Ricerche sull'agnello vegetale di Tartaria

Claudio Asciuti

Fu solo per caso che incontrai, fra i libri che quotidianamente sfogliavo, il testo che m'indirizzò sulle piste del barometz, il leggendario agnello vegetale, la cui comparsa segnò in modo indelebile la mia vita; ed ora che sono qui, in attesa di svelarne forse il mistero, tutto ciò che avvenne mi pare così strano e complesso che quasi si trasforma in sogno, visione, e la memoria mi sorprende in quella casuale mattina di sole, in biblioteca...
Non starò a soffermarmi ancora a descrivere come ciò accadde; troppo a lungo l'ho rimuginato, dentro di me, troppo a lungo negli ultimi mesi, perché nuovamente abbia voglia di pensare a quale fu la mano misteriosa che, tra i nuovi arrivi, mi fece prendere in lettura quel Viaggio del beato Odorico da Pordenone curato dal Pullé, nell'edizione del 1929... dirò solo che stavo oziosamente chino a leggiucchiar testi carducciani per l'esame che dovevo sostenere all'università... che il giorno era caldo e il caldo afoso... e che dopo aver perso tutta la mattina a far nulla, riconsegnai le Odi Barbare e rovistai nelle nuove accessioni... scoprendo la descrizione del viaggio di frá Odorico.
M'immersi così nella lettura e scoprii che il testo, scritto in un piacevole italiano trecentesco, narrava delle cose mirabolanti che il viaggiatore aveva incontrato nel suo peregrinare in oriente.
Vidi scorrere di fronte a me serpenti velenosi, uomini dalla faccia canina, una tartaruga il cui guscio grande era come la cupola di una cattedrale... ma ciò che mi colpì maggiormente fu lo scoprire che frá Odorico, nel regno di Cadaeli, vicino ai monti Cassi, udì narrare la storia di magici frutti simili a poponi che, una volta giunti alla maturazione, s'aprivano per lasciare uscire bestie assomiglianti a piccoli agnelli.
La storia mi parve meravigliosa; non avevo mai letto nulla di simile, e m'incuriosii a tal punto che decisi di recarmi da uno dei miei insegnanti, di quelli con cui era ancora possibile avere un rapporto umano, nonostante l'inferocire della reazione, per chiedere delucidazioni; ma lui era già andato via, quando entrai nell'Istituto di Storia; così rimandai il tutto all'indomani. Quel pomeriggio, comunque, non combinai nulla.
 

La mattina dopo mi alzai di buon'ora, continuando a riflettere sul misterioso agnello vegetale.
Decisi allora di fare un salto a Storia, prima di recarmi in biblioteca a riprendere le letture in vista dell'esame che dovevo sostenere di lì a poco; quel giorno, tanto per variare, avrei studiato il Leopardi che già m'interessava più del Carducci, e comunque era sempre minore il fascino della ginestra che quello del misterioso popone... andai in Istituto, trovai il docente che cercavo, parlottai un po' con lui, e quando uscii fuori, avevo l'indicazione di una nuova versione della storia di Odorico, quella detta "la minore", raccolta da frate Enrico da Glatz.
Cercare quel testo occupò tutta la mattinata; confesso che fui più volte sul punto di lasciar perdere e affrontare il Leopardi, ma una sorta di strana curiosità mi costrinse a non cedere e, dopo aver girato un paio di biblioteche, verso il mezzodì riuscii a trovare l'oggetto delle mie ricerche: Delle navigationi et viaggi a cura di Giovanni Battista Ramusio, copia unica e subito sottrattami perché il tempo per la consultazione dei cosiddetti "fondi rari" era appena scaduto.
Me ne andai via, furioso. Girellai per tutta la città e infine mi ritrovai in casa di due amici che vivevano in una vecchia casa patrizia; e là, fra dipinti seicenteschi, antichi marmi e anfore romane, raccontando la storia di Odorico da Pordenone scoprii che anch'essi conoscevano l'agnello vegetale, seppur attraverso fonti differenti dalla mia.
- Ricordo di aver letto di quest'ibrido, a metà fra il regno animale e quello vegetale, - affermò Manuel, che nella vita di tutti i giorni faceva il pittore ed era quindi disposto ad accollarsi il peso di ogni bizzarria. - Ma non ricordo più dove... forse in Borges...
- In Borges?
Sua moglie annuì: - Sì, è vero; ne parla Borges nel Manual de zoología fantástica, ma non ricordo come... se attendi un secondo, vado a prendertelo.
Manuel e Margarita sono di origine argentina, due persone dalla squisita gentilezza, eredi di un'aristocrazia che si è perduta nel tempo; m'invitarono a cena, quella sera, e per me tradussero il capitolo del Manual in cui si parlava dell'agnello vegetale: scoprii così che l'origine della leggenda aveva una sua realtà, il polypodium borametz, radice coperta da una strana lanugine, e strutturata a forma d'animale, che le parole dei viaggiatori e degli studiosi deformavano; scoprii che già Thomas Browne, in una sconosciuta Pseudoxia Epidemica edita nel 1646 parlava di questa pianta, e che, quella che io credevo una grande scoperta era alla portata di tutti, poiché, mi dissero, il libro di Borges non solo risaliva al 1959, ma da tempo era stato tradotto in italiano.
Quella notte rimasi sveglio fin quasi all'alba; maledicevo la mia ignoranza, perché pur avendo letto Finzioni e L'Aleph ignoravo che esistesse il Manual; poi me la presi con me stesso, perché continuavo a perder tempo alla ricerca di una pianta misteriosa che in realtà altro non era che una pianta qualunque; e infine giurai a me stesso che avrei scordato il borametz (così lo chiamava Borges) e che avrei ripreso seriamente a studiare, e finalmente m'addormentai.
Fu peggio. La mattina dormii fino a tardi. Poi, risvegliatomi, pensai che se pure dovevo studiare Carducci e Leopardi (e comunque ero indietro rispetto alla tabella di marcia, perché quello era il giorno dedicato al Pascoli) avrei potuto dare comunque un'occhiata al Ramusio... tornai in biblioteca... lessi finalmente ciò che Odorico diceva in quella versione, molto diversa dalla "maggiore" e dalle parole dello stesso Borges:
Un dì tra gli altri viddi una bestia grande come un agnello, che era tutta bianca, più che neve la cui lama rassemblava un bombace, la quale si pelava. E domandando dai circostanti, che cosa fusse, fummi detto, che era stata donata dal Signore ad un barone, per una carne, che fusse la migliore, e più utile al corpo humano d'ogn'attra, soggiungendomi che vi è un monte, che ha nome Capsis, in cui nascono certi poponi grandi, e quando si fan maturi, si aprono, e n'esce fuori questa bestia.
 

