Intorno a lei, Magellano

Claudio Asciuti

I - Intorno a lei, Magellano.

La risacca scendeva e saliva, saliva e scendeva, vagellava come un manto di velluto schiumoso per la cala; se mi fossi sporto oltre il manto dell'ombra, avrei potuto scorgere la luminosa faccia della luna appena nascosta dalle nubi, oppure il quieto luccichio degli ultimi neon brillare, poco lontano, oltre l'imbarcadero.
Nel fresco frizzante dell'australe il suo corpo stretto al mio era un'oasi dalla quale era impossibile distogliersi; e le sue labbra sulle mie ricordavano che c'era un tempo per dire e per parlare, un tempo per ascoltare il silenzio. Ma allora non sapevo che oltre il silenzio ci sarebbe stato un tempo diverso, e che tutti quei tempi, messi in fila uno dopo l'altro, non avrebbero aggiunto nulla di nuovo a ciò che intendevamo fare.
Quanto rimanemmo così? Non saprei dirlo, così lungo ci sembrava il nostro stesso tempo soggettivo. Ascoltavamo solo il brillio dei kami che svolazzavano, a volte, poco lontano da noi.
Tempo, ancora tempo. Io chiedevo tempo.
Poi ci staccammo, e guardandoci, sorridevamo; i suoi occhi erano altrettanti tempi screziati di verde, e poco lontano la risacca continuava il suo mormorio solitario.
Lei mi carezzò con una mano i capelli. "Te iubesc," mormorò.
Sorrisi. I suoi occhi, nel buio relativo della spiaggia, brillavano. Compresi che il Potere stava tornando in noi, senza che lo avessimo chiamato; che da lì a un momento io sarei tornato Magellano, e lei la Lucertola. "Anch'io ti amo," dissi.
 

Non era vero.
Ne ebbi il preciso sentore dopo giorni, forse mesi - la legge dei grandi numeri, e sempre il mio tempo, l'ossessione! - in cui aggirandomi per la Città di Cristallo m'imbattei per caso in un avviso che svolazzava al vento, appena incollato sulla superficie rugosa di un muro. Compresi che non ci amavamo... da qualche ora la mia vagazione, il mio muovermi mi portava come un inquieto eroe solitario in giro per le strade deserte, perché sentivo in me l'urgere di qualcosa di nuovo che non riuscivo a comprendere... da quando m'ero svegliato, e non era molto, m'ero trovato a dibattermi nei lacci della mia irrequietezza: sentivo dentro di me fremere la fuga impossibile, senza saper dove e come e da chi scappare; così m'ero messo in cammino, cercando qualche spazio che servisse a colmare quell'horror vacui che così dal profondo m'attanagliava.
Il manifesto svolazzava, benché appena incollato; il vento - o forse un essere animato - l'aveva staccato per metà, ed il foglio umido di colla danzava al suo muoversi; attirò la mia attenzione, e mi soffermai a leggere.
Il manifesto diceva, a grandi lettere, che, come tutti gli anni, si sarebbe tenuta l'Ascensione verso la Montagna Purpurea. Era un rituale che da anni e anni la nostra città proponeva, e che non dava mai nessun risultato... io avevo tentato tre volte, nel corso degli ultimi cinque anni, e tutte tre le volte ero riuscito a tornare per miracolo. Nell'Ascensione, noi, gli immortali, morivamo come le mosche senza però tornare più alla luce; era una scommessa che già in partenza davamo per persa, ma ogni volta c'era sempre più gente che partecipava, e dei pochi che ne tornavano indietro, nessuno voleva più riprovare; ma si finiva sempre e comunque con il riprovare, con il tempo.
Ricordai quelle tre volte, un freddo sudore m'avvolse e pensai a quello che era stato.
Prima di andare a lavorare, mi iscrissi all'Ascensione.
Quando lei lo seppe, il nostro stereo suonava un vecchio hit dei tempi andati, il mitico 666 degli Aphrodite's Child dedicato all'Apocalisse di San Giovanni di Patmos.
(Anche quello era un segno, ma, al mio livello di comprensione, il discorso non m'era affatto chiaro.)
La Città di Cristallo era stata appena scossa da un leggero movimento tellurico, che la Rana aveva prodotto stirandosi una gamba; io e lei ci trovavamo a letto, assieme, dopo aver fatto all'amore...
(Ricordo ancora il suo corpo, tra le mie braccia; intorno a lei, Magellano risplendeva più della stessa Lucertola e quelle stelle erano diffuse tutt'attorno a noi: io rimasi, per l'eternità, sospeso nel momento dell'annientamento orgastico, un momento prima del sama-dhi, dell'annullamento, e poi scivolai, assieme a lei, scivolai nel pozzo senza fine...)
"Parteciperò all'Ascensione."
Lei fece una smorfia. "Ancora? Speravo che, dopo l'ultima volta, non volessi più averci a che fare."
Alzai le spalle. "Sono anni che tutti riprovano; anch'io."
"Ne sei sicuro?" Mi circondò le spalle con un braccio.
"Sì. Mi sono già iscritto." Sospirai. "Vedi, amore, quell'Ascensione è troppo importante per me... da quando ho avuto l'età per tentare, per tre volte ho provato a farcela; tutte e tre le volte sono riuscito a salvarmi a stento. E l'ultima è stata così brutta, che quella storia me la trascino sempre dietro... l'ultima Ascensione ha mosso cose di me, che non doveva muovere... l'Ombra, la chiamerebbe Jung, mi stava appresso; non l'ho affrontata; non ne ho avuto il coraggio; sono fuggito. Ma ho visto l'Ombra, sulla Montagna Purpurea, e voglio una Volta per tutte attraversarla."
Lei mi guardò sospettosamente. "Non ti posso fermare, se davvero vuoi farlo... ma vorrei che tu non lo facessi. Potresti rimanere ucciso."
"Lo so. Ma devo farlo."
"Devi," mormorò lei, a mezza voce, "devi. Tu devi sempre far tutto, non è vero?"
"SI. Lo so che non va bene... lo so."
"E allora saprai anche che, nonostante tutto, ti amo."
"Anch'io ti amo, anche se sono le ultime volte che questa frase, queste parole "io ti amo" risuonano in questa casa - perché lo so cosa vuoi dire - anch'io ti amo, ma quella è la mia strada."
"Non lo credo."
Sogghignai. "Io invece sì."
"Hai deciso?"
 

(Quella notte, la Rana stirò più volte le proprie zampe e la Città di Cristallo rimbombò sotto le forme del terremoto; ed ogni volta sembrava che Magellano, accanto alla Lucertola, brillasse sempre meno. O era solo una mia illusione provocata da quello che stava accadendo?)
 

