Ante lucem

Claudio Asciuti

- Tu credi che ci sia qualcosa, prima della luce?
Nel buio che si colora di mille tonalità sfumando attorno i contorni delle cose, all'improvvisa sua voce mi trovo ad aprire gli occhi, cercandola; mi volgo verso di essa; metto a fuoco le tenebre; vedo, infine; il suo volto, i suoi capelli neri, i suoi occhi... vedo tutto ciò ma molto lentamente. Pian piano; poi tutto diviene più nitido.
- Come hai detto?
Lei, Ombra, sorride (ora posso vederla meglio) e con una mano mi carezza la guancia che offro al suo viso; e - Stai dormendo? - domanda.
- No, no. Cosa m'hai chiesto?
- Se credi che ci sia qualcosa, prima della luce.
Non capisco se stia celiando, o che. Così anch'io abbozzo un sorriso: - Prima della luce?
- Sì.
- Non saprei risponderti, nemmeno se lo volessi.
- Non vuoi rispondermi?
- No.
- E perché?
- Perché non voglio... - Non so nemmeno cosa sto dicendo; semplicemente m'è venuto spontaneo risponderle, così, senza giustificazione alcuna. Ma con uno sforzo, rispondo: - Perché non voglio che tu traduca le tenebre in qualche oscura orazione.
Lei mi carezza ancora la guancia. - Eppure tu conosci quel momento dell'alba, prima della luce... tu sai. Tu conosci.
- Sì, - ammetto.
- Tu hai una grande passione, un grande amore per le tenebre, non è vero? L'ho notato; non negare; il fiore delle tenebre. E la notte che non distrugge, il buio, la forma dell'ombra, la Corsa con il Demone...
Rido. - Mi spii?
- Ti studio.
- E perché?
- Per capirti. E quando t'avrò capito, allora potrò fascinarti meglio.
- Non sono già affascinato abbastanza?
- Non troppo, fratello della notte.
Chiudo gli occhi, e mi lascio andare disteso sul guanciale, tra le lenzuola bianche infiorate che hanno l'odore del sapone alla viola, il sapore del bucato appena fatto come le stesse lenzuola di una volta, di quando m'addormentavo, bambino, al buio, in quel profumo; quando la vita ancora era speranza, non attesa; una marcia vittoriosa, e non la futile rincorsa di un giorno e di un minuto - un solo minuto in più da trascorrere con lei prima che venga giorno... prima della luce.
Chiudo gli occhi mentre m'adagio per cogliere più intenso il piacere di quella ricaduta, di quel lasciarsi andare.
Ombra si stringe a me, appoggiando il suo capo sul mio petto a coprire il tatuaggio con il cuore spezzato che mi feci, anni addietro; sento la sua mano, liscia e morbida, che mi carezza il ventre.
Fuori la brezza notturna; nuovamente il buio s'addensa; ancora sto per ricadere in quella dolcezza, in quel mondo senza suoni, in quel buio; ma non voglio addormentarmi - non voglio profittare maggiormente dell'offerta delle latebre...
 

- È ora di alzarsi, - dice lei.
- È ora di alzarsi? - chiedo.
- La mezzanotte. L'ora più sacra. - Apro gli occhi a fatica; ancora non sono pronto; il buio è fondo, però posso scorgere Ombra accanto a me; mezzanotte, come nei racconti; quando noi morti ci destiamo, direbbe Ibsen... Quando noi morti ci destiamo, sì, e di cosa ci accorgiamo? Ci accorgiamo di non aver vissuto mai!... mai... e quando mai abbiamo vissuto? Mai... a mezzanotte, solo allora possiamo rivivere... ridestarci...
Ci alziamo. Ci vestiamo. Siamo pronti ad uscire, con tutta la sacralità nera della nera notte. Noi... i morti.
Poi fuori, nella tenebra esterna.
Dove i lampioni sono una fioca luce; e i fari delle rade auto che passano piccoli lumini.
Fuori, dove tutto è silenzio.
Quando chiudo la porta, io e Ombra siamo finalmente fuori, allora m'accorgo che l'aria è intessuta di miriadi di sottili fili neri, di nidi di ragni e scintille bluastre che improvvise scoccano nel silenzio.
- Dove andiamo? - chiede Ombra, e rabbrividisce, e si stringe a me.
- Non so. Non so.
