DOVE BUIA E' LA NOTTE
Claudio Tinivella
  Si è appena levato Soffiocaldo, il vento che precede l’arrossamento della terra. La penombra è ormai quasi scomparsa dietro l’orizzonte, l’aria si è fatta così secca da rendere doloroso il respiro. Ho atteso fino all’ultimo che a Mjara tornassero le forze, ma ormai non abbiamo più molto tempo: fra poco l’Inferno sarà qui, ad abbrustolire coi suoi fiati roventi tutto ciò che incontra sulla sua strada, e non possiamo rimanere più a lungo.

Mi avvicino alla mia compagna, che se ne sta seduta appoggiata a un masso e ansima piano. Raccolgo il sacco con le sementi, la stuoia e le mie poche cose e me lo metto in spalla, poi mi accovaccio accanto a lei e le dico:

"Vieni, è ora di andare."

Lei alza il viso e mi guarda negli occhi. Scuote il capo.

"Vai tu" mi dice "Io non ce la faccio."

Fa fatica a parlare, lo vedo, e le forze le bastano appena per respirare il suo pesante respiro, eppure non riesco a rassegnarmi, ad accettare il suo atteggiamento di resa. Mi chino su di lei e le accarezzo i capelli, con delicatezza.

"Non puoi arrenderti così" le dico, nella speranza di farla reagire "Devi sforzarti. Non ci vuole molto, lo sai, basta che ti alzi. Appoggiati a me, se vuoi, ti sosterrò finché ne avrai bisogno. La Zona Fertile non è lontana, in poche ore possiamo raggiungerla."

Ma lei continua a scuotere il capo. Ha gli occhi chiusi, adesso, e respira con la bocca aperta.

"Mjara" le dico "Come puoi pretendere che me ne vada senza di te? Hai forse dimenticato cos’è stata la nostra vita? Noi due abbiamo sempre camminato fianco a fianco. Le mie sementi e le tue si sono mescolate per sfamare i nostri figli, e quando uno di noi ha avuto bisogno di qualcuno che lo aiutasse nella raccolta ha sempre trovato l’altro…"

"Fa caldo" mi interrompe Mjara, con una voce che stento a riconoscere "Vai via, prima che sia troppo tardi!"

È vero. Il calore è divenuto quasi insopportabile, ormai, e la terra attorno a noi sta già cambiando colore. Devo andare, lo so, eppure non riesco ad abbandonare la compagna della mia vita, a lasciarla qui a morire nell’Inferno.

Ma ormai non c’è nulla da fare. Con la mente in fiamme mi rimetto in piedi e inizio rapidamente a inseguire la penombra.
 
 

Ho dovuto camminare a lungo, molto più a lungo di quanto mi sia mai capitato, prima di incontrare i primi accampamenti. Tutte le terre sono già state seminate, e in alcune il Cibo sta già germogliando, ma ciò non ha la minima importanza per me.

Per tutto il tempo in cui ho camminato ho pensato in continuazione a Mjara. Nella mente mi si affollavano le immagini delle mille giornate trascorse insieme a lei, delle mille semine, dei mille raccolti. La rivedo curva in avanti camminare con un figlio sulla schiena, sempre un poco innanzi a me, per dimostrare che non sentiva la fatica.

E adesso lei è là, nel calore indescrivibile dell’Inferno, e del suo corpo non rimarranno che poche ossa calcificate.

Il dolore che provo è insostenibile, non esiste nulla al mondo più grande di questo sentimento. Accanto a me trascorrono i campi dove le famiglie si godono il consueto riposo quotidiano, e vi sono ancora terre libere su cui potrei accamparmi, se lo volessi. Ma tutto ciò che voglio adesso è camminare, allontanarmi dai miei simili, isolarmi con i miei ricordi.

La stanchezza è una compagna leggera, in confronto al peso che porto nel cuore; camminare assieme a lei non mi è fatica.
 
 

Sono al centro della notte, adesso, circondato dal buio. Sulla pelle mi si è andata formando una sostanza traslucida, scivolosa al tatto. Sento freddo in tutto il corpo, un freddo tale che mi fa rimpiangere le vampate di Soffiocaldo. In tutta la mia vita non ho mai provato un freddo così intenso.

