L'IBERNATO
Claudio Tinivella
  Lo avevano trovato nel corso di una spedizione archeologica sul Continente Deserto, scavando sotto alle rovine di un’antica città senza nome.

Il cilindro di plastica emetteva un fastidioso ronzio, che aveva allarmato gli Operai. Il Maestro accorso per studiare lo strano manufatto non ci aveva impiegato molto a capire di cosa si trattasse. Più complicato si era dimostrato trovare il modo di invertire il processo di ibernazione.

A una prima stima risultò che quell’uomo era stato "congelato" parecchi secoli prima (forse addirittura in un’epoca antecedente gli Anni Bui), utilizzando una tecnologia di cui si era persa ogni traccia.

Lo fecero rinvenire a poco a poco e poi lo isolarono in un ambiente che simulava il mondo di mille anni prima; o almeno: quello che si supponeva fosse il mondo di mille anni prima. Per tutto il periodo della degenza fu seguito da due Maestri e da tre Signore della Mente.

 

Seduto su una panchina dei Giardini Pubblici di Milano, Daniele meditava sui magri risultati prodotti dai suoi sforzi: Mara non aveva cambiato idea, gli aveva ripetuto per l’ennesima volta che fino a quando non si fosse sistemato non voleva più vederlo. Aveva già perso tre anni ad aspettare i suoi comodi, ora diceva basta. Non era più una ragazzina, ormai, si stava avvicinando rapidamente ai venticinque anni. Si trovasse un lavoro vero, e una casa grande abbastanza da sposarsi. Solo allora avrebbero potuto rimettersi insieme.

Daniele capiva il suo punto di vista. Lei era una ragazza normale, aveva ambizioni banali: sposarsi, fare un figlio, andare al mare d’estate e in montagna d’inverno; cose del genere. Le ci sarebbe voluto un uomo diverso da lui, un tipo pratico, che mettesse i soldi davanti a tutto, disposto anche a leccare le suole delle scarpe dei capi per raggiungere i suoi obiettivi.

Purtroppo lui non era così. Del successo, dei soldi e della posizione sociale gli importava meno di niente. I soldi quando li aveva li spendeva, e quando non c’erano ne faceva a meno. In fondo si poteva vivere anche con poco, bastava rinunciare al superfluo. Ma Mara da questo orecchio non ci sentiva.

Che farci? Ci sarebbe voluta una donna diversa anche per lui. Se solo fosse stato meno innamorato si sarebbe messo il cuore in pace, invece…

Al diavolo!, si disse rialzandosi. Doveva trovare una soluzione che mettesse d’accordo le sue esigenze con quelle di Mara. Per esempio, vincere alla lotteria e diventare miliardario. Oppure fare successo con le canzoni, vendere milioni di dischi, diventare una star.

Quel pensiero lo mise di malumore. Era reduce da tre provini andati male. Ai discografici non interessava la sua musica. Troppo impegnata, gli dicevano, troppo intellettuale. Non c’era mercato per quella roba lì.

Eppure lui era sicuro che se gli avessero dato una possibilità avrebbe dimostrato loro che si sbagliavano. La gente non era del tutto ottusa e insensibile come credevano, c’era anche chi apprezzava le cose più raffinate.

Camminò a lungo rimuginando pensieri sempre uguali, fino a che non venne buio. Prima di tornare a casa si fermò all’edicola e acquistò un giornale di annunci economici.

Si sa mai, pensò, Magari c’è l’occasione del secolo. Non posso rischiare di lasciarmela sfuggire.

 

L’occasione del secolo non c’era. C’erano parecchie offerte di lavoro, ma tutte del genere che lui scartava a prima vista. Più che altro cercavano dei venditori, e se c’era una cosa per cui lui era negato era proprio quella: vendere; convincere gli altri.

Deluso, passò a leggere la sezione "Annunci Personali". Non che sperasse di trovarci qualcosa, ma lo divertivano i messaggi ambigui e pieni di riferimenti morbosi con cui il popolo degli infelici cercava attenzione. O meglio, più che divertirlo lo rincuoravano, lo facevano sentire meglio. Non aveva ancora toccato il fondo, dopotutto. C’era chi stava peggio di lui.

Tra gli annunci spiccava per il suo aspetto dimesso un trafiletto che diceva: "Cercasi giovane indipendente e privo di legami familiari e/o sentimentali per occasione altamente remunerativa. Astenersi perditempo e avventurieri." Seguiva un nome e un numero di telefono.

