Art Decad

Claudio Asciuti

Scivolavo rapidamente tra le ombre dure, tra i grigi pilastri luminosi, le insegne colorate, gli odori ed i profumi e l'odio di Lizard's Road. Il caleidoscopio/realtà colorata si distese ai miei occhi come un tappeto.
Dove mi sto trascinando? E davvero sono vivo?
Un tempo mi chiamavo diversamente da ora, e facevo cose diverse; e forse anch'io (o il mondo) ero (era) diverso.
Camminavo senza guardarmi negli occhi.
La droga bruciava i miei canali, i miei sogni, i miei sguardi. Impazzivo.
Poi incrociai un gruppetto di ragazzi a sostare sotto la vivida medusa olighiana del Lion's (età variante dai tredici ai venti, capelli tinti ultima moda e taglio a svastica, enfants prodige di una mutevole realtà che introduceva ai riti della consumazione) intenti a chiacchierare nelle ultime sferzanti note di un v-v-v-vecchio hit all'acido.
Giudicai che loro, forse da loro poteva venirmi un aiuto.
Prima che non potessi stornire di laggiù.
Mi avvicinai,
Fra i tanti, c'era una ragazzina di forse sedici anni; capelli scuri, stivali di cuoio nero, strettissimi pantaloni neri, giacca di lana nera nella quale, adesso, si stringeva, cravatta anch'essa nera sulla camicia bianca; nastro rosso, a raccogliere i capelli. Un sogno. Una visione, Un viso imbronciato, un corpo magro e sottile. Una ragazza le passò uno spino. Lei tirò una boccata, due, lo restituì; tremò, un brivido, e si strinse maggiormente nel suo giaccone. Si voltò versò di me. La fissai. Mi fissò. Ancora. I suoi occhi, mio Dio, i suoi occhi!
Sorrise. Sorrisi. " ...sweet sixteen in leather boots/body and soul I go crazy... " vibrazzò a scatola chiusa nella mia mente.
Morte! Un dardo nella cornea dell'Essere Scherzo. Un'altra visione? Un'altra... un'altra fonte di luce?
Mi avvicinai ancora. Qualcuno sentì guai, poiché un Art era in vista, e questo non sapeva cosa significasse. Guai. Un giovane torello alto e grosso il doppio di me sbarrò.
- Cerchi sesso? - Fiatò - O merda? Oppure?
- Cerco sesso - Risposi, stringendo in tasca la mano acciaiosa del tirapugni - cerco sesso. Con la nera, mortalità! Sei?
- Vieni - Fece, aprendomi strada tra i ragazzi ammassati - credevo altre cose; ti darò a Faccia di Cane, che s'occupa delle cose di sesso; ti troverai, guarda.
Ci muovemmo, balenando, tra l'ondeggiare multicolore. Ondate, pensai, diaccole, luci e sbavature; odore di merda, libidine per la vita, si, libidine per la vita. Potrei bruciarmi in una fiammata al solfuro, e loro accendersi, uscire? Devo crederlo?
Faccia di Cane era basso e tozzo, largo Road e pesante.
Contrattammo un po', sul prezzo e le modalità, accordandoci infine per una notte-come t'aggrada, Art; se sgarri appenderemo il tuo cazzo e le tue corna alla medusa del Lion's.
Ci sfiorammo le mani.
Da un sogno, giunse l'altro sogno.
- Sono Luna - Mi disse, quando arrivò - Possiamo andare.
Assentii.
Ritornammo fuori dal gruppo. La ragazza che le aveva dato lo spino stava rullando, ma s'interruppe per sorridere.
(Afflossando nella vacuità del colore; occhi di luce) Me ne accorsi, finalmente. - Dove - Mi chiese, incamminando la strada.
- Lontano di qui - Accennai alla gente che si muoveva rumorosa, tra le insegne luccicanti. Ci sarebbe stato tempo - Andremo dove non ci siano loro.
Attraversammo un retropassaggio. La fredda corrente ascensionale ci colpì; vidi Luna rabbrividire, e stringersi nella sua giacca di lana nera; mi accorsi che sotto il trucco, il viso era pallido.
Tremava.
- Stai male ? Chiesi.
Scosse il capo: - È freddo; passerà. È niente.
- Perché sei venuta? Potevi rinunciare, se non stavi ok; andartene. Per te
- Non volevo.
- Non dovevi...
- Stare con te.
- Perché?
- Perché? Perché? Non t'avrei fatto, se no; ma tu prima, sorridevi, e nel tuo sorriso era invocazione, qualcosa di mistico, un richiamo e non c'è nessuno che chiami, che sorrida. Così.
Alzai le spalle. - Facile che si viva male, con la Morte che ci cammina a fianco. Cercavo una mano, per volare più in alto, perché ho la mente piena di droga, e mi accascio; è il mio malessere, di tutti.
- Il malessere del Certame.
- Sì; la vittoria. Solo quello, ci porta la condizione, di sperare, e continuare.
- Per quello ti ho accettato. Perché capivo che eri basso. Che non avresti flippato di più.
- Ti ringrazio - Dissi, e l'abbracciai, e lei si strinse a me, e mi sorrise, e ci muovemmo, così stretti, lungo la strada, lungo la notte, lungo la morte di Lizard's Road.
 

