Straniero in terra straniera.

Claudio Asciuti

Pochi mesi a fine millennio, per chi crede nel tempo, nei calendari, e in ciò che "fa tendenza".
E la città - post bellica, libanizzata, trincerale, hiroshimiana - s'annega nella polverosa belletta dei lavori in corso...
- Piazza De Ferrari. Un cencioso caravanserraglio, una ritinta baldracca; attorno alla fontana un reticolo di plastica arancione, bucherellato come uno scolapasta, vedi, crea quell'ampia delta che interrompe la via e inciampa i pedoni. Il Palazzo Ducale, da poco rimesso a nuovo, non stride più coll'ambiente ammorbato dallo smog, e infatti non lo restaurano; mentre il teatro Carlo Felice, liftato e rifatto, e svetta con la sua orribile e volumetricamente obesa architettura in cielo...
Qualche malcapitato passante scruta perplesso la scena. Non si capacita, il meschino - come d'altronde non riusciamo a capacitarci noi - del perché prima abbiano scavato per costruire la metropolitana, poi abbiano interrotto gli scavi per evitare di distruggere l'antica necropoli sotterranea, l' abbiano smontata pezzo a pezzo e ben nascosta chissà dove, ed ora abbiano nuovamente ricominciato gli scavi non per ricostruire la necropoli, non per riaprire la metropolitana ma semplicemente per tappare il buco da loro stessi scavato; metropolitana e necropoli chissà dove andranno a finire. L'importante è che il Comune abbia dato tanto belle commesse ai propri amici.
- Dopo la cura di bellezza alla città, l'ordine. Il nuovo sindaco, ha voluto "ripulire" la zona qui attorno, il centro, e ha ricacciato i tossici in periferia, attorno alle colline, i nomadi nei loro abituri, gli studenti nelle scuole e nelle università, gli immigrati nei loro caruggi. I benpensanti dicono che ha restituito la città ai genovesi. Cioè ai quadri, ai ceti medi, ai colletti bianchi, agli iuppi e ai rampanti, agli skin e ai picchiatori e ai discotecari... a quelli che invadono le vie come una malattia cancerosa e appestano l'aria con i tubi di scappamento delle loro idolatrate auto, le bottiglie di birra infrante sul marciapiede e gli ottusi stereo che vomitano ritmi industriali e tecno tutti d'origine ianchii, naturalmente...
Diogene s'aggira pensieroso con la sua lanterna, e l'uomo folle di Nietzsche canta la morte di dio. Per tutti quelli che seguono il calendario ufficiale, o almeno fingono di seguirlo, ci si prepara a "vincere la scommessa del terzo millennio"... i genovesi invece si preparano a festeggiare l'ultimo del secolo con un megacenone per tutti quelli che hanno da spendere l'equivalente di un stipendio mensile medio a cranio, ed è per questo che la città finge di farsi bella. Che i soldi vadano nelle casse del Comune, è un'altra cosa...
- È uno schifo. A me tornano in mente i leggendari Capodanni con le fabbriche occupate, negli anni ruggenti della rivolta, quando al Palasport Fabrizio De Andrè veniva a suonare gratis per gli operai spossessati dagli americani. Fra poco saranno invece le multinazionali a spossessare noi dei nostri corpi, e noi, contenti, festeggeremo il 2000.
Prendo fiato dopo quella lunga concione. - Fantastico, eh?
Bruma annuisce: - Per esser fantastico, lo è. Come in film dell'orrore.
Bruma l'ho conosciuta, oggi pomeriggio, su una delle rarissime plaie non ancora privatizzate, mentre me ne andavo in giro lungo la battigia nella speranza che lo iodio e il salmastro m'illuminassero a proposito di quello che avevo in mente di fare, ma non c'è stato verso, nessun satori è brillato dentro di me - ho vagabondato fra i relitti della mareggiata trascorsa cercando un galeone affondato e neanche i resti di un legno sono stato in grado di rintracciare. Poi, ho incontrato lei che sembrava cercasse qualcosa fra i riflussi. Mi disse che cercava oggetti per creare opere d'arte. Io risposi che cercavo immagini per crear parole, e facemmo amicizia... un'amicizia strana, voglio dire. Se guardo Bruma non posso fare a meno di pensare che abbia l'età di mia figlia, e che mia figlia, se mi vedesse con una sua coetanea, correrebbe difilato a dirlo alla mia ex-moglie, giusto perché entrambe mi odiano... ma poi, chi se ne frega. È che fra artisti ci si comprende al volo, non c'è bisogno di stare troppo tempo a spiegarsi che l'unico debito che dobbiamo assolvere al mondo è quello dell'arte. È il motivo fondamentale per cui mi son separato da mia moglie e mia figlia mi odia. Non erano artiste, nessuna delle due.
- Già.
- È orribile ma sembra che nessuno alzi un dito per impedirlo... un tempo, per meno, avrebbero dato fuoco alla città. - Bei tempi. Chissà se per festeggiare la fine degli anni Novanta, ci sarà qualcuno che alzerà un po' di barricate per la strada. - Accendo il motore. - Dove vuoi che ti accompagni?
 

Bruma è da qualche giorno che si è trasferita a Genova, per studiare all'Accademia di Belle Arti, (sempre che, naturalmente, il Comune della Regio Gheennalis non la chiuda, non la sfratti per riempirla di uffici di iuppis, non decida di venderla al miglior offerente sul mercato globalizzato) e non ha stretto amicizia con nessuno. Così le dico se ha voglia di venire a cena con me e i miei amici. È un invito che sembra quasi peloso, sospetto, ma la faccia da vecchio guru che ho indosso deve esser rassicurante così lei accetta e così troviamo gli altri amici in piazzale Kennedy, alla Festa Settembrile del Partito della Sinistra Unita, o almeno di quello che ne resta di esso. Sono le occasioni per stare un po' assieme, amici di vecchie battaglie con mogli e i figli che se ne vanno già per conto loro e ricordi del tempo che è stato, così come si conviene ai sessantenni delusi da una rivoluzione fallita, e da un'esistenza che comunque si avvia al fallimento e alla morte; nulla più di o di meno; così ci si ritrova tutti assieme, a percorrere i lugubri stand non più rivoluzionari, non più internazionalisti, non più barricadieri, ma semplicemente piccoloborghesi - nel senso più deteriore del termine - l'uno in fila all'altro che vendono giubbotti di pelle e muntan baich e dolciumi e gins d'ogni colore e misura e perfino tramite compiuters ricerche araldiche sul vostro cognome...
 

E ora proviamo a fare un'ipotesi su quello che sta accadendo. Guardiamo dal di fuori gli eventi e come prendono piede, perché in seguito sia più facile accorgersi che non è un incubo che si spalanca dinanzi a noi, ma una realtà.
Immaginiamo il nostro protagonista e la ragazza che lo accompagna, a tavola con gli altri, in un prefabbricato che potrebbe essere quello, ad esempio, dell'intramontabile Circolo Latino Americano, ancora in voga nonostante che gli anni siano trascorsi, gli Inti Iglimani tornati in Cile raccontino che tutta quella bagarre furono gli italiani a crearla, che loro non erano comunisti... il vecchio Pinocié intanto è il Padre della Patria, e laggiù, a Genova, Italia, Europa, non ci sono più loro a cantar el publeo unido gamas serà vensido e noi non siamo più tutti sudamericani... immaginiamo quindi questa quasi lieta brigata di amici che discorre...
Chiacchierano. Il protagonista, benché sia abituato a nascondersi dietro una cortina di silenzio, a sua volta ha voglia di comunicare quella sera e non per farsi bello o interessante agli occhi della ragazza, che chissà perché ha deciso di invitare a quella stolida serata.
 

- Qualcosa non va?
Guardai gli occhi di Bruma che mi fissavano intensi. Guardai il buio attorno e tornai improvvisamente da dove ero partito, ma anziché a tavola con gli amici ero vicino al molo frangiflutti, avevamo finito di cenare e ci stavamo recando alle auto; l'interrogazione di Bruma rimane sospesa per aria, quando dal nulla tre uomini si materializzano e ci fronteggiano con le pistole; vogliono qualcosa da me, qualcosa che ho nascosto, ma che io sono sicuro di non avere.
I miei amici sono radunati tutti assieme, sotto la minaccia di uno dei tre con il revolver; nessuno osa fare un cenno, dir qualcosa.
- Tu, - dice quello che sembra il capo, puntandomi contro un'arma - Vieni via con noi. Non ti succederà nulla. Dobbiamo solo farti parlare con qualcuno, poi ti lasciamo andare.
La sua voce è fredda e dura, il tono è deciso.
Mi volgo verso gli altri: - Va tutto bene, ragazzi. Non vi preoccupate.
Faccio un cenno a Bruma. Lei annuisce lentamente.
Inutile dire che ho paura, certo. Il brivido che mi attraversa e mi ghiaccia è l'avvertimento della morte che mi gira attorno, e conta se l'ora è quella giusta o se invece si tratta solo di un avvertimento passeggero. Comunque sia, di fronte alla minaccia armata non c'è modo di opporre resistenza...
Quello che sembra il capo mi fa un cenno con l'arma. C'incamminiamo, mentre il secondo ci segue...
 

