Primi voli all'alba.

Claudio Asciuti

E sì. Il destino, l'eddàl, la suerte o ciò che diavolo sia sovente ci lasciano una mano scoperta per salvarci la ghirba; a me, personalmente no... mai diedero l'occasione di spendermela, no davvero.
E io sogno da sempre di prendere uno dei primi voli all'alba.
Ma non sono della razza di quelli che riescono ad alzarsi in volo...
 

Le luci fosforiche della Festa del Partito dei Lavoratori brillano come anime dannate sul lungomare mentre cammino a casaccio fra gli stand. Scandisce un altoparlante, con sempre maggior frequenza: "Arruolatevi nella Legione Coloniale! Una vita d'avventura vi attende!" e un altro, di contralto: "Partecipate al Programma Spaziale! Volate su Venere!" - e un videotabellone diffonde svariate immagini della riconversione terrestre di quel maldito pianeta, con tutti i suoi "dannati della terra" che sorridono zappando il suolo ocra, alla guida di trattori atomici o a pesca in improbabili laghi color ametista.
Pesano i cinquantaquattro, e come mattoni di piombo.
Nella corrente di sfaccendati che gironzolano bevendo birra tedesca e vino californiano, mangiando salame ungherese o riso nipponico capannelli sparsi di adolescenti s'estasiano di fronte all'ovvio e al banale... di fronte alla Tenda Giovani un'ordinata fila attende con pazienza di entrare al concerto di Yuri il Rivoluzionario e i Suoi Fidi Compagni... beati i tempi in cui ci si accapigliava per entrare! Santi i manganelli della celere! Benvenuta la madama!
- immagino un mondo brulicante di fiamme in cui gridare al massacro, guidando l'invitta Orda del Caos a scompaginare quest'ordine artificioso.
- m'accorgo, immateriale spettro nella folla, che quest'odio deriva dal fatto di accamparne cinquantaquattro e tutti mal spesi, laddove loro ci han tutta la vida di fronte. A me viene l'angoscia.
- potrei immaginare il mondo formato dai più innominabili orrori e la vita avrebbe sempre lo stesso disgustoso sapore, quello del banale, del quotidiano, del ritrito, del rifatto, del ridipinto, dell'usato.
- oggi il mondo è senza valore; e posto che mai l'abbia avuto in precedenza, ora è un buco nero del senso in cui giorno a giorno m'avventuro cercando una qualunque via che mi permetta di sfangarmela.
- ma non ci riesco mai. Sono un Rigenerato, e questo è il mio peccato maggiore... buio giorno e buia notte, e me la godo tutta.
- non so che fare di me stesso.
 

Così, al cafè-chantant del Partì des Travallieurs de la France al secondo Pernod ho la sensazione e netta di non aver capito proprio nulla della vita... emozioni... ecco ciò che manca.... la cerca delle emozioni... ha un bel dire mia madre che ho sempre fatto casino... non è vero... mio fratello... io leggevo libri e guardavo film di fantascienza, e lui no, lui se a giocava allo strozzo quel bullo la voglia di vivere... io scrutavo impensierito lo scorrere del tempo... lui ha messo la testa a posto, alla fine, e io l'ho persa, e ho detto: e se affrontassi la Rigenerazione?
L'ho fatto. Così ho cinquantaquattro berrette e ne dimostro venti di meno. Sembro il fratello minore di mio fratello che in tempo reale ne ha quarantonove... sembro il fratello maggiore di mio nipote, invece... tutti la stessa aria di famiglia...
Non so quanto vivrò ancora. L'immortalità è una fola, ma alla follia spesso ci si arriva. Se continuo a starmene nella mia teca di cristallo acciaiato sopravviverò anche a Junior, anche ai suoi figli.
Con tutto ciò che comporta, è chiaro...
Ad esempio queste chiazze di colore che si sciolgono diffronte ai miei occhi, cosicché le luci ora ameboidi dei capannoni della Festa tremolano, ingigantiscono per poi muoversi lungo l'asse dello spettro solare e tramutarsi poi... in grigio?
Bevo un altro sorso di Pernod.
Accendo il microfono laringeo che è il mio unico collegamento con l'Atomium Vitae di Roma, da quando, giusto due anni addietro, decisero di liberarci di tutti gli sparatracche elettronici che più delle pulci c'infestavano: - Uno-Cinque-Zero a Controllo. Ore 19 e 30 di oggi, otto settembre. Modificazioni di colore lungo lo spettro e poi calo di toni verso il grigio...
E giù con tutta la storia... ogni mese sempre la stessa... ogni anno... ogni tanto a mandar messaggi su ciò che t'avviene in quanto a stranezze... tachicardia, bruciori, distorsioni percettive, senso di torpore, di irrealtà, di calore... bulimia, depressione, malinconia... il prezzo che noi Rigenerati paghiamo per la nostra presunta immortalità; è sulla nostra pellaccia che il genere umano un giorno potrà vivere per mille anni; è giusto che qualcuno paghi, e con la propria sofferenza...
Per ora, tutti hanno paura di noi. Ma ci odiano, e ci invidiano.
Ci lasciano il posto migliore sul métro o sulla navetta volobus, perché, pensano, alle nostre spalle, silenzioso, sempre diverso, anonimo e immateriale, c'è un casco-guardia del corpo, se qualcuno ci sfiora lui interviene, pronto a tirarci fuori dai guai... e il bello che c'è davvero. Siamo gente privilegiata, merce preziosa. Tutti invidiano la nostra immortalità ma nessuno di loro ha il coraggio di offrirsi volontario... in pochi l'abbiamo avuto... ma forse era il coraggio della disperazione... l'immediato choc del trattamento, ci dissero, può uccidere... ha ucciso cavie, cani, gatti e macachi.
Vent'anni addietro centocinquanta volontari si presentarono a Roma, all'Atomium Vitae, negli uffici reclutamento del Programma Rigenerazione. Io fui l'ultimo a presentarsi. Mi diedero il numero centocinquanta e dopo tre giorni di esami, centotrenta se ne tornarono a casa.
In venti affrontammo il trattamento. Il trattamento ne uccise diciannove. Solo io ce la feci, a salvar la ghirba.
Allora studiarono bene la situazione e dopo diversi anni ritentarono: i superstiti furono cinque. Ci fu una terza volta, e quelli che non ci lasciarono le penne salirono a sette. Alla quarta giunsero a dieci.
Sono trascorsi vent'anni dalla prima esperienza, e il cinquanta per cento di probabilità di sopravvivenza è il massimo risultato ottenuto.
Da allora studiano in continuazione i Rigenerati superstiti, nella speranza di comprendere perché su ottanta volontari, solo quindici donne e otto uomini siano ancora a zonzo, ma non riescono a capirlo, nient'affatto... tra pochi giorni scadrà il nuovo bando affisso in tutta la Repubblica e che mi venga il coccolone se ci sarà un aumento dei volontari... alto il prezzo dell'immortalità, ma nessuno sembra aver voglia di provarla, la dannata vita eterna!
 