Daniele ritagliò l’annuncio e lo mise nel portafoglio. Il giorno dopo, decise, se ne avesse avuto tempo e voglia avrebbe provato a chiamare.

 

Se ne ricordò solo dopo una settimana. Aveva passato giorni di delirio e di rabbia a tentare di rimettere sui binari la sua vita. Mara gli si negava persino al telefono e l’unica volta che era riuscito a parlarle l’aveva sentita gelida e distante. Anche con il complesso le cose andavano male, non suonavano da mesi e alle viste non c’erano serate. Quando si trovavano, poi, finivano invariabilmente per litigare.

Daniele non sapeva più dove sbattere la testa. Sentiva crescere una gran voglia di mandare tutto al diavolo, di andarsene via, magari all’estero, di dare una svolta alla propria vita. Mi basterebbe un’occasione, pensava, Una sola.

Era davanti alla cassa del bar e stava cercando una banconota che era certo di aver messo nel portafoglio ma che non si decideva a saltare fuori. La cassiera lo osservava con un misto di divertimento e di irritazione, e dietro di lui gli altri clienti iniziavano a rumoreggiare. Tirò fuori tutte le carte che conservava senza sapere lui stesso il perché, e lì dentro trovò il ritaglio di giornale.

Riuscì a convincere il barista a fargli credito ancora una volta, giurando e spergiurando che entro un giorno o due avrebbe saldato il conto, poi corse a casa deciso a fare la telefonata.

Una voce fredda e impersonale lo pregò di lasciare il suo recapito telefonico e i dati anagrafici. Daniele esitò, prima di farlo. Si sentiva deluso, aveva immaginato di parlare con una persona vera, di ottenere almeno qualche informazione più precisa, invece si trovava di fronte una segreteria telefonica. Alla fine, comunque, riuscì a mettere insieme le informazioni richieste e le recitò con scarsa convinzione.

Un paio di giorni più tardi lo squillo del telefono lo buttò giù dal letto a un’ora inconsueta per lui. Diede un’occhiata all’orologio: non erano ancora le nove; prestissimo, dunque.

Una voce gioviale gli comunicò che era atteso per il lunedì successivo alle dieci del mattino in una via che non aveva mai sentito nominare. Lui era ancora così imbambolato dal sonno che riuscì soltanto a blaterare un paio di banalità e un saluto sbadigliante.

 

Daniele si recò al colloquio con più dubbi che speranze. Fu addirittura tentato di restarsene a casa a dormire, ma il pensiero delle recriminazioni con cui si sarebbe macerato lo indusse ad alzarsi.

Il locale sembrava lo studio di un dentista. C’erano altri cinque ragazzi in attesa, con espressioni nervose e sguardi sfuggenti. Uno di loro puzzava di paura e di sudore, e Daniele fece un largo giro per andarsi a sedere all’altro lato della stanza.

Furono convocati a uno a uno per un breve test attitudinale, al termine del quale ne vennero scartati tre. Daniele fu ammesso al colloquio successivo.

Se ne tornò a casa con un foglietto in tasca che indicava la data del nuovo appuntamento. Lo attaccò alla lavagnetta dove segnava le cose importanti. Non aveva ancora deciso se andarci o meno, ma non voleva rischiare di dimenticarsene.

 

Il tipo che lo accolse nello studio non sembrava un dentista, e nemmeno un medico. Era vestito con molta eleganza, un doppiopetto blu che gli stava addosso come una seconda pelle e una camicia bianca immacolata su cui spiccava la cravatta a righe nerazzurre. Quel particolare mise Daniele di buonumore. Il nerazzurro era il colore della squadra per cui tifava. Forse era un segno favorevole.

L’uomo lo fece accomodare su una poltrona e poi si immerse nella lettura di un scheda che doveva riguardare proprio lui. Probabilmente la valutazione del suo test.

"Mi parli un po’ di lei" disse all’improvviso, alzando il capo e fissandolo con sguardo sorridente.

Colto alla sprovvista, Daniele si sentì arrossire.

"In che senso?"

L’altro annuì, senza attenuare il sorriso.

"Mi racconti qualcosa della sua vita. Quali sono le sue aspirazioni, i suoi sogni. Cosa sa fare. Cose del genere."

Daniele cominciò con qualche frase fatta, di cui si pentiva un istante dopo averla pronunciata. Gli sembrava che ci fosse così poco da dire su di sé, e allo stesso tempo mille pensieri gli si affollavano nella testa, cercando confusamente una via per farsi esprimere.