Sento le membra che mi si irrigidiscono. Ogni movimento, anche il più piccolo, mi costa uno sforzo immane. Che sia questa la Morte Fredda di cui parlano le antiche leggende?

È strano. Mi tornano alla mente le raccomandazioni dei genitori, quando ero piccolo. "Non andare dove la terra scricchiola. Non disturbare gli spiriti del buio".

Cerco di sorridere, e forse ci riesco. Sono molti anni, ormai, che non credo più agli spiriti.

Mi guardo alle spalle, a fatica: la penombra è ancora lontana, si intravede appena un chiarore rosato dietro alla curvatura del terreno. Nessun suono giunge fin qui. Sono solo nel cuore della notte, isolato, troppo lontano per chiamare aiuto.

Forse, mi dico, posso farcela. Posso tornare. Anche se per il Cibo è troppo tardi (il terreno starà già dando gli ultimi frutti). Pazienza. Digiunerò. Digiunerò in memoria di Mjara.

Mi volto e tento di incamminarmi: le gambe non riescono a muoversi, sembrano fatte di roccia. Mi porto le mani alle labbra e soffio per riscaldarle, ma non avverto alcun beneficio. È come se non fossero più le mie mani, ma quelle di qualcun altro.

Getto un’ultima occhiata al lontano crepuscolo che (ormai lo so) arriverà troppo tardi. In lontananza, ai limiti del mio campo visivo, colgo un guizzo improvviso. Mi sembra di udire delle voci.

La morsa che mi stringe il cuore è più gelida della morte.
 
 

"E questo cosa cazzo ci fa qui?"

"Deve essersi perso."

"Strano. Oltretutto sembra anche piuttosto anziano."

"Certo che ne ha fatta di strada."

"Già. Deve aver camminato per delle ore."

"Vieni a darmi una mano. ‘Sto cazzo di robot si è incriccato di nuovo."

"Sarà il termoregolatore. L’hanno appena sostituito quelli della squadra B."

"Ah, questo spiega tutto. Senti, non puoi darci un’occhiata tu?"

"Arrivo. Un attimo solo. Certo però che ha un colore…"

"Cosa?"

"La pelle. È tutta blu. Ho paura che stia per crepare."

"E cosa te ne frega? Tanto è un vecchio. Fosse stata una ragazza giovane, magari, un posto in cabina potevamo trovarglielo…"

"Sempre a pensare a quello."

"Non stare a farmi il moralista. Te la sei spassata anche tu, con quella biondina. O non ti ricordi?"

"Lascia perdere. Non mi va di parlarne. E ad ogni modo non è andata come tu pensi."

"Ah, no? Era un tipo speciale fino a quel punto?"

"Piantala, ti ho detto."

"OK. Intanto, perché non vieni a darmi una mano?"

"Senti, io lo riporto indietro."

"Cosa? Ah, quello. Sei proprio fissato."

"Non possiamo lasciarlo qui. Dobbiamo fare qualcosa per aiutarlo."

"Lascia stare. Uno in più o uno in meno, che differenza fa? La popolazione è in costante aumento, hai visto gli ultimi dati. Le cose vanno meglio del previsto. E in ogni caso non dobbiamo immischiarci."

"Non mi va di lasciarlo morire."

"Ascolta, non è per voler fare il rompiscatole a tutti i costi, ma ti faccio presente che ci sono alcune tonnellate di concime da scaricare, abbiamo il robot in panne e ci resta sì e no un paio d’ore per finire il lavoro. Non ti sembra il caso di darti una mossa?"

"Aspetta. In cabina devo avere una coperta termica. Se mi dài cinque minuti…"

"Uno dei tuoi famosi cinque minuti, vero? Senti, ti avverto che non ho intenzione di sciropparmi tutta questa sfacchinata da solo."

"OK. Adesso piantala. Ti prometto che al prossimo turno farò tre quarti del lavoro da solo."

"Questa la registro. Ti giuro che la registro. E se appena provi a lamentarti…"

"Ti prometto che non mi lamenterò."
 
 

Il grido acuto di un owk mi desta di soprassalto. Mi guardo attorno: il tenue chiarore della quasi–notte mi circonda. Mi sento tutto rotto, con un dolore sordo alla base del cranio. Per un istante mi chiedo dove sono, poi i ricordi riemergono in un lampo.