Addelirando: la vacuità dell'esistenza. Rimando i nastri incisi nei giorni precedenti all'emersione dei dati; posso soltanto notare che sto impazzendo. Fantasie di una ragazza che si chiama Luna, semisconosciuta vertigine di sesso e acido, erotizzazioni da incubo sadomasochistico: un'allucinazione? Sex and drug and rock'n'roll. Male alla mente, e nella confusione insondata, il viso ed i tratti; sensazioni di una ricerca continua, finalmente appagata. Gloria; il suo vero nome; ed è come se l'avessi posseduta di più. La droga mi strangola i pochi momenti di lucidità; ma non posso atterrare. Ogni istante è prezioso, questa Luna che non riconosco m'avrà lasciato ancora più in alto. I tratti del nuovo Certame dell'Art Decad m'indicano come successivo alla vittoria: la mia opera è FAMA. Poco ancora, la vittoria e l'immortalità saranno mie. Ma non basta la droga per esplodere, sto perdendo germe: devo riprendere e spedire il mio quot oltre Sirio e più in là ancora. Devo vincere. Devo. Devo. Uomo o macchina, non manichino numerico. Non importa. Importa. Ho un'idea che sarà la vittoria totale; per l'ultima corsa, se non sarò in testa, spedirò lontano il mio cervello, sprizzando da me tutta la mia razionalità. Devo sopravvivere; devo vincere. Addelirando. Addelirando. Addelirando.
 

Luccichio di sole falso, luce artificiale.
Il padrone di casa era un Uomo Ricco; merda industriale, della specie con velleità intellettuali. Sopportante per amore della moda noi Art.
Faccia di cazzo. Andai incontro lui.
- Buongiorno - Fece stringendomi la mano - Benvenuto, amico caro.
Gli sfiorai le mani, secondo il nostro uso. - Ti ringrazio d'avermi invitato.
La folla era grassa e vociante, nello splendore elettronico del covo ardente. L'Uomo Ricco era ben situato: a tutti i costi, pensai, vedendomi avvoltare da Uomini e Donne, Lup per soddisfare i porci gusti perversi, Art sperduti nella babelità di quel manicomio, tendersi al raggruppamento, assieme.
- Aspettiamo qualcosa di nuovo da te, mio caro; è tanto che non ci doni i frutti della tua Arte... ma sappiamo che il tuo punteggio, nel Certame, è tra i più alti registrati finora; e che non avresti bisogno di nulla, ormai, per vincere.
Morte! Maledetto uomo, cosa ne sai? Cosa ne puoi sapere?
- Afferrò al volo alti calici rubinati, color sangue, da un pazzo cameriere che scivolava tra i crocchi - Alla salute della tua poesia, mio uomo, e che tu possa trionfare su tutti i tuoi avversari di questo e dei prossimi Certami!
Bevemmo. Mi lasciò. Andò a ricevere altri.
Camminai a lungo, visionato per le grandi luccicose sale, l'intero piano di un'elegante Pyramide nella quieta periferica salubricità mentale della City, lontano da rumore e casino.
Insaccai in un Art che discuteva fuoriuscendo con altri Uomini Ricchi di Arte.
- L'Arte -- Diceva - è un'ideologia, una forza complessa, un'etica, una religione, un suono, un soffio, un sole, un discorso sull'uomo e sul suo mondo e su tutti i mondi a venire. L'Arte è immortale e pretende l'immortalità e la rappresentazione dell'immortalità...
E merce, dicevano gli Uomini Ricchi.
Non capivano. Non potevano assolutamente capire che cosa volesse dire Artista, crearsi la vita e l'Arte, l'Arte è vita, un'esistenza inimitabile dietro di sé, come ultimo testamento dell'Arte decomposta; l'ultima fase, che non fosse fredda, statica, fissa immutabile nell'eternità/rappresentazione di un mondo in decadenza, decaduto, decadente.
O Modigliari! O Van Gogh! O Arthur Rimbaud!
Cos'erano, gli Uomini Ricchi, se non strumenti? Cosa costavano i loro soldi, la loro potenza, se non pennelli; e tele; e tavolozze? Cosa, se non la immagine nata per l'immaginato, brutante volto di un'iperrealtà disconosciuta, ai più, in memoria? Il senso della loro piccola esistenza di piccole persone?
La Gioconda si dipingeva i baffi, e Marcel Duchamp risorgeva tra gli spasmi della cultura morente!
Comportamento, concettualismo, body art, optical, tutto s'era fuso e fondeva in continuazione - un Art Decad che raccoglieva i vagiti di dolore di mezzo secolo di attività; vita eterna che gli Art creavano e vivevano, che sarebbe stata in posterità lodata ed ammirata, fruita e conquistata, maledetta e imbastardita; che senso? Il senso di là - dove l'Art Decad giocava l'estremo coagulo di tutta la millenaria cultura della comunicazione, là dove ogni forma possibile di comunicazione giungeva - nel corpo, nell'immagine, nell'atto. L'unico veicolo di trasmissione era l'Art, l'Art era media e messaggio, casta biologica e casta superiore, estrema, ultima terrificata esaltazione della malattia mentale; tara ereditaria trasmessa per contagio. Il media, in un mondo di merda, era la merda stessa. E voi, voi, dite che è merce?
- E' merce. La vostra vita, Art, possiamo sentirla: toccarla; viverla come se fosse un'opera, per interposte persone. Voi create, noi consumiamo. E' merce - L'Uomo Ricco pontificava, dall'alto della sua barba, ed io sorseggiavo il lungo calice, fissandolo.
- Morte! - Esclamai, avvicinandomi - Che senso avrebbe, altrimenti? Ma non è merce, signore; non è così semplice; non potete comprare la mia vita.
- Morte! - Ribatté l'Uomo Ricco - Posso comprarla, eccome!
- Compratela, allora; acquistate la mia. - Sogghignai - La mia vita tra poco sarà in vendita; acquistatela, se potete... cercate di viverla, invece di spiarla nel buio.
Mi allontanai, nel silenzio irato.
 

