Non è la terra degli uomini
Claudio Asciuti


Mi sveglia d'improvviso tornando dal Senza Nome dove ero stato precipitato a giorni, ma non avevo nemmeno il ricordo di quello che era stato - né avrei potuto averlo: la testa mi faceva male ed io vidi, appena aprii gli occhi, il mondo bianco e nero che mi stava davanti, mi sforzai di guardare meglio ma tutto era bianco e nero - ed alle volte si fondeva in un grigio che poteva esser marrone ma non lo era, nero e bianco per me e per tutti quelli che mi seguirono. I muri freddi, la stanza asettica e glaciale ricordavano incubi plastificati di laboratori dove la gente uccisa resuscitava per volere di Quelli Che Non Potevano Morire, così desiderai d'essere rinato morto in quel mondo bianco e nero che non ha fine e tutto girò fisso ai miei occhi finché non caddero sulla finestra, e d'improvviso il cielo sembrava azzurro ma non lo era e colorava il cielo vivo e nascente ma non lo era - tutto sembrò illuminarsi ma non ci credetti poiché tutto il mondo bianco e nero. Visto il cielo alla finestra azzurra di sottile foschia malata; visualizzai una ragazza giapponese appoggiata al davanzale, che guardava il fuori. Non s'accorse di me, perduta com'era nei suoi pensieri che la portavano anzitempo in nere galassie desolate di luce, ma io la vidi scendere uno ad uno i gradini che portavano alla soglia della pazzia cosmica: era morbida e sottile, vestita di bianco splendente in una tunica bianca drappeggiata come un kimono, i capelli neri lunghissimi la ragazza più bella e più dolce che avessi mai incontrato nelle mie vite - sospesa in quell'illusione artificiale di mondi bianchi e neri che dovevano cambiarsi in prigioni nere e bianche ai miei occhi appannati dal colore che non nasceva? Cercai d'alzarmi ma non riuscii a muovermi, immobile e costretto in una forza che non potevo controllare; tesi i muscoli allo spasimo mi contorsi, gonfiai il petto nel tentativo di liberarmi dal peso che mi stringeva, feci forza in tutti i modi possibili, ma non riuscii ancora a far cedere d'un attimo il potere che m’imprigionava e mi contorsi ancora gli occhi fissi al soffitto fosco di nebulosità che m'opprimeva cedendo senza liberarmi con quel corpo insensibile riprendeva lentamente coscienza e m'accorsi d'essere rinchiuso in una camicia di forza. Una camicia di forza. Che mi legava. Tenendomi stretto. Soffocandomi, aria che non penetrò nei miei polmoni. In silenzio morire. Con gli occhi fissi al soffitto. E tanta luce spenta per sempre. Gridai al soffitto, al cielo azzurro di pazzia, gridai alla ragazza giapponese alla finestra - gridai con tutta la forza che avevo di paura terrore ed altre cose, gridai che mi lasciassero fuggire oltre i muri freddi ed immortali - sogni che mi circondarono e tutte le paure - paure che erano in me, intorno in me, io devo scappare, voglio andarmene, lasciatemi andare, voglio fuggire, non sono pazzo, perché questa camicia di forza, che cosa ho fatto, lasciatemi, voglio star fuori, il sole, datemi il sole, voglio vedere il sole, datemi la luce, l'aria, io non voglio rimaner qui, andarmene, lasciatemi stare, almeno liberatemi, quella ragazza, la voglio, voglio lei, una volta che conosco una ragazza giapponese mi legate, no, liberami ragazza, voglio te, io, ti voglio, far l’amore con te, poi la ragazza si volta verso di me e mi vede, per la prima volta mi sorride e, s'avvicina, eccola che arriva verso di me e mi guarda. "Stai calmo", mi dice. "Non aver paura... nessuno vuol farti del male... stai fermo ed ora ti libero." Ma io capii che non poteva essere vero: lei s'avvicinò a me; ed il suo volto iniziò lentamente a trasformarsi, le sue mani adunche e sottili, la pelle rugosa; s'incurvò di colpo quando fu vicina, il volto vecchio e malvagio, gli occhi malvagi, la donna malvagia che fu lei, guance scavate ed il suo sorriso si deformò ghignante essere di creatura immonda, i capelli poi, stoppa - e la faccia della morte che mi guardava il viso corroso fino al teschio mi fissò io gridai pazzo dall'orrore - le mani mi carezzarono il volto - cavalli neri, cavalli neri - dure dita di marciume, odore di morte che mi penetri nel cervello - odore di putrefazione che distruggi la mia vita - odore di paura che divori il mio cranio vuoto - mi porterai nei territori