Al decimo Pernod, d'improvviso un frammento e anche antico della mia storia personale mi transita di fronte: quattro generazioni di donne s'avanzano nella calca... m'auguro di passare inosservato... balle... unico e solo al mio tavolo, con lo stemma dell'AtomiumVitae e la dicitura VR 150 cucito sulla giacca verrei individuato anche da un cieco...
La prima della fila è Giovanna, la bisnonna. Ha circa ottant'anni, e li reca bene a spasso. La nonna si chiama Maria, e deve averne sui cinquanta: non ricordo più quanto tempo è trascorso, da quando le nostre vite s'incrociarono. La terza è la figlia, Roberta, mi pare si chiami, che non è mia figlia, naturalmente, e ad occhio e croce avrà un ventidue anni... l'ultima, la nipote, ne dimostra un paio e sgambetta e trotterella velocemente... ignoro il suo nome... ma è una catastrofe, quest'immagine, un cataclisma, questo trascorso che abbraccia la fine dei Settanta mi preme addosso, mi grava e mi stordisce... io ho cinque anni di tempo reale in più di Maria, e una ventina di tempo rigenerato in meno anche perché mi conservo meglio... spavento... dannazione... una trentina d'anni appresso o forse più io e lei andavamo a letto assieme; ma se ora uscissi con Roberta, che me la ricordo bambina, nessuno ci farebbe caso... tra vent'anni potrei andarmene in giro con l'ultima della fila, la prima già morta, la seconda già rintronata dalla vecchiaia, la terza le starebbe sfiorendo la pellaccia e nessuno farebbe caso al fatto che io sempre con la stessa faccia di tolla, cioè quella del trentaquattrenne, me la godessi con la giovine... sono un Rigenerato...
- Salute a tutte!... salve... tutto bene... in famiglia... e tu... la stessa vita di sempre... un Pernod?... la vita scorre e non s'invecchia... voi ragazze... no davvero, non potete fermarvi?
 