Gli spettri luminosi volavano alti, intarsiando colori sui visi, nei saloni in cui mi trovavo a passare. La maschera della Morte Rossa era sopra di noi; ma te, Principe Prospero, dove diavolo sei finito?
Lo vidi sotto le sembianze di un Push.
Stava trapianto tra sparuti Art di basso punteggio, confabulando in modo misterioso; infine sciolse il gruppo, allontanandosi.
Lo chiamai. (S'affiancò, con misterio, sorrise).
- Ciao Push - Mormorai - Cammini nell'ombra?
- Nell'ombra - Rispose - E ho nuove.
Camminammo.
- Per cosa? Merce?
- Leyrina. Della più pura. Una partita che mi giungerà presto, tramite un corriere.
Ridacchiai. - Ed hai bisogno di un connettore per l'assaggio?
Affermò. - Ho interpellato altri... pensavo non t 'interessasse, visto che stavi già flippando alto... ad un Art poteva servire, ma quelli, blah! Temono la buia!
- Tutto funziona, al bisogno. Accettato, Push.
L'uomo spalancò gli occhi. - Davvero? Sarebbe buona fortuna!
- In che data?
- Dopodomani.
Feci una smorfia. - Non ci sarò... ho un impegno per quel giorno, forse; già troppo arrimandato... dipenderà, anzi.
- Di sesso?
- Quasi. Anzi, lo è. Ma ripeto, credo potrò distanziarlo ancora. Sul dubbio, voglio dire...
Non vorrei farti casino. Appartiene al Certame?
- Si, ma non preoccupare; la donna può attendere.
- E bella? - S'informò.
Gesto vago, nell'aria; tracciò un quadro. - Dipenderebbe; trovo che sia affascinante, ma a te potrebbe anche non trillare, forse sì. A seconda di chi si è.
- Privilegio di Art?
- Privilegio di uomo - Gli diedi una pacca sulla spalla, commiato felice; la notte, era giovane - Ti videizzerò domani. Così mi dirai con precisione.
- Ok, Art; e grazie. E va in dritto!
Veloce, sorridente, Pusher dileguò nella festa. Forse, pensai, era lui la Morte Rossa, e io il Principe Prospero. Ma devo ancora trovarmi la sala fatale, no?
Fu verso la settima oraria.
Avevo bighellato lungo. Avevo trovato bicchieri e vini pregiati, e Donne Ricche inguainate in abiti lussuosi. Avevo assaggiato cibo raffinato, e droga purissima che aveva rischiato di scagliarmi a brandelli la mente.
Avevo litigato con l'Uomo Ricco con la barba, ancora, minacciante di sfida a duello per la pretesa insolenza - Quando vuoi, grasso porco puzzolente - Gli avevo riso in faccia - Quando vuoi e sarò sempre pronto ad uccidere! - ma qualcuno l'aveva trasportato via.
Avevo discusso dell Art Decad con altri Art, con Uomini che sapevano ciò che dicevano, e Donne amabili conversanti, su di me e sulla mia vita; dopo sentii il desiderio di sfogarmi, e flirtai, fumai, m'avvoltai, bruciai, ascoltai, dissentii. Visitai la morbida alcova le cui pareti s'accendevano delle luci, dei liquidi che i computer sintetizzavano sulle vibro di chi faceva all'amore, creando forme nuove. Giocai a roulette artificiale puntando somme che non avrei mai posseduto su pazzi nerboruti atleti e finii col perdere tutto.
Avevo dato abbastanza spettacolo la notte. Punti, volevano dire, perché domani sarei stato videizzato ovunque, e altri m'avrebbero votato. Di poco, ma ancora, sarei salito; al gran finale. Una traccia dopo l'altra; e fu verso la settima oraria, da cui la Morte Rossa (compresi che ero io, infine) s'aggirava nel castello alla ricerca del Principe Prospero (e compresi chi era, infine).
Avevo appena agganciato un ragazzo. Carne giovane, avevo pensato, aria spaccata del vergine alla sua prima festa 'grande'; buona estrazione, casta alta ma non troppo. Giovane, alto, un corpo morbido e flessuoso, i capelli biondi, e gli occhi, oh, gli occhi erano di ghiaccio. Bellissimo. Averlo, sarebbe stato uno scandalo, un successo, un vocio.
Stavo parlando con lui; già irretito a sufficienza, e flippato al giusto polo che avrei potuto fotterlo sul divano, quando;
- Morte! - Maledii - Arrivano grigi.
- Chi?
- Un seccatore. Un grosso seccatore.
L'Uomo Ricco con la barba, notevole ubriaco, sicuramente fatto, sbarcollò dinanzi a noi. Dietro di lui un piccolo codazzo di fauna unita d'ogni levatura scivolò, rollò.
- Art - Bofonchiò - Chiedo soddisfazione.
Mi districai dal biondino. - Morte! Vai all'inferno, uomo. Non ho voglia di perdere tempo con te.
Qualcuno disse qualcosa - Sfida! Sfida! -mi parve di capire, ma non intesi.
- Sfido - Ripeté l'uomo.
Mi alzai a mezzo - Piantala, uomo. Allontanati.
- Poeta di morte! Artista di morte! - Urlò. Tutti rabbrividirono; scattai furente, rabbioso. - Accettato! Accettato!
Mi sfiorò la mano tesa. - Quando vorrai.
Sorrisi malvagio - Motocicletta.
- Catena!
- Coltello!
- Spranga!
-Tirapugni!
Squadrai l'Uomo Ricco,
- Mani e piedi!
Molte voci si levarono.
- Domani - Feci - all'ultima oraria del party. Daremo il finale all'Arena più vicina; avvertiremo la tri-vi, che videizzi tutto. Ti fila?
- Ok, uomo. E senza tregua. Al sangue, alla morte.
- Alla morte - Risposi, ma il parlìo della gente che s'avvaccò attorno a noi soffocò le mie parole/le sue parole.
 