Il volto sofferente di Mjara, abbandonata nell’Inferno, mi fissa da una distanza incalcolabile, come chiedendomi ragione di qualche mancanza o disattenzione. Nella mente le chiedo perdono, senza sapere io stesso il perché.

Con un sospiro cerco di sollevarmi. Mi rendo conto di essere debolissimo. Sento freddo in tutte le membra, un freddo atroce e inspiegabile. E soprattutto ho una fame tremenda. Potrei divorare tutto il cibo di un giorno in pochi minuti.

Faccio per alzarmi, a fatica. Solo ora mi accorgo del pesante mantello che mi avvolge. Lo tocco con una mano: è fatto di una sostanza sconosciuta, scivolosa al tatto e soffice, molto soffice. Il lato interno è molto più caldo di quello esterno.

Da dove viene questo mantello? Frugo nella memoria. Recupero strani ricordi, frammenti di sogni, forse visioni, che non so bene a quando risalgano. Due esseri che danzano attorno a me e parlano tra di loro in una lingua che posso quasi capire. E tutto attorno il gelo della notte, i cristalli nel cielo e un silenzio assoluto.

Forse sono morto, mi dico. Il gelo della notte mi ha ucciso e ora sono nell’aldilà, nel mondo di passaggio. Comincio a sentirmi triste per me stesso, quando nuovamente odo il richiamo di un owk. Alzo lo sguardo: è il primo uccello dell’alba, ma già in distanza altri suoi simili stanno volteggiando nel cielo che schiarisce. Già si intravedono le prime persone in movimento. Fra poco qualcuno arriverà fin qui, pianterà la sua tenda e seminerà il Cibo. Tanto vale precederli.

Raccolgo le mie cose, a fatica. Ogni movimento mi costa un dolore atroce. Le braccia e le gambe crocchiano come volessero spezzarsi, ma dopo un po’ il dolore si attenua e posso muovermi con più agio. Trovo una zona fertile e per prima cosa semino il Cibo. Mancano ancora alcune ore alla levata del sole, ma se la sorte mi assiste potrò effettuare il raccolto con un buon anticipo. Allora mi ritirerò nella mia tenda, mangerò e rifletterò su ciò che mi è successo. Recupererò le forze e deciderò cosa fare.

La notte non è troppo lontana e sento che se volessi potrei raggiungerla di nuovo. Ma prima devo capire.
 
 

Sono di nuovo nella notte, lontano dai miei simili e dal tepore della Zona Fertile. Ho indossato un doppio strato di abiti, e sopra porto il mantello donatomi dagli Spiriti della Notte.

Ho riflettuto a lungo sui due esseri che mi hanno salvato la vita e l’unica conclusione logica mi sembra appunto questa: che fossero spiriti. Non potevano essere uomini, sarebbero morti di freddo; e non potevano essere demoni, perché i demoni non aiutano le persone in difficoltà.

Erano dunque spiriti, e mi hanno dato un segno tangibile della loro benevolenza. Di ciò non cesserò mai di ringraziarli. Ed è proprio per questo che sono tornato nella notte: per incontrarli di nuovo e far loro capire che sarò riconoscente in eterno.

Il mantello mi riscalda, non abbastanza da allontanare gli artigli del gelo, ma a sufficienza per permettermi di rimanere sveglio e cosciente, in attesa dell’evento.

Trascorrono ore silenziose. La vasta distesa deserta è punteggiata di cristalli che sembrano riflettere quelli, più luminosi, del cielo. Non si scorge il minimo movimento. Il silenzio è pesante come un castigo immeritato.

Osservo nel cielo i cristalli che splendono, immobili e freddi. Mi sono spesso chiesto quale sia la loro origine, fin dalla più tenera età. Quante volte Mjara mi ha rimproverato, scoprendomi intento a fissare il cielo quando c’erano lavori urgenti da svolgere? Nemmeno a lei ho mai raccontato le mie fantasticherie, le idee assurde che mi passavano per la mente quando lasciavo andare l’immaginazione, e ora che vorrei farlo non mi è più possibile.

Di colpo mi sembra di cogliere un movimento nella volta del cielo. Osservo attentamente e noto un cristallo (un po’ più grande e luminoso degli altri) che sembra spostarsi. Continuo a osservarlo: il moto è costante, ma netto; si sta spostando in direzione del crepuscolo.