L'Ascensione sarebbe avvenuta di lì a pochi mesi; io camminavo senza sosta per prepararmi, e, come me, vedevo tanti altri falcare a lunghi passi la notte; sentivo rimbombare nelle orecchie il canto degli Aphrodite's Child, e udivo tambuare il sangue nelle mie vene. M'era compagna l'ombra di Mihai Eminescu: la sua voce, un sussurrio ininterrotto che recitava Luceafarul, forse la sua lirica migliore; io camminavo con quest'ombra alle spalle e di tutte le ombre che mi trascinavo appresso, quest'altra sembrava volermi comunicare chissà cosa... sentivo quella voce, e mi chiedevo che cosa mi avrebbe riservato l'indomani, e il giorno dopo ancora...
Fu verso le tre del mattino che ritornai a casa; lo spirito che mi aveva accompagnato si dissolse con lo scendere dell'australe e nelle mie orecchie solo il suono dei miei passi.
Lei mi stava attendendo. Compresi tutto ciò che voleva dire, prima ancora che lei dicesse qualcosa; tutto ciò non mi piacque affatto, ma oramai tutto era deciso; i suoi occhi sfioravano un libro, lei taceva.
Tacemmo entrambi. Poi, "non è una gran gara," mormorò distrattamente.
"Forse."
Lei alzò gli occhi dal libro. "Nessuno ti accuserà mai di aver paura, se rinunzi. C'è sempre tanta gente che all'ultimo non ce la fa... e inoltre, tutti hanno paura."
"Il problema è un altro..."
"Lo so; me l'hai sempre detto, e ripetuto." Scrollò con un gesto aggraziato le spalle. "Per te tutto inizia e termina nella tua mente... il resto, non ti interessa più di tanto. Ciò che è la realtà, per te, non è altro che un agglomerato di percezioni e di impressioni che tu vuoi scavare... o ricreare... dal nulla. Tutto, e nulla più."
Mi sedetti in silenzio di fronte a lei. Non pensavo che ci fosse poi molto da dire.
Restammo ancora in silenzio.
"Me ne vado," disse lei, all'improvviso, ed il suo viso era scuro come una notte di tempesta. "Me ne vado a vivere fuori. Sono stanca di (questa vita; della Città di Cristallo, della Rana, dei kami, del bushido e di tutto il resto. Mi sembra di vivere la vita per procura, anziché viverla realmente, così come essa è."
(Sapevo che sarebbe successo, e l'aspettavo.)
"Forse è meglio così. Forse doveva succedere."
(Sapevo che non era vero; Lucearaful mi ritornò come il murmure della risacca alla memoria, come quella sera; altrove.)
Chiamai a raccolta il Potere.
Mentre mi stavo trasformando, sussurrai: "Rinunzierai alla forma della Lucertola, in questo modo, lo sai, vero?"
(Mentre mi trasformavo, lei a sua volta, cambiava.)
"Perderai il Potere del Serpente... diventerai così come tutti gli altri; né vita, né morte, né immortalità... lo sai?"
La Nube di Magellano esplose per un secondo; le stelle la circondarono per un secondo, più sfolgoranti che mai... eoni d'eternità, frantumati nell'angoscia del divenire; poi il nulla; lei divenne un'altra nebulosa, ancora la Lucertola, a sua volta si trasformò in un corridoio senza fine che trascinava entrambi, l'uno dopo l'altro, nell'Abisso...
(Da tempi immoti, appena disegnati nel limite dell'Ombra dell'Abisso - nel lento mormorio dello spettro di Eminescu - dietro il reale - oltre i frammenti della partecipazione cosmica - e ancora tutt'intorno - cercai disperatamente di congiungermi attraverso il riflesso delle stelle a lei, nel vortice dei movimenti senza tempo - per un istante, il Potere scintillò - credetti ancora per un momento che noi fossimo qualcosa di più di una partita a scacchi giocata all'impazzata - un Potere più grande - poi tutto finì.)
 

II - Apocalypsis cum figuris.

La casa era vuota e silenziosa, senza la sua presenza.
Io mi imbottivo di ganja tutti i giorni, per non pensare a nulla, e sciamavo come un nugolo di zanzare entro la mia mente, cercandola. Ogni tanto usavo il Potere per trasformarmi ancora in Magellano, ma senza nessun piacere.
Passarono i giorni. Sentivo lo stesso Potere diminuire, ma non riuscivo a capacitarmi del perché questo accadesse; sentivo una nuova vibrazione, diversa da quella conosciuta, percorrere le mie membra quando chiamavo a raccolta il chi per trasformarmi nella Nebulosa... se chiudevo gli occhi, vedevo solo le stelle vorticarmi addosso come il labirinto più grande dell'intero cosmo. Mi fermai più volte a meditare su di me e sulla mia identificazione con Magellano, cercando di comprendere perché non riuscissi più a manovrare l'energia della trasformazione; ma non riuscii a salire oltre il terzo livello... tutto mi appariva come il mare d'inverno, sfocato e appannato, quasi che ci fosse qualcuno o qualcosa che m'impediva di procedere oltre. Forse era la preoccupazione che avevo addosso per la nuova storia della Montagna Purpurea; più semplicemente, soffrivo di qualche forma di disturbo che avevo appreso ai tempi del mio apprendistato, e che ora si rivelava in questo disadattamento al Potere. Ma senza Potere, come potevo essere io, come potevo vincere l'Ascensione?
Pensai che la causa poteva essere anche la sua decisione di andarsene dalla Città di Cristallo e tornare verso nuove vie, e la vita dei mortali; ci pensai sopra per parecchi giorni, accendendo e spegnendo il Potere come una lampadina per tornare indietro a qualche manifestazione che non fosse la solita, usuale, del mio essere verso me stesso.
Infine, salii su Millenium Falco, e volammo assieme verso Nuova Frisco dove sapevo che lei s'era recata.
Giunsi nei pressi della nuova casa, inquieto quasi quanto l'ippogrifo che scalpitava davanti al cancello, e che sembrava volesse a tutti i costi cercare la sua vecchia compagna, la Lucertola.
Mi avvicinai alla casa, attraverso il vialetto ghiaioso, Stavo per chiamarla, quando udii, nascosto il lento parlare della sua voce. Mi fermai. Pochi metri più il là, dietro la siepe, lei stava parlando cqn qualcuno... quel qualcuno, pensai, che non poteva essere nessun se non lui. Non sapevo chi fosse, né che faccia potesse avere, ma sentii istintivamente di odiarlo con tutte le mie forze.
Congiunsi le mani, chiusi gli occhi e iniziai la forma di Magellano; richiamai il Potere e mi dissolsi in una sfera incandescente di fuoco invisibile, che nessun occhio umano avrebbe mai potuto percepire... lei aveva rinunciato al Potere del Serpente, lei era Lui mortale, lei non mi avrebbe mai percepito.
Lei era in piedi, abbracciata ad un uomo. Sentii l'odio salire contro di lui, ma il bushido m'avrebbe impedito di farlo a pezzi se non aveva anche lui un buon motivo per farlo... pensai di provocarlo, di beffeggiarlo fino a fargli perdere la calma, e sfidarlo, magari, come un mortale, rischiando pure di farmi ammazzare se fosse stato necessario.
Inutile. Che cosa avrei risolto?
"Sai," stava dicendo lei, "non ho mai fatto un lavoro così, prima. Non credo che ci riuscirò: non so neppure se sono all'altezza... è un lavoro piuttosto complesso, tutto sommato."
"Riuscirai a farlo benissimo," mormorò lui, carezzandole i capelli. Il suo viso era innocuo e banale, e aveva le orecchie a punta come uno gnomo. Pensai tra me e me che era bello battersi da gigante contro i giganti, ma non con un nano. Come Magellano, o come mortale, l'avrei schiacciato così da farlo diventare un'ombra sui muro della casa. Ma era inutile.
"Non ho mai provato a scrivere un poema."
Lui sorrise. "Non è così difficile come sembra. Mettere assieme parole, versificare, dire cose che tutti vogliono sentir dire... tu sei una donna che vale, lo sai. Riuscirai benissimo. E assieme comporremo il più bel poema che sia mai stato scritto qui, a Nuova Frisco, dai tempi della fondazione della Città di Cristallo."
(Mi allontanai sfolgorando. La mia aura brulicava di rosso.,
"Va bene, Millenium," mormorai all'ippogrifo, quando ebbi ripreso la mia forma normale, "adesso andiamo."
L'animale nitrì e scalpitò. Sembrava volesse dirmi qualcosa.
"Cosa c'è?" Gli diedi una pacca sul collo, e abbozzai un sorriso. "Qualcosa non va?"
Millenium indicò con la testa un punto sul muretto rosso che circondava il cortile.
Mi avvicinai al punto indicato. Una piccola lucertola del Siret si scaldava ai raggi dell'ultimo sole.
"Ho capito," dissi all'ippogrifo. "E' la tua vecchia amante che non ti riconosce più, né comprende tu chi sia."
Lui nitrì a lungo, dolorosamente. Gli saltai in groppa. "Ed io, allora," mormorai con disgusto, "che non ho fatto altro, per tutta la vita, che chiederle di scrivere qualcosa con me?"
 

