfacciai. Avviai la procedura di collegamento. Nulla. Rimasi nel vuoto per un periodo assurdamente lungo. Dominai a stento il panico. Sapevo, per esperienza, che era normale un periodo di addestramento del sistema ospite per adeguare i tempi di reazione al metabolismo umano, ed ero quindi certo che presto o tardi il collegamento si sarebbe attivato. Tuttavia non potei fare a meno di provare una paura tremenda, al pensiero di quel che sarebbe successo se qualcosa fosse andato storto.

Alla fine, fortunatamente, le procedure di collegamento furono completate e mi ritrovai in una specie di hangar sotterraneo, buio e polveroso, all’interno del quale potei scorgere una decina di enormi macchinari dall’aspetto stupido. Ruotai i visori tutt’intorno, ma non scorsi altre presenze.

Decisi di testare il sistema di guida. Sulle prime feci parecchi pasticci: la risposta non era immediata, così mi capitava spesso di ripetere il medesimo comando più volte, con esiti disastrosi. Dopo una decina di minuti di tentativi, però, riuscii a ottenere una buona padronanza del mezzo, e potei così dare il via a una prima esplorazione all’esterno.

Uscii dall’hangar per mezzo di un elevatore (c’era una procedura automatica per attivarlo) e mi guardai attorno: per quanto Jerry Scotti me lo avesse spiegato, fui tentato di non credere ai miei occhi. Mi trovavo davvero su Marte!

Tuttavia era un Marte ben diverso da come mi aspettavo: non so se per una particolare taratura dei visori o per chissà quale altra ragione, il terreno aveva un colore molto chiaro, quasi giallo, anziché il rossiccio che avevo visto nelle fotografie; e il cielo era di un rosa pallido che sfumava ai limiti del campo visivo in viola chiaro.

Mi trovavo su di una collina che dominava una vasta depressione, e la cosa che mi colpì maggiormente fu il brulicare di attività che si scorgeva nella valle. Sembrava di stare a Milano in un giorno di lavoro, con la differenza che lì non c’erano grattacieli, ma solo basse costruzioni dal tetto piatto e che la scena si svolgeva in un silenzio irreale. Controllai di aver attivato i percettori auditivi. Erano OK, come tutto il resto.

Decisi di avvicinarmi, ma prima di farlo studiai brevemente la situazione: c’erano almeno tre agglomerati, collegati l’uno all’altro da file di monorotaie parallele. All’interno degli agglomerati una quantità spaventosa di macchine delle più varie dimensioni si muoveva freneticamente e in un modo così caotico da far temere uno scontro a ogni istante. Le macchine, però, riuscivano sempre a evitarsi, non c’erano mai incidenti a rallentare il loro andirivieni.

Cercai di individuare strade o vie d’accesso, ma non ne vidi. Tutto ciò che notai fu una specie di vialetto pavimentato in cemento attorno a uno degli agglomerati, ma era troppo lontano per raggiungerlo in tempo utile.

Iniziai a discendere la collina. La cosa si rivelò più complicata di quanto pensassi. Impiegai parecchi minuti, rischiando più di una volta di capovolgermi (probabilmente non avrebbe causato nessun danno serio, ma non volevo perdere del tempo per capire come diavolo uscire da quella situazione).

Quando fui sulla pianura presi a dirigermi verso l’agglomerato più vicino. Notai, ma senza prestarvi soverchia attenzione, alcuni strani macchinari (piccoli e tondeggianti, con due luci che somigliavano a degli occhi nell’emisfero superiore) che se ne stavano al riparo di una grossa roccia e lampeggiavano sinistramente.

Percorsi un buon tratto, a occhio e croce almeno un paio di chilometri, poi, quando già stavo raggiungendo le prime macchine, di colpo il collegamento si interruppe.

Rimasi per alcuni secondi interdetto, senza capire bene cosa fosse successo. Avevo l’impressione di essere ancora su Marte, ma era come se fossi diventato cieco e sordo.

Qualcuno mi scosse per una spalla. Aprii gli occhi e mi trovai a fissare il volto di Jerry Scotti chino su di me. Aveva un’espressione ansiosa, impaziente.

"Allora?" mi chiese "Com’è andata? Ha scoperto qualcosa?"

Gli raccontai ciò che avevo visto. Parve contrariato. Si voltò imprecando a bassa voce e ordinò qualcosa con lo sguardo a una persona che stava alle mie spalle.

"Cazzo" disse dopo un lungo silenzio nervoso "Io le pago una cifra iperbolica e lei tutto quel che sa fare è andarsene a spasso fra le mie fabbriche."