Dopo un po’ cadde un silenzio greve, che l’uomo lasciò proseguire per parecchi secondi. Alla fine, quando già Daniele stava per mettersi a balbettare qualche idiozia, gli sorrise bonariamente e disse:

"Non è così importante. Era solo per conoscersi meglio. Ma se preferisce rimanersene sulle sue non fa niente."

Mise il foglio che aveva davanti in una cartelletta, poi mutando espressione riprese:

"Vede, l’occasione che noi offriamo può essere molto allettante, ma richiede motivazioni particolari. Nessun tentennamento. Per noi è un investimento strategico e non possiamo permetterci errori."

Daniele annuì, senza riuscire a immaginare dove volesse andare a parare con quel discorso.

"Capisco" disse "Ma prima di poter decidere dovrei sapere in cosa consiste la vostra offerta."

Un lampo nello sguardo del suo interlocutore gli rivelò un principio di irritazione. Quell’uomo non era abituato a essere interrotto.

"Per usare una metafora, potrei dire che stiamo cercando degli esploratori. Dei giovani disposti a compiere un viaggio molto lungo, e non privo di rischi."

A Daniele si accese una luce nel pensiero.

"Un viaggio nello spazio?"

L’uomo sorrise e scosse il capo.

"Non esattamente. Diciamo, un viaggio nel tempo."

Lo studiò per alcuni secondi, sondandone le reazioni.

"Abbiamo realizzato, e testato a lungo, un’apparecchiatura per l’ibernazione. Una macchina che consente di ridurre le funzioni vitali fino quasi a fermarle, per un periodo di tempo che in teoria potrebbe essere molto lungo."

Si mise a tracciare degli scarabocchi su un foglio bianco.

"Lei capisce che una simile apparecchiatura può aprire prospettive inedite in molti campi. Pensi solo ai viaggi spaziali su lunghe distanze, che diverrebbero finalmente possibili; o a quei malati gravi per le cui malattie non esiste ancora una cura che potranno essere ibernati in attesa che la medicina trovi il modo di guarirli."

Daniele ascoltava con una gran confusione in testa. Le parole gli arrivavano al cervello, ma i significati faticavano a farsi strada nella sua mente.

"Abbiamo già completato un gran numero di test su pazienti volontari, con risultati molto promettenti. Per il momento, tuttavia, gli esperimenti si sono limitati a brevi periodi. Pochi giorni, al massimo una settimana. Noi sappiamo che, in teoria, il procedimento garantisce la conservazione delle funzioni vitali e un risveglio pieno anche dopo periodi molto più lunghi. In teoria, ripeto, una persona ibernata con la nostra apparecchiatura potrebbe essere risvegliata anche dopo un secolo, senza danni di alcun tipo."

Quell’ultima frase fece scattare un allarme nel cervello di Daniele. Di colpo la prospettiva gli parve spaventosa.

"Un secolo? Così tanto?" mormorò.

L’uomo abbassò lo sguardo, con una smorfia.

"Ho fatto un’ipotesi estrema. La nostra intenzione è di tentare un’ibernazione di cinque anni, o meglio ancora di dieci. In questo caso gli effetti sul fisico del paziente sono quasi nulli. L’invecchiamento del corpo (che non viene arrestato, badi bene, ma solo grandemente rallentato) è misurabile nell’ordine di giorni. Pensi un po’, lei dorme dieci anni e quando si risveglia ha ancora… Quanti anni ha? Venticinque? Ventisei?"

"Quasi trenta" rispose Daniele, imbarazzato.

"Trent’anni. Lei si risveglia che ha ancora trent’anni, mentre tutto attorno le persone che la ostacolavano, che la trattavano male, sono invecchiate di dieci anni. Riesce a immaginarlo? Vorrei quasi provarlo io…"

"Perché non lo fa?"

L’espressione del suo volto si incupì.

"Non posso permettermelo. Ho troppe responsabilità nell’azienda, non mi lascerebbero mai fare una cosa del genere."

Appallottolò il foglietto su cui aveva scarabocchiato e tornò nuovamente a sorridergli.

"Lei comunque può farlo, se vuole. Ci pensi bene: noi le offriamo, dopo il risveglio, un vitalizio che le consentirà di vivere di rendita fino alla fine dei suoi giorni. È un’occasione che non le si ripresenterà."

Rimase in attesa di una sua risposta. Daniele si mise a riflettere furiosamente, senza riuscire a decidere cosa fare.

"Quanto tempo ho per accettare o rifiutare?"