Camminiamo in silenzio, lungo la strada. I nostri passi immateriali ridestano eco sepolti. Qualche scintilla splende nel buio, ora sullo sfondo del muro, ora di fronte al nulla. Ragni e fili sono ora moltitudini.
Entriamo nel garage. Vuoto.
Nell'aria si sente un miagolio indistinto, sempre più fioco.
- Cos'è? - Ombra si guarda attorno nell'oscurità, cercando di comprendere dove sia celato l'essere che miagola.
- Un gattino. La madre lo nascose qui, nel garage, e poi non riuscì più a ritrovarlo. Lui cadde da quell'impalcatura dove era stato deposto, - indico le travature metalliche, sopra la lunga fila delle auto. - E restò a miagolare da solo, finché non morì.
Saliamo in moto. Accendo il motore. La luce fioca del fanale illumina il pavimento di mattoni e le chiazze d'olio: la luce ricompone il gattino di fronte a noi, e i suoi miagolii riprendono d'intensità; Ombra mi stringe; io infilo la marcia, schiaccio il fantasma che si smaglia in mille falene bluastre e il miagolio ritorna ancora più fioco, più vuoto.
Usciamo fuori.
La città comincia ad animarsi.
- Mio Dio, - mormora lei. - È orribile; la storia del gattino, voglio dire. L'ho visto, quando il faro l'ha illuminato. È stato orribile.
- Ci sono molte cose orribili, - dico tra me e me. - E interminabile è il loro numero. Ma per ogni cosa, per ogni evento orribile c'è sempre il suo contraltare. È la legge.
Scendiamo con la moto lungo la via; il selciato umido, riflette indistintamente i radi lampioni e le insegne luminose della città che si risveglia; qualche Notturno è già per la via, e poi, verso il centro, incrociamo qualche altra moto, qualche altra auto.
Alla curva, ci fermiamo. Sorrido; laggiù, il fantasma del grattacielo si riflette tra le mille gocciole di umidità sospese nel tempo; la scritta rossa, Martini; le lancette dell'orologio; il fantasma appaiato all'originale; sarebbe forse difficile a chi per la prima volta si trovasse di fronte a quel fenomeno discriminare, quale il vero e quale il falso...
- Ehi, piccola, guarda laggiù. - Punto l'indice della mia mano che s'intreccia tra le ragnatele verso le due immagini - Ti ricordi?
Ombra ride. Mi carezza i capelli con una mano.
- Quanto tempo è passato?
- Chi lo sa? Un anno? Due? Un giorno?
 

Fermiamo la moto in piazza.
La città si sta animando; diversi Notturni cominciano a sciamare per i marciapiedi, diverse auto baluginano fra le falene e le ragnatele assumendo la forma delle gocciole in sospensione.
La vita ricomincia.
Entriamo in un bar, a prendere qualcosa.
- Buona Veglia! - dice il barman.
Sembra un libro di Juan Rulfo. O una commedia di Samuel Beckett. O un romanzo di Philip Dick. Ma al contrario, questa è la vita reale. Eppure mentre cammino assieme ad altri Notturni verso la musica delle tenebre, in quel teatro che poc'anzi Ombra ha scorto e vuol sentire cosa si suona, mi ritrovo a pensare che più che la realtà della realtà sia questa l'immagine dell'Abissale.
Non può esser vera... non reale... tutta questa situazione, e questo mondo. Lei, Ombra, essendo molto più giovane di me appartiene a una generazione che può scegliere ancora tra la luce e le tenebre; ma io, e tutti gli altri come me invece... noi apparteniamo al buio, alla notte. Non possiamo che vivere nelle tenebre; noi, i Notturni. Come diceva San Giovanni? Gli uomini preferiscono le tenebre alla luce? Oh, tu che sei il Battista, scendi dal tuo empireo dorato... tu, Esseno degli Esseni, tu Lucifero, scendi in quest'Ade fumigante e vieni con ad adorare l'Abissale; e dimmi se davvero siamo noi a preferire le tenebre, e non esse ad invocarci...
Ed ecco che giungiamo al teatro; l'insegna rossa è pallida ai nostri occhi; fioca luce, fioco chiarore; l'interno è buio ma i nostri occhi forano le tenebre perché ad esse sono abituati; il teatro è vuoto; solo voci che sussurrano, e questa è la musica delle tenebre...
