Io sono contrario a tutto ciò che è futuro

Domenico Gallo intervista Claudio Asciuti

Gallo:
Innanzitutto congratulazioni da parte di tutta la redazione di Intercom e dai collaboratori. Anche se da un po’ di tempo non collabori alla rivista, ti consideriamo sempre uno del gruppo e viviamo questa vittoria del Premio Urania, come è stato l’anno scorso per Ai margini del caos di Franco Ricciardiello, con grande passione.

Asciuti:
Grazie, allora, e anche per l'ospitalità. E sai come si dice in questi casi... sono contento di essere arrivato primo. Anche perché in questo genere di vittorie perdute, quando la posta in gioco non è solo un premio ma anche una weltanschaung e uno stile di vita, tutti coloro che hanno fatto parte della vecchia banda sentono, in qualche modo, la vittoria della loro weltanschaung... è come dire: allora, non ci siamo battuti invano... un po' quello che è successo quando hanno vinto Vittorio Catani o Franco Ricciardiello; ci siamo sentiti tutti partecipi... avevamo vinto anche noi...

Tra le gentilezze scambiate durante una recente polemica, sei stato impietosamente definito scrittore frustrato. Considerando la tua sterminata bibliografia, cosa bisogna fare oggi in Italia per poter essere considerati scrittori normali, forse vincere il Premio Urania?

Incidenti del genere accadono spesso quando tenti di dialogare sulla letteratura. I libri si vendono per lo più a Natale, quando l’acquirente intende ipotecare sugli altri un imprimatur di cultura e intelligenza, e per lo più, anziché essere letti, saranno usati come soprammobili. Come tu stesso hai ripetuto più volte, di questa polemica non devono essere perdute alcune riflessioni di valore, perché la sedia del recensore non è un trono bensì un letto di spine. Chi recensisce non è responsabile dell’opera ma del giudizio sull’opera, ma, al contempo, deve essere originale e interessante. Una condizione differente da quella del lettore, il quale integra il senso attraverso un proprio sistema di segni che è insondabile.
        Il problema di questa polemica è che, in realtà, non c’è stata, non è mai esistita. L’autore in questione, anziché parlare di letteratura, ha preferito parlare di biografie... vantandosi, inoltre, di non aver mai letto i miei libri o i miei articoli - perché, a sentir lui, più di due righe non riusciva a leggerne. Nessun problema, certo è una visione molto diversa dalla mia, che mi trova maggiormente impegnato proprio sulle opere che risultano più difficoltose. Inoltre la polemica mancata non ha colto l’occasione per approfondire il rapporto insinuante tra opera e recensione, né alcuno si è chiesto se, come le stroncature, anche le recensioni troppo positive debbano essere censurate dalle redazioni. Ora non è certo questo il caso, ma nessuno è intervenuto a proposito del rispetto verso il lettore (e acquirente) di un libro che, leggendo su una rivista anche interventi negativi (da cui può essere in disaccordo quanto quelli positivi come verso i neutrali), capisce di avere davanti a sé le vere opinioni degli autori e non delle veline. Tanto per fare un esempio, che si può dire della leggenda metropolitana che accusa un autore italiano di aver scritto una recensione, su un noto settimanale della sinistra, in cui elogiava se stesso firmandola con il nome della moglie? Si tratta di un narcisismo talmente spinto da non voler cedere neppure a un nome del tutto fittizio l’onore della pubblicazione pur di tenere in casa l’onore delle blandizie? A chi serve una cosa del genere? Secondo me questo è terrorismo letterario contro i lettori di riviste e di libri.
        Ma per rispondere alla tua domanda, i veri scrittori sono quelli così, e ce ne sono tanti in Italia, che vanno chinando il capo e tendendo la mano a destra e a sinistra per pubblicare qualcosa, sviolinatori delle altrui lodi, plagiari e scopiazzatori da liceo delle altrui opere, arrivisti e megalomani, piccoli faccendieri, che nelle biografie s'inventano lavori, pubblicazioni e onori e glorie, ci mettono perfino il fatto di aver vinto il premio del mercato rionale, sai che roba... e sono quelli che alla fine faranno carriera. Sono la versione aggiornata degli scrittori da fandom, per intenderci. Convinti di essere delle star, i primi perché pasticciavano sulla carta ciclostilata, i secondi perché hanno fatto il salto di qualità, pasticciano invece sulla carta stampata... ma poi, perché prendersela con gente tanto piccola? La natura, a noi tutti matrigna, è già stata abbastanza crudele, facendoli nascere così... mi sembra inelegante infierire... sono già stati puniti a sufficienza, anche se faranno carriera...

Hai ragione, anche se non ho mai capito se questo è un difetto specifico della fantascienza, o un generale malcostume dell’editoria e del mondo. Tornando a te, tra Premio Urania e Premio Alberto Tedeschi, quanti romanzi hai inviato a Mondadori?

Veramente tanti. Ho mandato romanzi noir al Premio Tedeschi, il concorso bandito dal Giallo Mondadori, tutti incentrati sulla figura del mio detective-psicologo, e al Premio Urania romanzi di fantascienza new wave, romanzi che anziché di scienza trattavano della letteratura di fantascienza, romanzi psichedelici. Ora che ho vinto quest'anno il concorso, e non potrò più mandar romanzi al premio Urania, mi sento disoccupato. Potresti scriverne uno te, tanto per cambiare. Così l'anno prossimo, benché io sappia usare solo la macchina per scrivere e qualche volta il computer, faccio un sito web su di te. Quand'è che ti metti al lavoro?

Qualche idea ce l’avrei, ma mi manca la volontà di concentrarmi solo su una cosa. Preferisco variare, mi sembra più divertente. Il rischio, lo so, è quello di essere superficiali, ma non è detto che inizi anch’io la via crucis di questo premio. Ma torniamo a te, diverse volte sei entrato nella rosa dei finalisti e due volte i tuoi romanzi erano stati giudicati pubblicabili, tra cui il bellissimo Hai visto le stelle stanotte? (arrivato secondo dopo Ai margini del caos di Franco Ricciardiello), ma non è accaduto. Come mai?

Mah, vorrei saperlo anch'io. Ci ho pensato a lungo, ma non mi sono ancora chiarito le idee se non per un fatto: l'epifania di quello che i greci chiamavano il kairos, il tempo debito. Non che fosse giunto il momento giusto in cui dovevo vincere io e non altri, beninteso, non c'è nulla di metafisico in ciò - soltanto si è sviluppata una somma di circostanze tali da permettere l'emergenza delle mie cose, a cominciare dai concorrenti il cui livello doveva essere più basso delle volte precedenti... e le cose succedono appunto nel tempo debito. O come dice il Koelet - te lo cito nella traduzione di Erri De Luca, che mi affascina più di quella della CEI o di quella protestante - "Per il tutto una data: e un punto per ogni intento sotto i cieli. Punto per nascere e punto per morire". "punto" traduce la parola "et", non nel senso di tempo, ma come avvenimento, impatto, momento... voglio dire che miei romanzi come Anni Luce e Samarra e San Marino sono riflessioni sulla fantascienza, sul suo sistema di segni, su quel mondo deliziosamente folle in cui per anni abbiamo convissuto; cose abbastanza particolari che possono esser pubblicate solo in un contesto specifico, in un preciso punto o momento non tanto della mia storia personale, quanto della fantascienza. E romanzi come La casa dei doganieri e Più acre di Lucifero, potrebbero esser pubblicati solo ora; per quell'epoca, come dire, mi sembravano un po' troppo avanti, troppo... d'avanguardia. O almeno, io ho questo sospetto... ora che il lettore medio si è abituato alla realtà virtuale, ai futuri con le bande metropolitane, alle droghe allucinogene e alle religioni strane, e ha visto al cinema Matrix o The Truman Show o Dark City - tre film legati dallo stesso filo comune, benché il primo mi abbia annoiato a morte - potrebbero esser pubblicati entrambi. Per Il terzo luogo e Hai visto le stelle stanotte?, entrambi sconfitti alla fine dalla dai romanzi di Nicoletta Vallorani e di Franco Ricciardiello, ho un'altra spiegazione; penso che si sia trattato semplicemente di un problema di preferenze personali fra i giurati, nel senso che ognuno spinge poi qualcosa con cui ha similitudine; anche se trovo perlomeno bizzarro, sotto il profilo deontologico, che Nicoletta Vallorani, collaboratrice di Urania e membro delle precedenti giurie, possa poi partecipare allo stesso premio. Come sai, i miei codici etici e deontologici sono piuttosto all'antica: io sono un conservatore.
        Ma poi, dice il Koelet: "Ho visto io ogni affanno e ogni regola dell'opera, che essa è gelosia d'uomo dal suo compagno. Anche questo è spreco e compagnia di vento". Il premio all'opera è nel piacere del lavoro stesso.

La notte dei pitagorici ha subito da parte dell’editore un intervento redazionale. Secondo te gli interventi hanno modificato la trama e lo stile del romanzo? Consideri La notte dei pitagorici ancora il tuo romanzo o il parto di un’équipe editoriale specializzata?

L'editing è veramente un gran casino perché si basa su due assunti che sono assolutamente contraddittori: il primo è quello di rendere più leggibile il romanzo, il che si traduce nell'andare spesso incontro al gusto di massa, a quella curva di acquisto e gradimento che fa sì che se il tuo libro venda, poi riesci magari a venderne anche un altro. Il secondo è quello di salvaguardare lo stile dell'autore, le sue manie, il suo sistema di espressione e di codici, magari abbellendo il tutto e rendendolo più incisivo. Giuseppe Lippi, che tutte le gatte da pelare in questo settore, ha voluto come editor Riccardo Valla, che è una persona in gamba. Ha corretto tutto il romanzo, i miei sbagli, ha tirato fuori sinonimi a cui non avevo pensato, ha alleggerito o reso più incisive certe situazioni, ha espresso cose meglio di quanto non sia riuscito io. Il che è bene. Ha eliminato poi tutti i tre punti che io uso sempre, roba da Céline, per intenderci, non ai livelli della trilogia del Nord, ma di Morte a credito, il che è male, perché i tre punti sono per me le pause della sospensione dell'azione e del pensiero. Ma ripeto, sono i problemi dell'editing, anche se vorrei veder Valla alle prese con quelle vaccate che girano spesso per le nostre librerie... comunque è andato tutto liscio.

Quando lessi "Non è la terra degli uomini", nel 1976, ancora non ti conoscevo. Rimasi impressionato dalla violenza e dall’immaginazione del racconto, dalla complessità linguistica. Mi ricordava quel poco di Harlan Ellison che ci era stato consentito di leggere, alcune visioni rock alla Michel Moorcock , una certa patologia della mente alla Barry Malzberg, mentre la scrittura letteralmente presentava quelle insofferenze New Wave che avevamo letto in alcuni racconti dell’antologia curata da Norman Spinrad, Cristalli di futuro. Cosa ha rappresentato per te la New Wave? Quali altri autori italiani ne sono rimasti influenzati?