Noi Volontari della Rigenerazione, siamo quasi sempre soli.
La Nuova Razza, come molti ironicamente ci definiscono, è uno sparuto manipolo di pazzi che si odiano reciprocamente.
Si potrebbe pensare, dal momento che siamo tredici ed immortali, ad un forte legame che ci unisca... una sorta di lega, di consesso... no... ci odiamo... tutto un problema di motivazione... ognuno giunse spinto da qualche inconcepibile disegno: galeotti a cui era stata promessa la libertà; malati cronici che avevano strizza di morire; studenti attratti dall'eterna gioventù; gaudenti desiderosi di porsi al riparo dal decrescere della virilità; e poi artisti, esploratori del nulla, avventurieri, pazzi scatenati, ragazze che temevan lo sfiorire del tempo... pochi ma buoni, come si suol dire. Gli psicologi ebbero il loro daffare per una buona scrematura di quella varia e folle umanità.
Di conseguenza ci odiamo tutti. Perché siamo tutti diversi. E io sono il più odiato, e soprattutto perché sono Il Primo.
Non ci si incontra mai, per fortuna, se non alla riunione mensile. Convergiamo da tutta Italia, per un paio di luttuose giornate a discutere... gli psicologi tentano in tutti i modi di favorire tra di noi lo "spirito di corpo"... in malora! Respiro aria migliore, senza i miei compagni di sventura!
E poi, il resto dell'umanità ci odia. Solo i genitori, i fratelli e le sorelle, qualche amico intimo. Tutti ci odiano. Evitano d'aver rapporti con noi, se è possibile.
Le storie d'amore, quelle che le abbiamo a pagamento; o magari casca che incontriamo qualcuno ancora più 'ebud, più loco di noi... qualche donna - qualche uomo - che nella sua follia immagina di raccogliere con le nostre secrezioni spermatiche, salivari, sanguigne e vaginali qualche stilla dell'immortalità, scevra del veleno della morte a cui siamo sopravvissuti, ma tale da dar loro una più lunga vita...
Ma la maggior parte dell'umanità ci rifiuta per lo stesso motivo... i mortali temono il nostro contatto... chissà che brivido l'ombra dell'immortalità nello spasimare dell'orgasmo... mi sono immaginato più volte d'aver lo sperma freddo come il diavolo... vagli a spiegare che ciò che abbiamo dentro è trasmissibile solo sul piano teorico... la nostra esistenza è un fatto unico, al punto che siamo sterili... la soglia Winston, la chiamano... le nostre cellule si rigenerano ma ovuli e spermatozoi non hanno vita... el diablo! el diablo!... il trattamento che ci rese immortali, un paio di giorni dopo distrusse il nostro potenziale generativo...
Siamo sempre soli... stranieri.
Ma lo eravamo già dapprima, a ben pensarci.
Io ero estraneo e straniero ancor prima di quel fatidico giorno, e ora che sono trascorsi gli anni mi rendo conto che la mia vita più di tanto non è cambiata; no davvero; fino a quel giorno avevo fatto l'umanamente possibile per sopire ogni emozione, per evitare qualunque scelta scapolando tutte le responsabilità.
Dribblai gli ostacoli che via via si frapponevano tra di me e il resto del cosmo, e sì che il cosmo è anche bello grande, ma io ero sempre riuscito a scamparla... scansai qualunque evento potesse turbare la mia pace... nel farlo mi ficcavo in tanti casini che tutti appunto credevano che mi ci divertissi in mezzo al caos... però simulavo così bene d'esser sempre sul punto di prendere uno dei primi voli all'alba che tutti ci hanno creduto che fossi uno di quelli tosti... i miei amici, voglio dire, che erano già pochi allora... e ancora adesso nella mia teca di cristallo acciaiato faccio sempre ciò che voglio...
Alla tua salute, morte!
 