dei Vuoti Esseri Mentali? Ma le mani erano sottili ed io ricordai un pomeriggio che non potevo far niente e quando urlai ancora dalla rabbia la ragazza giapponese era nuovamente vicino a me. "Stai fermo", - mi diceva. "Non aver paura... rilassati, non pensare a niente... ora ti libero." Voce. Sentii che tutto divenne confuso in quello strano bianco e nero di mondi pastosi, sonori, la ragazza giapponese mi liberò dalla camicia di forza ed io cercai di spostarmi, ma il corpo mi faceva ancora male, e non potei muovermi, ero tutto un dolore quando lei si slacciò la tunica bianca ed era nuda e si sdraiò accanto a me, io volevo parlarle o muovermi ma non potevo; mi baciò il collo ed il viso, m'accarezzò con le mani e si sdraiò su di me ed era dolce e profumata, sentii che stavo impazzendo ma non riuscivo a far nulla - nel cervello vidi qualcosa che parlava - diceva - mi spingeva - una forma, tante forme nel mio cervello che esplosero quando ripresi il controllo del mio corpo e tutto divenne stranito, un lungo incubo psichedelico dove non vidi mai che un mondo bianco e nero sovrastava un uomo che faceva all'amore con una ragazza giapponese in un manicomio e l'uomo vedeva, io ero su lei, io lei, io ero lei, lei era me, io facevo all'amore con lei e lei fremeva e sussurrava e si torceva e mi baciava e c'erano quegli occhi a mandorla dove le astronavi volavano distanti e lei ansimava poi gridò e venne ed anch'io venni, rimasi sopra lei che sembrava un cigno che moriva lentamente, mi tenne stretto ed io rimasi tra le nubi poi dopo ci sciogliemmo e lei s'addormentò tra le mie braccia e tutti i mondi bianchi e neri e tutti i manicomi dove gli uomini facevano all'amore con ragazze giapponesi erano rinchiusi in quell'unica camicia di forza che era un cappio sulla nostra testa.

Mi risvegliò Captain Brain Damage in quel deserto fatto di linee che non cessavano mai; s'univano al centro della piana sabbiosa e fumante, là dove era la cera liquida proveniente dalle stelle che avevano formato un sole azzurro - il sole era fermo al centro e da Lui si partivano tutte le righe in cui ogni riga aveva tante teste d'uomo come pilastri o paracarri od altre cose, tutto in verdi tonalità d'occhi che non ebbero astronavi in passato; e Captain Brain Damage stava in piedi, con gli strani occhiali d'aviatore calati sugli occhi e i lunghi capelli neri i baffi, e dietro di lui uomini di pietra molto alti e duri come la roccia e nudi - stavano in silenzio a guardarmi come a proteggere il Captain dalla gente che stava o poteva essere morta dietro di noi; e il Captain mi venne vicino. Lo guardai. Sembrava più vecchio e più strano di quando lo conobbi, in quei jeans stinti e sporchi di fango, pieni di macchie e d'incrostazioni, le scarpe da ginnastica consunte, la vecchia camicia a scacchi che Lo seguì in tutte le sue peregrinazioni. Lo vidi tendersi, come per sorridere, ma quando parlò la Sua voce era tagliente e fredda, la Sua bocca esplose in una smorfia d'amarezza per la Sua umanità che non voleva/poteva ascoltare le parole che Lui ed i suoi amici che aveva incontrato nei suoi viaggi attraverso il cosmo. "Uccidi la ragazza, - mi disse. - Uccidila ora, prima che sia troppo tardi.". Lo guardai, stupito, e vidi i giganti di pietra annuire gravemente. "Non posso, Captain", risposi. "Non puoi chiedermi questo, è la mia donna, mi ama come io amo lei. Mi ha liberato dalla prigione. Non posso né voglio farlo..." Captain si tolse stancamente gli occhialoni e vidi i Suoi occhi di pietra nel volto teso e scavato, colmo di rughe e di terrore, i Suoi occhi tristi nel sole di cera blu che dipingeva ombre sfigurate nella piana fumante. "Devi farlo, ragazzo. Se non lo fai, io ed i miei amici rimarremo qui, per tutta l'eternità... senza speranza di salvezza." Scossi la testa/scossi la testa danneggiata. "No, Captain: non lo farò, neppure per Te, per tutta l'umanità ed il cosmo intero. Non mi interessa quello che potrà succedere in futuro... non voglio ucciderla. Ed ora fammi tornare indietro, e ricordatevi che ucciderò chiunque tenti qualcosa contro di lei." Captain Brain Damage sorrise, mestamente. "Non ti posso costringere, ragazzo mio a fare quello che non vuoi...", alzò le spalle in segno di rassegnazione. "Come preferisci. Vorrà dire che