"Non è la terra degli uomini" fu in assoluto il mio primo racconto pubblicato. Da quel racconto ne trassi poi una performance, che rappresentai nel giugno del 1978 nella rassegna Situazioni, un avvenimento artistico tenutosi qui a Genova al Teatro Archivolto, e che ottenne anche una segnalazione da Viana Conti, uno dei critici d'arte genovesi. Il racconto risente di diverse influenze, soprattutto, per così dire, "sperimentali". Io mi sono sempre sentito - e mi sento ancora tale - figlio della letteratura beat e hippy, e per estensione della New Wave, e mi è sembrato naturale, deciso di mettermi a scrivere, scrivere in quel modo e quelle cose, modo e cose che incidentalmente erano la versione fantascientifica degli happening, del flusso di coscienza, della scrittura visionaria... hai perfettamente ragione, c'erano Ellison, Moorcock, Malzberg, Cristalli di futuro, ma anche Ginsberg, Leary, Kerouac, c'era Dick e gli Hawkwind, i Magma e i primi Pynk Floyd. D'altronde come non si poteva restare affascinati dalla New Wave? Io che venivo da una lunga militanza di fantascienza tutto sommato tradizionale, m'infilai improvvisamente in quel mondo e mi sembrò di entrare nel paese di Bengodi; sentivo tutto che mi si rifrangeva addosso, a leggerlo, come esser dentro a un labirinto di specchi, in mezzo ad un prisma... era un "viaggio"... ed era ovvio, in quel mondo alla rovescia, innamorarsi della New Wave, come penso sia accaduto a quasi tutti quelli della mia generazione, dei quali, se non si sono pentiti, avverti sempre le tracce underground nei loro scritti. Cito per tutti Livio Horrak, che ne è stato il miglior rappresentante. Ma voglio aggiungere che, dal mio punto di vista - assolutamente opinabile, ma saldo come un megalito di Stonehenge - la New Wave è stata l'ultima grande stagione della fantascienza... sono anni che attendo di leggere un romanzo o un racconto capace di scuotermi la coscienza in quella maniera. Tutto quello che ho letto, dopo quegli anni, raramente mi ha entusiasmato... meno che mai il cyberpunk, per il quale nutro una profonda idiosincrasia.

Penso che tu sia stato il primo italiano a intersecare l’immaginario della fantascienza con quello della cultura hippy e della musica rock. Venticinque anni fa, quando eri collaboratore di Re Nudo e Gong, come era giudicata la fantascienza?

Ti ringrazio di quello che per è un grandissimo complimento. Io ambirei ad essere il primo - ma, la palma tocca a Horrak, con Tutto l'acido dell'impero, una delle cose migliori che ho letto nella fantascienza italiana. Comunque Re Nudo e Gong sono state esperienze molto belle, per me, dal momento che essendo riviste rigorosamente underground, erano interessate ad una serie di visioni fantascientifiche in qualche modo similari alle loro aspettative, e accettavano i miei pezzi, cosa che le riviste che, pur non essendo patinate, non avrebbero mai fatto. Ho lavorato anche con Best, una rivista non certo underground, dove mi lasciavano fare però quello che volevo. E proprio in questa contiguità di aree culturali fra il rock, la fantascienza e l'underground che ho conosciuto Majid Valcarenghi, e ho approfondito lo studio di Rajneesh, una figura che è stata importante per me, in un certo periodo della mia vita, ho conosciuto Fabio Carlini con cui poi ho scritto il libro Effetto macchina (pubblicato dall’editore Il Formichiere), e Tonino Antonucci Ferrara con cui avevamo in mente di scrivere un romanzo rock fantascientifico, qualcosa legato alle modificazioni che la musica avrebbe avuto nel futuro. Pensavamo entrambi, ma il tempo ci ha dato parzialmente torto, che la tecnologia avrebbe soppiantato i gruppi, e che un solo musicista avrebbe potuto comporre musica e suonarla. L'idea era quella di vedere la musica del futuro, ma se l'avessimo davvero vista, saremmo morti dallo spavento... mai sentite tante schifezze in vita mia come in questa seconda parte della mia esistenza. Continuo a preferire il rock degli anni Settanta, anzi, direi che gli anni Settanta sono il rock e basta.

Ora, dopo la pubblicazione dell’eccezionale Visioni Rock di Lewis Shiner e della Trilogia degli Illuminati di Robert Shea e Robert Anton Wilson, mi sembra chiaro che entrambe le culture desideravano vivere il futuro subito, magari in maniera ingenua come nelle comuni…

È anche la mia impressione. Musica rock e cultura hippy dovevano, prima o poi, andare a connettersi con la fantascienza, e raccontare quello che per il Living Theatre era la richiesta urgente e immediata di Paradise Now. Il mondo di allora, paradossalmente, aveva una progettualità che allungava all'infinito l'esistenza, ma nel contempo la bruciava immediatamente; potevi "piantare i semi", come dicevano gli hippy, e poi magari buttare via la tua esistenza. L'esempio migliore sono i Jefferson Airplane, che vivevano in una specie di comune, suonavano rock e parlavano dell'astronave HiJack. Quando sento i loro dischi mi vengono i brividi... e capisco perfettamente Lewis Shiner, Visioni Rock è il classico romanzo che avrei voluto scrivere io e mi mangerò le mani tutta la vita per non averlo saputo fare. Anche perché pone un problema cruciale; l'esecratissimo viaggio nel tempo, che io non sopporto e che giudico un escamotage creativo per creare infinite manipolazioni, è nato come un tentativo di "raddrizzare" prima il personale poi il politico del protagonista. Ma qui siamo ad un livello ulteriore, non stiamo parlando di andare a uccidere il cugino del meccanico che costruì la pedivella della prima motocicletta di Oswald, per far sì che nessuno uccida J. F. Kennedy e tutte quelle stupidaggini sulle storie alternative e ucroniche... stiamo dicendo che la musica rock era un mondo autoreferente, e la realtà quotidiana un suo derivato, e che agendo sulla musica rock avremmo potuto cambiare il mondo... una specie di bestemmia neoplatonica, quasi... ma credo che sii tratti di una delle più grandi idee che abbia mai sentito... e mi vengono in mente anche quei personaggi come i Grateful Dead, i Gong, i Magma, gli Hawkwind... gente che ha trasformato in prassi non un'ideologia, ma uno stile di vita... una proprietà che ha smesso di esistere, una creatività al servizio di una ribellione, un futuro che diventa presente. Era il motto degli hippy italiani di una volta - "Vivi ora la tua rivoluzione!" Poi vedi le Spice Girls, il festival di Sanremo, Orietta Berti - che dopo le parole di Luigi Tenco avrebbe fatto meglio ad emigrare agli antipodi e a cantare agli ornitorinchi - viva e vegeta che canta alla Festa dell'Unità e la narrativa cyberpunk che recupera gli spettri del rock e le televisioni che sono l'unico mezzo per far conversazione con la gente, la destra forzaitaliota che ti dice che i comunisti soffrono di invidia sociale nei riguardi del loro fuhrer, ti viene un prolasso testicolare e ringrazi l'Eterno che ti ha fatto nascere nei Cinquanta, e non negli Ottanta.

Dal rock all’impegno politico. Prima che c’incontrassimo, il glorioso primo maggio del 1980, avevo sentito parlare di te, del Collettivo delle Ombre di come coniugavate politica, fantascienza, poesia, performance. Queste tue pratiche erano inserite all’interno delle forme espressive del ’77 o avevano un’altra origine?

Come ho detto prima, e pochi sanno - io sono un conservatore. Lo dice anche il titolo che hai dato a quest'intervista: "io sono contrario a tutto ciò che è futuro". Il mondo si è fermato, per me, alla fine dei Settanta... ai primissimi Ottanta, a voler esagerare. Si è fermata la musica rock, il cinema, la letteratura mainstream e quella fantascientifica, la moda e la politica... già il 1977 comincia ad andarmi stretto, è troppo moderno. Ne ho apprezzato alcuni aspetti creativi, ed altri politici, soprattutto per quanto riguarda il recupero di un'agibilità sociale che l'allora PCI impediva... basti pensare ai katanga del sindacato che ti infilavano in coda al corteo, o ti cacciavan fuori dalla piazza perché non gli piaceva la tua faccia e ti davano ancora del provocatore fascista. Ma in linea di massima non ho mai avuto a che fare con il movimento del Settantasette, a parte un paio di riunioni politiche in cui credevo di assopirmi dalla noia, soprattutto perché l'ho giudicato come giudico ora buona parte delle cose che fanno i giovani dei centri sociali o dei partiti, se così possiamo chiamarli, dell'estrema sinistra... situazioni che difettano di senso dell'estetica. Voglio dire che Manzoni può chiudere le proprie defecazioni in un barattolo e chiamarla merda d'artista, ma ciò non legittima che la forma estetica sia in mano a chiunque, comunque. Come diceva Gilberto Govi in una sua celebre battuta: "Giggia, ti canti anche ti?", nel senso che tutti allora si sentivano in grado di esser poeti, musicisti, scrittori e così via, ed erano tutte abominazioni.... come adesso, per esempio, che gli scrittori fioriscono ovunque... ho dei libri di poesie, o di arte che mi sembra di essere, a leggerli, Caravaggio o Ezra Pound... la gente che lavorava nel Collettivo delle Ombre, invece, veniva dall'anarchismo, dalla musica punk, da ovunque, ma comunque c'era sempre un problema di ricerca artistica e di invenzione. Quella che io chiamavo "l'estetica dell'inestetica" - e che ingenuamente cercavo di teorizzare - era un modo di dar voce a tutti, ma chi fosse in grado di parlare in modo adeguato... il fatto è che volevano parlar tutti. E tutti volevano dar voce a chiunque, e trasformare l'arte in una specie di catena di produzione. Tanto è vero che, quando il discorso è finito con il diventare serializzato, io me ne sono andato e poco dopo si è sciolto tutto... si trattava di far arte, e non di produrre tondini di ferro. Ai superstiti del Collettivo gli è rimasto il nome, RAT-ART, che avevo portato io pescandolo da una dichiarazione di Patti Smith e la festa è finita, benché alcuni di loro siano ancora in giro e parlino sempre di RAT-ART... le cose sono state un po' diverse quando è uscita fuori la storia dell'animazione della Piazza dell'Italimpianti, ma il clima era cambiato ...

Come sei approdato all’Ambigua Utopia? Che progetto aveva? Perché è nata e perché è morta?

Queste domande sono destinate, credo, a non aver risposta, ma possiamo provarci. Sono finito in UAU perché durante una delle Italcon, che allora si chiamavano SFIR, se non sbaglio, il primo nucleo degli ambigui, Bulgarelli e &., avevano volantinato e mi era sembrata una cosa piuttosto furba. Anche perché detestavo e detesto ancor ora, gli editori, Fruttero e Lucentini, i fanzinari, i superesperti, i leccapiedi, i teorici del ghetto e quelli che avevano solo letto libri di fantascienza e non si accorgevano che il mondo andava oltre, chi si credeva uno scrittore e chi fingeva di esserlo, i masturbatori della penna e gli onanisti della fantascienza... ho scritto al gruppo, ci siamo sentiti, poi abbiamo messo su la sezione genovese, con cui abbiamo fatto qualcosa, ma se ti ricordi i soggetti che si erano imbarcati in quell'avventura, sembrava d'essere nella barca di Caronte... in effetti, il tempo che ha sempre ragione, ha comunque a tutti conservato una certa patina di artisticità - e di fantascientificità. Che progetto aveva UAU? Quello di tutti noi che abbiamo sempre pensato che la fantascienza fosse un buono spazio per combattere, e non solo una letteratura o un cinema d'evasione. Ma il limite massimo dell'Ambigua è stato quello di voler spostare più oltre del possibile i limiti della fantascienza, infilandoci dentro di tutto e sfumandone sempre di più i contenuti, nel tentativo assolutamente inane, e per me perdente, di dare una dignità letteraria a tutta la faccenda... queste, e le smanie leaderistiche dei vari capi, che furono prima o dopo estromessi lasciando di fatto il potere in mano ad Antonio Caronia, hanno distrutto la faccenda... è sempre stato un rimpianto, per me, la fine dell'Ambigua, perché è stato un bel periodo di crescita, di entusiasmi e di provocazioni. Il miglior epitaffio venne coniato dal nostro "fratello d'acqua" Mimmo Cammarota, da cantare sull'aria di "Maramao perchè sei morto": "Uaù perchè sei morta... Caronia non ti mancava... un Fabozzi avevi tu... Uaù uaù fa Cremaschi solo..."