L’uomo si appoggiò sullo schienale della poltrona e congiunse le mani davanti a sé.

"Una decina di giorni. Forse due settimane, ma non di più. Stiamo esaminando parecchi candidati, e siamo convinti di riuscire a raggiungere il numero che ci siamo prefissati al più presto."

 

Quella notte la passò in bianco, torturato dall’incertezza. Cercava di immaginare cosa sarebbe successo se avesse accettato. Cosa avrebbe trovato al risveglio? Mara sposata e con figli, per esempio. La incontrava casualmente per strada, lui ancora giovane, uguale identico a com’era dieci anni prima, e lei invecchiata dalla fatica di vivere e di crescere i figli. Ah, come si sarebbe pentita di averlo piantato! Oppure: lei che, dopo aver saputo della sua scelta, aveva deciso di aspettarlo, ma lui al risveglio non voleva più saperne di lei e si metteva con una ragazza molto più giovane e carina.

Ma a queste fantasie si mescolava un terrore sottile, una paura indefinibile che gli veniva ogni volta che pensava al suo corpo rinchiuso in un macchinario misterioso. Dieci anni a dormire un sonno privo di sogni. Quante cose si sarebbe perso? Dieci campionati di calcio, per esempio. Un paio di mondiali. E poi: la possibilità di diventare qualcuno con la musica; gli amici, che al risveglio chissà che fine avrebbero fatto; e tante cose che in quel momento non riusciva nemmeno a immaginare. Ne valeva la pena?

In certi momenti gli sembrava di no, ma il pensiero che in quel modo avrebbe potuto mettersi a posto per il resto dei suoi giorni riemergeva costantemente, rimettendo in discussione ogni certezza.

Si alzò dal letto senza aver dormito e senza aver deciso cosa fare. Pensò di telefonare a Mara e chiederle consiglio, ma poi il ricordo del suo tono gelido nell’ultimo colloquio lo fece desistere. Deve saperlo solo a cose fatte, si disse.

 

Giorni e giorni di dubbi e di incertezze. Ormai era più per il no che per il sì. Aveva fatto l’inventario di quello che si sarebbe perso e di quello che avrebbe guadagnato, e per quanto la bilancia pendesse dalla parte dei guadagni non se la sentiva di rinunciare a dieci anni di vita (di vita vera, reale, autentica) in cambio di una prospettiva che poteva anche rivelarsi illusoria. Potevano dire quel che volevano, magari i test li avevano fatti davvero, ma chi gli garantiva che l’apparecchiatura per l’ibernazione funzionasse correttamente? E se dopo dieci anni non fossero riusciti a riportarlo in vita? Oppure se si fosse verificato un cataclisma, o una guerra, o un incidente qualsiasi? Che fine avrebbe fatto?

Solo un disperato avrebbe potuto accettare un rischio del genere. E lui disperato un po’ lo era, ma non fino a quel punto.

Certo però che farsi un sonnellino e svegliarsi con un vitalizio che gli garantisse la sicurezza economica per il resto della vita non era una prospettiva tanto brutta… Per lui sarebbero passate poche ore, e fuori invece la gente sarebbe invecchiata di dieci anni.

Di tanto in tanto era tentato di accettare, ma poi ci ragionava sopra e tornava a propendere per il no.

 

Il sabato successivo si lasciò convincere da alcuni amici ad andare a una festa. Più che altro accettò quando venne a sapere che probabilmente ci sarebbe stata anche Mara. Era l’occasione che attendeva per poterle parlare, per cercare di convincerla che avrebbe cambiato vita.

Arrivò fra i primi e gironzolò come un idiota fra i tavolini deserti, ingozzandosi di tartine e di cocktails. Quando la sala iniziò a riempirsi era già quasi brillo.

Mara non si fece vedere fin verso mezzanotte. Si presentò in compagnia di un bellimbusto profumato come una ballerina turca, con i lunghi capelli raccolti in una treccia e un enorme orecchino al lobo sinistro. Un look così anacronistico da risultare quasi intelligente.

Il bellimbusto la guidava tenendole una mano sul culo, con gesto ostentato. Lei sembrava non accorgersene nemmeno.

Daniele le si fece incontro, ma lei gli passò accanto senza degnarlo di uno sguardo. In compenso il bellimbusto gli scoccò un sorrisetto ironico che lo fece imbufalire.