Morte sussurrava dolci parole... si confondevano con le parole di addio, il biondino, sicuro che non m'avrebbe rivisto... e la notturna, assieme... il duello all'ultima oraria, brullava grandioso come un film... ciao, addio, ciao... duellata...
Duellata in Arena: fingi, sterzi, freni, giochi... devi uccidere per non essere ucciso. Uomo, devi uccidere; Art, devi uccidere con stile, perché non sei un uomo qualsiasi...
L'Uomo Ricco Anfitrione giubilava; difficile che un Ind e un Art azzuffino ad un party... odio & odio... brividi d'eccitamento sulla folla, sulla arena... Morte! Morte al mattino...
Ma il mattino era una lama, e mi reggevo affaticato, incapace di cavarmela con un bambino. Visuali di spire paurose. Se non ci fossi riuscito? Mi tolsi il giubbotto e m'iniettai un qualcosa nelle vene, mentre il mio avversario stava in sospensione, feroce. Aveva grinta, stava in rabbia sordida, voglioso di morte.
La folla stava ai confini, silenziosa, puntata da grida di gioia.
Volevano morte,
Tutti, volevano morte... e qualcuno l'avrebbe avuta? Ma, dopo questa Arena, che avessi perso, o vinto, sarei stato io il Primo Art del Certame. Lo sapevo.
 

Un solo gesto inutile, applicato una volta di più. L'uomo differito dalla situazione. Chi ascolterà questi nastri, potrà comprendere che il 'male di vivere', il mio 'male di vivere'... ho vuotato uno scenerimento maggiore, di quanto prima; non lo avevo mai supposto. L'Art Decad ha avuto un'altra vittima; duello, imbottito di droga, e uccido. Uccido. L'Arena era esultante; è stato videizzato tutto, anche quando ho incendiato le motociclette con sopra l'avversario ferito. Nessun duello di nessun Art ha mai avuto così successo. Significano altri punti, ancora altri punti; ma devo stare attento a ciò che sbrego: solo ora, mi rendo conto di quanto sia pericolante stare imballato di continuo. Un rischio pericoloso. Ma non basta lo stesso. Un rischio pericoloso, di Morte a due passi dall'immortalità; ma sarò il primo... dei primi. Farò quello che vorrò fare? Erostrato? Il mio dramma quotidiano sconfitto. L'immortalità penetra nella mia mente. Dovrò vincere ancora. L'asso manicato uscirà fuori al momento, se non supererò tutti gli altri. Ma devo farcela; non posso perdere; vincerò, e nel prossimo Certame partirò con un grosso vantaggio; e vincerò ancora. Ancora. Ancora.
Vorrei tanto non aver mai iniziato.
 

L'agente di Push non si faceva ancora vedere.
Doveva riconoscermi, e parlare con me di Art Decad: sotto il liocorno occasiale dello Snake's, dove ci si dava convegno d'abitudine. Mi avrebbe passato un assaggio di leyrina. E concluso, dopo che il campione fosse passato a chi doveva passare, qualcuno, delando, avrebbe fatto il mio nome; giusto perché mi si prendesse sotto l'imputazione narcosi, per qualche giorno in buia; e la scarcerazione, poiché mancavano le prove. Ed il nome sarebbe ancora girato, girato, e sarebbe salito.
Avrei vinto il Certame.
Bruciai un attimo di paura. E se no?
Ma non poteva essere; io; il più grande. Io, e non altri. Io, e nessuno. Dovevo essere io.
Io.
(Magra legione vagabonda, strinanti Art afferrati ai loro sogni d'immortalità... guardai le scamme dello Snake's che s'aggiravano tra i tavoli, bellissime...).
...ma dov'era l'uomo?...
...carissimo, disse qualcuno e m'abbracciò, mi strinse. Mi voltai e mi trovai a baciare una ragazza bionda. La riconobbi come un Art di valore, che avevo visto volte trascorse.
- Ciao - Feci, e l'abbracciai.
- Salve - Mi rispose - Cammini la notte? E tanto che non vedo?
Possibile che Push avesse mandato lei?
- Ho visto la tua quot, sai; è davvero alta.
- Anche tu fili alante. Forte, ecco.
C'incamminano verso lo Snake's.
- Progetti? - Mi domandò, quando fummo seduti.
Avevo in mente un trip che m'avrebbe vissuto un cirro, al di là di tutti gli altri partecipanti; qualcosa che nessuno ha mai tentato. Ma ora vedo che non sarà il gioco di farlo.
Una scamma ci chiese. Ordinammo due vetrioli azzurrati.
- Che gioco?
- Un gioco tramite donna...
- ...me l'ha detto qualcuno. Una donna fascinante, se non sbaglio, a seconda dei casi. Appuntamento di oggi?
- Si, ma rimandato. Credo di non averne più bisogno, ormai. Trovo un'altra Art, a volte più fascinante ancora di quella di prima; che ne dici?
- Certo, per me va bene. In tutto. A casa mia?
- Dove vuoi, per arrivare alla fine.
Arrivarono i due vetrioli azzurrati.
- Alla fine! - Brindammo.
Ma ci sarei arrivato?
 

Ultimi giorni del Certame. Non ho dovuto giocare la mia carta finale, per esserne sicuro. Nessuno potrà sconfiggermi. Ho smesso le mie razioni di droga da tre giorni: non riuscivo più quasi a connettere... terapia d'urto, a base di antidoti. Dovrò sputare tutto il fantasyon che ho nelle vene, da molti e molti mesi, i mesi finali. E quasi una settimana che sto con Virna; ma sono solo tre giorni che me ne rendo, vagamente, conto. Riascoltando tutte le incisioni precedenti, ascolto frasi spezzate ed incomprensibili, suoni d'ogni genere, musiche inascoltabili... rivedo, come in un film girato a velocità incredibile, questo periodo doloroso e tormentato. Parole, frasi, parole, immagini. Tutto è senza senso. Il gioco con la leyrina e Virna ha funzionato; ci hanno arrestato e liberato assieme. Ma io, io sono il più forte di tutti. I sondaggi sul Certame mi danno vincitore, e quando esco per le strade tutti mi riconoscono, mi fermano, mi chiedono autografi, mi salutano... ho fatto domanda per una Faccia, per non farmi riconoscere. Me l'hanno appena consegnata, e spesso, quando c'è tanta gente, devo uscire con quella e non con la mia. Chissà se la mia vita avrà ancora un segreto, un mistero, se saprò conservarne almeno un piccolo pezzetto per me... oppure dovrò donarla interamente alla gente, al pubblico, a tutti coloro che sono stati appresso me, per tanto tempo! e continueranno ad esserlo ancora per un tanto, tanto tempo, tanto tempo, tempo... Virna dice che sono pazzo perché, ora che posso dire d'essere il vincitore, non m'interessa più. Credo di odiare il Certame. Credo di odiare tutto e tutti. Me compreso, e forse più dell'altro.
 