Art Decad è uno dei più bei racconti che abbia mai letto... non solo italiani. In un qualche modo ci si ritrova la figura dell’artista di Triton e Dalghren di Samuel Delany o di Artificial Kid di Bruce Sterling, possiede l’atmosfera magica de "Il tempo considerato una spirale di pietre semipreziose" di Delany, e allo stesso tempo possiede un’impronta molto personale e, a mio parere, esprime New Wave ma anche qualcosa del cyberpunk. Cosa ha rappresentato per te questo racconto? Da dove viene fuori? Perché non si è sviluppata una sf del genere tra noi italiani?

"Art Decad" è un racconto New Wave, e lo è al cubo perché ispirato dalla New Wave quella musicale, il punk colto, diciamo di Patti Smith, dei Television, degli Ultravox, ma personalmente non trovo riferimenti cyberpunk, anche perché, come ho detto, è un genere che detesto, e l'idea, di averlo, sia pure inconsapevolmente, precorso, mi turba. L'idea di fondo era quella di buona parte delle mie cose, arte e realtà, vita come opera d'arte, vuoto esistenziale, ma il suo pregio maggiore credo sia quello del linguaggio, che era abbastanza innovativo, allora. Ma se non la smetti di farmi complimenti, comincio a prendermi sul serio e penso di essere una star anch'io e scrivo biografie seriose vantandomi come maggior scrittore italiano etc etc...

Una delle idee che avevo quando scrissi con Caronia Houdini e Faust era di dimostrare che il cyberpunk altro non è che la specializzazione di alcune istanze della New Wave unite al recupero della fantascienza avventurosa. Anch’io trovo che la sf degli anni Sessanta e Settanta fosse decisamente superiore a quella degli anni Ottanta, ma non credo che il cyberpunk sia un fenomeno così deleterio. Cambiamo argomento, io chiamo gli Anni Ottanta "Anni di merda", piuttosto che "Anni di piombo". Certo avere 22 - 23 anni all’inizio di quel decennio non era un gran che. Sembrava che un virus extraterrestre si stesse spandendo per la terra e renderla un pianeta morto. Anche nella fantascienza mi sembra che sia accaduto lo stesso. Chiude Robot, Aliens è una soluzione di sterile compromesso, inizia l’era del fantasy e dell’egemonia culturale di De Turris. Come è avvenuta, secondo te, questa conversione?

Se vuoi una lettura politica, è stato qualcosa di simile al momento in cui terminato il biennio rosso i fascisti hanno cominciato a invadere il paese perché non c'era più resistenza... o a quando il "pollo delle libertà", come l'ho visto raffigurato in una serie di operazioni artistiche, ha vinto le elezioni perché la sinistra nutriva sensi di colpa dopo la caduta del muro e la scomunistizzazione e aveva lasciato la piazza... in termini meno bellici, tutti noi avevamo bisogno - oltreché della celebre tonnellata di vasellina di cui parlava Frank Zappa a proposito degli anni Sessanta - di un punto di riferimento. La sinistra in un sol colpo aveva perso Robot, Aliens, la coppia Curtoni-Lippi da un lato e dall’altro UAU, il centrismo di Gianfranco Viviani era in crisi da quel dì e non aveva più credibilità, e la fantascienza era tornata in mano alle fanzine, Gianni Pilo era ancora un questore romano o un ufficiale dei carabinieri o un dirigente della politica, a seconda delle fonti, e in questo caos ne riemerge Gianfranco De Turris, dato per scomparso da tempo, e si trascina dietro l’editrice Solfanelli. Poiché Solfanelli promuove il Premio Tolkien, un sacco di gente che non aveva mai scritto una parola trova finalmente lo spazio per poter scrivere. E scrive, naturalmente, e uno tira l'altro, e la Solfanelli cresce e si espande, e raccoglie sempre più gente, spingendo in un angolo quei pochi che sapevano davvero scrivere, incalzati dalle mani adunche e dalle zanne feroci dei nuovi arrivati. La gente va dove c'è spazio, transita dalla DC e dal PSI alla Lega e poi agli italoforzuti, e vuoi che non abbandoni la fantascienza che non c'è più per la fantasy rampante? Come hai scritto su Carmilla, è stato una specie di cortocircuito del senso, la gente fingeva di esser di destra e scriveva roba di destra perché così poteva esser ben accetta, sicura che De Turris volesse solo roba di destra, ma alle tue considerazioni voglio aggiungere che la canea urlante scriveva roba di destra ignara del fatto che poi non era richiesto di esser di destra per entrare nel clan in questione... così il passaggio dalla fantascienza al fantastico è stato un fatto di contagio sociale, naturalmente: gli spazi erano quelli, e la gente si è dovuta inventare uno stile e un modo di narrare.

Sono convinto anch’io che non fosse così necessario essere di destra per essere pubblicati, come è stato il caso di Renato Pestriniero...

Tolti alcuni, tutti gli altri si sono ben presto eclissati. Ma io ascrivo la responsabilità di quel periodo anche al nostro ex-leader Caronia, il quale, finita l'epoca di UAU, non ha mai mosso un dito per raccogliere non solo i suoi ex-accoliti, ma anche gli altri che cercavano un punto di riferimento... capisco benissimo che Antonio avesse altro da fare che promuovere le inquietudini letterarie e critiche dei suoi fedeli sgherri che lo avevano seguito e lo avrebbero seguito ancora, ma in questi casi hai una forma di responsabilità politica. Voglio dire che non puoi organizzare la rivoluzione e poi quando questa termina, dire, è stato bello ragazzi, e tornartene al privato, come ha fatto Aldo Brandirali, per fare un esempio, che ha sciolto il partito, e poi è diventato CL e poi italoforzuto... non puoi farlo, se sei un capo, o se ambisci a farlo, se hai una direzione politica fra le mani, se ti accorgi che hai innestato un processo che può rivelarsi dannoso per il futuro delle masse. De Turris, bene o male, si è sempre preoccupato di aggregare i suoi accoliti, di trovare loro delle cose da fare, degli spazi per pubblicare, ha tenuto contatti, ha organizzato incontri etc. Pensa che gli unici soldi beccati in tutti quegli anni dalla fantascienza, li ho presi tramite Gianfranco De Turris e Gianni Pilo. Caronia ha proseguito per la sua strada memore, salvo rare eccezioni, solo di se stesso: lasciando i suoi uomini per la strada, e senza occuparsi di tenere i contatti con il popolo della fantascienza. E questo ti spiega anche il successo di De Turris, all'epoca. Se De Turris non si fosse impelagato con gente da poco, non fosse stato accerchiato da una coorte di ruffiani, e non si fosse perduto a giocherellare con le fanzine e i fanzinari, sarebbe diventato un leader della situazione, avrebbe tirato su cioè massa eguale e contraria a quella che Caronia ha poco giudiziosamente dissipato. O almeno, queste sono le mie valutazioni. Ma ora ti faccio una domanda: tu hai fatto Crash, sei stato un ambigutopico, sei l'unico di tutte le vaste propaggini di UAU che ha mantenuto rapporti stretti con Caronia, hai fatto diverse cose con lui, compreso un libro, Houdini e Faust, hai conosciuto anche Gianni Pilo, che ci ha sfamato e nutrito assieme a Mimmo Cammarota, e che ci ha avrebbe consegnato la responsabilità di Sfere se lo avessimo voluto... e hai conosciuto pure De Turris, sebbene non hai mai lavorato con lui, e Solfanelli ti ha invitato a far delle cose per la sua rivista e per la sua casa editrice, e tu hai declinato gentilmente l'offerta... dopo tanti anni, quale è la tua valutazione di questo mondo?

Argh... diciamo che non avendo vinto io il Premio Urania non ho alcun motivo di essere intervistato. Comunque cercherò di risponderti mentre penso a un’altra domanda. Innanzi tutto mi considero una persona inquieta, almeno intellettualmente. Mi sono ritrovato a fare politica nell’ottobre del 1973, per caso. I primi tre giorni di scuola al mio liceo ci furono tre assalti fascisti. Io venivo da un quartiere povero e la scuola, come tu sai, era in quello dei ricchi. Soprattutto questo fu uno shock da cui non mi sono mai ripreso. Politica e fantascienza stavano assieme perché erano le principali pulsioni della mia adolescenza. Quindi per caso. Quando facemmo la fanzine Crash, a cui anche te hai partecipato, le nostre intenzioni erano quelle di cercare un modello letterario, ma i metodi erano gli unici che avevamo a disposizione, quelli dell’organizzazione politica. Anche gli anni di Intercom con Bruno Valle erano simili. Ripeto non i contenuti o l’obiettivo della ricerca, ma l’organizzazione. Ovvero rifiuto della retribuzione, sacrifici estremi, autofinanziamento, distribuzione diretta. Poi, lentamente siamo cambiati, nel senso che abbiamo acquisito altre metodologie. Il principale motivo per cui non ho collaborato più intensamente con Sfere e Fanucci dell’epoca era che sentivo di non avere il controllo della situazione. Con Gianni Pilo, come con Gianfranco De Turris o Solfanelli, non è stato tanto una repulsione ideologica (del resto Gianni Pilo si è sempre tenuto fuori dai clan neri), quanto il fatto che non garantivano un habitat per la mia cultura e il mio progresso intellettuale.
        E poi, con il mio ritiro dalla politica attiva, nel 1983, mi sono gettato nell’alpinismo. Con Solfanelli, nonostante i contatti avuti, non mi trovavo a mio agio, sia per il retaggio politico, sia per la bassa qualità delle opere stampate, sia per una grossa ambiguità presente. Certo molti noti comunisti erano tra i collaboratori, come Monica Lanfranco, ma davvero non mi sentivo con loro, nonostante la presenza tua e di Renato Petriniero o la sortita di Lino Aldani (due padri spirituali, per me). Ad Antonio Caronia, come a Carlo Pagetti, mi lega un percorso intellettuale. Loro sono stati per me due professori, io ho studiato i loro scritti, questi mi hanno fatto venire delle idee, hanno cambiato il mio modo di vedere la fantascienza. Se mi fossi accostato a Solfanelli forse avrei pubblicato di più, ma cosa? Houdini e Faust è il risultato di vent’anni di riflessioni che, per me partono dalla fisica (e in particolare dalla biofisica e dalla cibernetica che ho imparato da Antonio Borsellino), dalla storia della fisica (che mi viene da Enrico Bellone e dalla tesi), dalla storia della tecnologia, dalle indagini sulla cultura popolare che partirono dalla lettura di Umberto Eco e di Giuseppe Petronio, infine dalla lettura di Decoder. Con Antonio Caronia non mi lega tanto l’AmbiguaUtopia, quanto il fatto che, a distanza di anni, le nostre riflessioni si intersecano e, come nel caso di Houdini e Faust, si concretizzano in un libro.
        Ma torniamo a te. Anche tu ti sei orientato al fantastico. "Intorno a lei, Magellano", un racconto che presentiamo qui, ha una forte apparato mitico. A me piace tuttora molto, anche perché io lo vedo come una tappa fondamentale nella costruzione del tuo linguaggio. Nei due anni precedenti eri arrivato in finale al Premio Tolkien ("Il mio nome è legione", "Il miraggio di Zalmoxis") e con "Intorno a lei Magellano" l’hai vinto, contemporaneamente pubblicavi tre racconti rozzamente definiti fantasy per Fanucci ("Giulio l’uccisore", "Il re dei lupi", "L’incantesimo di Curtea De Arges"). Inoltre hai pubblicato "Nel nome dei tuoni" sui Gli eredi di Cthulhu e il romanzo breve Il signore della morte. Erano in molti ad affermare che si trattava di un genere di destra, gestito da curatori di destra e pubblicato da case editrici di destra. Anche tu eri di destra e i tuoi racconti erano fascistoidi?