"Dovevo imparare a guidarlo" cercai di spiegargli, augurandomi che bastasse come giustificazione "Crede che sia facile?"

Mi voltò le spalle, scuro in volto. Sperai di non averlo urtato. Non volevo perdere quel lavoro. Quei soldi mi facevano comodo, ma soprattutto… Per tornare su Marte sarei stato disposto a farlo gratis.

Lui scosse il capo, con espressione amareggiata. Si accese una sigaretta e rimase a fumare in silenzio per qualche minuto. Poi guardò l’orologio e parve riscuotersi.

"Vada a riposarsi" mi disse "Alfio le mostrerà la sua stanza."

Esitò, come se non fosse sicuro di cosa fare.

"La prossima finestra c’è fra diciotto ore. Forse facciamo ancora in tempo."

Per oggi può bastare. Abbiamo ancora poco più di un minuto, e il suo avvocato ha una comunicazione urgente da farle.

(Silenzio).

(Bisbigli remoti).

(Uno schiocco secco seguito da un colpo di tosse).

Ascolti. C’è un piccolo problema. In banca non accettano la sua dichiarazione registrata. Pretendono un documento scritto, o almeno un codice di accredito siglato con la sua password. Lei capisce, io ho già sostenuto parecchie spese. Non è che non mi fidi, ma vorrei rientrare almeno di quelle. Per l’onorario è tutto un altro discorso, possiamo anche stabilire un pagamento dilazionato, ma le spese urgen

(Click).

(Fruscii strani).

(Un fischio modulato che sembra una melodia dodecafonica).

(Ho la pelle piena di sabbia).

(Sta penetrando nei pori).

(Aiuto).

(Aiuto).

(Bastardi).

(Mi hanno lasciato solo).

(Fate smettere quella dannata musica).

(Fatela smettere, vi dico).

(Silenzio, finalmente).

(Un silenzio lunghissimo, esagerato).

(Mi avete lasciato solo, bastardi).

(Mi hanno lasciato solo).

(Bastardi).

(Chiamatemi).

(Cosa aspettate).

(Chiamatemi).

(Bastardi).

(Figli di puttana).

(...)

(Figli di puttana).

(Bastardi).

Vorremmo pregarla di usare un linguaggio più rispettoso. Sono trenta secondi che siamo in collegamento, e da trenta secondi lei ci sta insultando. Potremmo deferirla per oltraggio.

(Silenzio nervoso).

Scusate. Non mi ero accorto del collegamento. Ero soprappensiero.

Mi sento molto solo, capite. Il silenzio mi uccide. Non è un silenzio normale. Ci sono dentro tanti suoni assurdi, che non si è mai sicuri di aver sentito realmente…

D’accordo, non la faccia troppo lunga. La avverto che vogliamo completare la sua deposizione entro oggi. Ha circa mezz’ora di tempo. Cerchi di essere conciso.

Non è che si possa raccontare tanto in mezz’ora. Vedrò di farci stare almeno le cose più importanti.

Dunque, tralasciando tutto il resto veniamo a quando mi ricollegai. Mi ero riposato bene, avevo mangiato abbondantemente e discusso a lungo con Alfio. Questo Alfio qui, tra l’altro, era molto meno primitivo di quanto sembrasse a prima vista. Aveva una certa cultura, e un gran senso dell’umorismo. Mi raccontò…

OK, sto divagando. Torniamo al punto.

Quando mi ricollegai mi aspettavo di ritrovare la macchina (voglio dire, il server remoto) nello stesso posto dove l’avevo lasciato, cioè dov’ero arrivato nel momento in cui si era interrotto il primo collegamento. Mi sbagliavo.

Scoprii di trovarmi in un luogo chiuso (un edificio, forse, o una grotta naturale), illuminato da un fioco chiarore giallastro. Feci per guardarmi attorno, ma mi bloccai quando sentii delle voci alle mie spalle.

"L’abbiamo trovato qui fuori che curiosava" disse una voce acuta, quasi in falsetto.

"L’avete disattivato voi?" un’altra voce, ancora più acuta.

"Si è disattivato da solo. Aspetta un momento."

Rumore di passi in avvicinamento.

"Ehi, si è riattivato!"

La mia prima reazione fu di sgomento. Tutto mi sarei aspettato, tranne che trovare delle persone in quel luogo. Delle persone vive lì su Marte, che per giunta parlavano.

Cercai disperatamente di trovare una linea d’azione. Decisi che la cosa migliore da fare era mostrarsi amichevole. Bene, mi dissi, non farti prendere dal panico. Spiegagli chi sei, e vedrai non ti faranno niente di male.

C’era un piccolo problema: quella dannata macchina era sprovvista di organi fonatori. Esaminai tutti i comandi disponibili. Non c’era nulla del genere.