Il cuore prende a battermi furiosamente. Forse sono loro, mi dico. Gli Spiriti della Notte che stanno scendendo per incontrarmi.

Continuo a seguire lo spostamento. Il cristallo si allontana sempre di più e dopo un po’ è così piccolo da diventare quasi invisibile. Deluso, attendo ancora in silenzio, mentre la stanchezza si impadronisce dei miei pensieri e il sonno mi annebbia gli occhi.

Tornerò di nuovo, mi dico, appena prima di scivolare nel sonno. Tornerò ad aspettarli, e quando verranno li incontrerò. Saranno felici di vedere che ho ancora il loro mantello.
 
 

"Ehi, ma è ancora qui!"

"Cosa diavolo stai blaterando?"

"Quel vecchio. È ancora qui."

"Ma dài, stai mica scherzando?"

"È lui, ti dico. Ha ancora la mia coperta."

"Non è possibile. Fammi vedere. Hm, interessante. Sembra proprio lui."

"È lui di sicuro."

"Si vede che ci ha provato gusto. Deve essere un po’ schizzato."

"Dici? Secondo me è venuto fin qui per aspettarci."

"Piantala di dire stronzate. Piuttosto, dammi una mano con questo aggeggio. Non riesco a farlo andare su di giri."

"Per forza! Se non colleghi l’alimentatore come vuoi che faccia a salire di pressione?"

"OK, non stare a farmi troppe prediche. Mi sono distratto un attimo. Colpa di quel tuo amico lì."

"Secondo te ci può sentire?"

"In questo momento credo proprio di no. O sta dormendo alla grande, oppure è già andato."

"Fammi vedere. No, respira ancora."

"Quanti anni avrà?"

"Dei nostri? Oh, non può avere più di vent’anni. Si consumano presto, in questo schifo di pianeta."

"Ci sono posti peggiori."

"Già. L’inferno, per esempio."

"Non è che sull’astronave si stia benissimo. Specie quando il Capo si infuria."

"Be’, almeno lì hai un riparo sicuro. Non devi correre tutti i giorni per non farti arrostire."

"E poi c’è sempre la speranza di tornare a casa, prima o poi. Anche questo è vero."

"Casa, già. Se ripenso a casa divento sentimentale. Illanguidisco tutto."

"Non fare lo scemo. Hai finito con quel coso lì?"

"È un’ora che ho finito. Sto aspettando solo il tuo segnale."

"OK, non innervosirti. Va tutto bene. Non è il caso di scaldarti."

"A me sembra di sì. Col freddo che fa qui…"

"Eh eh, che ne dici? Facciamo in tempo a farci un bicchierino?"

"Abbiamo una mezz’oretta. Se ci stiamo attenti…"

"Di’, e se portassimo con noi il coso lì?"

"Chi, il vecchio?"

"Dài, lo facciamo sbronzare anche lui."

"E se ci beccano?"

"Fregatene. E poi possiamo sempre dire che abbiamo cercato di salvarlo, no?"

"Sarebbe contro il regolamento."

"Al diavolo il regolamento! E poi, credi che non lo sappiano? Chissà quante volte è già capitato…"

"OK, ma stiamoci attenti. Non voglio beccarmi una punizione per una bravata. Ci fosse di mezzo una bella figliola, magari. Ma per uno stupido vecchio…"
 
 

Riapro gli occhi di colpo, sentendomi scuotere per le spalle. La luce abbagliante del sole mi circonda, e per un istante mi sento perso. Sono rimasto indietro, mi dico, e sto per essere arrostito dal calore dell’astro. Ma poi avverto un inconsueto tepore avvolgermi le membra, e allora capisco di essere in paradiso. Sono morto nel sonno, penso.

Mi guardo attorno sorpreso: sono in un ambiente luminoso, caldo, accogliente, dove persino l’aria è profumata. Però c’è qualcuno che continua a scuotermi, con una certa veemenza quasi dolorosa. Con uno sforzo concentro lo sguardo, e posso così vederlo: è uno degli spiriti della notte, lo riconosco. Quello che mi ha offerto il mantello che scalda.