Il mio passaggio al fantastico è stata la conclusione di un percorso che, per quanto mi riguarda, mi aveva portato veramente a "distruggere la fantascienza". Se tu leggi le cose che ho scritto dal 1976 al 1982, vedrai che non c'era proprio più nulla di fantascientifico. Così ho provato ad esplorare questo linguaggio... come prima avevo fatto performance, o scritto poesie, o cercato di studiare recitazione, e come dopo avrei cercato di studiare danza o arti marziali, e di scrivere anziché racconti saggistica. È una forma di nomadologia intellettuale, se vuoi... comunque il fatto di scrivere quelle cose per Solfanelli e Fanucci mi ha portato a queste penose accuse, che ogni tanto tornano a galla. Chiariamo la faccenda, ammesso a qualcuno possa interessare: se mi chiedono come mi definisco politicamente, rispondo che dopo esser stato cattolico, missino e comunista, sono un anarchico di destra. Anarchico, perché continuo a pensare che l'anarchia sia l'unica forma di sopravvivenza sensata in un non-stato, e di destra perché ero e resto, oltreché un conservatore, un... non dico individualista, guarda, uso la forma di Kierkegaard "un singolo", o quella di Jung "un individuo". E poi perché sono convinto che sotto il fascismo, se non mi avessero licenziato per non aver giurato fedeltà al regime, o messo al confino perché antifascista, o alla risiera di San Sabba perché filo-ebreo, seppellito dalle tasse perché scapolo, in qualche manicomio perché a favore dei gay, in carcere perché anarchico, a combattere in URSS o in Etiopia perché antimilitarista, sarei stato benissimo...

Come giudichi la qualità letteraria di fantasy, horror, simbolico italiano di quel periodo?

La maggior parte, dei veri orrori, delle cacate. Ma se tu vai a rileggerti ora quei materiali, troverai che in mezzo c'era diversa gente in gamba che per un motivo o l'altro ha smesso, e me ne rammarico perché non ne so più nulla: ti cito, pescando a memoria, certi pezzi da novanta di altre generazioni, tipo Cersosimo, Pestriniero, Leveghi, e gente della nostra, come Iacobellis, Lipos, il Cammarota, Tonani, Barberi, Nerozzi... se vado a scartabellare magari ne trovo degli altri... con un po' di fatica...

Sei spesso stato accusato di collaborare con Gianfranco de Turris, cosa che hai realmente fatto, come se fosse un crimine politico. Se ti va di parlarne, quali motivi ti hanno spinto a offrire i tuoi materiali e a permettere che fossero inseriti in un progetto letterario fortemente ideologico?

La storia, che racconterò a monito delle nuove generazioni, è iniziata dopo che ho vinto il PremioTolkien, e ho scoperto che De Turris non era quel mostro che ci era stato dipinto... io pensavo che fosse tipo Saccucci, te lo ricordi, quello dei raid di Sezze? Oppure il Freda e Ventura della fantascienza. Martino mi era stato descritto come un pericoloso picchiatore fascista, Voglino come un nazista, Morganti una specie di ordinenovista esoterico, mentre Solfanelli aveva fama di templare e di manganellatore. Da quanto mi hanno raccontato, alcuni di loro lo sono anche stati, ma la cosa non è che mi sgomenti troppo - come non mi sgomentava prima... questo dipingere delle tinte più infernali il volto dei - supposti - avversari di destra, prima ancora di capire che i veri avversari erano altri è sempre stato un vezzo della sinistra... vezzo che, adesso che è finalmente chiaro chi sia il nemico, è stato perso. Anzi, al nemico gli abbiamo anche dato un volto umano... comunque io e De Turris abbiamo cominciato a scriverci e ho scoperto che era una persona normale, e che comunque credeva in qualcosa che andava al di là delle vendite. In un mondo in cui le vendite erano la cosa più importante, con Gianfranco Viviani che mi spiegava cosa dovevo scrivere per andare incontro ai gusti della gente, mi sembrava un buon punto d'inizio. Così ho cominciato a fare delle cose, che da tutti mi sono state rinfacciate e recriminate, e nell'ordine, queste cose erano poi: partecipare al Premio Tolkien, categoria racconti e romanzi, inclusive tour comprendente la pubblicazione; dare un racconto a De Turris per l'antologia Gli eredi di Cthulhu; pubblicare con Dimensione Cosmica, due racconti e un articolo... roba da giustificare un'esecuzione per alto tradimento... all'epoca dovevo davvero far notizia, se tutti si preoccupavano di questa mia conversione alla Nuova Destra... aggiungo che quel periodo è una macchia sul mio onore. Non per aver pubblicato con Solfanelli, ma perché non ho mandato a impiccarsi tutti quelli che mi facevano notare che ero stato comunista, ambiguo-utopico, che ero un traditore, che legittimavo il fascismo, eccetera. Il climax è stato raggiunto quando dalla centrale milanese della disciolta UAU, mi arrivò la notizia - più divertita che preoccupata - che io e De Turris fossimo intenti a scrivere un saggio sul mito di Mussolini, visto da destra, da pubblicare nel centenario della nascita. Detto che se qualcuno mi fornisce un editore decente e carta bianca il libro su Mussolini e il suo mito glielo scrivo comunque, l'episodio penso sia significativo di quel clima. Che a me costò questa nomea di "autonomo nero", di "nazi maoista" e amenità varie... veramente penoso. Aggiungerò che dal mio punto di vista era assolutamente legittimo mandare i miei lavori a De Turris e a Solfanelli, giacché nessuno ha mai cercato di farmi dire cose che io non ho mai pensato, tipo spacciarmi per uno di destra, un benpensante, un reazionario o simili. E che non ho mai visto una politicizzazione particolare in quel senso, dal momento che il fatto che esistesse un orientamento in senso fantastico, anziché fantascientifico, era legato più che a una scelta politica ad una estetica: almeno in Italia, la fantascienza era di sinistra e il fantastico di destra. Ti ricordo due slogan, uno che girò per il convegno di UAU al Ciak di Milano, nel 1979, e uno scritto sui muri di Genova: "Ufo qui, Ufo là, Ufo in tutta la città" e "Gandalf è vivo e lotta assieme a noi". Era ovvio che la destra si riunisse attorno al fantastico e la sinistra attorno alla fantascienza, era una contrapposizione fra mythos e logos, inevitabile...

A mio parere il periodo del fantastico di destra in Italia presenta, in misura numericamente ridotta ma ideologicamente simile, una stretta analogia all’asservimento dell’arte al potere che ha caratterizzato le società totalitarie dell’est. Dunque, come sostiene Hannah Arendt, il totalitarismo è una classificazione del potere superiore alla divisione storica tra destra e sinistra? De Turris ed Evola come Zdanov e Stalin?

Nonostante che Hannah Arendt, personaggio scomodo se mai ce ne fu una nell'ambito della sinistra, sia stata attaccata agli inizi per le sue teorie, la storia ha dimostrato che aveva perfettamente ragione. Totalitarismo nazista e totalitarismo sovietico si equivalgono nella prassi, e le trasformazioni che impongono sono assolutamente nuove nel panorama europeo, sono trasformazioni che coinvolgono cultura e politica, economia e estetica. In Italia, negli anni Ottanta, non abbiamo avuto nulla di così estremo, non solo perché De Turris non era lo Zdanov di destra, ma perché mancava il regime totalitario in se stesso... sebbene lui facesse comunque dello zdanovismo, sebbene non abbia mai voluto accettarlo. Diverse volte mi sono trovato a discutere su testi che avevano una significanza ideologica, ma poco o nessun spessore culturale o estetico. E quei testi gli piacevano comunque perché fortemente ideologizzanti... tieni conto, però, che sto parlando di letteratura vera. A De Turris piaceva, che so, Mazzantini, quello di A cercar la bella morte, e non piaceva troppo il Maurensig di La variante di Luneburg, non perché non fosse scritto bene, ma perché c'erano di mezzo i campi di sterminio. A questo livello il discorso era contestabile, ma non privo di una sua logica. Però era un discorso che non si poteva inserire nell'estetica, chiamiamola così, del Premio Tolkien e di Solfanelli, un po' perché Solfanelli non voleva far la figura del fascista, un po' perché nessuno di quelli che era nel giro sarebbe stato in grado di scrivere come Mazzantini, figuriamoci poi come Maurensig. E poi, ripeto, non erano veri fascisti... questi adulatori da strapazzo, se De Turris fosse stato il Piccolo Padre in persona, si sarebbero fatti crescere i baffoni e infilato il colbacco. La riprova? Hai mai letto un racconto veramente di destra, a quell'epoca? Un racconto in cui si capisca perfettamente che l'autore è fascista? Io mi ricordo solo cose di Voglino e di Morganti, oltreché del defunto Leveghi; gente che non faceva nessun mistero d'esser di destra, ma che sapeva scrivere, che alla fine poi è quello che m'interessa maggiormente. Degli altri, vuoto totale - estetico e politico. De Turris ha compiuto però un errore, si è fidato, ha creduto che gli adulatori fossero una scuderia, una scuola, un gruppo di gente in gamba, ed è cortocircuitato anche lui, nel tentativo di dare una valenza superiore al significato politico anziché al significante, e ciò ha condotto alla rovina tutto il progetto solfanelliano, perché diverse stupidaggini sono state pubblicate in questo modo. Racconta comunque ai lettori l'episodio de "il mio amico Gianfranco", e traine le debite conclusioni- perché, come direbbe il Cammarota, continuiamo ad assistere a eventi supernormali...

L’episodio che citi è stato davvero buffo, ed era accaduto a Courmayeur, durante una straziante Italcon. Uno sconosciuto fan adulatore, dopo aver magnificato per ore la propria conoscenza e collaborazione con De Turris non si era avveduto che da diverso tempo gli si trovava a pochi metri. Risultato: non l’aveva mai visto. Cose che capitano.
Conclusa la tua collaborazione con De Turris inizia un periodo buio da cui abbiamo pescato le storie inedite che pubblichiamo ora su Intercom. Tu hai deciso di non offrire i racconti alle fanzine, nonostante tu sia sempre stato molto vicino alla redazione di Intercom, e hai atteso un decennio prima di pubblicare di nuovo. Perché?