Posai gli occhi sul corpo candido, sui capelli biondi, i grandi occhi che mi sorridevano. Potevo dire davvero d'aver qualcosa in comune con quella donna, se non uno sviscerato amore per noi stessi... un grande, divampante desiderio di trasmettere qualcosa, anche male e dolore e paranoia? La voglia d'essere il primo, amato ed odiato da tutti coloro che non erano riusciti ad arrivare...
- Cosa provi, uomo, ad essere il primo dei primi? L'unico?
Scivolai sul letto ,accanto a lei. - Mi stai prendendo in giro?
Rise - Può darsi, può darsi... ma tu che ne dici? Che faccio sul serio, o che sto scherzando? Che nascondo l'indivia in una battuta... o che sono veramente contenta per te, perché hai vinto?
- Non credo molto a quest'ipotesi. Non mi sembri la persona.
-E allora?
Alzai le spalle - Per quel poco che ti ho potuto conoscere in questo periodo... credo che, tu avessi anche una minima possibilità di sfidarmi a duello e battermi, lo faresti per salire di qualcosa di fronte agli altri...
- Forse...
- ... e che qualsiasi cosa tu faccia, la faccia soltanto dopo aver pensato quanto ti possa fruttare. In altre parole credo che tu sia un'egoista, piena di te ed interessata soltanto alla tua Arte, incapace d'avere un rapporto 'umano' con una persona; credo che anche il fatto che tu sia stata con me, in questo periodo, derivi solamente dal tuo desiderio di 'mostrarti' più che di 'essere'.
- Hai finito? La predica, intendo; o sei entrato in trip cattolico, per così dire, da rinnegare tutto quello in cui hai creduto fino ad adesso, adducendo motivi di una pretesa 'moralità in cui non hai mai creduto neppure per un momento? O forse la vittoria, la fama, l'immortalità ti hanno dato alla testa?
- Morte! - Risposi - Mi dispiace per quello che ti ho detto; davvero, Virna, mi dispiace. Non volevo dire così, scusami. Non mi sento molto a posto, oggi, e non mi rendo conto di quello che dico e faccio. Devo essere tutto quello che si è accumulato nel tempo.
Mi avvicinai ancora e l'abbracciai. Lei si strinse a me, ma i suoi occhi mi fissavano di ghiaccio, silenziosi. La sua bocca era gelida e fredda. Un muro, che all'improvviso avevo eretto?
- Il fatto che hai ragione - Disse, quando ci staccammo - è quello che mi dà particolarmente fastidio. E tu lo sai, perché che tu lo voglia o no, appartieni alla stessa razza a cui appartengo io... quella delle persone che invece di essere persone, sono macchine, manichini, androidi. Dà fastidio anche a te, il pensarci, il trovarti finalmente dall'altra parte; non è vero? Niente emozioni, niente sensazioni, niente amore: solo interesse. Non lo hai detto anche te? Successo, denaro, fama. E cosa rimane dell'uomo?
- Meno di niente - Risposi - Ma con questo cosa credi di avermi dimostrato?
- La tua inumanità, ecco; solo quello - Scese dal letto, e s'incamminò verso il corridoio. La richiamai. - Aspetta, Virna, non te ne an-dare; cosa hai contro di me?
Scesi anch'io e mi avvicinai a lei.
Ci squadrammo, silenziosi, per qualche istante. Fu lei a rompere quel manto che ci avvolgeva:
- Hai mai amato qualcuno? Hai mai voluto bene a qualcuno? Hai mai odiato qualcuno? Non hai mai sentito niente per nessuno e per nessuna cosa o persona? No. Sei sempre vissuto in una bara, in un'aura, in una prigione al di fuori degli altri; non hai mai vissuto a fondo la vita, l'hai solo sfiorata, superficialmente, e sì, magari qualche volta ti sei spinto più a fondo, una toccata, e poi via, nuovamente in aria... ed hai il coraggio di dire a me, che sono una persona 'finta'? Guardati; maledizione, non hai tu, più niente di umano... sei... sei un corpo imbottito di droga, incapace perfino di separare la realtà dalla fantasia... sono sicura che credi d'essere ancora a quella immensa stronzata del tuo Incubo, intento a giocare all'Artista!
Rimasi interdetto. - Artisti? Incubo? Cosa stai dicendo?
- Oh, maledetto stupido! - Esplose lei, d'improvviso - Non ti rendi neppure conto di quello che hai fatto! Apri gli occhi, e cerca di capire che non stai più gareggiando; sei nuovamente qui, sulla Terra... e non più tra le stelle! La gara dell'Incubo è finita, e tu l'hai vinta, l'hai stravinta perché tutta la merda che avevi dentro di te l'hai buttata fuori, ed è stata subito accettata da tutti... il tuo maledetto io è saltato in aria, a causa di tutto il fantasyon che ti sei iniettato, e c'erano tutti, là dentro, tutta la gente con cui sei stato a contatto, i tuoi amici ed i tuoi nemici, il tuo mondo, le tue conoscenze, il tuo maledetto orgoglio... un vero schifo, posso assicurarti... ah, ma già, tu sei ancora tra il qui e il là, e non capisci ancora bene cosa ti succede.. ti odio, ti odio, te...
- Virna - Riuscii finalmente a dire - Non capisco. Non capisco di cosa stai parlando. Cerca di spiegarti, per favore, perché credo che sia una cosa molto importante per me; ho la sensazione di qualcosa di cui sono già venuto a contatto... ma non so cosa...
I suoi occhi, quando mi guardò, erano più duri. - Pazzo - Sibilò - tu sei un pazzo. Nemmeno gli antidoti sono riusciti a farti tornare normale: vuoi dire che ti sei iniettato tanta di quella roba, che per farla passare chissà quanto tempo ci vorrà; e tutto per poter dire: sono il primo, sono il più grande Maestro degli incubi della Terra, io sono l'uomo che ha tenuto in pugno i sogni di mille giudici... per cosa? Per questo e basta... e tu, tu continui a bruciare la tua vita, così come l'hai bruciata finora, per essere solo una macchina, una macchina per i sogni... mi fai schifo.
Restai a guardarla.
Di cosa stava parlando? Credetti che fosse impazzita, sulle prime; continuavo a fissarla, rabbiosa, fremente contro di me e tutte le colpe di cui mi accusava, ed intanto mi chiedevo, ma cosa stai dicendo, di chi parli? Poi qualcosa d'improvviso mi scoppiò nella mente, un barlume, subito dimenticato, una vampata che illuminò a giorno la mia mente, e sparì, sparì.
- Mio Dio - Dissi. Sentivo l'angoscia salirmi sempre più su, sempre più - Mio Dio, Virna... è pazzesco. Non posso crederci... ma ora è tutto chiaro, tutto... mio Dio...
Mi accasciai, quasi senza accorgermene, su di una poltrona.
La testa mi girava, e stavo male.
La realtà andava ancora una volta in pezzi: m'avevano ingannato... era stato tutto un incubo, un sogno. Un sogno di droga. Un sogno di Cantasyon che stimolava il cervello a creare, o trasmettere visioni... visioni di ciò che si era 'dentro'...
- Cosa ti succede ora? - Virna era di fronte a me, e mi studiava attentamente, ma i suoi occhi erano sempre di ghiaccio, i suoi occhi, di ghiaccio, erano, Virna, i, ghiaccio.
 