Il Potere s'andava sempre più consumando.
Giorno dopo giorno, sentivo la forza scemare dentro di me, ed io non riuscivo più a fermare il suo decrescere; la fiamma ardeva con difficoltà, i tuoni non urlavano più, e, come seppi quando andai ad interrogare la Confraternita dei Taumaturghi, la Nube a cui il fato m'aveva legato a doppio filo stava entrando in opposizione rispetto a me.
"Cosa posso fare?" chiesi a quei volti severi ed oscuri, seduti in circolo di fronte a me. "Mi sto preparando per l'Ascensione; ho già fallito tre volte, e, se il Potere diminuisce ancora, non avrò più nessuna possibilità di sopravvivere... i kami mi fermeranno ai primi contrafforti. E, Maestri, non riesco assolutamente a dominare la forza, il chi, quasi mi stesse sfuggendo dalle mani."
I Taumaturghi si guardarono l'un l'altro, in silenzio, costellando quel vuoto di occhiate e pensieri. Infine, il più vecchio del gruppo si rivolse a me.
"E importante?"
"Come, Maestro?"
"E importante la Montagna di Porpora? Significa molto per la tua vita, per la tua esistenza, per il tuo karma... desideri realmente ascendere ad essa, o è solo per una tua scommessa con te stesso?"
Rimasi interdetto, di fronte a quella domanda. Ci pensai un po' sopra. E infine: "Forse... hai ragione tu, Maestro. Forse voglio dimostrare a me stesso che sarò il primo, da quando l'Ascensione è stata istituita, a raggiungere la Montagna di Porpora. Forse è proprio una scommessa."
"E allora rinuncia," disse freddamente un altro Taumaturgo; i suoi occhi erano scintille nere che scavano nei miei occhi, cercando chissà quali frasi e quali immagini. "Allora lascia stare; la Montagna Purpurea ha un senso, e l'Ascensione pure ha un senso. Ma solo le motivazioni sono valide." Sospirò. "Nella Città di Cristallo le scommesse con sé stessi sono state dimenticate da tempo... noi siamo dèi, non più uomini; questo ci costringe a certe scelte nella nostra vita. Dobbiamo comportarci secondo il bushido... lo sai bene. Per essere dèi dobbiamo rinunziare a tante cose per essere ciò che siamo. E le scommesse sono una parte di tutto ciò a cui abbiamo rinunziato, quando, tanti anni fa, abbiamo lasciato il livello quotidiano della nostra vita. Rinuncia, se non vuoi morire."
"Non voglio rinunciare, Maestro."
"Ci hai detto che hai già fallito tre volte; questa potrebbe essere la volta definitiva."
"Affronterò il rischio, Maestro."
(Potevo sentire l'ostilità della Confraternita permearmi come un gelido guanto della notte. Ma non volevo cedere.)
Restammo per un po' in silenzio a fissarci. Fu la volta di un altro Taumaturgo, dai capelli grigi inanellati, a volgermi la parola. "Hai visto qualcosa, sulla Montagna Purpurea, che ti ha fatto paura; e adesso sei stanco di fuggire, e vuoi affrontare la tua paura."
"Sì Maestro," risposi, grato di quell'asserzione, "è proprio così. L'ultima volta che tentai l'Ascensione, mi apparve di fronte... qualcosa. Il mio viso, la mia vecchia identità, il mio lato in ombra... tutto ciò che avevo rimosso dalla mia vita. Quando mi comparve di fronte, fuggii; e non voglio più farlo. Riproverò dovesse costarmi questa vita da immortale..."
Il Taumaturgo sorrise. Si rivolse ai suoi confratelli; "Chi di voi non ha mai scommesso in questo modo contro sé stesso?"
"Non c'entra nulla. Attraversare le proprie Ombre non rientra nella motivazione..."
"Per noi," ribatté lui, "in altri modi e in altri tempi lo era. Lo abbiamo fatto tutti."
"Sono d'accordo", disse un Taumaturgo dalla lunga barba bionda, che fino ad allora non aveva mai parlato. "Credo che quest'uomo abbia il diritto di tentare, e che noi si debba aiutarlo."
"Approvo!" mormorò qualcun altro.
"Anch'io!"
Il Taumaturgo più vecchio scosse il capo, in segno di diniego. Guardò i suoi confratelli. "Io non approvo. Chiedo il voto, di conseguenza. Che sia messa ai voti la decisione di aiutare quest'uomo per ritrovare il Potere del Serpente."
La mia fazione perse quattro a sette. Ero solo.
 

Passò ancora tempo, ancora, e più tempo passava più mi rendevo conto che il Potere mi abbandonava. Nel frattempo l'Ascensione sembrava preannunziarsi più dura del solito; il cielo, sopra la Montagna Purpurea, era coperto di nuvole ruggenti, ed il vento tuonava a forti scosse al tramonto. Bagliori e luci si alzavano durante la notte di là della Montagna, illuminando ripe, balze e contrafforti che nessuno aveva mai visto fino ad allora.
Il Picco sembrava coperto, giorno e notte, dalla nebbia più oscura; falò e incendi, durante il giorno, devastavano le zone più basse. Si mormorava che i kami osassero l'inosato sugli sventurati che casualmente si trovavano a passare nelle vicinanze; in quel periodo nessuno riuscì a concepire un figlio, e dodici di noi si allontanarono dalla Città di Cristallo per tornare mortali. In una fattoria nacque un vitello verde che, come il bufalo di Lao Ise, si allontanò e scomparve all'orizzonte, mentre ci fu chi vide nel cielo scontrarsi figure terribili.
La Città era carica di presagi sinistri; la tensione era palpabile, e metà di quelli che si erano iscritti all'Ascensione s'erano già ritirati. La gente era tesa e nervosa, scontrosa e intrattabile; la gente aveva paura, e io più di tutti.
Io mi preparavo. Correvo in continuazione, più che potevo, e ogni giorno facevo quattro ore di ginnastica; cercavo di non usare più la ganja e di nutrirmi nel modo migliore... nel tempo libero, studiavo le mappe e le cartine della Montagna Purpurea e cercavo di non pensare al Potere.
Continuavo a combattere contro di me, e perdevo. Il lato Luce della mia persona scivolava sempre di più a zero, e il lato Ombra sembrava dovesse continuare a prevalere; cercavo di usare la Forma di Magellano solo una volta alla settimana per cercare di conservare più a lungo possibile il chi, ma sentivo che si stava indebolendo e non c'era verso di fermare la sua decadenza.
Ero solo, disperato e avevo paura. Ma dovevo vincere.
 

III L'Ascensione.

Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Il vento frustava le finestre, e, se mi sporgevo, potevo vedere a qualunque ora altre luci in altre case, per tutta la Città, che indicavano che non ero il solo a meditare.
Stavo sul mio letto, guardando, sul pavimento, la mimetica e la mia katana, lo zaino con le provviste e la scure. Mi alzavo e andavo a controllare lo zaino. Poi tornavo a letto. Mi rialzavo per cercare due bende rosse con ricamati sopra il tridente con i serpenti intrecciati, simboli del mio passato di battaglia. Poi mi mettevo a ricordare la mia vita, cercando di rammemorare anche i più piccoli particolari della mia infanzia, di quello che avevo, di ciò che ero e di ciò che ero stato.
Poi mi alzavo e andavo a tirar fuori dall'armadio il fazzoletto nero con il teschio e le tibie incrociate, e la scritta "Oltre la morte" ricamata sopra. Mi rimettevo a letto. E tornavano i ricordi a tormentarmi, i ricordi di quand'ero un felice mortale immerso nella progettualità di un'esistenza che sarebbe finita, e poi quelli di ora, in cui, immortale infelice, m'apprestavo a morire per dimostrarmi che la vita infinita era qualcosa di più di quello che tutti noi ci ostinavamo a credere.
Attendevo. Tacevo. Pensavo. Nell'attesa, davo corpo a tutti i miei fantasmi peggiori.
E venne l'alba, infine, e un terribile uragano spezzava la Città di Cristallo, e io mi vestii, uscii a prendere Millenium Falco e assieme cavalcammo, perché era impossibile volare, verso la radura di fronte alla Montagna Purpurea, dove poca gente ci aspettava intirizzita, infradiciata, spaventata, in attesa del via; e mentre in mezzo a quelle poche centinaia di persone, sotto la sferza della pioggia, aspettavo il via, seppi che avevo paura, che non ci sarei riuscito, che avevo paura e che volevo tornare indietro.
Ma non lo feci,
 

IV - Campo base n. 1, "La roccia e il vento".

Marciammo dodici ore, ininterrottamente, sotto la pioggia torrenziale, lungo il primo tratto che doveva portarci all'accampamento che ci avrebbe ospitato per la prima notte sulla Montagna Purpurea.
Su centoventi partecipanti tre scivolarono attraversando un torrente, e altri sei caddero giù quando un pezzo di terreno franò sotto i loro piedi. Giungemmo all'accampamento in un silenzio gravido di sciagura.
 

V - Campo base n. 2, "Il nebbioso".

Nelle tre volte che avevo partecipato all'Ascensione, mi ero reso conto che fino al campo base n. 2 la maggior parte dei partecipanti riusciva a giungere. Questa volta non fu così; la nebbia ci perse, cessata la bufera, lungo la radura che portava ai primi veri grandi contrafforti; solo una cinquantina dì noi riuscì a raggiungere la baita che costituiva il campo n. 2.
Degli altri nulla. Non sentimmo neppure, nel fulgido biancore di una nebbia cotonosa, le grida, i lamenti, i rumori degli elicotteri che cercavano i dispersi e i cadaveri. Ognuno era solo con sé stesso, aguzzando gli occhi per scorgere le sagome scure di chi precedeva i propri passi. Più volte fui sul punto di accendere il Segnale, rinunciare e attendere che venissero a prelevarmi; più volte m'infuriai con me stesso, e continuai a stringere i denti e a dirmi che non dovevo cedere.
 

VI - Campo base n. 3, "Lo splendente".

Il risveglio fu seguito da una sorta di discussione collettiva sulle esperienze precedenti. A parte coloro che era la prima volta che partecipavano all'Ascensione, tutti gli altri avevano raggiunto almeno questo campo, ma nessuno s'era trovato di fronte all'inferno di fuoco che ci aveva braccato per le macchie dei primi contrafforti: una linea di fuoco larga una ventina di metri, e lunga in modo tale da coprire l'estensione dell'altopiano. Scambiammo impressioni, progetti, speranze. Poi ci contammo, e scoprimmo che solo sedici persone, sei donne e dieci uomini, sarebbero ripartiti per il campo base n. 4. Il sole, ora, dardeggiava impietoso.
 

VII - Campo base n. 4, "I titanici ".