Qui l'Abissale si manifestò per una volta ai nostri occhi; e ora è il giorno dell'Avvento... odi le voci dei morti?
Ancora non riesco ad abituarmi a questa litania. Per Ombra, che pure rabbrividisce ascoltando il lamento del gattino moribondo, le voci dei morti non suonano come moniti o ricordi, ma come soave melodia, come purissimo suono; vedo attorno a me altri della sua razza; ma per noi che viviamo solo ed esclusivamente nelle tenebre, questi suoni ci freddano, questa musica ci ghiaccia, questa sinfonia della morte diventa l'ultima Totentanz da ascoltare; e chi di noi avrebbe mai il coraggio di rivelar loro la verità?
Ecco il suono; ecco la matrice primaria; Ombra sembra ipnotizzata; altri visi come il suo incantati; altri volti come il mio spauriti; noi che sentiamo quella musica... ma come spiegare cosa veramente dice? Eccola, l'ascolto...
Dice che bella giornata che è oggi. O mi passi una sigaretta? Ascolta, domani sera che fai. Ascolto anch'io. Che bella ragazza, laggiù. Quanti anni potrà avere? Carlo mi ha telefonato, stamane. Mi ha chiesto di uscire. E cosa gli hai risposto? Non lo so. Ehi, volte, mille volte, mille parole: ascolto, ascolto e non parlate? Continuano. Continuano. Una voce. Mi passi l'accendino? Non sono andata a scuola. Andiamo al cinema domani sera, c'è un nuovo giallo, come si chiama, aspetta, ora mi viene in mente. Ma poi cosa succederà? Non ne ho idea. Luisa, hai studiato Foscolo?
E lontano... sorride, l'Abissale...
 

Nell'aria ascolto il silenzio.
Poi un rumore lento, come il crepitare di una fiamma, come il suono dolce della melanconia; un suono che rotola buio, nel mio buio; in un momento in cui nulla e nessuno può indicarti cosa fare, cosa dire, come uscirne.
- Hai sentito?
La sua voce mi strappa dall'immobile contemplazione della solitudine, di un punto di ignota latitudine e di longitudine ignota che trascolora sempre di più, come il margine lobato di quelle piante in giardino che la pioggia sembra cancellare.
- Cosa?
- Questo rumore?
- Lo sento anch'io.
- Cos'è? - La sua voce, nelle tenebre, sembra più incuriosita che timorosa; ma neanche ora c'è un modo o una parola di troppo.
Il rumore continua. Non tace. Si ripete. E non succede nulla, per nessuno.
- Vado a vedere.
- No. Resta qui. - Mi pare come una nota d'apprensione nella sua voce; lei, forse, non vorrebbe che m'allontanassi in quel momento; ma dove, e per dove? Nel labirinto del triste vittoriale non c'è nessuna possibilità d'uscire, non c'è nulla che contempli, fra i tanti, l'incanto dell'evasione.
Le lancette delle ore brillano come radioattive di una strana luminescenza verdastra. L'aria fresca della notte che entra dalle finestre mi copre come una folata di vento. Adesso tutto è lontano. Sono circa le quattro del mattino. È freddo. Dopo la mia camera il freddo mi preserva dalla fine.
Cammino nel corridoio. Il rumore persiste, ma solo a stento lo odo. Nel buio ogni misura si perde, e non resiste più che per un solo attimo. Avanzo faccio qualche passo avanti. Non ci sono più le ragnatele ma solo il buio.
Il rumore è a sinistra, verso la cucina.
Potrebbe assomigliare al gracidio sciocco del telefono, quando il duplex avverte che qualcuno sta chiamando il vicino; ma nessuno può comporre il numero, buttar giù e all'infinito richiamare...
Entro in cucina. Continua il rumore. Vorrei accendere la velata luce del neon; ma se di colpo un fiotto di luce cruda, di dura luce bianca illuminasse improvvisa la stanza immagino che tutto l'incanto (o il maleficio) finirebbe privando la mia vita di quell'attimo di timore che ancora esiste; e non c'è niente che non si leghi, meno del timore, a quell'istante perduto nel buio, nel silenzio.
La voce di Ombra, in camera da letto: - Che cosa c'è? Hai trovato nulla?
Il rumore che continua, come se un cucchiaio di metallo d'un anonimo abate Faria scavasse contro la calce e i mattoni della parete. I miei piedi scalzi che scivolano quasi senza far rumore sul mattone crudo.