Mentre stanno per entrare in auto, compare dal nulla la ragazza amica del protagonista. I due uomini che lo scortano la vedono giungere improvvisamente, sorpresi, non si capacitano del come lei sia riuscita a sganciarsi dal terzo uomo che aveva il compito di tenere a bada gli amici; stanno per muoversi, per dir qualcosa, per gridare o sparare - lei invece urla al protagonista di gettarsi a terra, chiude gli occhi e lancia in aria qualcosa che esplode, proprio mentre sta giungendo di corsa il terzo uomo.
La luce è intensa. Il mondo si trasforma in un'improvvisa visione al negativo del mondo circostante. I tre uomini per un istante sfolgorano, poi diventano tre visioni traslucide, incorporee. La ragazza grida al protagonista di scappare, gli si avvicina mentre il mondo si trasforma in un caleidoscopio di immagini psichedeliche che sembrano mettere in forma e corpo le peggiori visioni dell'animo umano; lo prende per mano e i due iniziano a fuggire.
 

Adesso sono al riparo.
Il protagonista domanda alla ragazza cosa stia succedendo. Lei gli domanda se ricorda cosa è accaduto fino ad allora. Lui risponde negativamente. Scompaiono i fantasmi. Intanto scoppiano i fuochi artificiali, e nello sfolgorio, i due riprendono la fuga mentre i tre corpi traslucidi lentamente si dissolvono...
- Ora apro una Soglia, - grida lei. - Appena l'ho aperta prendimi per mano e salta via con me!
 