Come dice il protagonista del racconto che compare in questo numero di Intercom, si tratta di esser "stranieri in terra straniera". Forse aveva ragione la Arendt, a proposito, quando parla della marginalità, dello sradicamento, della superfluità degli esseri umani. Finita anche quella festa, quando il buon Solfanelli volle farmi firmare un contratto per una mia antologia che io, irriducibilmente anarchico di destra, considerai un attentato alle mie libertà - una prelazione di cinque anni sulle mie opere? Impensabile - risposi, come Bartley lo scrivano, preferirei di no. Solfanelli fece i capricci, disse che allora si fermava tutto e non si fece più un accidente. Anzi, disse che se volevo pubblicare qualcosa con lui dovevo pagare. Certo, risposi, proprio io... lasciai cadere l'argomento, limitandomi a far notare che di solito io venivo pagato per le cose che scrivevo, e non viceversa. Aggiungo che da allora la mia stima di Solfanelli è caduta sotto zero. Era il 1987, mi sembra, ed eravamo a Courmayeur, forse. Mi resi conto che dovevo mollare quel mondo di squilibrati, prima di cominciare a dare i numeri anch'io e, per prima cosa, smisi non di scrivere ma di far sapere che scrivevo. Poi mi ritirai lentamente dall'agone, occupandomi d'altro, con più soldi e con più soddisfazione, e anche se leccapiedi e ruffiani ce n'erano ovunque a iosa, non dovevo far dichiarazioni di fedeltà a nessuno e neppure tessere panegirici di case editrici o di editori con il delirio di grandezza. Ma ero incazzato nero, esser costretto ad abbandonare il mondo della fantascienza, cacciato da un mondo che mi aveva visto in giro per tanto tempo... continuavo a frequentare le convention, ma non ne potevo più. Ne avevo le tasche piene di pettegolezzi, del grigiore di questa gente, della meschinità di alcuni e dell'ottusità di altri. La goccia finale fu nel 1993, quando Adolfo Morganti, che pure consideravo di quella stolta discendenza l'unico vero intellettuale ad ampio raggio, organizzò quella farsa sul viaggio all'Italcon di San Marino, e io, che di viaggi me ne ero sempre occupato, gli scrissi che mi sarebbe piaciuto partecipare. Nota che era la prima volta che chiedevo qualcosa a qualcuno, evento mai avvenuto, in linea di massima ho sempre aspettato che fossero gli altri a venirmi a cercare, non sono mai stato capace di domandare alcunché... nessuna risposta... mesi dopo, arrivato al convegno, e piuttosto incazzato, scoprii che tutti erano diventati esperti di viaggi - come dicevo prima "Giggia, ti canti anche ti?" e tutti ne scrivevano e ne parlavano. Naturalmente degli esperti, quelli veri, neanche un'impalpabile traccia. Un'altra occasione perduta; c'era la possibilità di invitare i più bei nomi universitari e no a parlare del viaggio nel fantastico... si potevano chiamare, che so, geografi, alpinisti, scrittori, studiosi di viaggi, da Giacomo Corna Pellegrini a Renato Giovannoli, dalla Marica Milanesi a Fosco Maraini a Eugenio Turri a Massimo Quaini... tu sai che io lavoravo nel settore, all'università, e un sacco di gente o la conoscevo o ci potevo giungere facilmente... nulla... arrivo e mi ritrovo dinanzi la stessa gente, le stesse persone, la stessa tristezza di sempre. Capii allora che a nessuno era mai fregato nulla di niente, di ciò che aveva importanza reale nel mondo. E in un rocambolesco ritorno notturno via treno, da Rimini a Genova, giurai a me stesso che non avrei più avuto contatti con il mondo del fandom, innanzitutto, e che mi sarei tenuto le cose che facevo esclusivamente per i fatti miei, scomparendo definitivamente. Mi accorsi che dal 1977 al 1993 avevo sprecato notti e albe e giorni inseguendo miraggi al di là di ogni portata... in un mondo di mezze calzette, di megalomani, di pericolosi squilibrati, gente che pasticciava appunto su fanzine e piccole case editrici pensando di esser grandi scrittori o editori, e il mondo manco si accorgeva che esistevano. Vedi, era questa la cosa più dolorosa per me: sapere che qualunque cosa, qualunque progetto fantascientifico o meno mi avesse annoverato fra le sue file, non aveva cambiato un accidente della realtà circostante... non UAU, Intercom, non la banda di Gianfranco De Turris, nessuna fanzine o rivista, gruppo, club o società, e in quanto a quell'informe accozzaglia di non professionisti che erano tutti iscritti alla World SF fingendo di essere professionisti di fantascienza, meno male che non mi ero mai posto il problema di entrarci, perché in caso contrario mi sarei trasformato in Hannibal the Cannibal e avrei mangiato il cuore a qualcuno... all'inferno. E la cosa divertente è che a San Marino, quest'anno, il rituale si è rinnovato allo stesso modo... nessuno si è accorto di quello che è successo nel mondo reale, riguardo al fantastico... si è celebrato un funerale, non un anniversario. Tutta questa gente non si è resa conto che i tempi erano cambiati, che tutta la gente che aveva abitato il ghetto adesso pubblicava fuori dal ghetto, che c'era un mercato estero, che i media si erano accorti che esistevano scrittori italiani... nessuno si era accorto di nulla. C'erano sempre le stesse persone, quelle del 1993. Avevo ragione io, allora... va bene, ricomincio la narrazione cronologica: dal 1993 in poi ho tagliato tutti i contatti che avevo con il mondo della fantascienza, mi sono dedicato ad altro. E non ho più voluto pubblicare un accidente, perché ero - e sono ancora convinto - che l'editoria di fantascienza alternava allora momenti maniacali a momenti depressivi, per cui un giorno eravamo tutti Asimov e il giorno dopo tutti dei poveracci, ed io non ero né l'uno né l'altro, ma più semplicemente qualcuno che scriveva fantascienza e voleva farlo in piena e assoluta libertà... peggio che mai quella amatoriale... che ha colpe ancora peggiori, dal momento che pretende di creare degli autori, in un circuito che non va oltre il vicino di casa, la fidanzata, l'amico del cuore e i corrispondenti fanzinari. Infatti le mie relazioni durature con le fanzine si sono limitate a Intercom, giacché il livello medio era non so quanti parsec lontano dalle altre fanzine. Il gioco delle fanzine può andar bene fino ad una certa età, poi diventa qualcosa di simile al tifo calcistico. E a me il calcio fa ribrezzo, manderei nei campi di lavoro i calciatori e quanto ai tifosi ho sempre pensato che la deprogrammazione all'americana sarebbe stata un'ottima terapia. Così ho mollato tutto. Andavo a scuola, mi allenavo alle corse podistiche, ho studiato ebraico e ho pensato per un po' di convertirmi all'ebraismo, e non è escluso che lo faccia prima o poi, ho fatto yoga, ho continuato a correre dietro alle ragazze, a leggere libri, ad ascoltare musica rock, a vedere i film che tutti chiamano trash... ho continuato anche a scrivere, per conto mio, ho riempito cassetti di romanzi, e mille volte sono stato sul punto di lasciar perdere - poi arrivava sempre qualche figura protettiva che mi faceva capire che non era il caso. Ma nel contempo ero arrivato finalmente a quello che considero il termine massimo dell'esperienza - la visibilità zero. In un mondo in cui tutti parlano di visibilità, io teorizzo la cosa opposta - la visibilità zero - devo questo termine a Ceiling Zero, tradotto in italiano con Brume, grande film di Hawks con James Cagney, uno dei miei attori preferiti - quello stato di nascondimento che permette di sparire e riemergere poi all'improvviso, ai margini delle cose, sconosciuto a tutti, estraneo ad ogni evento. È la realizzazione, in chiave minore, della figura dell'Anarca teorizzata da Junger. Pensa che in questo mondo in cui tutti parlano per far vedere che esistono, io virtualmente non esistevo più... scomparso, cancellato, annullato... "Straniero in terra straniera"... che non è soltanto un romanzo di Robert Heinlein, il mio racconto, le canzoni di Lion Russell, ma è un verso della Bibbia... io, che ho sempre considerato la fantascienza come una filosofia di vita, come uno stile esistenziale, come un valore superiore a molti altri - eccomi annullato e in animazione sospesa... scrivevo e nessuno sapeva che lo facevo... cioè scrivevo non per pubblicare, segno indicativo di un'esistenza più o meno virtuale, ma per il gusto di farlo, e quel che è peggio scrivevo ciò che mi passava per la testa, sapendo perfettamente che erano cose invendibili... Visibilità zero... avrei potuto rimanere in animazione sospesa per altri mille anni, e nessuno avrebbe pianto la mia dipartita. E nota che questo processo è avvenuto non perché mi sia stancato della fantascienza, come è avvenuto, o almeno credo io, che so, a Daniele Ganapini, a Gianluigi Pilu, a Mimmo Cammarota, tanto per fare nomi della mia generazione - ma perché era stato il mondo della fantascienza ad esser divenuto un luogo in cui non era più possibile muoversi, un mondo dove il potere era detenuto da gente che alla fine pensava solo al potere in se stesso... e capirai quale potere... pensa che ho ricominciato ad esser visibile il momento in cui ho cominciato a scrivere con Pulp e poi con Carmilla... e che la gente non sapeva neppure chi fossi... Visibilità zero... tutto il casino che avevo fatto in precedenza, rompendo le scatole ora all'uno ora all'altro, quello che avevo scritto in bene e in male... tutto cancellato... prova a interrogare qualcuno sulla mia inesistenza... e sì che come cadavere restavo comunque ingombrante. Questo mi ha fatto comprendere che, sostanzialmente, avevo ragione; il mondo da cui mi ero ritirato non era il mondo reale, ma un suo simulacro dove le normali leggi che tengono in piedi il nostro universo erano sostituite da altre. Tengo molto a questa distinzione: c'è il mondo reale - e quello della fantascienza. Nel mondo reale nessuno rompe l'anima a Erri De Luca, uno scrittore che a me piace molto, perché scrive con l'Avvenire - e De Luca non è religioso, è un ex di Lotta Continua ed è in disaccordo con il novanta per cento di ciò che dice la CEI; ma in quello della fantascienza, se sei di sinistra e pubblichi con Gianni Pilo (quand'era un colonnello dei carabinieri, non dopo che è diventato un civile) o con Gianfranco De Turris scoppia una bega interminabile. Se nel mondo reale tu stronchi con una recensione un libro, l'autore o il curatore si scoccia e magari ti scrive una lettera; nel mondo della fantascienza la lettera scende sul personale, e il curatore aizza i suoi scherani a scrivere contro di te, poi tira fuori ancora una volta la tua fede politica e cerca di farti ostracizzare dagli altri. Nel mondo reale c'è una fascia di lettori di non so quanti milioni, e un gruppo, comunque troppo esteso, di scrittori che scrivono i libri che quei lettori poi leggono; ma solo nel mondo della fantascienza puoi trovare una tavola rotonda fra autori, dove gli autori sono il pubblico, e i non autori, per distinguersi da essi, hanno raggiunto il moderatore sul palco. Potrei continuare all'infinito, ma tu e io e i lettori... tutti siamo al corrente di questi ed altri obbrobri... comunque non ho mai sentito la mancanza di quel mondo, solo di alcuni - gli amici, pochi. Il fandom mi rompe ancora adesso, e nel mondo della fantascienza non ho comunque intenzione di mettere più piede - soprattutto finché sarà gestito dall'Asse Courmayeur-San Marino, un vero attentato alla democrazia. Mi dicono che quei ragazzi di Settimo Inchiostro hanno dichiarato guerra all'Asse, e che l'Asse ha bandito una crociata contro di loro. Te l'ho detto, non è il mondo reale. Hai intenzione, a proposito, di partecipare alla resistenza? Potresti organizzare una sezione del convegno che appartenga al mondo reale, ad esempio. Una tavola rotonda dove non ci sono i soliti megalomani, ma scrittori veri... oppure scienziati veri. Rispondi a una domanda: non ti piacerebbe, per una volta nella tua vita, partecipare ad un convegno di fantascienza vero, dove ci sono scrittori veri che tengono relazioni - e non mestieranti d'accatto - e un pubblico vero - non i mestieranti d'accatto che finita la loro relazione scendono fra lo scarso pubblico per rimpinguarlo - e gli atti delle relazioni vengono pubblicati da un editore vero... un convegno in cui puoi comprare dei veri libri nelle bancarelle, senza sentirti spacciare balle su chi e come gestisce le bancarelle stesse... magari una bancarella di usato, dove puoi comprare i libri che mancano alla tua collezione... dove puoi vedere dei veri film, magari Daleks il futuro fra un milione d'anni, ma anche un po' di pellicole in lingua, a noi sconosciute, dei circuiti americani di mezzanotte... dove ci sono i veri media, non quelli fasulli, che riprendono il convegno e intervistano i veri scrittori... e dove il convegno è radicato nel territorio, per cui gli abitanti non ti prendono per i fondelli ma vengono magari a vedere i film e a sentire le conferenze e tu puoi chiacchierare con loro... bene, questa sarebbe la fantascienza nel mondo reale, e non la fantascienza nel mondo della fantascienza come siamo abituati a viverla noi. Dove cioè, tutto è finto. Su, non essere ritroso: non ti piacerebbe un convegno del genere?