Dopo aver vomitato in uno dei cessi della Festa tutti e quattordici i Pernod, che erano proprio tanti, vado a farmi un paio di caffè giusto per riprendermi. Intanto so di avere alle spalle il mio angelo custode.
Ciondolo tra gli stand ficcando il naso ovunque, tanto per ingannare la vuotezza di questa vita che mi trascino da anni e chissà per quanto tempo ancora dovrò condurla dietro; ma la gente che cammina, che sorride, che ride, che chiacchiera, che traligna, che occhieggia, che sghignazza... questa composta umanità di giovani, di genovesi, di napoletani, di spagnoli e di sud-americani, di eritrei ed etiopi che parla un incomprensibile gergo italo-castigliano-eritreo che si comprende solo fino ad una certa età e poi cambia così veloce che anch'io storpio tutto se lo parlo - quando m'aggiro nella loro fiumana questa fiumana si scinde e io cammino a testa alta tra di loro e sento i commenti e le parole... quasi mai piacevoli... su di me...
Al terzo caffè me ne vado sulla diga a fumare.
Di fronte a me il mare nerofumo rispecchia cupamente le luci della Festa che brillano intarsiando le chiazze le onde e poi anche l'orizzonte di fiaccole luminose, di tristi opali scheggiate, di cupi rubini amaranto; ma quando mi volto laggiù c'è Genova che pulsa ininterrotta, la Superba, con la sua febbre di nuova metropoli e i suoi monti a ridosso il mare cosparsi di fiaccole, opali e rubini dove un tempo c'era il verde delle montagne e ora casermoni e case a schiera, e fabbriche, e ciminiere e grattacieli e cimiteri sotto un inquieto cielo color malva o blu di prussia, che le stelle addirittura non si vedono più in questa maledetta luminosità; e m'accendo allora l'ennesima sigaretta della giornata, che tanto... oramai immortale... devo forse razionarmi il cancro ai polmoni?
E mentre da immortale aspetto di buon grado la mot, scorgo il mio amico Francesco, "il signore delle distanze", nel mezzo buio che s'avvicina a passi lenti e mi saluta... Francesco, uno dei pochi di cui sono rimasto amico perché non teme la morte e non l'odia, questa porca vita eterna...
- ¡Hola! - Mi dice - ¿Como estas?
- Da schifo, ezghì. E tu?
- Ho sganciato moglie e figlio diversi padiglioni più in là e sono venuto a farmi un giro. Ma non immaginavo di trovarti qui.
Francesco, "il signore delle distanze", ha un tre anni in meno della mia età, del mio tempo reale ma questo non ci allontana... ma poi! A pensarci sopra!... io sono basso e tozzo... lui è alto, ed era magro... la Rigenerazione m'ha fermato e per fortuna in un momento non troppo brutto per il mio corpo: ho la stessa faccia di allora con solo qualche ruga in più, ed i capelli biondi sono sempre radi, lo erano, ma resistono... sotto il pannicolo adiposo, che non è poco, i muscoli guizzano e saltano come una volta... porto gli occhiali solo per vedere a distanza. Francesco i suoi anni li porta, e tutti.
È più curvo di una volta e ha messo su una discreta pancia di certo più ampia della mia; il suo volto è rugato, i suoi occhi celesti coperti da uno spesso paio di lenti perché non vuol portare nulla sulle proprie pupille. Ha i capelli lunghi, bianchi; e la barba sale e pepe... che bello, vecchio mio, esser ancora giovani...
- Novità?
Scuote il capo. - Nessuna che valga la pena di raccontare. Ho visto lo stand della roba da roccia... ma ho come l'impressione che si perda sempre di più la verdera dimenciòn de la montaña... chiodi a pressione russi, split a espansione polacchi, corde predisposte per il robot francesi... ce n'è per tutti i gusti e i gusti sono davvero tanti. La gente s'accapiglia sulla falsa parete e gioca due ore con un traverso ma in quanto alla vetta, non ha neppure idea di dove sia.
- Se devo chinare la testa, - sentenzio. - Che sia di fronte ad un'alta montagna.
Francesco, "il signore delle distanze", sorride.
L'antico proverbio Maori, che recitammo assieme come scongiuro prima d'intraprendere l'ascesa dell'aspra parete della nord de Les Droites riesce ancora a divertirlo. Quel giorno poco ci mancò che l'alta montagna ci facesse chinare la testa ad entrambi, e per sempre.
Ci scrutiamo reciprocamente in viso, silenziosi.
Lui inizia ad esser troppo vecchio per l'alpinismo attivo, e io, ammesso che l’invisibile angelo custode dell'AtomiumVitae mi lasci salire a dieci metri da terra, cadrei subito giù... vorrei dirgli Francesco, siamo entrambi fregati e per altri modi e altri sorti... ma non dico nulla... e lui tace... e d'intesa, come due sopravvissuti a chissà quali arcane ere geologiche ci prendiamo a braccetto fendendo la folla che ora cammina in senso opposto al nostro e pare sempre più contenta della squallida visione di ciò che attorno avviene, e di continuo.
 

È tardi. Ma non voglio sapere che ora è.
Ho mangiato un piatto di arroz a la Che Guevara al ristorante del Partido de los Trabajadores de Cuba e m'incammino, vuoto, triste, senza meta, solo e melanconico.
 

Forse l'unica scelta che feci nella vita fu quella; presentarmi al Progetto Rigenerazione... lo feci che ero bello sbronzo, fatto come un cocco e proprio partito... lo feci perché avevo trentaquattro anni e non avevo più nulla da scoprire se non un orribile crepuscolo e di quella infame decadenza ne scorgevo già i segni, e non solo addosso a me... così mi tirai su una bella sbornia tutta la notte; prima con gli amici; poi solo; e infine presi la navetta volobus per Roma l'indomani, ancora mezzo brillo e proprio allo scadere del reclutamento mi presentai...
E non ebbi più il coraggio di tirarmi indietro.
Mi dicevo; ma che, sei pazzo? Puoi lasciarci la cotenna, caraco, in questo gioco di morte. E poi: vabbè, prova lo stesso! La vita qualche occasione riesce sempre a darla nella vita; potresti farcela anche tu; e vai, allora! E ancora; ma sono pazzo, no, e se muoio... ora me la telo. Ma cincischiai e rimasi a farmi i test e quando mi presentarono al doc, allo psicologo la parte oscura, la mia Ombra, prese il sopravvento e lo abbindolai così bene che ci credette alle motivazioni che m'inventai sul momento...
Mi feci amico di tutti, all'AtomiumVitae... il prototipo del Volontari della Rigenerazione.... furono contenti quando dopo il trattamento fui io a sopravvivere e non altri... un po' meno la mattina dopo che me la filai all'inglese dall'ospedale quand'ero ancora sotto lo choc della cosa... poi mi ripresero e tornai il loro cocco... il "Primo"... hanno scritto delle monografie su di me...
Ma tutto quel coraggio non fu mio. Era alcool, e disperazione.
Credo che la disperazione giochi un ruolo importante nella vita; ci motiva, ci sprona, ci attiva, ci condiziona - riesce a farci credere spesso ciò che è, ciò che non è...
La disperazione, appunto.
 