Cara Virna,

mi sento molto strano... molto buffo a scriverti. È tanto tempo che stiamo assieme, eppure non ci siamo veramente parlati... non ci siamo mai conosciuti. Andiamo indietro, indietro nel tempo, mi accorgo che siamo stati né più né meno che due amanti, e solo quello; tu non mi hai mai capito, né ti ho capito io. O forse non è vero, ed è proprio per questo che adesso ci odiamo, e non ci vediamo più, perché ci siamo capiti troppo, e non abbiamo più potuto sopportarci, Soprattutto dopo aver visto cosa si agitava veramente dentro di noi, e quali erano i nostri fantasmi; il tuo Incubo, intendo, ed il mio. Penso che quello scambio, quando per chiarirci le idee decidemmo di 'vedere' reciprocamente i nostri 'Id', sia stato il colpo finale; anche tu sarai rimasta disgustata da me, immagino, a vedere come e perché la mia mente abbia modificato la mia persona, e la tua, e quella degli altri nostri conoscenti... eppure, il ruolo di Luna/Gloria con quella strana ambivalenza, dualità notturna/diurna, luna/sole, era bella, non trovi? Ma d'altra parte, vivere assieme ad una persona incapace d'amare, amarla, sacrificarsi per lei e poi vedersi trasformata in una puttana... e vedere lui come una puttana artistica... il tuo Incubo, in fondo, era più giusto. Assomigliava di più all'idea che m'ero fatto di te. E credo anche d'aver capito perché tutti i concorrenti alle gare dell'Incubo sono degli anormali, e finiscono alla psyco, o suicidi, o misantropi... gettare lo sguardo dentro di sé è la peggiore delle esperienze. Spero che tu non la vorrai più ripetere; era la prima volta per entrambi. Io non lo farò più. È anche per questo che ti scrivo. Dio, non riesco neppure a scrivere coerentemente. Sono tre mesi che non stiamo più assieme, e sono stati tre mesi di rabbia, e di dolore, e di tormento; tre mesi in cui ho trascorso il mio tempo a capirmi, a studiarmi, a vedere cosa ci fosse in me che non funzionava, che continuando a sconvolgermi, mi togliesse, sempre, dall'orbita degli altri... ed alla fine, ho deciso di farla finita. Una volta per tutte. Non me la sento più di continuare, e bada, che non sarà stato l'Incubo a spiegarmi.. ma quello che, tramite le tue parole, l'Incubo mi ha rivelato. È stato l'improvvisamente vedermi scoperto. Quell'unica volta, nel nostro rapporto, in cui abbiamo comunicato, a lungo, e bene, e cercando veramente di donarci, senza inibizioni, in maniera totale, completa; quando ho vinto, e i mille giudici hanno decretato la mia vittoria; quando il mio Incubo ha iniziato a muoversi per tutti i cerebroschermi del pianeta; quando ho iniziato ad impazzire, e tu mi sei stata vicina... vorrei ricordarti così. Quando mi parlavi, e non pensavi a nient'altro che a me... ed io, maledizione, non sono mai riuscito a capirlo. E' troppo tardi per ricominciare.