Il cuore mi si ferma di colpo. Vedo che mi sta fissando, e qualcosa di simile a un sorriso gli si dipinge sul volto. Si accorge che lo sto osservando e si rialza. Dice qualcosa all’altro spirito che sta alle sue spalle. Ha una voce sommessa, ma grave. Le sue parole hanno echi straordinarie. Cerco di interpretarle, ma esse sfuggono alla mia comprensione.

Ed ecco che l’altro spirito mi si avvicina e mi offre una piccola tazza che contiene del liquido di uno strano colore. A gesti mi fa intendere che debbo berlo. Nell’atto di afferrare la tazza sfioro la sua mano, e sento un brivido percorrermi tutto il braccio.

Vedo che anche gli spiriti hanno una tazza simile a quella che mi hanno dato. Prima di bere, le alzano al di sopra delle teste e dicono qualcosa. Le loro parole hanno suoni vagamente familiari, ma il loro significato continua a sfuggirmi.

Ed ecco che, con un gesto improvviso, entrambi gli spiriti si portano la tazza alle labbra e bevono d’un colpo tutto il liquido. Sento di doverli imitare, e lo faccio.

La prima sensazione che provo è un bruciore terrificante alla lingua, e poi nella gola e più in giù, fino ai più profondi recessi del mio corpo. Ma è dopo, pochi secondi più tardi, che avviene la cosa più sconvolgente: un fuoco ardente si impadronisce delle mie viscere, cresce rapidamente e si espande fino alla mente. Sento caldo, un caldo piacevole e sconfinato. Mi sembra di sollevarmi dal suolo. Sono leggerissimo, ora, non peso più niente. La visione mi si sdoppia. Faccio per alzarmi e camminare, ma le gambe non mi reggono. Lentamente inizio a cadere in avanti. Odo un grido che mi sembra disperato, ma giunge da una distanza immensa. Continuo a cadere per un tempo indefinito. Cado e cado, per l’eternità.
 
 

Riapro gli occhi al tocco lieve di una mano femminile. China su di me è Ljasa, la mia ultima figlia. Mi osserva con sguardo spaventato, senza dire una parola. Dietro di lei occhieggiano le altre donne e i ragazzi della sua nuova famiglia.

"Ljasa" le dico, con uno sforzo enorme "Cos’è successo?"

Lei sorride, un sorriso stentato e faticoso.

"Dovresti spiegarcelo tu, Padre" risponde, con voce sommessa "Un uccello di fuoco è sceso poco distante dal nostro accampamento, e quando gli uomini si sono avvicinati per vedere ti hanno trovato lì, nel luogo dove si era posato."

Mi bagna la fronte con un fazzoletto, e intanto continua a scrutarmi preoccupata. Le altre donne si sono fatte più vicine, e già qualcuna di loro si affianca a Ljasa per prestarmi soccorso.

Le loro attenzioni mi seccano. Con un gesto del braccio cerco di allontanarle. Faccio per alzarmi. Un’ondata di nausea mi fa barcollare. Tutto quello che riesco a fare è mettermi seduto.

"Non è niente" dico, per tranquillizzare mia figlia "Adesso sto bene."

Ma vedo che Ljasa è tutt’altro che convinta.

"E la tua tenda?" mi chiede "Dove l’hai lasciata?"

Sorpreso, mi guardo attorno alla ricerca delle mie cose. Poco distante c’è la stuoia, e accanto il sacco con le sementi, ma della tenda non vi è traccia. Anche la coperta, il dono degli spiriti, è sparita.

Mi sento strano. Mi sembra di vivere in un sogno. Non capisco se ciò che mi circonda è reale o no. Ho un vago ricordo di avvenimenti incomprensibili, che forse ho solo sognato. La calda luce e l’aria profumata. Gli spiriti che mi offrono la bevanda infuocata, come segno di amicizia. Io che bevo e poi mi sento male. Devo averli offesi, mi dico. E loro mi hanno punito. Mi hanno riportato indietro.

Con un sospiro mi alzo in piedi. Mi gira la testa e le gambe quasi si piegano per lo sforzo di reggermi. Con passi incerti vado a raccogliere la stuoia e il sacco delle sementi. Sento su di me lo sguardo attento di mia figlia e delle altre donne. So cosa stanno pensando: che sono troppo vecchio per vivere senza tenda, e da solo. Che dovranno trovare qualcuno che badi a me.