Fui nominato capo-spedizione, poiché dei sette superstiti, ero l'unico ad aver raggiunto il campo base n. 4. Più oltre, nessuno sapeva cosa sarebbe successo perché nessuno si era mai spinto più oltre.
Per raggiungere il campo marciammo otto ore di seguito, e ci aprimmo il varco fra i titanici a colpi di spada e di scure. La baita, sul versante opposto da cui eravamo partiti, sembrava doversi allontanare ad ogni passo e per ogni titanico che uccidevamo ne comparivano altri tre: qualcuno di noi usò il Potere - io non tentai neppure, perché sapevo che il mio chi era ridotto quasi a nulla - per cacciare gli avversari. lo preferii utilizzare la forza, e, con la scure in una mano e la katana nell'altra, mi aprii un varco sanguinoso fra i titanici.
Quando giungemmo alla baita, avevamo perso compagni, attrezzature, sangue ed energia ma, paradossalmente, eravamo rilassati. Fino a quel punto sapevamo cosa avremmo incontrato; ma ora che veniva l'ignoto, considerandoci tutti già potenzialmente morti, non avevamo più nulla da temere.
Consumammo un rapido pasto nella baita e parte di noi se ne andò a dormire. Io mi presi una bottiglia di sakè, ed uscii fuori dalla baita per vedere la notte sulla Montagna Purpurea.
L'aria era frizzante, e le stelle, luccicanti come spettri di ghiaccio sulla mia testa, tremolavano; la baita era avvolta nel silenzio, e tutt'attorno spirava un senso di solitudine oppressiva che neppure i fuochi dei titanici che raccoglievano, anni luce da noi, i loro morti, riusciva a cacciare. Pensai tra me e me che avrei preferito scontrarmi ancora con loro, piuttosto che sentirmi così solo; e, con me, non c'era nessuno.
Inghiottii un po' di sakè, che mi riscaldò.
Ci stavo riuscendo. A dispetto di tutto, ero riuscito a sopravvivere fino al campo n. 4, là, dove, tanto tempo prima, avevo trascorso la notte pensando a cosa avremmo incontrato dopo... dopo, dove non c'erano più baite, indicazioni, dove nessuno s'era mai spinto; dopo, quando avevo incontrato chi non avrei mai voluto incontrare...
Ma adesso c'ero. Avrei incontrato ancora l'Ombra, e mi sarei battuto nuovamente con essa; avrei proseguito, o forse mi sarei schiantato dentro un burrone o contro qualche roccia. Per adesso ero arrivato, e stavo vincendo.
Cercai di assumere la forma di Magellano, ma la fiammella che emisi mi fece desistere; il Potere, oramai, era come se non ci fosse più stato. Avrei potuto essere un qualunque mortale impegnato in un'escursione; non potevo più contare su nulla, e nessuno.
Sorrisi, bevendo altro sakè.
Accettai quel fatto: adesso ero uno come tanti, come chi non aveva mai intrapreso la strada dell'immortalità...
"Bella serata, per guardare le stelle," disse una voce alle mie spalle.
Mi voltai lentamente. "Ciao," risposi, "anche tu sei insonne, questa sera? Eppure dovremmo essere abbastanza stanchi da poter dormire tranquillamente."
Dal buio, lei scivolò vicino a me.
L'avevo conosciuta durante le ultime tappe dell'Ascensione; prima, confusa tra i partecipanti, m'era sembrata solo una donna più bella delle altre. Ma poi avevo scoperto che era diversa; era qualcosa di più delle altre - o forse era solo un'immortale "vera", con tutto ciò che questo comportava - con il suo sguardo che danzava ora su una roccia, ora sulle fiamme, ora nella bufera... lei era legata, per il fato, alla Testa di Cavallo: avevo visto splendere la sua Nube come un'esplosione, durante il combattimento contro i titanici e m'ero stupito di come una donna così giovane avesse dentro di sé l'energia sufficiente a modellare un'aura così forte.
"Dammi un po' di sakè," disse, sedendosi di fronte a me, "la notte è fredda. E io non riesco a dormire."
Le passai la fiasca. "Preoccupata?"
Lei annuì. "Un po'. Non mi aspettavo che fosse così dura... sì, sapevo che l'Ascensione non era un scherzo e che comunque era un'esperienza capace di modificare integralmente una persona; ma non mi sarei mai immaginata una situazione così. I racconti e i resoconti che avevo letto mi sembravano frutto di esagerazioni, di paure inutili..." Un brivido la scosse.
"Per essere la prima volta che sali, direi che te la stai cavando bene."
Lei rise. "Trovi?"
"Sì. Di centoventi persone, siamo rimasti in sette. È il minimo assoluto di tutte le Ascensioni... perfino nella più nefasta di tutte, quando i kami ci scagliarono addosso le vicende peggiori della nostra vita, eravamo più tanti alla partenza da questa baita. E' stata davvero brutta."
Ci guardammo in silenzio. Poi lei disse: "Mi è piaciuto molto il modo in cui ti sei aperto la strada fra i titanici, oggi. Anche chi non ha usato il Potere ti è rimasto indietro... non ho mai visto nessuno combattere in quel modo; sembravi il dio della guerra e degli eserciti, e non un insegnante."
"E a me è piaciuto molto il modo in cui hai usato il Potere; era tempo che non vedevo una ragazza così giovane con un'aura simile alla tua."
Lei fece una smorfia. "Non è merito mio: la Testa di Cavallo è in una buona posizione in questo periodo."
"Storie. E' questione di abilità. Anche Spica è in buona posizione, ma l'aura di quell'uomo faceva ridere."
"Mi stai lusingando."
"Forse."
Bevemmo ancora un po' di sakè. Poi ci baciammo.
Il vento freddo, ora, scorreva contro i nostri corpi avvinghiati; sentivo le sue dita premute sulla mia carne, mentre lontano i titanici inframezzavano, sull'onda dell'aria, il silenzio con i loro canti, ed io sentivo lei, e me di riflesso, stretti l'uno nelle braccia dell'altro come se non ci fosse più nulla se non noi.
Quando ci staccammo, lei sorrise; i suoi occhi sempre in movimento si posarono sui miei.
"Hai mai sentito," dissi, "quel vecchio brano dei Doors, che dice "C'mon baby light my fire"?"
"Bisogna bruciare?"
"Sì. O no. Ma forse è meglio bruciare, e farlo bene."
"Tu bruci?"
"Ho già bruciato abbastanza, ma posso continuare a farlo."
Ci abbracciammo ancora; e mentre sentivo, come un'onda diffusa il suo corpo stringersi al mio e i suoi capelli accarezzarmi, con il vento, il viso, e tutt'intorno era silenzio e il mondo continuava a muoversi con i suoi ritmi, percepivo la sua istintività penetrarmi dentro, come a riconoscere qualcosa di antico che si è già percepito, qualcosa di nuovo nel contempo, qualcosa che stordisce, che inebria.
Le carezzai il viso. "C'è una poesia di un vecchio poeta italiano, Montale, che dice: "Non sono che favilla d'un tirso. Bene lo so: bruciare, questo, non altro, è il mio significato"."
"Possiamo bruciare assieme," sussurrò lei.
Magellano risplendette timidamente; ma la Testa di Cavallo illuminò a giorno la Montagna Purpurea, fremette, baluginò, esplose, e migliaia di metri più sotto la Città di Cristallo, su chissà quali lunghezze extrasensoriali, percepì che noi c'eravamo ancora.
Al mattino tornammo alla baita, ma tutti i nostri compagni erano morti nella notte.
 

III - L'Ascensione.

La sferza fredda della pioggia mi riportò alla realtà.
Con uno sforzo di volontà cercai di non impazzire, e mi resi conto che attraverso misteriosi meccanismi a me ignoti dovevamo ancora partire e che tutto quanto per quelle intense giornate avevo vissuto, altro non era che frutto della mia sovreccitata fantasia.
Semplicemente, "avevo visto" ciò che sarebbe successo. O forse non sarebbe mai accaduto.
Mi riscossi da quello stupore e mi guardai attorno: un centinaio di partecipanti all'Ascensione si accalcava in un unico gruppo. Attorno un altro gruppo di circa cento persone, tra autorità, amici e parenti attendeva mestamente che la Confraternita dei Taumaturghi desse il segnale di partenza. L'aria era tesa e nervosa, e spirava un vento forte di inquietudine che si profilava, via via, come paura e terrore.
Iniziai a mettere in atto la meditazione personale per calmarmi: la visione era così vera e vivida, che ancora pensavo d'essere lassù, avvolto nell'ardore della Testa di Cavallo, al campo base n. 4. Invece non era vero, e forse non era nemmeno una visione ma soltanto un sogno o qualcosa di simile che avevo attraversato con il pensiero.
Eppure era vero. E intanto il vento e la pioggia batteva su di noi, e intanto sentivo dagli altoparlanti la voce di uno dei Taumaturghi che gridava qualcosa.
Notai un certo movimento vicino al palco. Qualcuno stava contestando qualcosa, ma non riuscivo a comprendere; poi venne un Guardiano e mi disse che i Taumaturghi mi cercavano.
Lo seguii; la pioggia continuava a battere.
Arrivai sul palco. Il Taumaturgo con la barba bionda mi fece un mezzo sorriso, poi indicò con un cenno della mano un'altra figura che, scortata da una Guardiana, si avvicinava al palco. La guardai: era lei... era lei che avevo visto nel mio sogno, nella mia visione, ed era lì, viva e reale,... era lei, e anche lei mi riconobbe.
Ci guardammo, e ci abbracciammo, perdendoci nei nostri sogni e nelle nostre parole.
Intanto la voce del Taumaturgo più anziano tuonava: "Ecco i nostri campioni... sono loro, e solo loro che riusciranno a raggiungere la Montagna Purpurea..."
(Nella folla, alcuni urlavano le loro contestazioni.)
"Non possiamo sprecare vite umane, quando sappiamo già che il risultato dell'Ascensione è che solo due persone giungeranno al campo n. 4... io e i miei confratelli abbiamo avuto la loro stessa visione, e questo fatto non è mai successo a nessuna partenza per l'Ascensione..."
(Io le sfioravo i capelli, e la baciavo. Il suo corpo, stretto al mio, era nuovamente un'onda.)
"Solo loro due saliranno la Montagna Purpurea... e forse saranno i primi a farcela."
(Adesso la folla tumultuava.)
"Solo loro... l'incarnazione immortale delle immortali Nubi di Magellano e della Testa di Cavallo. Solo loro riusciranno a giungere al campo base n.4 E se i kami non ci sono contro, forse riusciranno a giungere alla Montagna Purpurea... forse, la sorte avversa che ci perseguita da tanti mesi riprenderà a diventare benigna. Forse."
Così la folla ci applaudì e ci acclamò, e nonostante la pioggia ci volle accompagnare urlando e gridando per un tratto.
E così noi due da soli, accompagnati da tutti gli spettri di quelli che erano morti nella falsa Ascensione che avevamo "visto", attraversammo la pioggia e la nebbia, il vento e la bufera; combattemmo contro il mare di fuoco e la perdita dell'orientamento, lottammo contro i titanici e contro la paura. Fummo più volte sul punto di tornare indietro, e di dare il Segnale affinché gli elicotteri venissero a riprenderci, ma ogni volta tenemmo duro e rincuorandoci a vicenda continuammo a combattere contro la Montagna, procedendo palmo a palmo e mano nella mano, fuggendo assieme dal fuoco e muovendoci schiena contro schiena quando gli avversari ci circondavano; e quando fummo al campo base n. 4, e la Testa di Cavallo esplose in una miriade di stelle che per un istante bruciarono la volta stellata e incendiarono la notte, mentre la Città di Cristallo rispondeva illuminando e spegnendo tutte le luci, e lei mi abbracciava ed io l'abbracciavo, lei sussurrava "bruciamo", e sì, tutti e due eravamo un'unica grande fiamma.
 