Pazzesco. Dico, tutti i sensi umani erano perfettamente simulati, con addirittura qualche miglioramento (il tatto, ad esempio, era qualcosa di impagabile: potevo sentire la consistenza di ogni singolo granello di sabbia marziana, percepirne persino le irregolarità nella conformazione). Per qualche ragione inspiegabile, però, i progettisti avevano omesso di dotare quella macchina della parola.

Questo, come capirete, complicava tutto. E oserei dire che è la causa principale delle cose spiacevoli successe in seguito.

Perdoni l’interruzione. Lei afferma di aver visto delle persone su Marte. Ora, tutti sanno che Marte non ha un’atmosfera respirabile. Se ne desume che quelle persone dovevano indossare qualche tipo di tuta spaziale. Dal modello di questa tuta non dovrebbe essere difficile risalire all’organizzazione a cui appartenevano.

(Silenzio imbarazzato).

Ecco, il fatto è che non indossavano assolutamente nulla. Erano nudi, per quello che posso ricordare. A parte dei pantaloncini da lavoro.

Mi rendo conto che possa sembrare assurdo, ma è così che li vidi.

Quando uno dei due mi prese e mi sollevò (sentii persino il contatto con le sue braccia, il calore umido della sua pelle) decisi che era meglio filarmela. Feci per scollegarmi, ma con mia grande sorpresa non ci riuscii. La macchina non rispondeva più ai comandi.

Tentai di dominare il panico. Forse, mi dissi, quei due non avevano intenzioni cattive. Decisi di rimanere in stand–by, in attesa degli eventi.

Lo so che sembra sciocco, ma non pensai nemmeno per un istante che sarebbe bastato ordinare al mio corpo sulla Terra di staccare la spina. Per qualche strana ragione, la piega inattesa degli eventi mi aveva come paralizzato la mente, e quando alla fine ci pensai era troppo tardi.

Dunque: quello che mi aveva afferrato iniziò ad armeggiare sulla scatola esterna del robot. Le sue mani mi provocavano una specie di prurito, niente affatto piacevole. A un certo punto sentii qualcosa che cedeva, e fu allora che cominciai ad avere paura. Paura. Una fottuta paura.

OK, so che sembra impossibile, ma provai la stessa sensazione che provavo da bambino quando il dottore mi spogliava per visitarmi. Imbarazzo. Ero nudo, capite? Nudo.

Bene. Il brutto comincia adesso.

L’individuo che mi aveva aperto si mise a borbottare con voce eccitata:

"Ehi, ma qui ce n’è un altro!"

"Un altro cosa?" gli chiese il compare.

"Adesso lo scopriremo."

Che stessero riferendosi a me (a me inteso come persona, voglio dire, al Klaus Kinsky della Terra) lo compresi solo più tardi. Sul momento mi limitai ad accettare quella fastidiosa intrusione nell’intimità della macchina, augurandomi che finisse al più presto.

Poi tutto si spense di colpo. Rimasi nel vuoto, privo di sensi e di percezioni, per un periodo di tempo che non sono in grado di determinare. Quando tornai a sentire, la frittata era fatta.

Il server remoto stava là, a pochi metri da me, immobile e sventrato. Tutte le interfacce erano state scollegate, e quella principale addirittura smontata.

Impiegai alcuni secondi per registrare la situazione. Ero in un’altra macchina. Mi avevano collegato a un’altra macchina, capite? Una loro fottutissima macchina, che non ero in grado di controllare.

E a quel punto, naturalmente, iniziarono a interrogarmi. O forse sarebbe meglio dire: a leggermi. Nemmeno la loro macchina poteva parlare, infatti, ma loro riuscivano a ottenere le informazioni in qualche altro modo. Scoprirono un sacco di cose, credo, perché li sentii esclamare in continuazione: "Guarda qui", e "Questa poi…" e altre cose del genere.

Alla fine, dopo aver discusso un po’ tra di loro, mi scollegarono dalla loro macchina e mi ricollegarono al robot di Jerry Scotti. Stranamente, però, il sistema non rispondeva più ai miei comandi. Doveva essersi guastato qualche componente.

Poco male, pensai, Fra un po’ dovrebbe chiudersi la finestra. Il collegamento si interromperà automaticamente.

Mi sbagliavo. La finestra si era già chiusa. Da svariate ore. Lo venni a sapere solo il giorno dopo, quando fu approntato il collegamento d’emergenza che stiamo ancora utilizzando.

Raccontai a Jerry Scotti quello che mi era successo, e lui non parve molto contento. Mi spiegò che erano ormai convinti di avermi perduto per sempre. Il mio corpo giaceva immobile e non reagiva agli stimoli. Doveva essere partito il microchip dell’interfaccia neurale, mi disse.