Infine per chiudere quest'allegra serata che nel filo delle perle nere s'inserisce a perfezione con tutte le altre, prendo su e me ne vado allo stand dei libri tanto per vedere se c'è qualcosa da comprare... è duro il tempo dell'attesa di una morte che non si presenta; e il capannone che brulica di individui spiaccicati l'uno sull'altro a ghermire con le loro zampe gli innocenti volumi, di questa morte è proprio l'immagine speculare.
Immagina la morte, se puoi, simile ad un compratore che non ti sceglie, uomo-libro...
Sto occhieggiando appunto come la morte i nuovi horror che sono negligentemente impilati nell'apposito settore quando scorgo in mezzo all'usato una fila di Urania e di Galassia che raggiungono il mezzo secolo e cifre da capogiro.
Di fronte a loro una ragazzetta che avrà una ventina d'anni con palese interesse tiene fra le mani una copia oramai leggendaria di Anno Primo - Era Spaziale degli Henneberg... sarà un fan, la ragazzetta?
La guardo meglio. Ha i capelli castani tagliati corti, il viso imbronciato e gli occhi di un colore che è a metà tra il grigio e l'azzurro e il verde. È alta all'incirca quanto me ed è molto carina. Scruta il romanzo degli Henneberg totalmente assorta ed indifferente al caos.
Innamorarmene è tutt'uno coll'averlo vista, sempre che per noi Rigenerati la parola "amore" abbia ancora un qualche significato.
Mentre ancora l'osservo, lei alza il capo e il suo sguardo incontra il mio; sobbalza, trasale; si volta alla sua destra, poi cambia posizione e fissa il mio stemma sulla giacca... arrossisce, mi guarda ancora, cambia direzione e a quel punto è così carina e graziosa che se magari non ci avessi il marchio di Caino e di Dorian Gray sulla faccia proverei ad attaccar discorso, ma non c'è nulla da fare, io ce l'ho, quel marchio, e mi limito appunto a sorriderle...
Anche lei abbozza un sorriso. Poi china il capo, si riguarda gli Henneberg, fissa perplessa il prezzo, fa un cenno di diniego e ripone il volume in mezzo agli altri. Mi lancia una timida occhiata e s'allontana.
Ma che appassionato di fantascienza sarei, se non mi precipitassi ad acquistare il volume e le corressi dietro in quella sera orribile?
 

Lei si chiama Malvina, che in celtico significa all'incirca di una persona che esprime dolcezza con lo sguardo. Benché giovane per fortuna non parla lo slang genovese, e così posso esprimermi senza troppa fatica.
Siamo nella sala della Central Unica del Chile, e lei sorseggia il suo Cuba Libre mentre l'orchestrina intona un vecchio hit dei Setenta, l'immortale Exiliada del Sur di Violeta Parra.
È mezz'ora che chiacchieriamo, e ancora non ci siamo detti nulla.
- Cosa fai nella vita? Oltre a occuparti di fantascienza, voglio dire.
Malvina posa il bicchiere sul tavolo. - Vado all'Università... faccio Lingue Moderne. E tu?
- Niente. Sono in pensione, come tutti i Rigenerati. Una pensione lunghissima, eterna. - La guardo ancora - Malvina,. - sorrido. - Somigli davvero a tua madre.
L'ho detto, finalmente. Ce l'ho fatta. E lei arrossisce improvvisamente e mi guarda: - Come hai detto?
E m'accorgo di aver preso una cantonata di quelle che passano alla storia. Ma oramai non posso ricucirla. - Azzurra Veronesi, tua madre. Non sei sua figlia? Hai la stessa forma del viso, la stessa bocca, lo stesso modo di fare... i tuoi occhi. Hai qualcosa di diverso da lei... ma ti avrei riconosciuto fra mille.
- Sì, - rsponde lei in tono neutro. - Mia madre... ma tu come la conosci?
Ora Malvina s'è ricomposta ma la sua espressione è cambiata. Un velo di nulla è sceso sul suo volto.
- È una storia lunga. L'anno in cui Azzurra prese la maturità io insegnavo a La Spezia, ed ero uno dei suoi insegnanti; poi lei si trasferì qui a Genova, per andare all'università. Ci frequentammo per un paio d'anni. - Sorriso ma un cuneo di legno, un picchetto di rovere piantato nel cuore da un oscuro cacciatore di vampiri m'avrebbe fatto meno male.
- Non è molto lunga, come storia, - ironizza lei.
C'è tutto un altro pezzo che proprio non vorrei raccontare; l'idea che Malvina non sappia nulla di me... che sia un perfetto sconosciuto mi conforta ma non voglio neanche sentirmi dire che Azzurra non le ha mai parlato di me.
E poi: - Lo so cosa stai pensando - lo so benissimo. Che io sono corso a cercarti perché tu mi ricordi tua madre, e il tempo che è trascorso e la gioventù e tutte quelle altre storie che la gente si racconta in casi come questi. E ti sconcerta il fatto che tua madre sia una graziosa quarantenne mentre io che sono più vecchio di quattordici anni di tempo reale resto o almeno tento di restare un baldo giovane più che trentenne perché un bel giorno ho deciso di affrontare la Rigenerazione e lei no. Ok?
Lei non risponde; si limita a fissarmi e dannazione, somiglia proprio a sua madre con quello sguardo imbronciato!
- Va bene. E stammi a sentire. Ti ho vista che avevi tra le mani quel libro e ho capito che eri la figlia di Azzurra, anche se tanto avrei voluto che tu non lo fossi. E ti ho cercata, perché mi piace l'idea di guardarti e di parlare con te e si stare assieme: tua madre non c'entra proprio nulla, in questo. Potevo starmene zitto; ma tanto, prima o poi avresti capito che conoscevo Azzurra; e ho preferito dirtelo subito, va bene? È male tutto ciò? Se è male, ciao, e amici come prima.
Lei è ancora arrabbiata: - No, non è male. Però... è come se tu scoprissi che qualcuno s'interessa di te e non per quello che sei ma per ciò che gli ricordi.
Butto giù in un sorso la mia tequila. - Balle. La vita è questo e nient'altro, è un susseguirsi di atti casuali che s'incrociano e s'intersecano e il fatto di esserci in mezzo e di tentare di dominarne il flusso è solo un modo, uno solo dei tanti, per darci un senso. T'importa se sono qui a chiacchierare con te, se ti piace farlo, se è avvenuto perché vent'anni addietro ero amico di tua madre?
- Hai ragione. Non importa nulla. - Dalla borsa tira fuori un pacchetto di Marlboro, forse è una tradizione di famiglia il fumarle; comunque ne prende una l'accende. - Però non fa piacere lo stesso. Non fa piacere l'idea d'esser parte di una memoria... è come esistere senza sé stessi, non so... è esistere ma perché qualcuno ti ricorda. Esisti in qualche memoria altrui, non per te stessa. Se tu non m'avessi riconosciuta perché somiglio a mia madre... m'avresti cercata?
Un punto per lei.
M'accendo anch'io una sigaretta. - E allora?
 