VIII - Il tempo si è fermato.

Continuammo l'Ascensione. Marciammo ore ed ore, affrontando nubi di rane e aspidi che piovevano poi dal cielo su di noi, e guerrieri medievali giunti forse da qualche buco lontano dell'antica religione. Dormimmo all'aperto, nei sacchi a pelo, o in qualche grotta scovata fortunosamente nella parete rocciosa; pioggia color sangue illuminava a volte la notte, e i fantasmi di amici e nemici ci comparivano accanto per sviarci. Perdemmo la strada dietro ai miraggi tre volte, e tutte e tre riuscimmo a ritrovarla solo con l'aiuto della Testa di Cavallo. Il freddo si fece intenso, o il caldo infernale, o le notti tempestose, o la pioggia torrenziale; la grandine ci falciò, e i vissuti di quando eravamo mortali tornarono a tormentarci ancora nei nostri sonni sotto forma di incubi dai quali era impossibile risvegliarci.
E finalmente, dopo giorni e giorni di cammino, giungemmo in quel luogo che solo le cartine indicavano; la grande Piana Bianca, un bel luogo senza inizio e senza fine, battuto dalla nebbia e dal vento.
"Ci siamo quasi," mormorai, "ancora poco, ancora qualche ora di cammino.,. attraversata la Piana, e poi saremo al Picco. I kami ci hanno scagliato tutto quello che potevano scagliarci addosso ma non sono riusciti a fermarci."
"Aspetta a dirlo," disse lei. Era stanca e provata, ma i suoi occhi brillavano sempre di quell'irrequietezza che una volta, nei sogni, avevo già conosciuto sotto forme diverse. Ma lei, nella realtà era migliore.
Mi appoggiai ad un pietrone. "Non voglio illuderti, ma credo che ce la faremo. C'è una sola cosa che mi preoccupa, ma, nonostante che io non abbia neanche più una briciola di Potere, penso di poterla affrontare..."
"L'Ombra?"
Tirai fuori la fiasca del sakè; il liquido mi bruciò la gola, ma riuscì per un momento a riscaldarmi. "Sì, l'Ombra. Non è ancora comparsa in questa Ascensione... ed io temo la sua presenza più ancora della morte. Penso che prima o poi verrà, e quando verrà, dovrò affrontarla così come non l'ho mai affrontata per tutta la vita. Sarà la lotta, la sconfitta o la vittoria, sarà quello che mi sono aspettato per tutta la vita che potesse succedere... ma sarà finalmente qualcosa. Ma spero che, per quel momento, tu sia già lontana, sul Picco."
"Sul Picco?"
"Non voglio coinvolgerti nelle mie storie personali con me stesso, ecco tutto." Nella nebbia che iniziava a salire, lei era nitida come un'immagine eidetica, come un sogno, come l'arcobaleno in quella bruma desolata. Le carezzai il capo con una mano. "Ma riuscirò a farcela, questa volta."
Lei sorrise, timidamente. Per una volta i suoi occhi non sfavillarono, ma erano dolci come la neve che ci circondava. "E non dovrò affrontare anch'io, la mia Ombra?"
"Riuscirai ad affrontarla e a sconfiggerla da sola. Sei abbastanza forte per farlo."
"E se non riuscissi. Dimmi, se non ci riuscissi?"
Fu la mia volta di sorridere, ma il mio sorriso era teso come il vento che iniziava a correre e a rotolare tutt'attorno. Pensai che, mesi addietro, avrei risposto spegnendo il vento e la nebbia con il fuoco della Nube di Magellano; e tutto quello che invece potevo emettere, invece di una delle aure più splendenti della Città di Cristallo, poteva essere tutt'al più una misera fiammella.
"Ci riuscirai. E se non ci dovessi riuscire, ci sarò sempre io a battermi con te."
Lei mi guardò. Ci baciammo ancora, e ancora. E poi: "Sei pronta?"
"Sì."
Riposi la fiasca nello zaino. "Andiamo, allora. La nebbia continua a crescere."
Ci legammo con la corda, e, affiancati, iniziammo a procedere. La nebbia, nella piana, era un volto mostruoso e mille spire serpentiformi che ci avvolgevano. Cambiava e scemava direzione, apriva le sue fauci di fantasmi inghiottendo come il Drago il sole e la luna; volti mostruosi comparivano, inframmezzati a corpi dilaniati e a visi deturpati dalla morte degli immortali.
Dopo mezz'ora di marcia, incontrammo un'altra figura che veniva verso di noi: era un giovane dall'aspetto malandato che si trascinava penosamente nella nebbia. "Finalmente vi ho trovato," mormorò, "sono ore che vi cerco."
Io mi fermai, pensando fosse un'illusione.
Si fece avanti. " Dov'è il resto dell'Ascensione? Dove sono gli altri?"
"Gli altri?"
"Sì... gli altri." Avanzò ancora, finché non fu a un metro da noi. Ci fissò a lungo. "Ma voi non eravate tra i superstiti. Io non vi ho mai visti... chi siete? Siete qualche illusione dei kami?"
"Chi sei tu, invece. Uomo, demonio o spirito?" Lo guardai a mia volta.
"E voi?"
Poi lo riconobbi. "Tu sei uno degli scomparsi della spedizione del Quarantacinque... otto anni fa. Tu sei legato al Sacco di Carbone. Quella volta l'Ascensione giunse fino quasi al campo n. 4, poi scomparve."
L'uomo sogghignò. "Tu sei pazzo! Adesso è il Quarantacinque, e noi siamo giunti fino al campo n.4... ora mi sono perso, e non riesco più a trovare gli altri."
Lei, che fino ad allora aveva guardato l'uomo, intervenne. "Sei tu il pazzo, demonio o uomo che sei. Siamo nel Cinquantatré, e noi due soli siamo gli ultimi superstiti dell'Ascensione."
L'uomo si trasformò, con una piccola fiamma gialla, nella Nube Sacco di Carbone ma noi non scomparimmo; rimase nella forma per almeno un minuto, poi tornò normale. "Non siete dèmoni... siete essere umani veri. Esistete realmente, allora, sempreché non siate più forti del Sacco di Carbone." Rise come un pazzo. "Allora sono otto anni che cammino per questa piana."
"Sì," risposi io.
L'uomo iniziò a tremare. "Otto anni... otto anni che cammino per questa piana, e io pensavo che fossero passate solo poche ore. È assurdo... assurdo."
"Non ci pensare," mormorai, "la Piana gioca questi scherzi."
"Non ci pensare!" gridò lui. "Otto anni! Otto anni persi a rincorrere le ombre!"
"Adesso ci siamo noi. Verrai con noi fino al Picco, se vorrai; o potrai dare il Segnale e farti venire a prendere."
L'uomo fuggì ululando. Sembrava pazzo; e forse, dopo quegli otto anni passati a cercare gli altri, lo era diventato, anche se un immortale non può impazzire.
Noi continuammo a camminare, incontrammo nella nebbia una serpe più grande della Città di Cristallo che ci braccò per oltre un chilometro, e poi rimpicciolì e scomparve nella neve. La nebbia divenne un muro gelatinoso che riuscivamo a malapena ad attraversare, poi un liquido colloso che c'invischiava nella neve. Marciammo per oltre un'ora.
Poi, il tempo si fermò.
Me ne resi conto quando vidi i miei movimenti che si facevano via via sempre più lenti, più morbidi; al contrario vidi lei che si muoveva sempre più rapidamente.
"Maledizione," mormorai, "il tempo! Ecco cosa mi può fregare; il tempo. Sento che sto rallentando, sempre di più... ti vedo che ti muovi più velocemente. Cerca di fermarti."
Udii la sua voce più alterata, più veloce. "Sei tu che rallenti... io sto accelerando. Cerca di muoverti più velocemente."
Il mio corpo, lento e pesante come una roccia, scivolava sempre più indietro al suo che invece aumentava progressivamente la velocità dei suoi movimenti. "Fermati," ansimai, "cerca di rallentare! Io cercherò di muovermi più veloce."
"Sto tentando," rispose lei molto svelta. "Sto tentando. Ma tu muoviti più velocemente."
"Fai presto a fermarti," implorai, "la corda è tesa, e se si spezza, ci perderemo. Fermati."
"Non ci riesco! Non ci riesco!"
Vidi la corda che iniziava a tendersi, mentre i suoi movimenti continuavano ad accelerare. "La corda è tesa," disse lei, "non farla tendere dì più!"
"Sta iniziando a tendersi," risposi. "Usa il Potere del Serpente! Ferma quest'incantesimo! Ci perderemo!"
Sentii il terrore risalirmi alla gola; se mi fossi perso in quella nebbia, non sarei più tornato indietro. La mia percezione mi trasmise i rapidi e frenetici movimenti della Forma che lei stava preparando.
"Presto!" dissi. "Fai presto! Usa il Potere!"
La sua risposta fu incomprensibile... la corda si tendeva sempre di più... io iniziai la Forma di Magellano, ma ci vollero millenni solo per congiungere le mani... attendevo lo schiocco della corda... le mie mani si giunsero lentamente... lei era un rapido e frenetico intrecciarsi di movimenti... è finita, pensai, ma anche la mia mente stava rallentando...
Poi avvenne. La Testa di Cavallo bruciò nella nebbia, al limitare della corda tesa; la nebbia si sparse a brandelli e andò a pezzi, si contorse e si dissolse; il tempo tornò normale ed enorme, gigantesco, inaspettato, il Picco ci apparve in tutta la sua grandezza, sotto la luce del sole del tramonto.
 