Evidentemente, la versione "minore" era in realtà la meno manipolata; in questa Odorico affermava di aver visto l'agnello vegetale, in quell'altra ripeteva solo il sentito dire, e ciò che aveva visto non era solo la forma allucinatoria di un viaggiatore medievale sempre pronto a coprir gli spazi vuoti che la sua realtà gli mostrava attraverso la fantasia, ma al contrario un reale quotidiano che a lui poteva sembrare alieno, agli altri normale...
E Borges? Perché Borges, così sempre sospeso tra dati veri e dati simulati, lui, il massimo falsificatore del reale, lui che riusciva a trasformare a ritrasformare incessantemente i materiali che via via gli si presentavano sottomano, era stato così prudente nel valutare il borametz? Perché, di tutte le sue strabilianti invenzioni, questa era così aderente alla realtà da essere addirittura reale?
Restai a lungo a meditare su questo punto... poi decisi di consultare l'edizione italiana del Manual... scoprii che non m'ero sbagliato: Borges citava, in un viluppo sempre più lucido e luccicante, animali mitici come il basilisco l'anfesibena, il roc, il kraken... per ognuno di loro, anche per il più impossibile fra gli inesistenti, aveva trovato notizie, fonti, dati sicuri... per il borametz nulla... e allora? Non aveva letto Odorico da Pordenone... no... non era possibile... e se anche fosse stato così, sicuramente aveva letto lo pseudo-John Mandeville, che, come citava il Pullé, da Odorico aveva liberamente tratto la storia in questione... e il Mandeville era molto più noto, nei paesi europei, di quanto non lo fosse Odorico... Borges, figuriamoci, aveva studiato in Europa... aveva fatto il bibliotecario... aveva studiato tutto lo studiabile, Borges... doveva aver conosciuto anche queste fonti... eppure non le citava, anzi; neppure s'era preoccupato di terminare il paragrafo; o forse non era mai stata sua intenzione il farlo? Che Borges avesse scoperto qualcosa sul leggendario agnello vegetale che non voleva assolutamente rivelare a nessuno, e avesse quindi occultato le sue fonti... appositamente... cosicché il mistero del borametz risultasse insoluto?
Cominciai a pensarci sopra. E per un mese non feci altro, dimenticando perfino di studiare, di iscrivermi all'esame, di presentarmi il giorno dell'appello; ma in compenso iniziai una folle ricerca di tutto quanto riuscivo a trovare sul misterioso animale metamorfico: dall'edizione italiana del Manual, scoprii un'indicazione che ricordava la voce Agnus Scythicus nell'Encyclopédie; ma l'edizione italiana dell'opera era mutila proprio in quel volume, che uno dei bibliotecari confermò esser stato banco di prova per i roditori; cercai allora l'edizione francese, e dopo varie peripezie ne trovai una stampata a Losanna nel 1778 che mi dava però un Agneux de Tartarie che parve solo una variante di pelliccia d'agnello, e un Agneaux Scythicus che fra una citazione e l'altra negava addirittura l'esistenza dell'animale; risalii ad una storia naturale di Giulio Cesare Scaligero, il De Plantis, che accantonai immediatamente scoperta la mia oramai ineluttabile incapacità nel leggere il latino, e così feci con altri testi ripromettendomi che, quanto prima, avrei recuperato qualcuno in grado di tradurne i passi interessati.
Passarono i giorni. Setacciai le biblioteche, trascorsi ore a legger cartellini di richiamo e d'identificazione nella speranza di trovare un indizio, consultai amici, insegnanti, librai chiedendo delucidazioni finché, per vie traverse, non giunsi ad alcune - provvisorie - conclusioni.
Thomas Browne non parlava affatto dell'agnello vegetale; consultai il suo volume, ma nulla... non c'era nulla! Perché?
Un certo Girolamo Valentini, frate francescano del XIV secolo, vide a sua volta l'agnello vegetale, e nel suo diario di viaggio situò questa scoperta in una zona non meglio identificata del Caucaso.
Henry Lee, in The vegetable Lamb of Tartary, risalente al 1887 dava la sua spiegazione dell'enigma; si trattava essenzialmente di un errore semantico, laddove i primi studiosi del borametz indicavano con lo stesso nome sia il baccello del cotone, sia la pecora indicando così in termini di "morbidezza" una particolare qualità della pianta...
Non era per nulla soddisfacente. Limneo aveva chiamato polypodium barometz una pianta che assomigliava vagamente, con la sua radice semi-orizzontale e relativi fittoni a crescita verticale, ad un agnello; la stessa pianta che Borges citava, che è una sorta di felce e che ora è chiamata cibrotum glamescens; ma Limneo e Borges, a quanto mi risultava baravano al gioco, così come Lee... solo Odorico da Pordenone e Girolamo Valentini sembravano affermare la verità; che per un legge biologica a noi ignota, esisteva una pianta che generava realmente l'agnello...
Un controsenso, certo... un'impossibilità...
 