Un bel guaio, capite. Mi credevano morto. E stentavano a credere che fossi proprio io, Klaus Kinsky di Carate Brianza, quello che rispondeva dalla superficie di Marte.

Gli chiesi di fare qualcosa per me, di mandare qualcuno a riparare questo dannato sistema e di farmi tornare nel mio corpo, e sapete cosa mi rispose?

Di andare al diavolo.

Che non credeva che fossi veramente Kinsky.

"Sei solo una macchina che ha duplicato la personalità di Kinsky" mi disse "E ora si crede lui."

La verità è che così lui risparmiava centomila crediti.

"E il mio corpo?", gli chiesi.

"Non preoccuparti" rispose "Lo terremo in fresco fino al tuo ritorno…"

E chiuse il collegamento con un risata.

Ecco, questa più o meno è la storia.

Io non pretendo vendette. Voglio solo giustizia. Jerry Scotti deve mandare qualcuno qui su Marte a prelevarmi. Deve far sostituire il microchip neurale e tirarmi fuori di qui. Non voglio vivere il resto dei miei giorni in questa macchina guasta.

Lo capite? Chiedo solo giustizia. Che Jerry Scotti sia condannato a…

D’accordo. Il tempo a nostra disposizione è quasi finito. La sua testimonianza è stata preziosa. Ora ci ritireremo in camera di consiglio per deliberare.

(Click).

(Maledizione).

(Se ne sono andati).

(Si sono scollegati).

(Speriamo che decidano alla svelta).

(Non possono darmi torto).

(Sarebbero dei bastardi).

(Dei vigliacchi).

(Ma lui ha i soldi).

(Centomila crediti).

(Risparmiati).

(Ventimila crediti a giudice).

(Una bella somma).

(Bastardi).

(Non voglio restare qui per sempre).

(Fate qualcosa).

(Qualunque cosa).

(Basta che decidiate alla svelta).

(Di nuovo la melodia dodecafonica).

(Lunghissima).

(Interminabile).

(È un messaggio).

(Provo a decifrarlo).
 
 

Packed file (sentenza.kinsky.vs.jscotti.tribmilano.cis.1)

(contents:)

Estratto della sentenza emessa in data (omissis) dal tribunale di Milano (Repubblica Cisalpina) relativa alla causa intentata dall’avv. Filippo Guidi a nome del sig. Claudio Cecchi (alias Klaus Kinsky) contro il dott. Geraldo Scotti tendente a ottenere risarcimento dei danni e ripristino di beni primari deteriorati a seguito di condotta colposa del dott. Geraldo Scotti e di suoi dipendenti o sottoposti

IL TRIBUNALE, preso atto delle dichiarazioni giurate rilasciate dal dott. Geraldo Scotti e dal sig. Alfio Taragni, nonché della testimonianza ottenuta per via elettronica dalla entità informatica residente sul pianeta Marte (di proprietà del dott. Geraldo Scotti) che si autoproclama Claudio Cecchi.

CONSIDERATE le notevoli inesattezze riscontrate nella esposizione dei fatti, nonché le numerose incongruenze concettuali e fattuali che rendono poco verosimile la testimonianza della summenzionata entità informatica.

DECRETA non esservi prova alcuna che la summenzionata entità informatica residente sul pianeta Marte rappresenti la personalità autentica del sig. Claudio Cecchi, in ragione della presumibile impossibilità per detta personalità di poter esistere in mancanza di un collegamento stabile con il corpo fisico del predetto sig. Claudio Cecchi.

RILEVA esservi indubbiamente stato un danneggiamento fisico di beni o effetti primari subito dal sig. Claudio Cecchi originato dalla mansione da esso svolta per conto e su incarico del dott. Geraldo Scotti.

CONDANNA il dott. Geraldo Scotti al pagamento delle spese di conservazione del corpo del sig. Claudio Cecchi presso un Istituto Specializzato per un periodo minimo di dieci anni o, in alternativa, alla sostituzione a proprie spese dei componenti hardware innestati nel corpo del sig. Claudio Cecchi danneggiati nell’espletamento dell’incarico da esso svolto.

CONDANNA inoltre il sig. Claudio Cecchi, o i suoi eredi legali, al pagamento delle spese processuali quantificate in mille crediti.

Per il Tribunale di Milano: Sost. Proc. Luigi De Filippo

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© Claudio Tinivella 1998
apparso su
Baliset n°9

Altre risorse  

Claudio Tinivella LA CITTÀ ASSEDIATA e altre storie cattive - indice


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