Se avessi ancora al collo il microfono laringeo, chiamerei l'Atomium Vitae 'ché mi spediscano d'urgenza lo psicologo; ma per fortuna non ho nulla addosso che mi lega a questo dannato Progetto, solo il tatuaggio sul braccio e così mentre Malvina dorme accanto a me fisso il buio e il nulla e immagino quella morte che così religiosamente evito da tempo finalmente inghiottirmi.
Tento di por ordine nella mia mente ma non ho neppure idea da dover poter iniziare a incasellarlo, questo caos che ribolle più di un qualunque maldito vulcano; e così m'alzo e vado in cucina, prendo un po' di ghiaccio, il Martini e intanto sono le due del mattino, e che importa?, e già che ci sono penso - penso ad esempio a questa ragazzetta che è di là, nel mio letto, che dorme e sogna e che è finito che abbiamo fatto all'amore e lei che non l'aveva mai fatto con nessuno per la sua prima volta è finita con me, con l'ex-uomo di sua madre -
penso ad Azzurra che nei miei ricordi è proprio come sua figlia. Allora vado nel mio studio e in mezzo al sacrario del passato che sono le cornici d'argento che incasellano padri, madri, nonni, fratelli, ne pesco la foto di Azzurra di vent'anni addietro che, stranamente, ha smesso la sua aria imbronciata e sorride all'obbiettivo. Dietro di lei confusa per la distanza si scorge l'inconfondibile sagoma della torre Eiffel in una Parigi targata Pasqua 1990, giusto mesi prima che -
penso a quel foglio che quel giorno trovai in mezzo ai suoi libri che suonava così, "Oggi non riesco a far nulla, sono agitata, è come se avessi paura di qualcosa. L'esame? L'andare a vivere con il mon amour? La sensazione di disorientamento che porto con me? La mancanza della mia famiglia? Non lo so. Ho voglia di..." -
penso a tutta la storia che mi torna in mente e ha lo stesso sapore di quel romanzo picaresco che è la mi vida. Le immagini, il mio cervello me le snocciola come fotogrammi di una pellicola accelerata. Azzurra che mi guarda dal suo banco che sorride mentre io le spiego chissà cosa... Azzurra che pianta tutto, a Levanto, e si trasferisce a Genova per studiare... Azzurra che mi prepara una bella, fine tela di ragno e io che ci casco dentro come una pera cotta... Azzurra che io le dico va bene, e ora che facciamo io e te?, e lei che risponde, se vuoi tenermi con te, allora tienimi... Azzurra di quei giorni trascorsi assieme così lontani nel ricordo, così rimossi dalla coscienza che il vederli ora esplodere è doloroso come mai lo è stato ad intervalli il pensarci... Azzurra che dice io non ce la faccio, io non ce la faccio a mollare tutto per te e io che l'accuso di non amarmi ma so di mentire, perché neanch'io ho il coraggio di prendere una decisione... Azzurra che mi saluta dal finestrino del treno che la porta via a Levanto per le vacanze estive... e Azzurra, Azzurra che quando sa della sciocchezza che ho fatto se ne viene a Roma a cercarmi e io me la filo dall'ospedale ancora sotto choc e mezzo intontito e lei che piange perché capisce che ho giocato l'unica l'ultima mano che potevo giocarmi per risolvere la situazione, e Azzurra, Azzurra che piange e piange quando i ragazzi dell'Atomium Vitae arrivano in massa all'hotel e mi strappano a lei perché ho regalato la mia vita allo stato, e ora devo tornarmene dentro, io che sono il "Primo"...
La testa mi pulsa come se esplodesse.
Fortuna vuole che Azzurra non abbia raccontato questa pietosa storia a Malvina... razza di coglione!, mi dico!, possibile che tu non abbia avuto il coraggio di stare con lei... a dispetto di tutto... ma ti faceva tanto strizza la vita?, e adesso?, adesso che ce l'hai eterna, la vita che ne fai!... la spendi a girellare senza meta tutto il giorno, fuggendo gli altri... fuggito dagli altri come un appestato! Idiota! Un mese e d'alcool e di disperazione c'è voluto!
Un rumore improvviso mi distoglie. Malvina è di fronte a me, indossa il mio pigiama che le casca da tutte le parti.
- Che c'è? Cos'hai?
Poi guarda le foto di Azzurra che tengo in mano come una preziosa reliquia che il tempo non ha potuto cancellare; sorride, ma il suo viso è tirato e sofferto in quel sorridere; s'avvicina a me.
- Va tutto bene, - Mormoro a fatica.
Lei m'abbraccia. - Non hai dimenticato, allora.
- Neanche lei. Neanch'io.
Alzo il capo dal suo seno premuto contro la mia faccia e ricaccio indietro le lacrime che hanno atteso vent'anni per potersi finalmente sciogliere e scorrer via.- Cosa vuoi dire?
Malvina si siede accanto a me. Con la mano mi carezza una guancia. - Non immaginavo che un giorno t'avrei incontrato.
- Come?
- Sapevo chi eri, quando ti ho visto. Ti ho riconosciuto subito, anch'io. Sapevo tutto di te.
E ora il buio e il nulla, finalmente, finalmente possono iniziare ad inghiottirmi, brano a brano.
- La mamma mi parlava di te, e spesso. In un modo o nell'altro rientravi nei suoi discorsi: in una fotografia, in un libro che le avevi regalato, in una lettera... lei, non t'ha dimenticato. Sono cresciuta nel culto del suo professore, che per lei, per dimenticarla, per farsi dimenticare un giorno si è giocato la vita con la Rigenerazione. Quando mio padre non c'era, mia madre parlava sempre di te... ne parla ancora adesso... di cosa avevi rappresentato per lei... di come la sua vita era cambiata... di ciò che era successo tra voi. Morivo dalla curiosità di conoscerti... da quando sono venuta ad abitare qui, a Genova, ho sempre pensato di cercarti... ma non l'ho mai fatto. Non ne avevo il coraggio.
E adesso, in questo buio tutto diventa chiaro.
Non ci sono più certezze non ci sono più idee né parole; oramai non c'è più nulla; c'è il vuoto attorno a me, e dentro di me questo vuoto pulsa e brucia e stride e mi ricaccia indietro... oramai si fa luce, in questo buio, ma è un chiarore infernale, una luce sulfurea, la stizzosa luminosità della gheenna...
Poi: - Oggi mi sono decisa. E ho deciso d'incontrarti per caso... ti ho seguito quando sei uscito di casa... ti ho incontrato: ho avuto paura nel vederti; eri proprio come in quelle foto che per anni ho visto; sono fuggita; tu m'hai seguita, abbiamo parlato, abbiamo mentito e ho fatto all'amore con te, e non avrei potuto farlo con nessun altro. E ora mi sento come se mi fossi liberata di un fardello che mi gravava addosso da anni.
Sorride. È proprio come sua madre.
Vent'anni dopo una seconda tela di ragno n'è stata cucita addosso, e su misura.
Vorrei dire qualcosa ma non ne sono capace.
Quante volte, io, che sono sempre pronto a parlare a discutere e dire delle cose, divento incapace di parlare, non trovo parole, non riesco a dir nulla, e magari vorrei farlo e mentre ci penso qualcosa torna dalla memoria e dal ricordo di un evento che ancora non c'è stato, e poi la casualità, e allora mi dico che, in quel segno, la vita potrebbe cambiare ancora, un segno del destino, come se in quel momento un talismano cosmico si mettesse di fronte a me e mi dicesse guarda, guarda quello che succede - tu lo sai che può succedere, sai che la vita offre sempre, durante il suo corso, una svolta per tutti, e non è che un momento... il momento di prendere e afferrare quell'occasione e tenerla ben stretta... ma poi non dico nulla...
Malvina ora m'abbraccia in silenzio.
E infine con uno sforzo riesco a dire stupidamente: - Chissà cosa diranno i tuoi...
Lei scuote il capo. - Nulla. Mia madre, cosa vuoi che dica? Per tutto questo tempo non ha fatto altro che parlarmi di te... come se volesse in qualche modo spingermi a cercarti... come dire cercalo, trovalo, fallo tuo... fai che sia tuo là dove io non ci sono riuscita... - La sua voce sembra spezzarsi suona lontana come in un sogno, remota e distante da somigliare... a chi... - Mio padre... l'uomo che ha sposato mia madre? Cosa vuoi che dica... nulla... il mio vero padre è morto da tempo, io non l'ho mai conosciuto...
Chiudo gli occhi. E morte, che tu sia la benvenuta a noi immortali, se quello che immagino sia vero...
- Mia madre lo conobbe a Roma, quand'era in vacanza. Dice che era un bel ragazzo, ebbero una breve relazione, e poi lei tornò a Levanto e scoprì d'essere incinta. Mia madre usa sempre una strana espressione, quando ne parla. Dice che quando lui scoprì che era incinta, "prese uno dei primi voli all'alba"... non ne ha mai saputo più nulla...
 