Troppo tardi per tutto. Voglio farla finita, ti ripeto: ho preso una dose micidiale di fantasyon, (ma di quello proibito, clandestino, che si vende al mercato nero; non quello blando, che ci danno quando dobbiamo affrontare l'Incubo) e tra poco inizierà il suo effetto; mi sono collegato al cerebroschermo di casa mia, e riprenderà tutto il mio Incubo finale... te lo lascio in eredità, con tutte le mie cose. Quando entrerai, avrai un nastro di grande valorio... ultimo nastro di ultimo sprazzo d'esistenza. Appeso, non avrò più spazio e tempo per dire qualcosa; sarà il mio testamentario. Spero che tu non me ne voglia per allora. Dono macabro, ma degno di un grande Art, tale da rifuggire la premiazione; avrai visto, spero, in tri-vi, il mio show: chi m'applaudì per la mia rabbia, dopo che si è visto oggettare - brucerà ancora adesso. Di tutto, mi è stata gradita sola la tua vita - unico attestato di quell'amore, che, io e te, per altre vie, cercato, ma non troppo a lungo, non con troppa insistenza; desistendo; un breve ritrovarsi appieno; e poi nulla. Il Certame -fuck-it! - è riuscito ad avvolgermi, non tanto; ma le tue parole. Di quando stavamo assieme. Non sarò più, e neppure primamente ero, ma almeno (speravo di sì) e volevo essere; saputo dell'esito, l'ho odiato. Credo d'aver seguitato l'illusione troppo a lungo. L'Art Decad non risolve 'il male di vivere' ma l'aggrava; l'esorcismo di te non gratifica ma ottunde l'uomo, lo lavora, lo corrode, lo consuma, strugge, sugge, distrugge, danneggia... infiamma. Quand'ero come tanti, invidiai l'immortale Art; e quando lo divenni, l'odiai più di quanto non l'amassi. Sto bilando la mia vita, nelle ultime orarie che mi separano dalla fine; che ne accadrà, non so, ma la positiva s'aggancia ora alla tua sola immagine. Se invece d'un breve bruciante incontro tra un pazzo Art ed una pazza donna fascinante, svisando il Certame avessi avuto rapporto lungo, di parole, comunicazione; ti ho vista una poca breve volta, e non m'accorsi ch'eri tu; la persona che volevo; tu; e nessuno. Dispiacendo. Quando leggerai, forse sarò già dall'altra parte. Non ho più vita per muovermi, di questo esistere. Ti lascio tutto che mi appartiene; sei l'unica che mi abbia dato un po' d'amore, un po' di dignità. Addio,

con amore

Ok vecchio, il tuo tempo è finito. Le luci spettrali della City bagnavano e bruciavano la gente che passeggiava, scampoli di mondo, ombre sul muro; Rimbaud, dove sei stato per tanto tempo? E tu, Verlaine, e tu e la maledetta poesia, amici dai cento occhiati, squame d'eternità, fiaccature di ognivalenza, macchie di Dio assorte alla nostra coscienza... chi... chi vi ritroverà?
(La mia mente bruciava) (La mia mente dovrà) espandersi e circuire l'universo in un solo passo; febbricitante, m'incamminavo scansando le persone; le guardavo, una ad una.
ODIO, ecco cosa provo per voi, grande e forte duro ODIO per tutti voi che riuscite ad essere tanti, e insieme, e felici ed uniti, realizzati - ODIO - se poteste ascoltare il mio ODIO sarebbero il maestrale ed un tifone, un grande airone s'eleverebbe ancora più in alto, tra quelle nubi... così è il poeta; tra gli schiamazzi, in esilio, le ali da gigante impediscono il cammino; oh Litanie di Satana, oh Fiori del Male! Oh Morte! Vecchio Capitano! Oh Morte! Oh Morte! Oh, Morte? Morte... dove mi starai attendendo? Perché... perché dico ODIO: perché ODIO? Perché, morte, questo, perché la tua faccia, il tuo senso - ODIO - non posso interrompermi ancora - quando ho scorto ciò che non volevo - oh esaltazione! Oh duro cuore assurdo che pulsi nell'universo conosciuto!
(La mente era un impulso che fremeva) (La mente era) una droga che tranciava nel mio cervello, ed il sudore mi colava dal viso, sto male, dicevo, la mia mente se ne va... se non la troverò; ma quale; soluzione? Una, ad esempio; o; un'altra (Lizard's Road) correva immensa macchina da presa sulla mia faccia ed i miei occhi erano globi iridescenti. l'uomo colorato cammina con la donna colorata - ad esempio; brillante luce; il vecchio appuntamento rimandato; e poi - la donna colorata, l'uomo colorato, i due ragazzi colorati che accendono uno spino appoggiati al muro, tutta la gente colorata che pesa sui miei occhi come un grande, gigantesco affresco; e quella lettera; eccola (la vedo ora) la medusa olighiana del Lion's...
C'ero. Finalmente. C'ero arrivato. Fissai il gruppo di ragazzi nel tempo circolare, identica posizione di prima dell'avvenire; quanto tempo, e quanta paura? Dove sarà la soluzione? E voi, ci sarete, e io, ci sarò?
- Cerchi, cerchi, cerchi? - Nella confusione, la sua voce ripeteva in un'eco distorta all'infinito. Il giovane tozzo torello mi fissava con occhi e viso mimetico; cos'erano i cerchi? Mandala? Cercai di bloccare la sua immagine della realtà, ma il viso s'allungava e diventava un cerchio, dei cerchi (Erano Mandala?)...
- Luna - Sentii che farfugliavo. Il ragazzo era un mostro i cui occhi vomitavano fiamme; ci sarebbe stato solo un attimo per la nostra distruzione. Il ragazzo rise. Sentii che spingeva il mio petto. Nel vuoto - Luna - continuavo a ripetere - i suoi occhi erano occhi di formica che stavano intensi, silenziosi di rabbia...