Lei cíè. La vedo, tornata dalle scure porte del Grande Nulla senza un motivo o una ragione, e solo perché il suo desiderio di tornare è stato più forte d'ogni altro vincolo o legame che Dio o il Diavolo abbiano mai potuto creare per tenerci... ma dove?
Lei cíè, ed è tornata dalla morte.
La pioggia notturna ora è cessata. Immagino che un forte vento abbia spazzato il cielo, o forse è solo uno squarcio nelle nubi da cui filtra l'incanto adamantino della luna.
Lei cíè. La vedo. Il gatto sta mimando il gesto di graffiare il suo inesistente tronco per le unghie.
Si dice che i morti ritornino, e che il loro tornare abbia un significato che noi non riusciamo a comprendere. Muchacha è nera, le sue forti unghie raschiano contro un tronco che non cíè più da chissà quanti anni e il vuoto del suo corpo occupa uno spazio che a malapena intravedo; quando ode il mio passo, volta il capo verso di me e i suoi occhi gialli nel buio si dilatano.
Perché è tornata? Perché è ancora qui? Cosa significa ora la sua presenza, lei... morta da tanti anni?
Smette di graffiare il legno.
Se i gatti, o i loro spettri, avessero la facoltà di comunicare con il sorriso, allora direi che Muchacha stia proprio sorridendo.
È un attimo. Mi guarda ancora, mentre m'avvicino; poi frusta i fianchi con la coda, si volta ancora e dalla porta socchiusa esce in giardino.
M'avvicino; avevo ragione, cíè uno squarcio in quell'arazzo cinerino di nubi e da quello strappo batte forte la luce della luna che illumina ora la gatta che è sulla rete che cinta il giardino, verso la strada; ma solo un istante; lo strappo si richiude e Muchacha scompare nel buio.
Non dico nulla ad Ombra. Muchacha è mia, e come tutti i sogni appartiene solo alla mia solitudine.
Mi reinfilo fra le lenzuola.
- Cos'era?
- Nulla. La grondaia rotta.
Deve esserci un intervallo nel buio che offuschi le tenebre, e che per un istante faccia tornare il giorno; ma temo cosa potrebbe succedere se quel giorno brulicasse nuovamente alla mia faccia; eppure ricordo l'Abissale quando si manifestò per la prima volta, nel martirio della mia mente quella sera in cui tutto l'alcool che avevo bevuto nella mia vita di colpo tutto assieme salì - salì al mio cervello, trascinandomi in braccio al buio.
Per questo temo ogni momento prima della luce.
Per questo ho dentro di me un'indicibile paura, un oscuro terrore di quel momento all'alba in cui l'equilibrio perfetto tra tenebre e luce potrebbe uccidermi o dissolvere il mondo che conosco...
Alle volte, come molti Notturni, esco per la città da solo e solo cammino come un viandante senza meta. Mi rivedo con gli occhi della mia immaginazione, il viso bianco, i capelli più scuri di una volta, il cappotto blu con il bavero rialzato e non una traccia di colore su di me. Mi scorgo insonne camminare a fianco dell'infinito, un livello superiore ai Diurni che ora dormono la loro esistenza che io non posso percepire; e quando mi trovo, che so, in una via od una piazza che ricordo piena di vita il giorno e morta la notte non posso fare a meno d'immaginare l'esatto e speculare rovescio...
Poi s'avvicina all'alba il buio; e in preda ad una strana frenesia vorrei restare in quell'attimo prima della luce fuori, all'aperto, per scorgere i mille volti dell'Abissale...
Un momento solo. Una lenta vibrazione che scuote tutto il tessuto della realtà. Cosa cíè oltre alla luce? Vorrei scorgere le sue trame, più lontano ancora. Le mille ragnatele che esplodono ed ogni filo incantato di quel neuronico telaio si muove come un vettore verso l'infinito; io mi trovo per la strada, ed il buio si dirada e arretra ferendo i miei occhi; un livello più sotto di noi, le voci dei Sospesi parlano e parlano e nessun registratore ad infrasuoni potrà mai coglierne il senso...
Ricordo quando Jurgenson prima, e poi Raudive, iniziarono a registrare le "voci dei morti"...
Ricordo quando la Halifax, dopo le esperienze della Kuber-Ross iniziò ad usare l'LSD 25 per agevolare il "distacco"...