Al diavolo, so benissimo cavarmela da solo. Non morirò certo di fame, e un riparo dal vento posso sempre trovarlo.

"Padre" la voce di Ljasa mi sorprende. È così vicina che quasi nel girarmi la investo. Cerco di sorriderle, ma non sono sicuro di riuscirci.

"Padre" ripete, prendendomi amorevolmente per un braccio "Vieni nella mia tenda a riposarti."

Il suo comportamento così protettivo quasi mi offende. Per un attimo sono tentato di andarmene, di dirle di lasciarmi in pace, ma poi incontro il suo sguardo, dolce, tenero, lo stesso sguardo di Mjara da giovane. Tutta la stanchezza delle ultime giornate mi cade addosso all’improvviso. Docilmente la seguo nella sua tenda.

Siamo solo noi due, seduti sulla stuoia che io stesso ricamai per il suo matrimonio. Mi offre una bevanda calda, che il mio stomaco accetta con riconoscenza. In bocca continuo a sentire un sapore sgradevole, acido. La nausea ritorna di tanto in tanto, a ondate sempre più lievi.

"Padre" mi dice Ljasa "Ti prego, dimmi cosa ti è successo."

La sua richiesta mi mette in imbarazzo. Rifletto un poco, prima di rispondere. Mi chiedo se posso raccontarle tutto quanto, ma intuisco che non mi crederebbe. Forse penserebbe che sono impazzito, che la morte di Mjara mi abbia fatto uscire di testa.

"Non credo che tu possa capire" le dico, controvoglia "E in ogni caso non mi va di parlarne."

Lei mi scruta con attenzione, quasi potesse leggermi nel cuore.

"Padre" sussurra, prendendomi una mano fra le sue "Io so cosa sono gli uccelli di fuoco. Anch’io li ho conosciuti, quando ero più giovane."

Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo.

"Spiegati meglio" le dico.

Lei abbassa il capo. Mi accorgo che è arrossita. Non riesco a comprendere le ragioni del suo imbarazzo. Attendo impaziente una risposta che tarda a venire.

"È successo ad alcune di noi. Perlopiù ragazze giovani, o appena maritate."

Mi guarda di sottecchi e tenta un sorriso.

"Non era mai capitato che prendessero un vecchio."

Continua a guardarmi, cercando una traccia di comprensione che evidentemente non trova. Alla fine sbuffa, mi lascia andare la mano e volge lo sguardo verso le solitudini della notte lontana.

"Non capisci?" mi chiede.

Scuoto il capo. Non capisco, no. Non voglio capire. Mi sembra troppo assurdo, troppo stupido.

"Ci riportavano indietro prima che il sole si completasse. In tempo per iniziare il trasferimento."

La guardo sbalordito. Comincio a intuire.

"Vuoi dire che…" le chiedo, ma non ho il coraggio di completare la frase.

Lei annuisce. Sembra triste, e allo stesso tempo sollevata.

"Alcuni di noi sono figli loro" dice, in tono sommesso "Anche se sembrano uguali agli altri."

"E nessuno dice niente?" Sono incredulo, non posso accettare quella nuova realtà di cui non avevo mai sospettato l’esistenza.

Ljasa sospira. Di colpo si è fatta lontana, come se stesse inseguendo sensazioni perdute da troppo tempo. La osservo in silenzio, cercando di riconoscerla: com’è diversa dalla bambina che voleva sempre aiutarmi nel raccolto e riusciva soltanto a impacciarmi…

Il silenzio si protrae, così a lungo che inizia a infastidirmi.

"Ljasa" le dico, per spezzarlo "Ci crederesti se ti dicessi che ho incontrato gli Spiriti della Notte?"

Lei si riscuote. Mi guarda con espressione interrogativa. Non dice nulla, ma capisco che è incuriosita. Allora le racconto tutto, dalla morte di Mjara (di cui non era al corrente, e che la addolora visibilmente) alla mia fuga nella notte, al salvataggio degli spiriti, e poi a quell’ultimo incontro, con la bevanda di fuoco che mi ha fatto star male.

"Non sono spiriti" mi dice quasi ridendo, quando ho terminato il racconto. Mi prende di mano la tazza ormai vuota e la ripone insieme all’altra nel suo sacco. Mi rendo conto che è quasi ora di levare le tende.