Il trionfo dell'alba, come una tela sanguigna incombe sui tetti della città e nel cielo, e le moderne architetture della Chiesa di Nostra Signora della Virtualità svettano in alto.
Bruma è appoggiata di schiena a un muretto, il capo chino, le mani in tasca. Il vento le scompiglia i capelli. Io le sono accanto e scruto la Chiesa che si erge su di noi, e più lontano una città sconosciuta, che si chiama Secondya almeno a quanto dice una mappa turistica, una specie di meridiana topografica di metallo incisa sulla balaustra, qui, in questi giardini dove ci siamo riparati. L'Angelo del Cyberspazio flette le sue ali metalliche al posto della croce. Noi siamo sotto il tempio, poco discosti dalla spiaggia e dalle cabine abbandonate.
Scuoto il capo per distogliermi da quella visione. - Cos'è successo?
Il sole nella sua ascesa rende Bruma di una bellezza ancor più arcana di quando, la mattina precedente, l'avevo incontrata sulla spiaggia. Sorrido a me stesso, riflettendo ancora una volta su quale fu il disegno del caso che mi ha fatto incontrare quella ragazza. Un vento immateriale parla di altri mondi.
Lei mi scruta per un po' in silenzio. - Stai sorridendo. A cosa pensi?
- A nulla di particolare. - Distolgo lo guardo da lei e nel crepuscolo rovesciato il sangue cola dagli scogli dei Moreschi, quasi sotto il profilo basso della città. Il cielo fiammeggia lontano e una manciata di nubi, il vento sparge e poi si gonfieranno per effetto della luce, gravide di chissà quali buriane.
- Dimmelo.
Mi volto verso di lei. - Cos'è successo?
Avanzo di un passo: - Chi sei tu?
Dico ancora: - Sei comparsa improvvisamente dal nulla, in quella spiaggia, ieri pomeriggio. Un giorno che non sapevo che mi sarei trovato a passeggiare laggiù... eppure c'eri. Abbiamo fatto amicizia. Poi sei venuta con me a quella dannata festa, e mi hai tirato fuori dall'incubo di quei tre misteriosi personaggi che volevano rapirmi. Perché? Chi sei?
- Qualcuno che è giunto al momento giusto per tirarti fuori dai guai. - Occhi verdi che scrutano dietro il disegno del mare.
- Allora, vuol dire che c'è un qualche disegno, un muoversi di ingranaggi nel cielo e sulla terra che ci costringe ad un incontro, e di questo incontro io ignoro il significato. È un enigma.
Lei sorride. - Nessun enigma. Ti stavano cercando e ti hanno trovato, ma io ti ho trovato prima di loro.
- D'accordo. Chi sono loro? E tu?
Lei alza le spalle. - Devi essere importante per qualcuno, evidentemente.
Rido. - Importante io? Devono aver sbagliato persona... non sono importante neppure per me stesso.
- Chiamali emissari di un Altro Potere.
- Cosa vuol dire?
Bruma mi guarda, sorridendo. - Sai dove siamo, ora?
- Dove siamo?
- Guardati attorno. Guarda quest'alba rovesciata che arrossa il cielo, come un crepuscolo color sangue. E quell'Agelo metallico sul frontale di quell'assurda chiesa. Ricordati quelle esplosioni di luce attraverso le quali siamo fuggiti ai Guastatori...
- I Guastatori?
Annuisce. - Si chiamano così. Sono... corpi che non appartengono al nostro piano di vita, che sono qualcosa di meno e qualcosa di più degli esseri umani. Vengono... sono stati creati in laboratorio, sono il braccio del potere lontano delle tenebre. Te l'ho detto; sono gli emissari di un Altro Potere. Sono corpi che solo per caso vivono, perché si nutrono delle scintille di vita degli umani... - Con una mano si tira indietro i capelli; la sua risata si smorza un po' contro il vento immateriale. È l'alba e io ignoro dove sono finito... proprio come se fossi uscito or ora da un incubo. - Hanno fama di essere imbattibili.
- Tu li hai fermati. Anche se ignoro come ciò sia successo, li hai fermati. Mi hai salvato.
Alza le spalle. - Innanzitutto io sono una Straniera, e noi Stranieri combattiamo contro di loro da anni. E poi loro non sono vivi, e quindi non sono intelligenti... non riescono a compiere più di un paio di operazioni per volta, e tutte molto semplici. Ho disorientato il primo nel colore, e poi con il colore ho dissolto tutti e tre. - Lancia un'occhiata al cronometro che porta al polso - A quest'ora si saranno ricomposti, e staranno battendo tutta la città per ritrovarci.
- Aspetta, aspetta... - mormoro. - Aspetta un istante. Cosa stai dicendo?
Bruma sorride. Alza il capo verso il cielo, sorridendo. Poi il suo viso compie un lento arco, fino a quando i suoi occhi non si fissano su di me. - È una faccenda un po' lunga da spiegarti.
- Provaci.
- Non dovrei nemmeno dirtelo, a dire il vero. Non dovrei esser qui. Non so perché ti rispondo. Ma immagina che si tratti di un gioco... di un gioco cosmico. Un qualche trastullo degli Dei. Ecco tutto. Da una parte ci sono gli Dei, e dall'altra parte c'è l'Altro Potere. Ecco tutto. Immagina l'universo diviso in questo modo.
Indico il cielo. - Sono mesi che continua instancabilmente a piovere pioggia acida su di noi... vuoi dirmi che la colpa è di questo misterioso Altro Potere, se non riusciamo neanche più a ricordarci come è fatto il sole?
Lei ride: - Puoi pensarla così, se vuoi. Oppure puoi chiedere lumi alla meteorologia e parlare di aree di bassa pressione e di venti che cambiano percorso spingendo fronti di area fredda contro di noi. E un modo come un altro per spiegare quello che non riusciamo a spiegare...
- Chi sei tu?
- Bruma.
- D'accordo. Chi è Bruma?
Mi guarda in faccia e i suoi occhi blu scintillano: - Ti ho salvato la vita. Ti ho fatto fuggire dall'ombra dei Guastatori. Ti ho portato qui, lontano da loro. Me ne andrò e non mi vedrai più. Cosa vuoi ancora?
- Sapere che succede.
- Siamo fuggiti, ecco tutto.
- Va bene. Ma dove? - indica la città e il mare che si estende attorno a noi. - Questo luogo è un'illusione... è un luogo che non esiste. Non è Genova... è qualcosa che assomiglia a una cittadina mediterranea è la mia città natale.
- E allora?
Comincio a spazientirmi. Fino a che non avevo incontrato Bruma la vita mi era parsa... mi era parsa...
- La mia vita, - mormoro.
Lei non dice nulla.
Faccio uno sforzo per cercare di farmi tornare a mente qualcosa, ma per quanti sforzi possa fare è come trovarsi di fronte a un muro impenetrabile; più lungo della Muraglia Cinese, più solido del Vallo di Adriano, una frontiera sanguinosa contro cui ogni mio tentativo di risalire è assolutamente impossibilitato... tento di esplorare l'ombra ma l'ombra ha inghiottito tutto il mio passato... solo qualche brandello ne fuoriesce a tratti, sotto forma di immagine lampeggiante... di fiamma... di un grande incendio che arde...
Afferro Bruma per un braccio: - La mia testa... la mia memoria...
Sento il cuore palpitarmi e uno strano stordimento prender corpo in quella terra in cui non ho mai vissuto. Ora lo scenario dei monti che s'alzano alti sopra di me incupisce, i monti sono un livido presagio, e il fiume che scorre placidamente verso il mare un'acqua torbida quanto il sangue della palude stigea.
- Non ricordo più nulla.
- Perché non c'è più nulla da ricordare, - risponde semplicemente.
- Più nulla... c'è tutta la mia vita, dietro. Sessant'anni di tempo, neanche uno scherzo. Una figlia che ha la tua età, una ex-moglie, una compagna, se ricordo bene, e degli amici... ho perso tutto e tu mi dici che non c'è nulla da ricordare?
- D'accordo. - Scuote il braccio e lo libera dalla mia presa - Hai una vita che non ricordi, e allora? Gli universi sono colmi di persone che non ricordano parte della loro vita. Nel transito dal una parte all'altra del mondo può darsi che tu abbia perduto i ricordi... capita. Ma non disperartene troppo. Se io ho l'età di tua figlia, in tutti questi anni ho percorso il mondo da un lato all'altro ed è da quando ho sedici anni che ho abbandonato i miei... l'ultima volta che ho visto mio padre, due anni fa, era nei pressi di Luxor. Mia madre mi hanno detto che addirittura ha cambiato dimensione. Andiamo tutti dall'uno all'altro mondo... e tu pensi alla tua memoria?
- Dall'uno all'altro mondo. Cosa vuol dire?
Bruma sospira. - Forse è il caso che ti spieghi com'è la situazione.
- Sì. Sarebbe meglio.
Si guarda attorno. Le campane di Nostra Signora della Virtualità risuonano nel silenzio dell'alba e l'Angelo del Cyberspazio ad ogni rintocco batte le ali. - Non qui. Siamo troppo poco esposti alla luce...
- Alla luce?
Bruma annuisce. - Ho bisogno di stare alla luce più tempo possibile. I miei ritmi sono quelli del giorno e della notte... è stato un caso che ieri sia rimasta in giro così a lungo, e forse l'ho fatto perché ho sentito che c'era bisogno di aiuto. Ma adesso devo riportare la mia energia ad un livello più alto... - indica uno spiazzo vicino al mare - Laggiù. Quando il sole sarà sorto, le acque faranno da specchio.
Ci muoviamo verso lo spiazzo. Mi guardo attorno mentre il rosso lentamente si diluisce in un rosa antico, e i miei occhi sfiorano i profili di Secondya.
Bruma depone a terra il suo zainetto. Ne tira fuori due stuoie intessute a mano e ricche di disegni e di colori, motivi che a una prima occhiata mi sembrano pellirossa. Le dispone l'una accanto all'altro e mi fa cenno di sedere.
Obbedisco. Lei si siede alla maniera indiana, un modo per me assolutamente scomodo. Cerco una posizione migliore. Lei vede il mio imbarazzo e sorride. Ha uno strano modo di sorridere.
- Ti ho detto che appartengo alla stirpe degli Stranieri. Sai cosa significa?
- No.
- Noi Stranieri andiamo e veniamo da città a città, di nazione in nazione, di mondo in mondo. Il nomadismo è la nostra abituale dimora; non siamo mai stati fermi nello stesso luogo, e non apparteniamo a nessuno. Siamo... puoi chiamarci "cittadini del mondo", se vuoi. Ma comunque siamo stranieri a tutti. Non abbiamo identità, documenti, patria. Siamo stranieri in terra straniera...
Qualcosa mi torna improvvisamente alla memoria. -... Ed essa partorì un figlio, al quale Mosè pose nome Ghershom. poiché disse: io sono straniero in terra straniera...
- Già. Nel nostro mondo, Mosè fu uno Straniero, uno dei primi, e condusse un popolo di stranieri ad una terra da cui poi fu cacciato... Gilgamesh, Odisseo, Heracles... chi altri? Con i secoli, gli Stranieri si differenziarono sempre di più, nacquero nuove specie di individui impossibilitati a restar fermi nel loro territorio. La loro fu una migrazione principalmente spaziale; poi pian piano scoprirono il modo di aprire le Soglie e di muoversi in uno spazio... intermondano. - Indica il suo zaino - Io lo faccio con il colore. Altri lo fanno con la musica. Altri ancora con la danza, con la parola, con la musica, con la preghiera, con la respirazione, con le tecniche del corpo...
Mi sembra di tendere le dita a percepire qualcosa che mi è sfuggito senza che io me ne sia mai accorto. - L'arte...
- Già. Ognuno ha la propria arte...
Mi riscuoto da quello strano incantamento. - Non ci posso credere. - Ed è vero. Quello che Bruma mi sta dicendo trascende ogni mia possibile credenza, va oltre tutto quello che ho letto e sentito a proposito del viaggiare... letto e sentito dove?
- Eppure hai visto anche tu come siamo fuggiti ai Guastatori.
- Già. E dove mi hai portato?
- Chi lo sa? - Bruma scuote il capo - Quando ho aperto la Soglia non ho avuto nemmeno il tempo di pensarci. Ho agito d'impulso, non ho chiesto alle mie matite la direzione; ho fatto un disegno - il primo che mi è corso dinanzi agli occhi, e ti giuro che non ricordo assolutamente quale sia stato. Ogni tanto gli Stranieri esperti lo fanno, lasciandosi guidare dall'istinto, solo per il piacere di scoprire un posto nuovo, e nuove usanze... ma solitamente apriamo Soglie in luoghi che abbiamo già conosciuto, o di cui qualcuno ci ha fornito le coordinate. E comunque nel nostro mondo. E io non ho sufficiente esperienza per provare a entrare nell'Altrove. - Si guarda attorno, indica Nostra Signora della Virtualità, la corona dei monti. Guarda l'orologio che ha al polso destro, sfiora con la mano un pulsante. - L'Indice di Verità afferma che questo luogo è reale. Non è un luogo che qualcuno degli Dei sta sognando, una memoria nascosta nei neuroni di qualcuno di loro, una realtà simulata... no. È un luogo che esiste qui, in Italia. Nell'anno 1999.
Guardo la ragazzina che mi ha salvato la pelle aprendo una Soglia nel nulla, e che disinvoltamente parla del suo orologio che dovrebbe indicare se un luogo è vero o no e non mi capacito d'esser vivo. Se chiudo gli occhi mi si staglia sulla retina, abbacinante, la forma traslucida dei tre Guastatori. - Grazie.
- Di cosa?
- Di quello che hai fatto.
- Noi Stranieri siamo molto solitari... siamo individui, ragioniamo sempre in termini di singolo. Cerchiamo di non intrometterci mai nelle vicende degli Stanziali, ma di fronte ad un'azione dei Guastatori, diventa quasi un obbligo aiutare gli altri. I Guastatori sono i mercenari dell'Altro Potere.
- Quelli che mi stanno cercando.
- Sì. Ma tu non sei uno Straniero... se dici di aver perso la memoria, e io ti credo, potresti aver perso la tua identità ma... me ne accorgerei. Non hai l'aura dello Straniero.
- E allora perché mi cercavano?
- Non lo so. Perché hai fatto qualcosa, probabilmente, che non piaceva a qualcuno dell'Altro Potere. E l'unica spiegazione logica.
- Non ricordo nulla della mia vita precedente... forse hai ragione tu: il passaggio dal mio mondo a questo deve aver cancellato parte della mia memoria. Ricordo solo di averti conosciuto ieri pomeriggio sulla spiaggia, e di averti accompagnata in auto... poi ti ho chiesto se venivi a cena con me. Frammenti che mi riportano poi a ieri sera, alla cena con gli altri, ai Guastatori e a tutto il resto. Buio, d'altra parte. Tu non ricordi cosa ti ho detto di me?
- Molto poco. Che una volta facevi il professore, che sei in pensione, che ti occupi di religione ma che non sei religioso.
Non riesco a trattenere un sorriso. - Siamo stati assieme tutto il giorno e questo è quanto sei riuscita a sapere di me?
- Potresti essere un ottimo Straniero... hai alzato una cortina fumogena sulla tua vita, parlando di religione e di filosofia, e quando hai visto che avevo con me gli arnesi per il disegno ti sei messo a parlare di arte. Ecco, questa potrebbe essere una buona traccia... conosci molti artisti, nel tuo mondo. Se facessimo ritorno, potremmo chiedere a loro, sempre che lo choc del passaggio non ti faccia tornare la memoria.
- Già. - Bruma sorride. - Adesso cerchiamo di capire dove siamo finiti, d'accordo? Questo posto non mi piace, me ne voglio andare.
- D'accordo. Come facciamo?
Lei si alza, io la imito. Raccoglie le due stuoie e le infila nello zaino. - Non è che tu abbia viaggiato molto, vero?
- L'ultima volta fu il mio viaggio di nozze, - rispondo. - Circa trent'anni fa.
- Ah - Risponde lei.
 