Certo che mi piacerebbe, solo a Courmayeur mi è capitato di assistere al penoso ribaltamento di relatori che erano più ignoranti del pubblico in sala. Perché sembrava più professionale aizzare dei mitomani bestiali... Spero che un convegno del genere esisterà nel 2001. Io ho smesso di andarci per molti motivi, ma, soprattutto, perché mi vergognavo a raccontare la verità di questi incontri. Una volta, tornato da San Marino, chiacchieravo di convegni con Enrico Bellone, il mio relatore che ora è direttore de Le Scienze, ebbene lui mi raccontavo di Thomas Kuhn e di Paul Feyrabend, di premi Nobel. E lui mi disse "cosa ci vai a fare?".
Tornando alle tue opere, mi colpisce sempre moltissimo la dimensione autobiografica dei tuoi racconti, la ricostruzione delle tue vicende sentimentali, la ricontestualizzazione dei problemi di coppia. Il racconto è un riflesso della vita, un’estremizzazione, un termine di paragone, la rappresentazione di una nevrosi...

Italo Svevo diceva che fuori dalla penna non c'è salvezza, e per quanto mi riguarda posso sfidare chiunque a negarlo. La scrittura, ma più in generale l'arte, sono forme di autoterapia e si finisce solitamente per il raccontare ciò che si è e ciò che si vede, o meglio, il racconto non è che una propaggine emergente di quel vissuto, sotto forma di desiderio, di oblio, di rimozione, di raddrizzamento, di "incontro con l'Ombra", come direbbe Jung. Tieni conto che tu sei condizionato dal fatto di conoscermi da quasi una ventina d'anni, e di esserti goduto in presa diretta le inevitabili performance della mia esistenza: il lettore che non mi conosce potrebbe guardare dentro di me, attraverso i miei scritti, solo se avesse voglia di studiarci sopra e di stabilire cosa in quella rete di significanti ha una sua... stabilità... la sua essenza. Ma non sono così importante da meritare da parte di un qualunque lettore tali attenzioni... anzi, sono così contingente ed effimero, che sarà già tanto se se tra una ventina d'anni qualcuno si ricorderà che ho scritto dei libri di fantascienza. Ma poiché la fantascienza è l'unica prassi letteraria che parli realmente di morte e di immortalità, è consolante sapere che i tuoi nipoti si consoleranno leggendo non quello che abbiamo scritto noi, ma Damuel Delany e Theodore Sturgeon e Harlan Ellison...

Rileggere "Primi voli all’alba" mi ha stordito. In questo caso la fantascienza, attraverso i suoi meccanismi letterari, consente di intensificare gli elementi tragici, di modellare contraddizioni interiori ed esprimerle attraverso vicende che sono la rappresentazione diretta di emozioni difficilmente esprimibili. Dunque sei tornato alla sf in cerca di una libertà espressiva che altri generi non ti offrivano?

Certo. Come ho detto più volte, parafrasando Hemingway, se hai avuto la fortuna di stare in mezzo alla fantascienza da giovane, questa ti accompagna tutta la vita, perché è una festa mobile. Benché abbia scritto fantasy, horror e noir, la fantascienza l'ho nelle vene da quando ho pensato che anziché far l'intellettuale come i miei compagni di scuola che leggevano le cose intelligenti e parlavano in punta di forchetta, era meglio che continuassi a farmi prendere per i fondelli leggendo Isaac Asimov e James Blish e Arthur Clarke, ed ero appunto un ragazzino... al punto che quest'estate sono andato per esami di maturità, come tutti gli sfortunati servi della gleba della categoria, e una mia vecchia amica, a sua volta servo della gleba ma non consapevole d'esserlo, mi ha presentato ad altri servi della gleba altrettanto inconsapevoli come quello "che si occupa di fantascienza". Sono passati circa venticinque anni, da quando eravamo ragazzi. Lei era una studentessa modello ed ora è una serva della gleba modello... io sono rimasto quello "che si occupa di fantascienza". Nota che in questi venticinque anni, quello che ho pubblicato, fantascientificamente parlando, non arriva neanche a un quarto di quello che non è fantascientifico, e mica su delle fanzine, le ho pubblicate, le cose che ho scritto. Ma ti resta addosso lo stigma, è come una malattia mortale. Ed è giusto che sia così. Probabilmente schiatterò scrivendo fantascienza... anche perché, con tutta la buona volontà possibile, non è che la letteratura mainstream sia quella bellezza che ci raccontiamo; anzi, spesso è una schifezza, ma quel che è peggio, è che riesce a banalizzare qualunque argomento possibile... non parlo naturalmente dei grandi classici, è ovvio che James Joyce è una cosa diversa da Philip Dick, ed Ernst Hemingway è differente da Harlan Ellison, ma pensa a quelle vaccate che ci vengono ammannite come mode culturali... non faccio nomi per non evocare, come l'effetto boomerang, il desiderio di leggerli, ma puoi immaginare di chi parlo... i giovani, in particolare... quelli che hanno capito tutto e ce lo spiegano... voglio dire che la fantascienza per me è un meccanismo narrativo che parla di persone, messe in condizioni di confrontarsi con altre persone in base a fenomeni di tipo scientifico. Prova a immaginarti una storia che parli d'incesto fra padre e figlia e che non sia una storia violenta, macabra, repressiva, con il padre stupratore e la figlia stuprata, roba da grand guignol, che nella realtà esiste davvero, certo - ma che a me non interessa né leggerla né scriverla, se voglio farmi venire il cattivo umore basta che legga il giornale. Ecco, "Primi voli all'alba" è una storia di incesto, ma anche di amore, di complesso di Elettra e di sindrome del Puer, se vuoi dargli un taglio psicologico, di cerca dell'immortalità, di difficoltà di accettare il divenire, ma senza la fantascienza non l'avrei di certo scritta. Ti ho raccontato la mia idea a proposito di quel lavoro su l'omosessualità? Beh, quando qualcuno mi darà un centinaio di pagine su cui stamparlo - pagine vere, naturalmente - farò un racconto su l'omosessualità che se non cercassi di essere uno scrittore di fantascienza non potrei scrivere... e all'inferno tutto il resto, soldi, fama, gloria... quando poi me ne daranno altre trecento scriverò un romanzo sulla kabbalà e sul ghetto di Genova e il fantasma di Paganini. E poi scriverò di una città così utopica che tutti, fuorché il sottoscritto, ci vorrebbero andare ad abitare. E delle Iadi, delle Pleiadi, dei koala e del Tempo del Sogno, del Serpente Piumato e di quello Arcobaleno. Di una città che si trasforma sotto l'effetto di un allucinogeno e di uno stregone yaqui, di un mondo dominato dallo sciamanesimo, di un viaggio interstellare, di un pianeta di anime defunte, di una fornace solare, delle possibili rinascite e delle possibili morti, della mystica soror che ci attende tutti nel sorriso dell'ultima donna che possiamo incontrare, e quando schiatterò mi farò fare una bella lapide con solo il mio nome e cognome e l'epigrafe "scrittore di fantascienza". A proposito, hai prenotato il posto alla SOCREM? Così facciamo finta di essere al Moratorium Diletti Fratelli, e chiacchieriamo in forma di cenere impalpabile per il resto dell'eternità, magari andando a tirare le lenzuola ai futuri grandi scribacchini... che, immagino, non mancheranno. Tu che non sei un teorico della Visibilità zero e che hai seguito le cose del mondo della fantascienza, non vedi all'attacco una nuova coorte di ruffiani? Secondo i miei calcoli, dovrebbe esser ora...
        Io seguo, per mia natura, quel verso di canzone del film Sud, visto che un po’ autonomo nel cuore lo sono rimasto, che dice più o meno "corri veloce così le foto risultano sfocate". No, non è così, ma qualcosa del genere, ma anche la mia versione non è male. Che la coorte si ricrei è un fatto termodinamico; infatti credo che un sacco di gente stia addosso al povero Valerio Evangelisti. Anche perché Valerio, come noi una persona schiva a cui piace una propria tranquillità (se non altro per lavorare), sta facendo molto per gli altri autori, creando nuovi spazi per molti scrittori.

Sia ne La notte dei pitagorici sia in Hai visto le stelle stanotte?, il tuo romanzo inedito, come in molti altri racconti, vediamo che il territorio del futuro è diviso, la popolazione classificata e separata. Dopo lo slogan "riprendiamoci la città" direi che sei alla ricerca di una nuova teoria del territorio urbano e della socialità.

Sì, certo. Il territorio contro il concetto di nazione, e quello di clan contro quello di classe, di ceto e di etnia, dove per clan non si intende la vulgata giornalistica, ma qualcosa di antropologico. Sono diversi anni - almeno una ventina, a partire dal racconto "Quando ero un Drugger", che venne pubblicato su La Bancarella, il mensile di Gualtiero Schiaffino - che continuo a pensare ad un territorio controllato da gruppi di individui omologhi, casa per casa, quartiere per quartiere; individui che hanno cose in comune da spartire, ideali, credenze e costumi. Immagino quartieri che fanno vita a sé stante, lontano dagli inquinamenti della globalizzazione, ma nello stesso da quelli dei vicini turbolenti, magari figli di papà, o tifosi calcistici, discotecari e così via. Il mio modello ideale è a metà fra lo shethl, il ghetto ebraico dell'Europa centrale, il kibbutz israeliano, la comune agricola o urbana hippy, e il villaggio ecologico. E invece mi tocca vivere in una città dove tossici e spacciatori la fan da padroni, i cacirri vanno in auto con la musica da discoteca a stecca che rimbomba dalle casse, i ragazzini fanno le corse in moto, i figli di papà ti arrotano con le loro fuoristrada, e quando c'è la partita non puoi girare in Valbisagno perché t'infili in una coda che non finisce più.

In alcuni racconti, degli anni Ottanta, il protagonista è un ricercatore (storico o geografo), ne La Notte dei pitagorici uno studioso dei fenomeni dell’irrazionale. In ogni caso, mi sembra rappresentata la crisi della ricerca classica alla rincorsa di una realtà che cambia troppo velocemente e di tecniche (come il computer e le banche dati) che rischiano di ottenere risultati al costo di una perdita di controllo sulla metodologia utilizzata.

Hai toccato un grave problema che prima o poi dovrò affrontare anch'io... la ricerca di un tempo, quella compiuta sulle fonti più o meno dirette, sta finendo - o è già morta. Un tempo tu cercavi un'informazione e la sudavi, e il sapere non dico che fosse qualcosa di esoterico, ma se vogliamo iperinterpretare Walter Benjamin, aveva un "valore cultuale", nasceva all'interno di un progetto elitario finché vuoi, ma la cui base era formata da gente interessata al sapere. Ora il sapere è un "valore espositivo", in mano a tutti, che fraintendono e distorcono, così la ricerca alle fonti è diventava una ricerca attraverso banche-dati, Internet e altre amenità. La velocizzazione della ricerca naturalmente corrisponde ad un livello molto più superficiale di analisi, ad una lettura usa e getta del sapere. Pensa che un tempo Philip Dick lo conoscevamo noi, e ora lo conoscono tutti e ce l'hanno scippato. Pensa a Pico de Paperis, grande intellettuale dei fumetti, che dice offeso "dall'alto della mia millenaria cultura, ti disprezzo" rivolgendosi a una escavatrice che gli toglie l'ispirazione. Pensa alla differenza, gnoseologica prima che epistemologica, esistente fra la lettura di un libro e quella di un multimediale. Inutile dire che io sono a favore del libro e non del cd, e che, per esempio a scuola, continuo a battermi per evitare che la vecchia tesina venga sostituita dal rapido sfogliare di schermate, in cui viene valutata l'estetica del prodotto multimediale o il suo funzionamento, piuttosto che la giustezza delle tesi o l'uso delle fonti. Nella narrativa, riflesso del mondo reale, purtroppo avviene tutto questo, e la figura del ricercatore peripatetico frequentatore di biblioteche finirà con l'essere sostituito dal ricercatore computerizzato... costringendomi a mosse ripatrici che sto già meditando.