Il microfono laringeo è a casa, abbandonato.
Mi sento nudo senza di esso e senza le diciture sulla giacca.
Ma per togliermi il tatuaggio ho dovuto usare l'acido, il fuoco e il coltello e il braccio mi duole ancora.
Ho faticato a seminare i miei angeli custodi, ma ce l'ho fatta... avevo un piano pronto da anni, da quando pensai per la prima volta che avrei potuto prendere un giorno uno dei primi voli all'alba...
Ho appena firmato il modulo d'arruolamento.
Falso nome, false generalità, falsa faccia e false impronte digitali che un chirurgo compiacente m'ha fornito.
Ho salutato tutti quelli che dovevo salutare; nessuno mi tradirà; molti hanno capito, altri no; qualcuno avrebbe voluto seguirmi.
La navetta è pronta, al terminal dell'astroporto di Roma.
Se anche non avranno creduto, all'Atomium Vitae, alla mia lettera testamentaria e alla deflagrazione di un eliturbo privato noleggiato a mio nome esploso in volo durante la fuga verso le coste della Tunisia, non riusciranno a trovarmi...
Da qui alla stazione orbitale. E poi Venere. Nascosto tra i milioni di fuggitivi che popolano le colonie, a cui nessuno pone mai domande perché manca la mano d'opera nello spazio.
Guardo l'ultima bruma del mattino che si disperde sulla pista; il primo sole che s'appresta a sorgere; la mia terra che non è più mia da tempo.
Imbuco un'ultima lettera nella cassetta della pneumoposta.
Le luci lampeggiano.
Gli ultimi addii...
Sto per andarmene..
Ce l'ho fatta, finalmente, a prendere uno dei primi voli all'alba...
 