"Certo che sono spiriti" ribatto, irritato dal suo tono saccente "Che cos’altro possono essere?"

Lei sorride e mi bacia sulla guancia. Prende a parlarmi all’orecchio, come per farmi una confidenza.

"Loro dicono di essere dèi" sussurra "Ma io non ci credo. Sono uomini come noi."

Questo è davvero troppo. Mi scosto da lei, e devo avere un’espressione molto arrabbiata, perché il sorriso le si spegne di colpo.

"Vorresti farmi credere di aver parlato con loro?" sbraito, trattenendomi a stento dal gridare.

Lei si stringe nelle spalle e comincia a raccogliere le sue cose.

"Parlano difficile" dice, senza guardarmi in faccia "Ma con un po’ di fatica si riesce a capire cosa dicono."

Ha quasi finito di smontare la tenda e con lo sguardo mi ordina di alzarmi dalla stuoia. Lo faccio, anche se mi piacerebbe riposare ancora un poco. Sono ancora irritato con lei, ma anche incuriosito.

Mi sgranchisco le gambe. Sento dolori in tutto il corpo. Ogni movimento produce uno scricchiolio delle ossa. Sto diventando troppo vecchio, mi dico. Ancora poche semine e poi farò anch’io la fine di Mjara.

"E cosa vogliono da noi?" le chiedo, quasi con noncuranza, mentre lei termina di caricarsi sulle spalle il suo bagaglio. Lei mi guarda di sottecchi, un solo istante. Colgo un lampo di soddisfazione nel suo volto.

"Hanno usato una parola strana" risponde "Esperimento."

"Cosa significa?"

"Me l’hanno spiegato, ma non sono riuscita a capirlo. Allora mi hanno fatto l’esempio del Cibo. Mi hanno detto che, come noi coltiviamo il cibo, loro coltivano la vita. Seminano la vita sui pianeti."

Seminare la vita. Che idea assurda! L’hanno proprio abbindolata per bene.

"E tu ci hai creduto?"

Lei si volta nuovamente. Mi fissa a lungo in silenzio, con espressione indecifrabile. Poi scuote il capo e si incammina, senza dire più nulla.

Irritato, la guardo andare, con passo rapido, piena di vita. È sempre una bella donna, mi dico, con orgoglio. Bella quasi quanto sua madre. Se solo non fosse così testarda…

E se avesse ragione? Se davvero quelli non fossero spiriti, ma uomini come noi, che vengono da altri mondi?

Rimango per alcuni istanti sospeso sui confini di una rivelazione, poi d’improvviso una luce mi si accende nella testa. I cristalli della notte. Quelli che brillano nel cielo scuro. Ecco cosa sono: altri mondi!

Migliaia di mondi, e su ognuno uomini e donne come noi… Mio Dio! È troppo bello, pensarci. Migliaia di mondi, e uomini che si muovono fra di loro per diffondere la vita…

È un pensiero troppo grande. Fa persino fatica a entrare nella testa.
 
 

Sono al confine della notte, dove la terra non scricchiola ancora. Sento un po’ di freddo, ma non abbastanza da indurmi a tornare indietro. Da qui posso vedere il cielo più scuro, e le luci abbaglianti che lo punteggiano. Gli altri mondi.

Mi siedo sul terreno duro e gelato, e non posso fare a meno di provare un brivido. Avrei bisogno ancora del mantello che scalda, ma purtroppo non ce l’ho più. Coloro che me l’avevano dato se lo sono ripresi.

Là in fondo, dove buia è la notte, rapide luci saettano, precipitando al suolo. Sono gli uccelli di fuoco. Sono gli uomini degli altri mondi che vengono a svolgere il loro lavoro.

Incurante del gelo (che sta appena iniziando ad attenuarsi) io siedo per terra e osservo lo spettacolo. Li saluto con una mano, sperando che essi possano vedermi.

I cristalli nel cielo brillano sempre più chiari, più luminosi.

Il calore che mi colma l’anima è così intenso da farmi piangere.

 

© Claudio Tinivella 1997
apparso su
Future Shock n°20

Altre risorse  

Claudio Tinivella LA CITTÀ ASSEDIATA e altre storie cattive - indice


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