- People are strange, when you're a stranger, faces look ugly, when you're alone...
A mezzavoce Bruma canticchia una vecchio brano dei Doors, e il vento che chissà quante volte l'ha udita, le risponde.
- Strana città, - mormora Bruma.
I miei occhi si fissano sui palmizi che stanno a lato delle case, sui giardini che crescono fra casa e casa, sulle siepi che il primo sole indora. Rade auto si muovono lentamente nelle vie, ma quel che mi colpisce maggiormente è il fatto che l'aria, a differenza di quella della Regio Gheennalis, sia perfettamente respirabile.
- È una città mediterranea, e a giudicare dal sole, sulla stessa costa ligure. Poche auto e tutte di lusso, edifici bassi e moderni, giardini e tanto verde. Non capisco se si tratti di un quartiere residenziale, o se tutta la città sia stata costruita così. Gli edifici sono per la maggior parte recentissimi, tre, quattro anni i più moderni. Deve essere una delle nuove cementificazioni della Megalopoli Mediterranea. Chissà dove siamo.
- Non sarebbe più semplice, chiedere a qualcuno qual' è la stazione più vicina?- provo a suggerire.
- Il qualcuno a cui lo chiedi potrebbe insospettirsi, una volta costretto a parlare con noi. Per ora siamo abbastanza invisibili, ma se ci facciamo notare qualcuno potrebbe domandarsi chi siamo, perché siamo così laceri e sporchi in questo elegante quartiere. Potrebbe chiamare la polizia e voglio vederti spiegare a loro quale coppia siamo, e come tu sei finito qui, e soprattutto perché io sono con te, io che ho documenti falsi che se facessero una verifica mi arresterebbero immediatamente.
- Già.
Bruma si guarda attorno sospettosamente. - C'è poca gente in giro. Ma guarda come ci studiamo.
- Potrebbero pensare che siamo padre e figlia.
- Non ci somigliamo abbastanza... e abbiamo un comportamento che non è adatto a impersonare questo ruolo. Si vede benissimo che non siamo mai stati in questa città, e che cerchiamo di capire di cosa si tratti e... tombola!
- Che c'è?
- Abbiamo la polizia alle spalle.
Io faccio finta di niente e mi volto appena. Una grossa jeep azzurra, con la scritta "Comune di Secundia" sulla fiancata e i lampeggianti rossi e blu sul tetto rallenta lentamente dietro di noi. Dentro ci sono quattro agenti, tre uomini e una donna, dall'aria molto poco raccomandabile. Perché le municipalità hanno una loro polizia privata, che pesca le loro reclute da quelli che sono stati scartati dalla polizia di stato e non ci va molto per il sottile. A Regio Gheennalis la polizia comunale è tanto amata dai cittadini che spesso deve arrivare la polizia di stato a sedare la rissa fra di loro.
- Ottimo.
- Tu resta... non hai da temere nulla. Puoi sempre dire di avermi appena conosciuto. Io me la filo verso la spiaggia. Se riesco a raggiungere un muro posso aprire una Soglia e scomparire.
- Non ci pensare neanche... vorresti lasciarmi qui da solo? Sono solo quattro cagnotti - Mi fermo, mentre la macchina ci affianca, tiro fuori il miglior sorriso e mi avvicino.
- Ehi, - Dice Bruma, allarmata - sei pazzo?
- Figliola, che tu abbia girato il mondo e io no, non significa che non sappia trattare con un cagnotto. Sono tutti eguali... è solo questione di prezzo.
L'auto si è fermata. Io continuo a tener fuori il mio sorriso, mi avvicino. In un mondo tutto privatizzato, le polizie private sono eguali, e non c'è motivo per dubitarne. Assumo l'aria da padre di famiglia. Mi avvicino fino ad essere inquadrato da tutto il gruppo. Dietro di me Bruma - Buongiorno, agenti. - Porto la mano destra alla fronte, come se stessi salutando militarmente. Ciò costringe loro a rispondermi allo stesso modo. - Vogliate scusarmi, ma avrei bisogno di un'informazione. Io e mia figlia siamo scesi stamane dalla stazione ferroviaria, siamo venuti a fare un giro e ci siamo persi. Ci potreste indicare, per favore, la via del ritorno? Abbiamo i bagagli al deposito, e vorremmo trovare un buon albergo, farci una doccia e cambiarci.
Con la coda dell'occhio scorgo la preoccupazione sul viso di Bruma. Ma l'aria del buon padre di famiglia, così come sono abituato a recitarla, ha sempre buon gioco.
I quattro cagnotti mi scrutano a lungo. In ogni squadra che si rispetti c'è quello fa la carogna, il buono, l'indifferente, e poi varietà e tipologie a scelta. Quello che mi dà un'occhiata incuriosita deve essere il buono, ed è alla guida.
- Signore, - dice quello con l'aria da duro, che è accanto al pilota. - Ci favorisca i documenti.
Bruma impallidisce accanto a me. Fa per muoversi, ma io mi volto verso di lei e ammicco. Apro il portafoglio, tiro fuori due tessere e quattro biglietti da centomila che brillano un istante alla luce e poi spariscono nelle mani della ragazza, che deve essere il cassiere.
Il duro prende le tessere, le scruta attentamente, guarda me e Bruma, poi me le restituisce. - Signore, per la stazione, procedete per questa via per un centinaio di metri, e poi svoltate a destra, in via Bahia, fino in fondo. - Mi lancia un sorriso che vorrebbe risultare simpatico ma non lo è. - E se cercate un albergo, andate al Buenavista, vicino alla stazione. E dite che mi manda il sergente Antoni.
Io raccolgo le mie tessere e le rinfilo nel portafoglio. - Molto obbligato, sergente. Grazie per le indicazioni, e buona giornata.
L'auto riparte. Noi due ripartiamo.
- E ora filiamo verso la stazione, prima di incappare in qualche altra pattuglia meno malleabile.
Bruma tira un respiro di sollievo, mentre la jeep si allontana. - Che diavolo gli hai fatto vedere?
- Quattro biglietti da centomila, una tessera dell'Associazione Amici delle Forze dell'Ordine intestata a mia nome, e una vecchia carta d'identità di mia figlia.
Procediamo a destra, lungo la strada indicata dagli agenti. - Te l'ho detto... saresti un ottimo Straniero. Sei sicuro di non avere il nostro sangue nelle vene?
- Sono solo un uomo prudente... la mia memoria è partita, ma certe cose mi sono rimaste impresse. Sapevo di avere quella tessera ed altre simili in tasca, e di avere i duplicati dei documenti di mia moglie e mia figlia. - Guardo la stupefazione negli occhi di Bruma e sorrido - Prima che se ne andassero, ho provveduto a fingere uno smarrimento, a fare i duplicati, e a tenermi gli originali... pensavo che mi sarebbero stati utili. - Mi batto una mano sulla fronte - Ma guarda cosa mi è rimasto in testa!
Bruma annuisce: - Eri un poliziotto o qualcosa di simile? Un consulente, un criminologo... non sono i ragionamenti di un professore. Meno che mai in pensione.
- Non lo ricordo. Per quel che mi ricordo, posso esser stato un pusher, un contrabbandiere, un malavitoso. Ma penso di aver avuto a che fare con la legge diverse volte, nella mia vita, ed aver imparato a conservare sempre una via d'uscita in qualunque occasione. - Le batto una mano sulla spalla - A parte alcune eccezioni, come ieri sera.
 