IX - Il Guardiano e l'Ombra.

Ci fermammo entrambi, estasiati dalla visione; per qualche minuto, nessuno di noi parlò, intenti a fissare la forma del Picco che, poche centinaia di metri più in alto, svettava in tutta la sua luminosità. Il cielo era terso e limpido, e il freddo che ci aveva attanagliato fino ad allora era scomparso per lasciare il posto ad un caldo e rincuorante tepore.
Più in basso, la Città di Cristallo splendeva.
"Ci siamo," dissi finalmente io quando riuscii a parlare.
Lei tacque per un po'. Poi smise di guardare il Picco, e si avvicinò a me. "Ci siamo. Ci siamo riusciti... non credevo che ce l'avremmo fatta." Sospirò. "Il tempo: era quella la mia Ombra. Ho sempre avuto un pessimo rapporto con il tempo... quando ero un mortale, ho vissuto il tempo come qualcosa che non mi bastava mai, né per me né per le mie cose."
"Sì," feci eco io. "Ci siamo. Anche... anche per me, il tempo è la mia Ombra. Mi è sempre passato addosso come un manto, come una furia, e io a lasciar le vicende della vita che andassero come volevano, per non poterle mai fermare."
"Adesso l'abbiamo fermato."
Mi voltai. L'ultimo sole illuminava la Città di Cristallo, molto più sotto di noi. "Siamo all'ultimo atto, adesso. Ci sono solo quei gradini intagliati nella roccia, che portano direttamente al Picco. La Montagna Purpurea è nostra ormai..." Mi avvicinai a lei, la strinsi tra le braccia. "Ed è merito tuo. Se tu non avessi il Potere, io sarei ancora a dibattermi nella Piana."
"E se tu non me l'avessi detto..."
Ci baciammo, dimenticandoci di tutto l'universo.
Quanto durò quell'attimo? Pensai che, dietro il tempo, il nostro stare assieme si perdesse nel tempo. Forse passarono eoni dì tempo, forse secoli, forse intere eternità mentre sentivo le nostre labbra che si fondevano, e così i nostri corpi.
Poi ci staccammo, e iniziammo a salire i gradini d'alabastro intagliati nel Picco. Poi salimmo e salimmo ridendo e scherzando di noi e della nostra vita. Poi continuammo a salire, finché non giungemmo su uno spiazzo piuttosto ampio: sei metri sopra di noi, il Picco e la sua fine, la fine della Montagna Purpurea.
Fu allora che scorsi il Guardiano.
Ci fermammo entrambi, attoniti: lui era alto solo un paio di metri più di noi e teneva le mani giunte sull'elsa di una spada, che ci avrebbe fatto a pezzi in un sol colpo... i suoi occhi erano due stelle che bruciavano, ed il sole al tramonto colorava di cremisi il mantello bianco che si confondeva con il cielo.
"Benvenuti," disse.
Nessuno di noi rispose. Lei si tirò indietro di un paio di passi, e io snudai la katana mettendomi in guardia.
"Chi sei?" chiesi infine.
"Il Guardiano della Montagna Purpurea. E voi siete due immortali che vi illudete di aver conquistato il Picco, non è così?"
"Ci siamo quasi," risposi con prudenza. Guardai il suo viso, ma non mi venne in mente dove potevo averlo visto... sembrava un essere asessuato, una sorta di androgine alchemico, un essere che solo Platone poteva aver immaginato. "Ci sbarri la strada, tu, con la tua spada?"
"Il Guardiano non sbarra mai la strada."
"E allora?"
"Vi bloccherete a vicenda."
Lei fece un paio di passi, verso di lui. "Cosa vuoi dire?"
Il Guardiano sorrise, ma il suo sguardo era freddo e blu come l'acciaio della katana. "Quello che ho detto. Avete superato tutte le prove che io ho preparato per voi... ma dovete ancora affrontare voi stessi."
"Abbiamo combattuto contro il tempo," intervenne lei, "ed era ciò che tu volevi. Cosa dobbiamo fare, d'altro?"
"Uccidervi."
Sogghignai. "Tu sei pazzo, sia che tu appartenga ai kami, agli dèi o agli uomini. Noi non ci uccideremo e meno che mai per farti un piacere."
"Invece vi ucciderete... è questa l'ultima prova della Montagna Purpurea. E' questa la tua Ombra, uomo."
Un brivido di terrore mi attraversò il corpo. "La mia Ombra?"
"Sì. Lei è la tua Ombra, e tu sei la sua. Siete l'uno l'Ombra dell'altro." Il Guardiano fissò con i suoi occhi glaciali prima me, poi la mia compagna. "Perché credete che vi abbia fatto giungere fin qui? Perché la visione, il fuoco, la pioggia, perché il tuo Potere che scemava... perché? Perché vi convinceste di essere assieme. Ma siete così uguali e così diversi, da essere solo la vostra Ombra riflessa. E per questo che uno di voi dovrà morire. Poi potrà accedere al Picco... ma solo dopo la morte dell'altro."
Il Guardiano abbozzò un sorriso. "Quando eri un mortale, uomo, facevi lo scrittore... no, non ti stupire. Lo so, come l'ho sempre saputo... tu scrivevi spesso della tua Ombra. Ricordo ancora i tuoi romanzi, e i tuoi racconti sulla tua Ombra che ti seguiva, e ti perseguitava, e ti rincorreva qualunque cosa tu volessi fare. E adesso la tua Ombra è qui.
"All'inferno," risposi.
Lui guardò lei, e lei sfavillò di rabbia, con i suoi occhi che scintillavano inquieti dal viso dell'androgino all'elsa della sua grande spada. "E tu, donna... mi ricordo della tua vita mortale. Tu non hai fatto la scrittrice, ma la psicologa. Hai cercato in tutte le tue parti dimenticate, la tua Ombra dentro agli altri per veder meglio dentro di te; anche tu, come lui, hai bruciato e hai cercato di bruciare,.. e ora la tua Ombra è qui; è lui."
"La mia risposta è la stessa."
"Eppure dovrete battervi." Il Guardiano alzò, brandendo l'elsa con le due mani, la grande spada e la piantò a terra, pochi passi da sé. "Solo con la morte, ci sarà la vita,"
(Visioni di duelli, sangue che scorreva e la mia Katana affilata che s'immergeva nel suo corpo... lei... ed io... ucciderci?)
"Tu sei pazzo, Guardiano."
"Sei pazzo e ti stai sbagliando. Noi non ci uccideremo affatto."
"Dovrete farlo, se uno di voi vorrà terminare l'Ascensione."
"Piuttosto farò a pezzi te." Lei iniziò la Forma della Testa di Cavallo. "Preferisco incendiarti, e, se devo bruciare, bruciare nell'eternità con accanto il tuo cadavere."
Io impugnai meglio la katana, e con l'altra mano afferrai la scure. "E se io devo morire, sarò contento di portarti con me all'inferno."
Il Guardiano fece una smorfia di disprezzo. "I pazzi siete voi due, che sfidate un Potere più grande."
"Mi piace esser pazzo."
"Ed io non ho mai avuto paura di nessun potere."
Il Guardiano afferrò la grande spada; quando la staccò dal terreno, il clangore del metallo risuonò per tutto l'universo.
Io mi spostai sulla sua destra, e lei, nella sua Forma fiammeggiante, sulla sinistra; il Guardiano iniziò lentamente a roteare attorno a sé la spada: "I vostri due corpi arricchiranno i trofei della Montagna Purpurea."
Io mi gettai su di lui con le due lame che scintillavano all'ultimo sole, e lei gli balzò addosso con la fiamma della Nube; sentii il calore che mi avvampava addosso e dentro, e vidi la mia lama che si piantava nel petto della mia compagna; per un attimo nel tempo, si udì solo la risata del Guardiano sospesa nell'aria, mentre lui si stava dissolvendo.
 