In racconti come "Ricerche sull'agnello vegetale di Tartaria", "Appunti sulla spedizione Erebus" o "Falso ammiraglio dell’oceano" la ricerca e la scoperta storica vengono usate come elemento straniante del quotidiano. Hai sostituito l’alieno e la tecnologia con i libri perduti e le leggende? Può esistere un immaginario contemporaneo che non sia tecnologico? E il fascismo, almeno in Italia, è un elemento dell’immaginario?

All'epoca in cui ho scritto quei racconti, ero sempre immerso in quella fase di cui ti ho detto - dopo aver distrutto la fantascienza, bisogna inventarsi un nuovo genere. Da ciò la necessità di creare delle tematiche diverse da quelle usuali, abbastanza retrò da mantenere un loro sapore e una loro aura, ma abbastanza moderne o modernizzabili al punto di non farmi diventare un tardo epigono dei libri maledetti e delle leggende fantasy... diciamo che ho tentato di costruire un universo che non cada a pezzi in due giorni, per dirla alla Dick, ma che nello stesso, dati i termini tecnici e le coordinate reali, potessi farlo evolvere a mio piacimento. Nota che buona parte di quelle citazioni di libri e problemi storici o antropologici, sono assolutamente veri. Costruita quella realtà, è naturale che si evolvesse anche un suo immaginario - è la ripresa di alcuni temi di Karl Popper e di Eccles sull'ipotesi dei tre mondi, in cui il mondo delle idee si evolve autonomamente da quello degli oggetti materiali. In quest'ottica, l'immaginario diventa autonomo, e crea ibridazioni... anche non tecnologiche. Pensa soltanto, da quando il termine New Age è entrato nel linguaggio comune, a quanti testi, solitamente schifezze, sono legate ad un immaginario di tipi mistico e spesso orientale. Ovvio che l'immaginario contempli, alla fine, anche il fascismo... il fascismo ce lo porteremo, bene o male, tutti sul groppone, e per un bel pezzo ancora, fino a quando non sarà completamente sterilizzato dal tempo, dal buonismo, e dalla scomparsa di tutti quelli che l'hanno vissuto. Ma comunque, in quell'immaginario ci siamo sempre io e De Turris che scriviamo il libro sul mito di Mussolini, no?

Questo para-libro di cui mi ero scordato sembra un po’ la moneta di Joe Chip che chiude Ubik. La visione della realtà presente ne La notte dei pitagorici o in "Falso ammiraglio dell’oceano" è un richiamo ai temi di Philip Dick, ma anche a Thomas Pynchon, Umberto Eco, la Trilogia degli Illuminati e altri autori che presentano un gigantesco e allucinante complotto. Dunque può esistere un libro (o un disco o un’informazione) come La cavalletta ci opprime o Il libro dei mutamenti capaci di svelarci la vera realtà?

Il varco è forse qui?, si sarebbe chiesto Montale, e Jim Morrison gli avrebbe risposto dicendo che era necessario aprirsi un varco dall'altra parte. Il varco può essere contenuto, oltreché in sostanze chimiche o in tecniche del corpo, anche in un oggetto, come quegli amuleti tipici del fantasy che sono le chiavi per un altro mondo? L'Asc, lo stato altro di coscienza, quello che Montale definirebbe "l'anello che non tiene", il satori... penso che abbia ragione Yogurt, la parodia di Yoda in Balle spaziali, film geniale e sottostimato, quando afferma che l'anello che dà la forza lo ha trovato nelle uova di Pasqua - ignoro se la versione originale sia proprio così, ma il senso è quello giusto; non è l'oggetto in sé, ma ciò che contiene... ora lasciamo il mondo della fantascienza e passiamo in quello reale. C'è un satori, un'illuminazione, un'ek-stasis, un viaggio, un trip, il vuoto dello zen, la trance, la conoscenza sperimentale di dio, il trono della Merkavàh, l'epifania di Krishna... chissà, forse... c'è qualcosa oltre il velo di Maya? C'è soprattutto un mutamento di prospettiva, che ti permette di capire che il complotto è reale, e non te lo sei immaginato... che tu ci sei in mezzo, e non si tratta di esser paranoici... c'è una sorta di svelamento, quando capisci che sei in una delle infinite ramificazioni del complotto, quale esso sia, e che non hai nessuna via di scampo, perché chiunque può far parte del complotto... mi viene in mente la Stasi, o il KGB, organizzazioni leggendarie in questo senso, abili a creare un clima in cui chiunque avrebbe potuto essere quello in grado di denunciandoti, prima che tu avessi potuto individuarlo e denunciare lui. È un po' quello che succede ora... pensa, da piazza Fontana all'Italicus, dal caso Mattei alla stazione di Bologna, da Ustica a papa Luciani, da Brescia al caso Moro, da Dalla Chiesa a Pecorelli, di quanti complotti siamo stati testimoni, e parlo solo dell'Italia, ti risparmio la CIA, il caso Kennedy, la Trilaterale, la Massoneria, l'Opus Dei, il KGB, Savak, Mossad, la morte di Lumumba, le fughe dei nazisti, il Vaticano... siamo in un complotto, un puzzle, che contiene altre mille complotti... l'illuminazione è questa, nel mondo reale - rendersi conto di esser pedine sacrificabilissime nell'ambito di un gioco infinito, consapevolezza che alle volte mi fa pensare che il mondo sia non solo maya, illusione, ma anche lila, il gioco cosmico degli Dèi... e che si possa solo, come diceva Rajneesh, usare il verbo del "surrender" - arrendersi al tutto, seguire il flusso del gioco cosmico. Oppure giungere, in qualche modo, all'illuminazione, al varco... a proposito di illuminazione, la Trilogia degli Illuminati, quand'è che me la passi? Sono circa due anni che me ne magnifichi le qualità. Aspetto anche i romanzi di Pynchon e quelli di Eco...

Della Trilogia degli Illuminati posso passarti solo i primi due, in attesa che quei pazzi della ShaKe arrischino a pubblicare anche il terzo. Accidenti, ti passerò anche gli altri, visto che mi sono compromesso. Allora, in molte tue opere vengono espresse precise e radicali posizioni politiche. In "Falso ammiraglio dell’oceano" viene descritta la mancanza d’ideali del pentapartito e dello squallido entourage di ruffiani e studiosi di potere abili a calamitare fondi di ricerca; in "Primi voli all’alba" e "Straniero in terra straniera" viene descritto il lugubre scadimento della Festa dell’Unità (parabola discendente dell’impegno politico della sinistra storica). Dunque la rivolta del 77 è stata sconfitta, noi pellerossa rinchiusi nelle riserve a ubriacarci, ma almeno l’indignazione non è stata soffocata...

Ripeto, io sono un conservatore. Non è stata la rivolta del 77 a siglare la sconfitta, ma già quella del 68, di cui mi sento più figlio, benché all'epoca militassi in altro e diverso settore... non dico quale, per evitare che si alzi su qualcuno a dire, l'avevo detto io che era fascista!... ma per quanto mi riguarda, io torno indietro alla Catalogna descritta da George Orwell e dagli anarchici spagnoli, l'unica esperienza di società autogestita che abbia funzionato. E proprio da allora abbiamo cominciato a perdere, quando qualcuno ha permesso che allo spirito libero e creativo dell'individuo libertario, fosse sostituito lo spirito gregario e collettivizzante post-hegeliano, e mi duole dirlo, marxista-leninista o stalinista. Detto questo, non ci resta altro da continuare a denunciare i fenomeni - paranormali, senza dubbio - che da più di cinquant'anni siamo costretti a subire... a denunciarli magari in queste piccole cose che poi nessuno pubblica. Pensa a Il Dio Selvaggio, il mio romanzo giallo anti-colombiano, anti-democristiano nonché anti-genovese, in cui le uniche persone dignitose finiscono con l'essere partigiani e repubblichini che si sono battuti senza secondi fini. Non è il buonismo ulivista, beninteso, è solo una constatazione di tipo schopenhaueriano: la gente si è ammazzata al servizio della Volontà, credendo di battersi per un'ideale... ma chi avrebbe pubblicato un romanzo in cui mentre si cercava di dare un'immagine decente di Genova, arrivavo io a scrivere di notabili democristiani e colombisti che mettono le cose a tacere, di Brigate Nere, di unificazioni possibili fra queste e i partigiani rossi in vista della transizione ad uno stato democratico... ti ricordo che gli unici che non hanno avuto sovvenzioni a Genova per motivi colombiani, siamo stati noi, i tirapiedi del mio ex-capo Francesco Surdich, allora Democrazia Proletaria, e sì che come esperti di viaggi magari qualche numero ce l'avevamo... però tutti gli altri hanno fatto carriera, ci hanno mangiato tutti su Colombo, e si sono mangiati perfino le pietre del molo medievale, smontato per fare il sottopasso e dimenticato - poi già nell'ottobre del 1992 si sono dimenticati di Colombo, e i democristiani del 2092 se ne ricorderanno per mangiarci ancora. Posso anche aggiungere che il mio romanzo non era certo un capolavoro, ma il premio Tedeschi manco l'ha considerato; mentre quello di Claudia Salvadori, sceneggiatrice e scrittrice genovese, egualmente colombiano ma neutro nella sostanza, è stato pubblicato pur non essendo neppure quello un capolavoro. Stavamo parlando di un complotto prima, o sbaglio?

Un tempo il comunismo incarnava il culto del futuro e il fascismo quello del passato. Certa sinistra, portando strumentalmente l’attenzione verso l’avvenire, deprivando il presente delle sue espressioni rivoluzionarie, ha, in un certo senso, cauterizzato anche il passato. Da parte tua vedo che, fin dai primi anni Ottanta, temevi che si potesse smarrire qualcosa d’importante. Ora che il comunismo, il sindacalismo e la lotta politica fanno parte del passato, la storia rende contigui i due grandi nemici: l’utopia della sinistra e l’eterno ritorno della destra?

Ahimè, sì, ed è per quello che poi si diventa anarchici di destra. Perché ci si rende conto che nemmeno il dio in cui sperava Martin Heidegger, l'unico che ci avrebbe potuto salvare, è morto da un bel pezzo.

Grazie ai media della comunicazione, viviamo in un soffice e dilatato presente. Che senso ha, oggi, la fantascienza. È solo nostalgia di un tempo in cui esisteva il futuro?