Quando scoprii che, non avendo dato l'esame in questione, il rinvio per il militare automaticamente cessava, e fui costretto a partire fra gli Alpini Esploratori ero furioso; e non solo per la leva; se fossi rimasto a casa mia forse avrei avuto diverse possibilità di continuare i miei studi... invece dovevo marciare tra le morene e le nevi, sempre più adirato con me stesso, la mia idiozia, la mia incapacità...
Fu un periodo infernale. Mi sognavo l'agnello scitico, di Tartaria, l'agnello vegetale, anche la notte... nelle libere uscite fuggivo verso le città vagando per librerie e biblioteche, e cercavo notizie che non riuscivo più a trovare, e sempre di più mi convincevo di star giocando una partita perduta in partenza, ma che comunque dovevo tentare; e i giorni passavano, e il tempo passava...
Ora, finalmente, sono sul punto di risolvere il mistero.
Stiamo partecipando alle grandi manovre del Patto Atlantico, e il corpo degli Alpini Esploratori è stato mandato sulle montagne della Turchia, a Sarikamis, come tutti gli anni; e questa volta, per fortuna, è stato il mio contingente ad esser prescelto...
Io sto per disertare. Tra non molto, approfittando di un momento in cui tutti saranno impegnati a sparare, a sminare, costruire e distruggere ponti, prenderò la fuga verso Gole; proseguirò per Ardhan, poi per Posof; traversata la frontiera inizierò la marcia verso il Caucaso, verso Ciharesi sul fiume Cheniskali che, secondo un commentario a un'edizione spuria del viaggio di frá Girolamo Valentini, fortunosamente scoperta in una visita lampo alla Marciana, è la capitale dell'antico regno di Cadaeli... e là troverò qualcosa.
Devo farcela.
Mi rendo benissimo conto che tutto ciò è una follia; ma ho impegnato troppo nell'ultimo periodo della mia vita scommettendo sull'agnello vegetale per lasciare che esso si perda... questa è l'unica occasione che ho per svelare un mistero che, come tutti i misteri, non interessa che a pochi, o a nessuno...
Non credo che le mie ricerche sull'agnello vegetale di Tartaria siano servite a qualcosa, fino ad ora; neppure credo che il numero di persone interessate a questo problema superi il numero di dieci, ma di queste dieci io devo essere il primo; troppo tempo è trascorso, troppo tempo ho atteso, e nell'arcano telaio dei nessi che incrociano i vissuti delle genti, la speranza di riuscire a muoversi è tale e tanta che val comunque la pena di rischiare; il caso mi ha messo sulla pista del borametz; il caso mi ha fatto partire militare; sempre il caso in Turchia scelse la destinazione; ed ora, finalmente, sarà la mia volontà a muover le pedine del gioco, a farmi rischiare la galera, la fucilazione, la morte per il gusto d'azzardo di seguire la traccia...
Mentre i miei camerati si stanno preparando alle grandi manovre, io mi preparo all'ultima ricerca sull'agnello vegetale di Tartaria.


1° stesura: Genova, ottobre 1984.
Revisione: estate 1993.

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