I - Intorno a lei, Magellano.

Eravamo soli, feriti a morte e ci trascinavamo tenendoci su a vicenda lungo gli ultimi gradini che ci portavano al Picco.
"Ci ha fregati," mormorò lei, "ci ha fregati..."
Avevo tamponato come meglio potevo la sua ferita, ma lei continuava a perdere sangue. Non sarebbe durata molto.
"No," riuscii a dire. Non avevo più né barba né capelli... e la mia pelle si staccava assieme alla carne. Anch'io non sarei durato a lungo. "No, siamo noi che l'abbiamo fregato."
Percorremmo così un metro, sostenendoci a vicenda.
"Uccidimi," disse lei con un sospiro. "Spingimi giù... così potrai sopravvivere. La mia morte sarà la tua vita."
"Bruciami ancora," risposi, di rimando, "e così sarai salva."
Al secondo metro, io caddi e la mia carne bruciata urlò dal dolore quando toccò terra. Lei si fermò cercando di tirarmi su, e ci riuscì. "Vai tu," disse poi, mentre barcollavamo assieme, "tu puoi ancora farcela."
Al terzo metro cademmo assieme, e impiegammo molto tempo per rimetterci in piedi. Il quarto metro lo percorremmo strisciando, e contorcendoci per il dolore. Il quinto fu il sangue che lei perdeva e la mia carne che si staccava. Solo un metro ci separava dalla punta estrema del Picco.,. cercai di utilizzare tutte le forze che ancora avevo per spingere su lei, e lei fece lo stesso con me, sperando entrambi che fosse l'altro a farcela. Poi ci fermammo. Non riuscivamo ad avanzare. Ma se avessimo voluto, ci saremmo riusciti.
Mi fermai, mi voltai ansante con la schiena appoggiata contro il masso. Lei appoggiò la testa sulle mie gambe. "All'inferno la Montagna Purpurea e tutto il resto. Non ce la faccio."
"Dobbiamo farcela."
"No. Non voglio." Le carezzai i capelli. "Ci siamo giocati una vita da immortali per scommettere contro noi stessi... gli ultimi istanti della mia vita, voglio godermeli come dico io."
"Non vuoi più salire?"
"No."
"Neanch'io."
"Potremmo farcela, volendo."
"Senza dubbio."
"Basterebbe passare su uno dei nostri cadaveri. La mia vita per la tua, e viceversa. Accetti?"
"Preferisco morire con te."
"Anch'io."
"Attenderemo la morte assieme."
Restammo in silenzio, ad attendere la morte.
"Riesci a prendere la forma della Testa di Cavallo?"
"Forse. E tu, quella di Magellano?"
"Per quello che serve."
(La morte era un Potere che nasceva dentro di noi, come un fuoco divampante o un cielo pieno di stelle.)
"Baciami,"
"Per l'ultima volta?"
"Sì. Mi dispiace... ci siamo incontrati in un momento sbagliato."
Ci baciammo.
Di colpo, il Potere salì dentro di noi con grandi oscillazioni del chi che ondeggiava nei nostri corpi; la Testa di Cavallo brillò come l'universo prima della creazione, e Magellano come quando l'universo sarebbe finito; sentii la forza che mi tornava addosso, e vidi lei riprendersi più sfolgorante che mai.
"Brucia con me," mormorò lei.
(Ci avvolgemmo nelle nostre aure, e facemmo l'amore, tra la vita e la morte, a un metro dal Picco della Montagna Purpurea.)
 

Il Taumaturgo più anziano uscì dalla trance con gli occhi che parevano fiamme dell'Averno. Fu sul punto di urlare, ma riuscì a controllarsi: "Confratelli," disse, con tutta la calma di cui era capace, "ci sono riusciti entrambi... sento la Testa di Cavallo e Magellano bruciare più forti di qualunque altra aura che sia mai stata creata. Sono arrivati."
"Hanno concepito," mormorò un altro, "lo sento. e il primo concepimento da tanti mesi. Uomo o donna che sia... sarà lui, il loro figlio, a reggere la Città di Cristallo e a riportarla agli antichi splendori."
"Finalmente," disse qualcun altro, "la Montagna Purpurea è stata sconfitta."
A un dito dal cielo, sul Picco, intorno a lei Magellano esplodeva come un fuoco senza fine.


IntercoM