Chissà se anche loro parlano, adesso; e nessuno li ascolta?
 

Il corpo bianco di Ombra si muove sotto di me mentre facciamo l'amore. La pioggia fuori scroscia sulle persiane, rimbomba sulla tettoia metallica del giardino, flagella instancabile le piante verdi che síintravedono, a sprazzi, dopo l'offuscarsi dei vetri.
Ignoro che ore siano. Non importa. Fuori è buio.
Ombra m'accarezza la nuca; quando chino il capo, vedo il suo volto sotto di me e vorrei allora perdermi nel vuoto, nel buio, nell'indefinito.
Nell'oscurità della stanza mentre ascolto il suo respiro che brucia alle mie orecchie più di quelle faville bluastre che specchiano i segmenti delle mie iridi nell'aria, che esplodono di fronte ai miei occhi stanchi come immagino anch'io di poter esplodere come una cometa fiammeggiante una nova incandescente in una pioggia furiosa di scintille - e quando il buio s'avanza e sento d'esser dentro a Ombra, sento le sue mani che mi carezzano la schiena e le sue labbra che sfiorano le mie e tutto procede lento, interminato e interminabile, come se il tempo rarefatto stesse correndo lungo un'asse senza fine...
Poi tutto giunge al termine di questa corsa. Il tempo finalmente esplode. Buia vertigine...
E prima che la vita riprenda il suo ininterrotto fluire, cíè il corpo bianco di Ombra, dietro il viso della Grande Cancellatrice, il buio - cíè quel corpo che sempre riesce a darmi quella strana vertigine che non vuol cessare.
Restiamo uniti, avvolti in qualcosa di nuovo, in silenzio.
Lei, sorella delle nube, lei il respiro che rallenta e s'adagia il suo corpo bianco in un respiro più lento, più morbido, più stanco. Cento volte potrei fare l'amore; e per cento volte ogni volta sarebbe diverso.
Intanto fuori la pioggia geme. Il corpo di Ombra, da quella bianca chiarità che scorgo attraverso il buio è diventato cielo notturno...
- Proprio come quella volta che mi riaccompagnasti a casa, e il miraggio delle luci del grattacielo Martini brillava a destra del tetto, come in un velo di pioggia...
Immagino ora queste parole, questo ricordo.
Ombra tace. Quell'immagine pluviale e fantasmatica è lontana. Non cíè nessun miraggio. La linea dell'orizzonte è il suo corpo, disteso di fronte a me e perpendicolare al mio; la sua schiena, le sue reni, i suoi glutei e le sue gambe, l'incavo del poplite, il polpaccio, la caviglia - limiti e segni di un paesaggio sensibile che nessuna geografia dell'erotismo può descrivere. Se solo volessi spostarmi, più oltre potrei discernere il limite bianco da un lato riflesso dalle gocciole d'acqua sul vetro della finestra, dall'altro le mille tonalità del buio a farmi contorno.
- Sorellina, sorella della nube...
- Dimmi. - Il suo viso è ora volto verso di me, indugia.
- Nulla.
- Che cosa volevi dirmi?
- Puoi immaginarlo.
- Esplodere nel buio?
- Che altro?
- Forse ci sarebbe un modo diverso per vivere...
Sotto l'infuriare della bufera immagino le nubi assumere la forma del corpo di Ombra.
 

Ombra mi dorme vicina.
Non so cosa stia sognando; e comunque deve esserci al mondo qualcosa di tanto personale da non poter esser compreso da nessuno, da nessuno diviso... il sogno.
La guardo ancora.
Prima d'addormentarsi s'era fatta vicino a me che scrutavo in silenzio il buio; e m'aveva chiesto: - Hai gli occhi aperti o chiusi?
- Aperti, - ho risposto.
E lei: - Che strano. Hai gli occhi aperti, ma non vedo il tuo sguardo.
Il buio confonde ogni cosa ed ogni misura, il buio ci disperde; ma è la nostra unica possibilità, il buio...
Nel sonno Ombra s'è rannicchiata accanto a me; il suo respiro è tranquillo, calmo il suo sonno e sgombra la sua fronte.