Stiamo muovendo verso la stazione, in viale Bahia, un lungo e largo rettilineo, diviso al centro da aiuole e colme di cespugli e fiori, e costeggiato da bar all'aperto, pub, negozi. La gente si è svegliata, e passeggia per le vie. Bruma osserva con l'interesse di un antropologo gli autoctoni.
- Deve essere una qualche municipalità privata, costruita come un luogo di villeggiatura per anziani danarosi e le loro famiglie. Guarda gli abiti, e le auto.
- Proprio una bella gente... basta guardare il modo con cui ci scrutano.
E in effetti ci guardano, eccome. Guardano la ragazzina ventenne, alta e sottile, con i jeans tagliati al ginocchio e la maglietta a righe bianche e blu, con il suo zaino colorato; e accanto quello che a scelta può essere il padre, lo zio, o l'amante, età media cinquant'anni, alto, grosso, un po' imbolsito, corta barba sale e pepe, capelli di media lunghezza, scarpe da vela, pantaloni di lino beige un po' stazzonati, camicia azzurra altrettanto stazzonata e sporca, occhiali rotondi sul naso.
- Perché siamo diversi da loro, - dice Bruma - Gli Stranieri, quando capitano in qualche luogo che non conoscono, cercano subito di capire chi è la gente e come si veste. Per noi l'arte della mimesi è una delle arti principali... dobbiamo subito mimetizzarci in mezzo agli altri. Non possiamo permetterci di farci scoprire.
- E se vi scoprono?
- Se ti prendono e ti mettono in prigione, per uno Straniero è la fine. Non puoi resistere più di una settimana fra quattro mura... - Apre la bocca e indica un punto della mandibola - Se non riesci ad aprirti una Soglia in qualche modo, e a fuggire, la prima soluzione è un segnale d'allarme, che speri possa esser raccolto da qualche Straniero di passaggio, che venga a tirarti fuori. - Indica un secondo punto della mandibola - La seconda è il cianuro.
Mi sento rabbrividire. - Perché?
- Te l'ho detto... abituati alla libertà, non ce la faremmo mai a restare fra quattro pareti. E se ti passano a qualche droga psicodislettica, gli racconti magari tutto di noi, e così scoprono la nostra esistenza. - Bruma alza le spalle, come per farsi scivolar di dosso tutte le magagne dell'esistenza. Poi, nel mentre che passiamo davanti ad un bar, mormora. - Che ne dici di mangiar qualcosa?
- Mi sembra una buona idea. Ma prima andiamo a mimetizzarci da buoni cittadini di Secundya, anche perché sono stufo di essere osservato da tutti. - Indico a Bruma una boutique. - Andiamo laggiù.
- Ma hai proprio dei soldi da buttar via?
- Non lo so. Ma mi sembra comunque che saranno ben spesi, se c'impediranno di ficcarci nei guai.
 

Quando usciamo, i nostri vestiti e lo zaino di Bruma sono rinchiusi in una elegante borsa da viaggio. La ragazzina ventenne indossa un lungo abito di cotone a minuscoli fiorami, verde chiaro, e porta sulla spalle un giubbetto beige. Il padre cinquantenne ha un paio di calzoni color sabbia, una camicia bianca con le maniche corte, una giacca terra di siena e un panama che gli nasconde i capelli. Perfettamente mimetizzati nell'ambiente della cittadina di Secundia, il nostro protagonista e la ragazza che l'accompagna convengono che sia possibile ora accomodarsi per il desinare e si siedono ad un tavolo nel patio del bar Orchidea Nera, dove consumano una breve colazione a base di succhi di frutta, brioches calde, caffè di cereali.
Mentre stanno discutendo sul da farsi, diverse persone entrano nel patio.
- C'è qualcuno, - mormora improvvisamente la ragazza.
Il padre si guarda attorno, senza capire. - Che cosa?
La ragazza sembra intenta a captare una qualche forma di percezione diversa da quella quotidiana. Se noi potessimo osservarla con attenzione, scopriremmo che sta rivolgendo le sue invisibili antenne radar, al di là della metafora ciò che noi chiamiamo Terzo Occhio, nel patio e vicino perché ha udito una frequenza familiare. - C'è uno Straniero... vicino a noi, ma non riesco a individuarlo.
Il padre scruta i nuovi venuti che stanno prendendo posto. - C'è gente di tutti i tipi...
Poi un giovanotto sui venticinque anni, alto e ben piantato, dalla pelle color miele e dai capelli corti e biondi, vestito con una camicia hawayana e un paio di pantaloncini da mare, entra in scena e sorride all'indirizzo del padre; gli si avvicina con un sorriso ancor più grande, si china verso di lui e mormora: - Straniero?
La ragazza è più veloce a rispondere: - In terra straniera.
Il giovanotto sorride: - Fate finta di niente... potrebbe esserci qualcuno dell'Altro Potere. Comportiamoci normalmente.
Il padre si rivela un abilissimo public relation. Fa accomodare il giovanotto, lo presenta alla figlia come il figlio di un suo conoscente, ordina alla cameriera qualcosa... nessuno, osservando la scena, sospetterebbe qualcosa. Solo un attentissimo ossevatore potrebbe notare sotto il panama i capelli lunghi del padre, e sotto la camicia hawayana i tatuaggi del giovanotto che non sono propriamente quelli che vengono fatti nei negozi di cosmetica.
 

Dopo colazione il protagonista e i due Stranieri escono a fare una passeggiata verso la spiaggia.
- Genova, - spiega lo Straniero che si chiama Roberto. - Dista un'oretta da qui in treno, mezz'ora in aliscafo. Ma se hai la forza adatta, ti conviene usare una Soglia, perché siamo al centro di un'area che è controllata dall'Altro Potere. Temo che ci siano controlli alle stazioni marine e terrestri. Non vogliono intrusi. E meno ci facciamo vedere in giro, meno possibilità abbiamo di farci prendere.
- È un brutto posto, infatti.
- Ci sono arrivato ieri, e mi sono subito mimetizzato... ma oggi voglio ripartire. Non c'è nulla di interessante, qui. - Roberto indica via Bahia che ora stanno ripercorrendo all'incontrario - Fino a un paio di anni fa, quest'area era un parco naturale... una meraviglia. Potevate andarvene lungo i sentieri, fra gli ulivi e i vigneti, o scendere direttamente in qualche baia tranquilla e deserta, in spiaggia, sulla scogliera. I vecchi paesi erano abitati per la maggior parte d'estate, e da un pugno di turisti. Poi i comuni si sono uniti in una società per azioni e hanno eliminato il parco, con la scusa che dovevano aprire nuovi posti di lavoro per i cassintegrati, gli esclusi e i licenziati. Hanno fatto una colata di cemento che non si era mai vista in tutto l'arco ligure, e nel giro di un anno hanno tirato su questa schifezza. Io non lo sapevo, naturalmente... ero stato un anno a Roma, per vedere se c'era possibilità di vederla prima che il Giubileo la distruggesse completamente. Sono arrivato, sicuro di trovare il panorama a cui ero abituato. E sono finito qui.
- Già. - Il padre assume un'espressione disgustata - Ora mi ricordo che città è questa. C'è Prima, Secondya, Tertia, Cuarta, Quinta...
- Un tempo si chiamavano Cinque Terre.
La ragazza dice: - Credi davvero che ci sia gente dell'Altro Potere?
Roberto: - E chi, se no, potrebbe trasformare uno dei più panorami della riviera in una serie di cittadine turistiche?
La ragazza annuisce. - Tempo mezz'ora e scompariremo. Tu dove vai?
Roberto sorride. - Prima voglio fare un salto alla Casa Madre. E poi voglio andare in Cina. È un luogo che mi attira, ma non ho mai trovato la maniera di restarci per un po' di tempo... non è che sia facile mimetizzarsi, essendo un bianco. Ora sono riuscito a prendere una borsa di studio a nome di un altro studente di Roma.
- Un bel colpo.
- Già... la mimetizzazione da studente è la migliore, in un posto così. Studente di lingua e cultura cinese. Inespugnabile... - Lo Straniero sembra considerare per un istante la prospettiva della Cina, ma invece segue un qualche suo pensiero - E per quanto riguarda il vostro problema, non so che dirvi. Nessuno degli Stranieri che ho incontrato in questo periodo mi ha accennato a una maggiore attività dell'Altro Potere... e non riesco ad immaginare perché mai qualcuno potrebbe averti scagliato contro addirittura tre Guastatori. Probabilmente conosci qualcosa di importante per l'Altro Potere, qualcosa che devono sapere direttamente da te; per questo ti hanno cercato di rapire. - Lo Straniero sorride amichevolmente allo Stanziale e gli batte una mano sulla spalla - In caso contrario, ti avrebbero già ucciso.
La ragazza mormora: - Cosa consigli di fare?
- Consiglio la massima attenzione. Tu sai come sono fatti i Guastatori: avranno in memoria le vostre immagini, e vi cercheranno fino a che non vi avranno trovati, o voi li avrete distrutti.
- Non è semplice... ci ho provato con il colore...
Lo Straniero si ravvia i capelli con una mano, e fa una smorfia: - Dovresti frequentare più spesso la Casa Madre, Bruma... si scoprono spesso cose interessanti. Un ragazzo di Londra ha dissolto un Guastatore con la sua musica. Lo ha intrappolato in una stanza e ha suonato ininterrottamente il proprio violino per un'ora, fino a quando il processo di decomposizione ha intaccato il sistema nervoso del Guastatore. - Sorride. Visto così, sembra un innocuo giovane, bravo ragazzo. - Attualmente stanno cercando di studiare una qualche arma che li dissolva, ma credo che il processo sia troppo complicato. - Si mette una mano intasca e ne estrae un oggetto piatto e sottile, che sembra uno degli odiati cellulari. - Per ora hanno inventato questo. È l'ultimo ritrovato della Commissione Scienze degli Stranieri. Rivela nel raggio di dieci chilometri i Guastatori, ed ha una durata praticamente illimitata, perché percepisce la loro composizione chimica. Puoi far finta di dire sciocchezze al telefono e aver sempre sotto controllo la situazione. - Lo porge alla ragazza. - Ne avete più bisogno di me.
- E tu?
- Fra un'ora sarò alla Casa Madre... sarebbe il colmo della sfortuna incappare in un Guastatore, per giunta in grado di riconoscermi.
- Dimmi una cosa, - domanda il padre al giovane Straniero. - Questa guerra che vi oppone all'Altro Potere e ai Guastatori, da quando ha avuto origine?
- Non lo so. Credo che nessuno lo sappia, neanche gli Anziani... tutto quello che si sa a proposito, e credo che Bruma te ne abbia parlato, è che il cosmo intero è diviso fra gli Dei da una parte, e l'Altro Potere dall'altro. Gli Dei crearono l'universo per proprio divertimento, e crearono anche l'Altro Potere, i propri antagonisti... da allora lottano, in questo mondo e in altri, per la supremazia. In mezzo ci siamo noi Stranieri e voi Stanziali. Noi abbiamo un piccolo vantaggio, su di voi, che è quello di poter accedere all'Intermundia, e attraverso di esso allo spazio e alle altre dimensioni...
- Tu sei mai entrato in qualche altra dimensione? - chiede Bruma.
- Non me ne vogliate, - risponde lo Straniero scuotendo il capo. - Ma non sono autorizzato a parlarne in presenza di uno Stanziale... già quello che stiamo dicendo, è troppo.
- Io non parlerò di certo. A lei devo la vita, di certo.
- Sì. Ma noi non dovremmo rivelare la nostra esistenza... in nessun caso. Finisce che spesse volte lo facciamo, e sempre per motivi di questo genere: aiutare gli Stanziali contro l'Altro Potere. Tutte quelle leggende metropolitane sui viaggiatori, da dove credi che nascano? Dalle chiacchiere che si fanno su di noi.
Ora i tre, i due Stranieri e lo Stanziale, sono arrivati alla spiaggia. Lo Straniero indica un muro, dietro le cabine.
- Laggiù c'è un ottimo muro, al riparo, adattissimo per aprire Soglie.
La ragazza dice: - È ora di andarsene.
Lo Straniera l'abbraccia e la bacia. - Buona fortuna, Bruma. Se ti capita di passare a Canton vienimi a cercare.
- Buona fortuna, Roberto. Porta i miei saluti alla Casa Madre. Dì al Collegio degli Anziani che cercherò di mettermi in contatto con loro per saperne di più.
Lo Straniero mi stringe la mano. - Buona fortuna anche a te. Peccato che si nasca Stranieri e non lo si possa diventare, perché tu hai la stoffa per esserlo.
- Buona fortuna anche a te, Roberto, e grazie di tutto.
- Stranieri... - dice lui.
- In terra straniera, - aggiungo.
- Vedi? Cominci a comportarti come uno di noi.
 