La gente tende a perdere la memoria, e i media fanno il possibile per cancellarla a chi eventualmente la possegga ancora... tutti i media - non solo quelli di Berlusconi, comunque maestri in quest'arte. Lo hanno sempre fatto. Mi ricordo un concerto di Francesco De Gregori, fine anni Settanta, in cui lui diceva che per combattere la verità di regime cantava, e le sue canzoni erano un piccolo telegiornale con altre verità... e c'era solo la RAI, allora... adesso abbiamo due regimi, ignoro quanti telegiornali ma ho paura a pensarci, e tutto si fonda sull'immediatezza. Ciò ha portato naturalmente a rimuovere la possibilità del futuro, a straniarla... il futuro non esiste più come non esiste più il passato, termini che vengono aspirati da questo presente eterno, e il risultato è anche nella fantascienza che è orribilmente noiosa, perché non riesce più a fare predizioni credibili. Pensa soltanto a come, rispetto alle magiche città di una volta - quelle con le rotostrade, le auto a cuscino d'aria, i grattacieli, i velivoli monoposto e tutto il resto - ora ci sia soltanto l'immagine della città degradata, dei casermoni abbandonati, dei rottami e della spazzatura. È vero che è cambiata la cultura politica che produceva quelle ipotesi, ma è anche vero che gli scrittori di fantascienza, orientati nel solco cyberpunk, non riescono più a elaborare scenografie convincenti. Se vogliamo andare più a fondo, possiamo dire che anche nella narrativa mainstream il paesaggio è scomparso e le scenografie sono divenute intercambiabili, ma non aggiungeremmo nulla di più. Probabilmente la fantascienza ha perso il futuro, ed è per questo che proliferano al contrario quelli che per me sono gli aspetti tematici più deleteri - il viaggio nel tempo, il passato a bivi, l'ucronia eccetera eccetera. È più comodo sforzarsi nel tentativo di mescolare il passato, dove ogni cosa è lecita, piuttosto che immaginare il futuro che può esser facilmente smentito. Probabilmente hai ragione tu: è diventata la nostalgia per il momento in cui potevi prevedere, nel duemila, le rotostrade, i servorobot, i viaggi spaziali, e invece ti trovi bombardato quotidianamente da computer, memorie impiantate, segreti industriali e questa spaventosa voglia di mescolare il genere con impianti di tipo noir, come se il genere avesse bisogno di stampelle per muoversi da solo. Torno alla mia proverbiale antipatia per il futuro: un Robert Heinlein non lo cedo per tre William Gibson, un paio di John Shirley e non so quanti Rudy Rucker... Heinlein scriveva fantascienza in quanto tale, non in quanto scenario di una detection.

Passi per Gibson, ma su Shirley e Rucker la penso diversamente. A volte sembra che l’italiano corrente non ti basti; allora torni indietro e recuperi termini e strutture desuete, lavori con la punteggiatura, ricorri direttamente all’immaginario della fantascienza, mescoli lingue...

Sì, è un modo che ho cercato di sviluppare, quello di liberare la lingua fantascientifica dalle proprie pastoie. Perché continuo a pensare che la fantascienza dovrebbe provare a crearsi un linguaggio che la codifichi come tale... pensa a certe - fantascientifiche - canzoni di Bob Dylan o di David Bowie, ai Magma che cantavano in kobaiano, ad Antony Burgess, a Samuel Delany, ad Harlan Ellison. Inventare un linguaggio che ti permetta di raccontare le cose in un modo obliquo rispetto all'usuale. In "Art Decad" ho cercato di creare un linguaggio che fosse più moderno della modernità, ma visti i successi ottenuti, ho pensato che era meglio se scrivevo in italiano più o meno corrente, sebbene ogni tanto venga preso da questa smania... vedi "Falso ammiraglio dell'oceano", per esempio, o Più acre di Lucifero... avrei voluto continuare a scrivere in quel modo, ma chi l'avrebbe pubblicati, i miei lavori? In Italia hanno trionfato per un bel pezzo gli Zuddas, i Menghini, i Marafante, gente dalla tradizionalissima scrittura... gente che faceva cose sperimentali - i primi Curtoni e Montanari, Horrak, Guerrini, ma se ci penso sopra me ne viene in mente qualcun altro - non avevano spazio... e vuoi che lo dessero a me, giovane, rompiscatole e mesta-nel-torbido? Da qualche parte conservo una lettera della Nord, proprio di quegli anni, che respinge gentilmente un mio romanzo a metà fra l'horror e la fantascienza, e fra le varie disgrazie che affliggono quel mio primo romanzo scopre invece l'imbruttimento e l'autodistruzione del protagonista, e le diverse parolacce e termini gergali che lo costellano. Un romanzo che ora, sembra scritto da un'educanda, ti assicuro. Quasi quasi lo rimetto a posto e lo mando a una casa editrice specializzata per l'infanzia... a riprova di ciò, pensa alla sorte di "Falso ammiraglio dell'Oceano", che viene segnalato ad una delle ultime edizioni del Premio Tolkien, ignorato dalla Granata Press, e infine respinto da Stampa Alternativa a causa della sua bassa leggibilità, e quindi risulta invendibile, parola di Marcello Baraghini stesso. Rido pensando ad "Hasta la fantaciencia siempre!", un vero magazzino di nequizie, linguistiche e non. Piergiorgio Nicolazzini, il mio agente letterario, se mai riuscisse a pubblicarlo, dimostrerebbe da solo e contro ogni altra interpretazione filosofica la necessità di una revisione della categoria aristotelica dell'impossibile, ovvero ciò che non è e non può essere. D'altronde, prova a spiegare ai lettori, visto che stiamo parlando di lingua, la storia del tuo "I battitori del crepuscolo"; come è stato scritto, perché, chi era il professore di latino che lo ha trovato sgrammaticato... lo troveranno molto interessante.

Ho capito, ce n’è per l’asino e per chi lo mena. Quando presentai questo racconto al Premio Courmayeur non arrivò neppure in finale. Un premio, tra le altre cose, che anche a chi non vince chiede l’impegno di non pubblicare altrove l’opera scartata. E poi parlano di fare qualcosa per gli autori italiani... Ebbene, gli organizzatori mi avvicinarono per dirmi che il racconto era piaciuto, ma un professore di latino che era in preselezione l’aveva scartato perché era sgrammaticato. Infatti avevo cercato di creare uno slang utilizzando alcune frasi inglesi che, per lo più, erano titoli o brani di grandi successi del rock degli anni Settanta. Stesso racconto che venne pubblicato su Intercom e vinse il Premio Italia, per quello che vale, cioè niente, e poi scelto da Franco Forte per l’antologia Cyberpunk. Comunque era stato già rifiutato da Urania e dalla Granata Press (che dio l’abbia in gloria, visto che ora editori importanti come Einaudi rieditano le sue ceneri).
        Allora, pensi di appartenere a qualche gruppo strano, a un’élite? Mi sembra che tu abbia fuso l’esclusione volontaria dei punk e degli autonomi con quella dello studioso, colto e sprezzante.

Domanda insidiosa. Se ti rispondo di sì, sembra che faccia la star, se nicchio temporeggio e baro, se ti dico di no mento. La verità è quella di prima, "straniero in terra straniera". Non credo che si tratti di un’élite o di un gruppo, anche perché se malauguratamente devo fare una dichiarazione di fede, allora posso solo esser fedele alla fantascienza... ma sento che la mia inappartenenza al mondo aumenta in modo simmetrico e progressivo al mio invecchiare, e questo immagino accada a parecchie persone, che nella vita non si sono mai quietate - o non si sono fatte quietare... forse il gruppo è questo. Hillmann diceva in un suo libro che si è sempre un po' stranieri a se stessi, e che si vagabonda per questa terra alla ricerca della nostra parte perduta, ma che è soprattutto della figura del Puer Aeternus, l'erranza. L'età del Puer l'ho passata da un pezzo, ma anziché esser integrato nei cicli del mondo degli over quaranta, sono dis-integrato da essi. Non parlo di mai di lavoro, di donne, di televisione, di automobili, di sport, di figli e pannolini, di mutui e di conti da pagare, non guardo la televisione, le cassette porno, gli sceneggiati televisivi, le riviste per soli uomini e quelle sportive, non vado alla partita, al bar, al club, in società, non ho il telefonino, la Jacuzzi, il fuoristrada giapponese, la seconda casa, l'amante, non sono collegato a Internet, non ho opinioni politiche da esprimere e neppure ricette per salvare il mondo, non faccio parte della destra "liberale e liberista", non ho il culto della personalità per nessun politico, non mi faccio lampade, non sono New Age, detesto il papa, suor Teresa, padre Pio e Lady Diana, i rampanti, i carrieristi, i politici emergenti e no, i partiti e in special modo quelli di destra, e quindi non ho argomenti di conversazione, né gruppi, amicizie e luoghi di ritrovo, ma se per caso mi trovo in gruppo socialmente strutturato, ecco ritornare la visibilità zero... divento una parete, un accessorio, una parte della tappezzeria, scompaio... a volte, come il protagonista del mio racconto, mi sento estraneo, estraneo fino alla paura...

Vorresti essere immortale? Tutta la tua narrativa ne parla: dal vampirismo, a essere dei, alla scienza.

Benchè Ellis, l'inventore della RET, abbia dichiarato che desiderare l'immortalità è una forma di mancanza di buon senso, io, con la perfetta convinzione della mia inevitabile morte, continuo a sperare nell'immortalità. Maledizione, la vita è tanto breve che hai appena imparato a maneggiarla che già ti scappa via... pensa ad essere anche un monolito, piuttosto che niente, e vederti scorrere dinanzi secoli di storia, di tragedie, di culture, una dopo l'altra... invece sei qui e sei fortunato, ma proprio, metà della tua esistenza è volata via, e l'altra la vivrai in una perigliosa china di rimbambimento progressivo. Limitiamoci a pensare a un'immortalità che non eternizza se stesso nella propria discendenza, ma nella propria scrittura, diciamo che l'immortalità è la testimonianza artistica, ed in particolare quella della fantascienza che fra tutti i generi letterari, assieme all'horror e al fantasy, è quella che maggiormente offre un viatico all'immortalità. Prova a pensare alle prove che l'eroe affronta e che sono un accrescimento del suo potenziale di eternità... o il costante e continuo allungamento dell'esistenza dal punto di vista biologico, nodo centrale di tanti romanzi odierni... o le tematiche inerenti al vampirismo, appunto, agli spiriti disincarnati, ai revenienti.

Mi sembra che, nonostante tu ti richiami esplicitamente a Dick, tu sia stato influenzato più da Roger Zelazny, un autore ingiustamente poco considerato.

Dopo Dick, in effetti, Zelazny è il mio scrittore preferito. Leggere alcune sue cose, per me è stato come avere dinanzi un lampo accecante di un satori troppo forte per esser dimenticato, e mi rendo conto che spesso torno su temi e categorie zelaznyane. Ignoro per quale motivo Zelazny non venga preso in considerazione, soprattutto qui in Italia, perché ha tutti i migliori motivi per esser considerato un grande scrittore... forse la sinistra lo considerava troppo poco impegnato, e la destra non gli perdonava la sua tecnicizzazione del mito - intesa naturalmente non nel senso che gli dà Furio Jesi, ma piuttosto in quella di ricostruzione scientifica, quasi strutturalista del mito stesso. O forse era troppo snob, troppo colto... quando ho scoperto che ha infilato di nascosto un paio di versi di Ezra Pound in "Le porte del suo viso, i fuochi della sua bocca", sono rimasto deliziato. Un grande scrittore che ha dato alla fantascienza opere, che se mi parasse dinanzi la possibilità solo di sfiorarne la maestria, morirei già contento. Pensa a "Una rosa per l'Ecclesiaste", a "Quel momento nella tempesta"... oppure a romanzi come Signore dei sogni, Io, l’immortale e Metamorfosi cosmica. Zelazny mi piace soprattutto perché doveva nutrire una serie di ossessioni che nutro anch'io, l'immortalità e le religioni, il rapporto di coppia e la letteratura, il mito. E poi mi si parla di Gibson o di Sterling, del cielo sopra Tokio, del cyberpunk e dei giapponesi... è come se qualcuno mi paragonasse, che so, Così parlò Zarathustra di Nietzsche con Il profeta di Khalil Gibran. Chi sceglierebbe Gibran anziché Nietzsche?



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