Volgo il capo attorno, nella stanza. Il riquadro bianco del televisore splende, quasi immacolato di grigio perla; al buio posso discernere le disordinate file di libri che mi stanno addosso, senza neanche lasciarmi respirare... quante passioni sprecate, sospiro; e quanti tempi trascorsi ad affascinare la vita, cercando d'afferrarla per la coda nella cerca di raddrizzarne la caduta!
Laggiù cíè la mia tesi di laurea incorniciata. Sotto, in uno scaffale, i libri e gli articoli che ho scritto e i dattiloscritti di tutti i testi che non riuscirò mai a editare; più oltre le foto; io che corro a piedi e in bicicletta, io e Fabrizio che attraversiamo sul ghiacciaio del Rutor; la mia moto lanciata a pazza velocità in un riottoso sentiero pieno di scure pozzanghere, in un cupo giorno invernale; un'alba livida sui ghiacciai; io e Ornella che danziamo; una tecnica di rottura di tre mattoni con il taglio della mano; Ombra che mi sorride a Piazza delle Erbe nella Verona dei tempi addietro...
La notte è quasi morta; è buia e silenziosa, e profonda.
Mi guardo attorno; Ombra dorme; mi vengono in mente le sue parole di prima: Forse ci sarebbe un modo diverso...
No, sorellina... nessun altro modo nel buio.
E intanto l'alba intanto sopravanza e s'inarca il cielo, forse.
E lei ora si sveglia ancora assonnata. - Hai gli occhi aperti, - mi domanda. - O chiusi?
- Aperti. Ti sto guardando.
- Anch'io ho gli occhi aperti, ma non ti vedo.
Le sfioro la guancia con la mano, la fronte con le labbra.
Sorride ancora, si riaddormenta.
La sveglia indica le sei.
L'insonnia mi tortura, da sempre.
E lei, Ombra, non potrà più vedermi.
È l'ora, la meno sacra.
I giorni tutti eguali. Le notti sempre fredde.
Tra poco sarà giorno; e io vorrò dormire, come sempre, per non vedere cosa avviene nel giorno e nell'altrove.
Nemmeno Ombra può vedere. Nemmeno l'Abissale. Nessuno.
Nessuno può vedere nel buio l'incanto delle tenebre.
 

Mi alzo. Vado a bere un po' d'acqua e inghiotto le pillole che mi faranno dormire fino al buio. Dormirò di un sonno incolore e senza sogni, come un vampiro addormentato o una fredda lastra d'alabastro su cui sono incise tutte le date del futuro.
Fra poco Ombra si desterà. Lei che è di un'altra razza può ancora vivere nel buio e nella luce; si desterà, e nella veglia non potrà ricordare il buio e la Veglia, i Notturni e la notte; sarà giorno, incontrerà l'Altro-Da-Me nell'altro mondo, l'Io-Che-Sono-Un-Altro e la sua faccia forse le ricorderà la mia e si chiederà che spazio ci sia nei suoi sogni per lui-me, per noi-loro, per tutti...
Io dormirò di un sonno vuoto ed irreale, come una morte così a lungo desiderata e mai giunta.
Torno a letto. Ombra già dorme. Se ora la svegliassi, probabilmente non sarebbe più in grado di riconoscermi; a volte vorrai svegliarla un momento prima della luce...
Ante lucem, soror nubis, solve nostros magnos metus...
Era proprio così quella poesia che ti scrissi tanti anni prima?
Non ricordo.
Ma l'inganno non può durare in eterno; spinto al punto di frodare la morte con la notte, e ridurre la luce a quella che può essere ancora indispensabile per vivere...
Non cíè nessun altro modo.
Mi rialzo. Per una vecchia abitudine acquisita in tempi che non riesco a ricordare, chiudo le finestre, tiro le tende, abbasso le tapparelle, serro gli scuri, buio...
Ora è certo che se Ombra aprisse gli occhi, davvero non potrebbe più metter a fuoco le tenebre.
Torno a letto.
Lei tra poco scomparirà nel nulla.
E ricomparirà poi nel Mondo-Luce dove vivono i Diurni e non potrà ricordarsi nulla di me. Perfino l'Abissale...
Era proprio così quella poesia?
Non ricordo.
Un momento prima della luce?
Non c'è nulla, sorellina...
Forse...
Ma no, non cíè nulla prima della luce.


1^ stesura: Sarzana/Genova ottobre 1987
2^ stesura: Genova, feb/mar 1988
Revisione: primavera 1993

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