La superficie del muro è grande e bianca.
Bruma estrae dallo zainetto che ha sulla schiena la sua scatola di matite colorate, e rapidamente comincia a disegnare sulla superficie del muro un paesaggio urbano.
- Che stai facendo?
- Apro una via d'uscita.
Guardo le sue mani che corrono veloci sull'intonaco. I capelli neri, il vento meridiano li trasforma in un nembo più scuro di quelli che il crepuscolo gravita sulla città. - Per dove?
- Per dove siamo venuti.
... la sua tecnica mi ricorda qualcosa o qualcuno, ma per quanti sforzi faccia non riesco assolutamente a ricordare. C'è un'insidiosa muraglia di pietre che non riesco ad attraversare e quella muraglia è la mia frastornata memoria.
- Ma la gente che vede i disegni, non sospetta di nulla?
Bruma si passa una mano sul viso. - I disegni si autodistruggono dopo il Transito... durano solo pochi minuti, il tempo di aprirsi una strada e scomparire. Ma il pericolo è che qualcuno ti veda all'opera.
- Starò di guardia, - dico io e mi metto ad osservare attorno, ma non vedo nulla e nessuno e il rilevatore che ho in mano non segnala nulla.
Quando Bruma ha terminato il disegno, attraverso l'aria qualcosa comincia a ronzare e il disegno sembra lento lento prender corpo e spazio e forma dinanzi a noi. Allora Bruma estrae dallo zaino i suoi pennelli e comincia a spargere colore su quelle strutture che velocemente si animano.
- Che Soglia è? Dove ci porta?
- Da dove siamo partiti, ma in un luogo in cui spero di non incontrare nessuno degli emissari dell'Altro Potere. - Il suo volto esplode in un buffo sorriso, mentre il sole che è alto chiama a raccolta tutti i demoni meridiani e dardeggia calore sulla Soglia e sui pennelli di Bruma che schizzano colore. Non ricordo quando ha cacciato via i Guastatori con il colore, ma certo doveva essere uno spettacolo come quel momento in cui la Soglia comincia a tribolare e splende di Luccicanza...
Lei ripone le sue cose nello zaino, e mi prende per mano. -Ora, ora è il momento di transitare!
... il Transito da Soglia a Soglia avviene istantaneamente, senza scossoni o tremiti o movimenti. L'Intermundia è un vuoto lattiginoso e amniotico che dura un secondo, e da quel luogo misterioso in cui fino ad allora ci stavamo trovando, di colpo siamo proiettati nuovamente nella vecchia Regio Gheennalis.
Ci mescoliamo tranquillamente ai cittadini che passeggiano lungo via XX Settembre. Gli uffici stanno chiudendo e le scuole aprono allo sciame degli studenti. Bar e paninoteche rigurgitano di persone. Nel Transito, mi dice Bruma, basta assumere indifferenza e muoversi senza dare nell'occhio per scapolarla, giacché nessuno si accorge, se ti muovi con naturalezza, che di colpo ti sei materializzato di fronte a lui.
- Ok, - faccio a Bruma. - Ora dimmi dove siamo e cosa sta accadendo. Chi sei tu, chi sono io, chi sono i Guastatori e il luogo da dove veniamo. E che facciamo qua. Se il passaggio inverso doveva farmi tornare la memoria, non l'ha fatto.
Bruma mi prende a braccetto e le unghie sfiorano il mio braccio. Un brivido mi serpeggia sotto il segno delle sue unghie e mi sale ai lombi e al cervello... cerco di cacciar via quei pensieri ricordando che mia figlia Rachel ha la stessa età di Bruma.
- Ci saranno mille orecchie che ti ascoltano, qui. Cerca di esser naturale, eh?
- Naturale?
- Sì. Almeno fino a quando non entreremo a Palazzo Ducale, a veder la mostra di Magnasco.
- Vuoi andare a vedere la mostra di Magnasco? Ora?
- Certamente, - dice lei - È uno dei luoghi che i Guastatori che hanno difficoltà ad affrontare. L'arte, in tutte le sue forme, risulta così incomprensibile da mandare in cortocircuito le loro funzioni neurovegetative. È per quello che il colore li disorienta.
Bruma adesso ha riassunto l'identità di una studentessa dell'Accademia, che forse è la sua vera realtà, e chiacchiera piacevolmente di Alessandro Magnasco mentre ci facciamo strada nelle eterne trincee che stanno dinanzi a Palazzo Ducale. Il traffico è completamente bloccato e la gente si destreggia a fatica fra gruppi di operai lucidi dal sudore e nerboruti, blocchi di pietra e furgoncini della manutenzione bloccati fra le reti arancioni. Le guardie municipali a fatica incanalano il traffico. Il colpo d'occhio su palazzo Ducale è impressionante, sembra uno sventrato campo di battaglia fra le macerie e la polvere ma ciò che maggiormente mi stupisce, devo dire, è come il caos sia aumentato dalla sera precedente.
Nell'atrio, a cui giungiamo dopo una sarabanda infernale che ci costringe a muoverci fra mucchi di sabbia e parallelepipedi pietrosi, non c'è poi molta gente. Facciamo i biglietti. Bruma continua a chiacchierare piacevolmente di Magnasco.
Passo i due biglietti alla ragazza che sta ai piedi dello scalone. Le ne straccia un angolino, con un cenno e un sorriso c'invita ad accomodarci. Saliamo ai piani superiori, un momento per guardare i tetti di lavagna e i comignoli della Regio Gheennalis, i campanili e le case vecchie prima che il Comune decida di abbatterli per costruire nuovi grattacieli.
- Ma chi sono? Voglio dire, chi... li ha generati, i Guastatori?
Bruma si passa una mano sul viso. - Chi lo sa? Improvvisamente sono comparsi... una trentina d'anni addietro. Li creò qualche Agenzia, qualche Ufficio che aveva bisogno di una manodopera poco costosa e molto efficiente. I primi esemplari furono segnalati durante la rivolta di Chicago, nel 1968...
- Mi ricordo. I vecchi beat e gli hippy intonarono una loro qualche pagana rogazione per cacciare via le forze del male, rappresentate allora dal sindaco Daley. Forse anche a Genova ne avremmo bisogno, per allontanare l'attuale sindaco e la sua corsa alla distruzione... come se volesse trasformare la città in un ufficio, o un supermercato, e tutto in vista di questo assurdo party...
Bruma ride. - Scusami, ma sei buffo quando fai così. Anche ieri... continuavi parlare del sindaco e della città e dei partiti che l'hanno ignobilmente governata. Sei proprio uno Stanziale.... non ti allontaneresti mai dalla città.
- E per andare dove?
- I tuoi amici hippy avevano una bella canzone che tiravano fuori per spiegare meglio questo concetto... aspetta... come faceva? - Sembra pensarci un po' sopra, si schiarisce la voce, cambia posizione e poi la sua voce si leva nel silenzio ed il vento immateriale, rotola lungo i tetti e gli abbaini e raccoglie tutte le parole, sembra rinforzare il suo canto: - HI JACK the starship carry 7000 people past the sun and our babes'll wander naked thru the cities of the Universe c'mon free minds free bodies free dope free music the day is on its way the day is ours...
Sento qualcosa che mi cola dagli occhi, e non è nostalgia.
 