Da terra, dove m'accorsi d'esser caduto
bombardamento di risa che percuotevano
i miei timpani; e non vedevo nulla che se
fossero quelle insegne, quei neon bluu
quei riflettori - e tutto era sovrapposto,
era doppio, un'eco tripla, un vecchio quadro
(La mia mente) (La mia mente deve farcela) e mi rispondevano le risa. Per Luna/Gloria e la ragazza dei mei sogni drogati, Virna - devo farcela - e tutto era luce ed elettricità sfolgorante; rantolando; m'alzai; non vedevo che sangue; od era illusione?
(Lizard's Road impazziva rabbiosamente).
Uccidi, Uccidi, Uccidi.
ODIO, ODIO, ODIO; quel viso che s'ingrandisce nel tuo occhio telescopico, che appena sfiori con la mano; sordi colpi, duri tonfi di metallo sulla pietra, tonfi sul metallo, oh rumore, oh grido, oh stridio, oh sirena... l'epicentro di quel dolore che mi sfronda i pensieri; oh, sirena... sordo pulsate dell'oceano, oscuro rombo di morte - Luna? Gloria? Virna?
Esaltazione che si ridestava nell'incoscienza, nel piccolo barlume di luce che filtrava al Grande Buio nascosto, difeso, protetto da labili interferenze di luce... oh Allen Ginsberg, gli dei danzano sui propri corpi/nuovi fiori si aprono dimenticando la morte!
La morte!
La morte!
La morte - La belle dame sans merci - un minuscolo occhio rosso fissato in quell'attimo di spazio tra una sillaba ed un'altra - un altro rosso sguardo che ammicca tra le palpebre semichiuse - un lento battito - un rallentatore, nell'assoluto silenzio dell'incanto - la sequenza di spezzone di film immaginario, girato nell'Assoluto per proiettarlo ora ed ora e ancora poi, e dopo ancora, e ancora nell'infinito a) l'uomo steso a terra sanguinante b) la ragazza che si china verso di lui c) l'uomo che la riconosce e mormora tremante alcune parole d) l'ammiccare lontano delle sirene della polizia e) l'uomo che estrae di tasca una busta e la consegna alla ragazza f) la ragazza l'afferra e fugge lontano g) le sirene della polizia sempre più vicine h) i corpi di alcuni ragazzi stesi a terra i) l'uomo che si rialza a fatica e fugge barcollando, cadendo, l) i passanti m) l'arrivo delle macchine della polizia.
 

Terminata l'esaltazione crudele, solo il dubbio che s'insinua silenzioso. (Sfumati i venti, morti i veleni). Che ne sarà di te?
Vorrei riprendere il grido ed il tuono di ieri, la selvaggia determinazione dell'uccidere, dell'odiare.- il magma ribollente della tua vita. (Voglio cadere.)
Il cappio che penzolava dal soffitto disegna oscillando lunghe ombre sul limitare della stanza.
(Guardai ancora il cielo, oltre la finestra; nebbia sulfurea e porporosa di innumerevoli situazioni).
Signori, amici, compagni, voi che spiaste la mia vita nell'incapacità di crearla, e gustaste ciò che non potevate fare; sappiate che la vita si vive, e non si rappresenta - e voi signori, amiche, sorelle, che prolettaste in me i vostri sogni irrealizzati, ditevi l'un l'altra che la vita è un sogno, ed il sogno degenera fatalmente in un incubo che non vedrà la fine.
...strano, come si possa vedere così calmi la morte; solo un piccolo e strano ascendere, lungo i sacrari. Ascoltare, attendere, violare l'ascolto e la vista: tutte sciocchezze, in vita. E cosa ci spinge alla morte: il gusto dell'eterna beffa? Il sapore dell'eterna sconfitta, quando ti accorgerai che non ci sarà nulla ad attenderti. Altrove: ma il gusto di mostrare l'ultima verità, l'ultimo inganno a chi non avrà mai il coraggio di seguirti.
Avete da parlare.
Per tempo.
Quello che sarebbe stato un ultimo trucco per vincere il Certame dell'Art Decad; adesso è una strada per fuggire la vita, per poterla sconfiggere.
Il cappio vibrava lentamente alle mie parole: ogni sillaba era come se acquistasse vita, un serpente di corda dalle spire velenose, che si ridestava, man mano che la voce dell'uomo risuonava alle sue orecchie. Paura. Potrei dire no...
...ma non sarebbe eguale. Ernst Toller, dove sei? Non ti sento più...
...ma non dovresti, quale spettro sarai nelle luminarie dell'eternità, se la morte prematura ti darà il sistema per sconfiggere il tempo, l'infamia del tempo, la morte stessa. Ernest Hemingway si sparò in bocca una fucilata...
...così fece Gino Paoli. Lo spettro di Jim Morrison: questa è la fine, mia sola amica. La sola, unica risorsa che rimane...
...con l'ombra di Brian Jones in attesa; e James Dean, la grossa moto rombante di Bob Dylan...
...le pasticche assassine di Cesare Pavese, di Gabriele D'Annunzio, di Luigi Vannucchi...
...e tutti, di tutti quelli che ti hanno preceduto, li riconosci, laggiù, Ryukonosu e Agutagawa e Robert Howard...
...dovrai farlo. Stampalo nella tua mente, che ti rimanga impresso: solo così avrai continuato il cerchio. Forse no: sarà un attimo scalpitante di agonia, e poi sprofonderai nel nulla: potrai anche dire addio a tutto, e sarai già di là: il tuo nome una volta di più immortale... mi dovrò dipingere con un solo grosso tratto di penna. Da restare immoto...
...ascoltando questo rumore, che forse è l'ascensore che mi porta lei, forse sono i suoi passi, e forse non sarà finita...
...fino a che non salirò su questo sgabello. E non passerò la mia testa dentro questo cappio; e sulla mia pelle, questa ruvida corda appena inumidita sarà dolce. Ciao, amore ciao cantava Luigi Tenco un attimo prima...
...così dirò anch'io...
...aspettando...
...allora avrò un attimo di paura, cosa sto facendo mi dirò, non voglio morire, lei verrà a salvarmi, deve venire! È lei...
Ma sarà un attimo. Fisserò per l'ultima volta il cielo notturno, dalla finestra. Darò un caldo allo sgabello...
...e cadrò, cadrò, cadrò...


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