troveremo una soluzione". Io e loro tutto divenne scuro ed il viso di Captain Brain Damage il viso della ragazza giapponese quando mi stava liberando aveva il volto differente lo stesso volto che rideva pazzo ucciderai ed andremo via di qui i due uomini di pietra si dissolsero il sole di cera si frantumò gocciolando in cera bollente se le linee divelte videro le teste dei paracarri nascere dalla sabbia alla pioggia che scottava e assieme alle teste anche i corpi degli uomini. Mi svegliai gridando, con urla che mi laceravano le orecchie. Mi alzai di scatto, terrorizzato da quell'incubo folle che m'aveva perseguitato così duramente, e rimasi con gli occhi sbarrati, tremante a fissare il buio tutt’intorno. Sentii la voce di mia moglie chiamarmi, ancora assonnata. "Ric,... Ric, cosa succede?" La testa mi doleva terribilmente e avevo la bocca secca, amara. Cercai di rispondere, ma non riuscivo neppure ad articolare le parole. Rimasi balbettante, avvolto in un velo di sudore gelato che mi correva per la pelle. "Ric... parlami Ric!" La luce accesa mi ferì di colpo gli occhi poi mi abituai, mi ritrovai nella camera che conoscevo così bene, lontano da manicomi e uomini di pietra e mondi bianchi e neri. Yoko mi guardava, spaventata, con i suoi occhi grandi a mandorla. "Riccardo - S'avvicinò a me, mi strinse - cosa ti è successo? Perché hai urlato? Rispondimi, ti prego..." La sua voce accorata mi trafisse le orecchie come un suono di disperazione, la testa mi pulsava sempre più forte. "Oh, un incubo", riuscii a dire, scosso dai brividi e lei che mi teneva stretto. "Un orribile incubo. C'eri tu e ti volevano uccidere, c'erano uomini di pietra e teste che uscivano dalla sabbia..." Non continuai più. Rimasi silenzioso. "Povero caro", mi disse. "Su, ora è tutto passato, vero?" Accennai di sì. La testa mi pulsava sempre di meno, e lentamente riprendevo i contatti con la realtà, con il mondo circostante." Stai meglio?", mi chiese ancora Yoko, ed io feci di sì col capo, poi mi liberai di lei e mi sdraiai, a cercare di riprendere e riafferrare i legami con me e con lei e quello che avevo sempre avevo sempre visto. Rimasi immobile, cercando di calmarmi; lei mi abbracciò e si sdraiò vicino a me, appoggiandomi il capo sul petto. Sentivo la sua voce che mi parlava, tranquilla, dolce, come un canto sommesso che si levava nell'aria: iniziai a sentirmi sentirmi rasserenato, come se tutto fosse cessato non fosse mai stato, Yoko mi parlava e sorrideva dai suoi occhi a mandola. "Dormi amore, mi diceva. "Stai calmo... sei tutto teso, rilassati." E mi asciugava il sudore dalla fronte, m'accarezzò, mi sussurrava frasi a mezzavoce " Come stai ora?", e rimanemmo in silenzio, alla fine, ognuno pensava a quello che era successo prima, stesi accanto ed abbracciati, poi dopo ancora io mi ero ripreso e lei mi disse facciamo l'amore, si riversò sul letto ed i suoi occhi splendevano; m'attirò a sé, la baciai. "Ti amo", mi disse, io le accarezzai il seno e lei ebbe un brivido, un sottile gemito, le accarezzai il collo con entrambe le mani, iniziai a stringerlo il collo sempre più forte e lei si dibatteva mi guardò con gli occhi sbarrati ed io la strangolai - e lei gridava e io premevo su di lei con il mio peso, gridava e cercava di liberarsi, ed io la stringevo e lei urlò finché non cedette di schianto, bellissima e dolce nell'assoluta immobilità della morte. Premetti ancora le mani finché non fui certo che fosse morta. I suoi occhi erano sbarrati, aperti a ricevere quella poca luce che il mondo bianco e nero poteva ancora darle: lasciai il suo collo con i segni già bluastri, vidi quegli occhi a mandorla dove non c'erano astronavi ma solo grandi voli d'uccelli - albatros dalle ali bianche liberi sul mare, rondini dalle code puntute che seguivano il sole, cardellini ed usignoli che cantavano la gioia di vivere - io l'avevo sterminati tutti volarono nel turbinio delle piume nella mia testa - la pazzia che li redimeva, andatevene, gridai - bianco e nero il mondo, guardai gli occhi a mandorla di Yoko che mi riflettevano il mio viso nella notte appena illuminata dalla lampada mentre già stavano bussando tra quegli uccelli che volavano nella mia testa.


Da Astralia n. 7/8, ottobre 1976

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