La mostra di Magnasco ci tiene occupati fino a metà pomeriggio, anche perché riusciamo a consumare un simpatico spuntino, da buoni turisti, alla cafeteria del museo. Bruma dice che è meglio attendere che cali il buio per far ritorno a casa mia, ed io le dò ragione, anche se vorrei soprattutto dimenticare l'immagine dei Guastatori e di quella notte incredibile. Ma non ricordo chi sono stato, e questo è un problema.
Dopo pranzo Bruma, per ingannare il tempo, suggerisce di andare al cinema. Benché sia pericoloso, lo è meno che girare senza meta e poi i Guastatori non vanno al cinema. Di primo pomeriggio, mi ricordo d'esserci stato l'ultima volta quando mia figlia Rachel era bambina. Mi ritrovo però a vedere L'ultima tempesta di Peter Greenway, film che Bruma non conosce; e le piace tanto che mi costringe a vederlo due volte.
Usciamo che è buio. La sera inizia a calare in fretta a settembre, ma l'aria è ancora calda e l'autunno non comincia mai troppo presto a colorare il mondo della sua presenza. Porto Bruma a vedere la Regio Gheennalis, o meglio quel che il Sindaco (che ora comincio a pensare sia davvero un'emissario dell'Altro Potere) ha risparmiato della città, passando dal Ponte Monumentale. Il Sindaco deve essere un saiberpunch, perché ha tirato giù i vecchi edifici ottocenteschi costruendo grattacieli che sembrano alveari. Il post-moderno ha attecchito bene nella Regio Gheenalis, ma che io sia dannato se ai cittadini è mai piaciuto questo pechuork di stili.
Una strana, quasi ebbra allegria mi pervade le membra per questi strani giorni. Chissà perché, l'idea che una serie di eventi sconvolgenti abbia distrutto l'ordine, o almeno quello che io ricordo, della mia precedente esistenza, mi rallegra.
- No one remembers your name when you're strange, when you're strange, when you're strange...
O forse è la voce di Bruma che mi ha preso a braccetto, e canticchia questo vecchio hit dei Doors che io fischiettavo già... quando? Strange Days uscì nel 1967... io avevo... ventotto anni... bei tempi, eravamo tutti in piena rivolta...
Forse mi sto divertendo così, perché questa situazione mi ricorda proprio quegli "strani giorni"?
 

- È il caso che entriamo? - dico. - Non ricordo assolutamente quel quartiere e meno che mai l'appartamento in cui abito, ma tutto in quel mezzo buio mi appare sinistro.
- Per forza. È notte... la mia energia se ne sta nuovamente andando. Ho bisogno di riposare, di mangiare e di dormire. Non posso affrontare neanche un'ora, in questo modo.
- Ok. E se c'è qualcuno?
- Chi?
- La polizia, i Guastatori, il loro mandante...
- Chi ha la chiave di casa?
- Nessuno, neanche la mia donna. E comunque non è certo il tipo da darsi daffare per venire a cercarmi.
- E allora entriamo. I Guastatori non ci sono, perché l'apparecchio non li segnala. E quanto alla polizia, se ci scoprisse, inventerai una storia sulla tua fuga. Ho visto che te la cavi egregiamente, per essere uno Stanziale.
Sospiro così forte che nel buio potrebbero udirmi per tutta la Regio Gheennalis. Fino a ieri pomeriggio era un calmo e tranquillo sessantenne, ancorché ben conservato e passabilmente piacente, ed ora sono uno smemorato che se ne va in giro con una ragazzina che appartiene ad una strana etnia nomade, dotata di strani poteri, e sono braccati da tre golem e da qualcuno che combatte contro gli Dei. Se facessi lo scrittore di fantascienza, avrei materiale per scrivere un paio di romanzi.
Apro il cancello. Per fortuna il condominio in cui abito è vuoto o almeno attualmente occupato in altre faccende, e poche sono le luci accese. Traversiamo in silenzio il cortile. Nessuno sembra accorgersi di nulla. Apro il portone, faccio entrare Bruma e guardo dov'è il mio appartamento. Numero uno. Mi sembra di esser sul punto di compiere qualcosa di illegale, e mi domando il perché ma non riesco a capirlo... forse è il fatto di non riconoscere assolutamente nulla di ciò che mi sta attorno. Apro la porta e prima che qualcuno possa sentirci, apro velocemente la porta, faccio entrare Bruma e chiudo. Tiro un respiro di sollievo. Nel buio mi muovo a tentoni imprecando e finalmente trovo un interruttore della luce.
- Non accendere, - dice lei. - Potrebbero vederti dall'esterno.
... frammenti di memoria iniziano a riaffiorare...
- Una stanza per volta. - La luce che trapela dall'esterno, come raggi di luna, dalle tapparelle. Un veloce esercizio di fuga, di chiusura, di accensione. La luce è accesa nell'ingresso. Una stanza per volta.
- Una bella casa, - mormora Bruma.
- Già. Peccato che la riconosca solo per brandelli...
Mi muovo attorno, senza capire il perché ed il percome dei miei movimenti, stanza per stanza. Ciò che mi colpisce, della mia trascorsa abitazione, è il numero spropositato di oggetti che vi sono deposti, come se avessi trascorso quasi tutta la mia esistenza (e a questo punto comincio ad averne proprio il sospetto) a raccogliere cianfrusaglie.
- Ed è anche una casa molto grande, per una sola persona. - Bruma si guarda attorno perplessa - Ti dispiace se dò un'occhiata in giro?
- Figurati. Peccato che non posso illustrartene le bellezze... sono tutte nuove anche per me.
Libri... una studio colmo di libri. Una libreria. Apro una porta e finisco in una cucina, piuttosto spartana. Una seconda porta e una camera da letto.
- Sei sicuro di abitarci da solo? - La voce di Bruma giunge da lontano, attraverso le pareti.
- Sì... o almeno lo spero.
Una stanza che contiene vetrine e vetrinette. Le vetrine sono colme degli oggetti più disparati, che vanno da blocchi di minerali a conchiglie, da fossili a statuette di divinità di ogni tipo e religioni. Apro i cassetti e gli sportelli e scopro scatole di cartoline e classificatori di francobolli.
Incrocio Bruma in una specie di grande biblioteca, dove c'è anche una grande scrivania colma di scartoffie, e un vecchio computer dall'aria obsoleta. Non riconosco nulla di questi armadi metallici che contengono libri, scartafacci, fascicoli e pile di fogli.
- Tu devi esser ben conosciuto dal Collegio degli Stranieri. Te l'avevo detto che devi aver sangue nostro nelle vene.
- Vale a dire?
Lei indica i libri impilati sui ripiani. - Sono libri di viaggi, memorie e diari di esploratori, atlanti, testi di geografia, riviste di viaggi e di turismo. Tu devi esser stato uno studioso di nomadologia, nella vita che non ricordi. E dato che il Collegio tiene sempre in massimo interesse gli studiosi di viaggi, è facile che ti conosca, e che sappia qualcosa di te. Domani mi metterò in contatto con loro.
- Qualcosa, - rispondo, e come ipnotizzato continuo a scrutare i libri che ho davanti. - Qualcosa... guarda qui. In questi libri c'è il mio nome. Devo averli scritti io, benché non me lo ricordi affatto... forse ho scoperto qualcosa che ha a che fare con gli Stranieri, e quelli dell'Altro Potere se ne sono accorti.
- È possibile... ma se è, domani lo sapremo.
- Qui c'è una sala piena di dischi e cd, musicassette, videocassette, libri di arte... è il paradiso degli artisti, - mi avverte dopo la voce di Bruma. - Tua moglie e tua figlia avranno apprezzato, immagino.
Seguo la voce e arrivo nella sala in questione. Mi guardo attorno, e immagino di avere l'espressione di chi va scoprendo di sé tutta una serie di cose che non conosce.
- Penso che non fossero in grado di distinguere un impressionista da un concettuale, se è per questo. Ma quel che è peggio, è il fatto che la figlia abbia preso dalla madre. Non poteva prendere da me?
Bruma si materializza dal nulla. - Mi dispiace. Ma posso comunque rassicurarti di una cosa. Nessun Guastatore riuscirà mai a entrare qui dentro.
- Sì?
- Certo... non entrano mai, nemmeno per compiere qualche lavoro, in luoghi d'arte, di qualunque genere. Non entrano mai in luoghi di culto. Te l'ho spiegato; la loro intelligenza è limitata ad eseguire gli ordini... un compito che svolgono anche troppo bene, se vogliamo... ma che gli impedisce ogni contatto con la bellezza, con l'affettività, con l'estetica in ogni forma, con il sacro e lo spirituale, con la ragione nelle forme più alte. Se entrassero qui, - e indica una riproduzione di un quadro di William Blake che è appesa alla parete. - Solo alla vista di questo impazzirebbero. Ma non potrebbero mai oltrepassare neanche la soglia, perché proprio nell'ingresso c'è una grande statua del Dio Ganesha.
- Credo sia il mio Dio preferito... comunque, dopo questa notizia mi sento un po' più al sicuro. E dimmi una cosa: anche l'Altro Potere ne soffra, di questa sindrome?
- Certo. Mio padre mi diceva che gli schiavi dell'Altro Potere gli ricordavano i Biechi Blu, i cattivi del film Yellow Submarine... l'hai visto?
- Benché non sia mai stato un fan dei Beatles. Era un grande film a cartoni animati.
- Beh, mio padre diceva che erano proprio così. Che il sogno dell'Altro Potere è un mondo senza musica, senza colore, senza arte e spiritualità, senza risa, senza affetti.
- Beh, se quello è il sogno dell'Altro Potere, sembra che ci stiano riuscendo.
 