 

Cara Malvina,

due righe sole di commiato prima che io sparisca in un luogo dove potrò finalmente essere libero, e dove solo alcuni potranno ritrovarmi. Ignoro se tu in questi giorni che abbiamo trascorso assieme abbia compreso quale efferato tiro il destino, l'eddàl, la suerte ci abbiano giocato; ascolta; quando affrontai la Rigenerazione lo choc non mi uccise; anzi; l'assorbii così bene che appena saputo che tua madre era venuta a Roma a cercarmi, fuggii dall'ospedale... la trovai. 

Il mio organismo non s'era ancora assestato dopo il trattamento, non ero ancora sterile; qualcosa di me fluì forse attraverso la mia adorata Azzurra in te, che sei mia figlia; è una possibilità teorica che è stata contemplata, ma non si ebbe mai l'occasione di poterla verificare.

Ascolta: dimentica tutto quello che è accaduto, le mie parole, il mio viso, il nostro amore; dimentica e inizia un'altra vita...

Oppure: non dimenticare, e presentati all'Atomium Vitae; si dice che sia stato finalmente scoperto il modo di far superare lo choc ai Volontari; tu sei una donna, comunque, e le donne hanno più possibilità di sopravvivere; e sei mia figlia, la figlia di un Volontario che aveva appena iniziato il processo di Rigenerazione, e loro lo sapranno, perché appena faranno gli esami scopriranno, in te, qualcosa di me; puoi farcela... te ne ho dato i mezzi. Se lo fai, avrai di fronte una vita immortale. Ma orribile...

Ma ricorda che potrai fuggire come sono fuggito io. E che se tu partissi clandestinamente per Venere, nascosta fra tutti coloro che salpano, ad Ausonia ci sarà un legionario di Genova ad aspettarti... con un'altra faccia... quella della foto allegata...

Ti aspetterò. Ho davanti l'eternità. E abbiamo tutta un'eternità per conquistare un mondo...

Ti abbraccia e ti ricorda, il tuo vero padre...


1° stesura: Genova, mag/giu 1990
2° stesura: estate 1992
Revisione: primavera 1993

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