La musica cominciò a picchiare duro e ben presto tutti si ritrovarono sulla pista a dimenarsi. Daniele cercava in tutti i modi di avvicinarsi a Mara, anche se sapeva che non sarebbe riuscito a parlare se non a gesti, ma lei riusciva sempre a sottrarsi all’incontro.

Verso l’una si arrese. Andò a sedersi a un tavolino e ordinò un whisky. Il primo di una lunga serie, decise.

Era già arrivato al quarto quando vide Mara in compagnia del bellimbusto che stava venendo verso di lui. Si alzò di colpo, e per poco non fece volare in aria il tavolino e tutti i bicchieri vuoti che vi si erano accumulati. Lei lo guardò con disgusto e disse qualcosa al suo compagno.

"Ciao, Mara" riuscì a dirle, con voce impastata.

Lei gli si avvicinò di pochi centimetri.

"Ciao, Daniele." Si voltò ad accarezzare con lo sguardo il bellimbusto. "A proposito, ti presento Giorgio, il mio fidanzato."

Il bellimbusto gli tese la mano e lui, dopo una breve esitazione, la strinse. Era molliccia, sdrucciolevole.

"Ci sposiamo il mese prossimo" aggiunse Mara, un attimo prima di voltarsi e andarsene "Naturalmente, sei invitato."

 

Passò la notte a vomitare e a insultarsi. Cercò di immaginare un modo raffinato per vendicarsi, per costringere Mara a soffrire almeno quanto soffriva lui adesso. Poteva suicidarsi, per esempio, magari in un modo spettacolare e truculento. Far saltare in aria il suo appartamento, oppure gettarsi dal Duomo, o distendersi sui binari e farsi spappolare da un treno. Oppure sparire semplicemente, mandarle un biglietto ambiguo, da cui si potesse intuire la sua volontà di farla finita, e poi andarsene all’estero lasciandola nel dubbio…

O fare qualcosa di eclatante, un’impresa che avesse risonanza mondiale. Una traversata dell’Atlantico in barca a remi, oppure il giro del mondo su un deltaplano…

Fu a mattino inoltrato che gli venne in mente che qualcosa poteva farlo. Dormire dieci anni e poi tornare da lei, giovane come dieci anni prima, a chiederle: "Come va?", magari in compagnia di una ventenne tutta curve e con ben in vista una macchina sportiva di quelle che lei non avrebbe mai potuto permettersi…

Il giorno dopo era già in laboratorio per le visite mediche.

 

E poi le cose presero un ritmo frenetico. Scrisse una lettera a Mara in cui le spiegava cosa stava per fare, ma aspettò a spedirla fino al giorno precedente l’ibernazione.

Lo rinchiusero nel cilindro pochi minuti prima di mezzanotte. Mister Eleganza in persona venne a salutarlo. Gli scoccò un sorriso radioso e gli disse:

"Ci vediamo fra dieci anni."

Si sentì pungere in migliaia di punti. Una sonnolenza invincibile gli invase i pensieri. Cercò di resistere, ma non ci fu nulla da fare.

Gli anni passarono. Così tanti, che nessuno sarebbe riuscito a contarli. Ci furono guerre, terremoti, disastri ambientali. La città dove si trovava la clinica venne distrutta nel corso di un attacco aereo, e poi devastata da epidemie e piogge radioattive. Dove un tempo sorgeva l’Europa si estese un deserto arido e privo di vita.

 

I tentativi di educarlo non ottennero grandi risultati. Quell’uomo era dominato da idee e convinzioni primitive, che nulla e nessuno riuscì a scalfire. Continuarono a studiarlo per qualche settimana, ma con sempre minor convinzione. Una delle Signore della Mente quasi impazzì nel tentativo di attualizzare alcuni concetti aberranti che sembravano rivestire un’importanza fondamentale per il soggetto.

Alla fine decisero che non potevano farsene nulla. Non sarebbe mai stato né un buono schiavo né un lavoratore abile. L’unica cosa che sembrava capace di fare era suonare, ma per quello c’erano già i robot.

Così lo fecero sopprimere e plastificare, e ancora oggi è esposto nel Museo Archeologico della Capitale Rossa, in mezzo alle altre antichità che interessano solo una sparuta minoranza di studiosi.

 

© Claudio Tinivella 1998
apparso su
Future Shock n°26

Altre risorse  

Claudio Tinivella LA CITTÀ ASSEDIATA e altre storie cattive - indice


Mondo - Ultimi arrivi - Autori - Argomenti - Testi in linea - Speciali
Premi della SF - IntercoM rivista - Collegamenti - Ansible