La perlustrazione della casa anziché sciogliere i miei interrogativi ne solleva di nuovi. Mentre Bruma fa la doccia e io organizzo una cena, la mia mente s'aggira per quei meandri che sono il mio passato, di cui la casa è soltanto un tenue filo d'Arianna.
Soprattutto mi ha colpito una cosa. Che in questa specie di grande magazzino di oggetti e libri, dove non c'è nessuna traccia di presenza femminile, abbia scoperto le foto di mia figlia (ma non di mia moglie e nemmeno della mia attuale donna) in un pannello di sughero, assieme a foto mie e dei miei amici e a fogli e foglietti e numeri di telefono e altre amenità. Mia figlia ha qualcosa di me, ma guardandola, non riesco a provare nessuna affettività nei suoi confronti, così come non ne provo per la mia casa o per gli amici che ho visto nelle foto.
Nessuna affettività per nessuno. La memoria si è portata via il passato, ma anche l'affettività del suo ricordo.
Ed è allora che per un attimo la Grande Muraglia s'infrange, e una fiammata spaventosa, come di un grande incendio, brucia nella mia memoria; con estrema vividezza - sono dinanzi ai fornelli e l'immagine della cucina viene cancellata da un fuoco eterno che scintilla contro un grande cielo stellato. Un dolore al fianco mi colpisce, una sorda fitta che mi lascia senza respiro. Mi aggrappo al bordo della tavola e barcollo...
... poi come è venuto se ne va. E io sono di nuovo l'uomo senza memoria.
 

- Ok, - dico alla fine della cena. - È ora di andarsene a letto. Ti preparerò quella che sembra essere la camera degli ospiti, benché io a malapena ricordi di averla usata.
Bruma sorride. - Pensavo che tu fossi uno di quelli a cui le donne cadono fra le braccia.
- Un tempo, forse. Adesso... ho quella donna, fino a quando durerà. - Per quanti sforzi faccia, non riesco neanche a ricordarne il nome - Poi sarà una delle tante che prima o poi si allontana.
- Non deve esser piacevole, comunque.
Alzo le spalle. Chissà perché ho voglia di fumare, benché sappia di aver smesso di fumare da tempo. Ma la vista di un mobiletto porta-pipe, adeguatamente ricolmo di arnesi di ogni fattura, dal chilum al calumet, mi ha messo addosso questa insana voglia. - Tu non hai nessuno? Voglio dire, un uomo... un... - Faccio un gesto con la mano destra, per significare qualcosa che non riesco ad esprimere. Ignoro i costumi degli Stranieri, ma se è per quello, anche i nostri. Non riesco a immaginarmi mentre parlo a Rachel dei suoi rapporti con il genere maschile.
Bruma scuote il capo. Un'ombra di malinconia trapela dai suoi occhi verdi, che nella luce quieta della cucina risplendono di una strana luce. - No, non ho nessuno. Nessun ragazzo, uomo o fidanzato.
- Beh, ce l'avrai avuto.
- No. Non sono mai stata di nessuno. Sono sempre stata sola.
Adesso mi sento molto imbarazzato. Non ho idea di come ci si comporti con una ragazza su questioni del genere; sicuramente in modo diverso da come abitualmente ci si comporta fra gli adulti.
- Volevo dire che... insomma, quando... quando hai qualcuno e questo qualcuno se ne va, sulle prima sembra una gran perdita, ma poi... poi si scopre che si vive benissimo anche senza. Che nulla di sostanziale è cambiato nella tua vita.
Bruma con i rebbi della forchetta sposta le briciole di pane e le allinea, le raduna, le trasforma in righe e poi in disegni. - Può darsi che tu abbia ragione. Io fino a sedici anni sono cresciuta con mio padre e mia madre... per noi Stranieri, te l'ho detto, è un continuo girovagare, inventarsi identità, lavori, modi di sopravvivenza. Cambiavamo città e tutto ricominciava daccapo. Ogni tanto ci univamo a qualche altra famiglia di Stranieri, restavamo per un anno in una città, poi partivamo di nuovo. Poi mio padre si stancò della famiglia e ci lasciò. Trascorsi un anno con mia madre, e scoprii che quello di "madre" era un ruolo che le andava stretto. Finiva sempre con il legarsi a qualcuno che era in procinto di effettuare il Transito da questo mondo ad un altra dimensione... forse in un altro pianeta. E per colpa mia doveva lasciar perdere. Quattro anni fa, una notte, a Benares, il partner di mia madre decise che voleva aprire una Soglia verso un pianeta che ruota attorno a Bellatrix... mi pare si chiamasse Henneberg.
- Bellatrix? - Mormoro, affascinato. Per me, che al di sotto di Roma non sono mai sceso, parlare di pianeti che a fatica vengono raggiunti dalle astronavi è quanto meno terrificante. Ma nel contempo riesce a darmi una piacevole scossa.
- Sì. Lo spazio... quello che noi chiamiamo Intermundia, è una specie di collante che unisce l'universo, qualcosa di simile all'anima stessa del mondo. - Sposta ancora le file di briciole, fino a creare una specie di fiore. - Puoi aprire Soglie in ogni luogo di cui tu sappia le coordinate, in qualunque parte dell'universo... e per gli Stranieri più esperti, anche oltre. - Alza il capo e mi guarda - Naturalmente gli Stanziali ignorano anche solo la nostra esistenza... così come l'hai sempre ignorata anche tu.
- E non pensi che dicendomi...
- Infranga qualcosa? Penso di potermi fidare di te. Quando io me ne sarò andata, sono certa che non andrai a raccontare in giro quanto ti ho detto. E se anche lo facessi nessuno ti crederebbe... se non quelli legati all'Altro Potere. Che sono i primi a tacitare la nostra esistenza, perché se gli Stanziali sapessero dell'esistenza di questa nostra razza... verrebbero a sapere della loro. E si ribellerebbero a tutto.
- Sì.
- Comunque sia... ti stavo dicendo. Mia madre non riuscì a partire con lui. Stette molto male. Ricordo bene quella notte a Benares; avevamo trovato alloggio presso i monaci di un tempio dedicato al Dio Ganesha, e sentivo nella notte le loro litanie. C'era una gran luna all'orizzonte e mia madre piangeva, e io sentivo che mi odiava. Così me ne andai nella notte di fronte al dio dalla testa di elefante e gli chiesi consiglio. Lasciai una lettera a mia madre, e ne lasciai una al Collegio degli Stranieri per spiegar loro la situazione. E da allora ho continuato a vagabondare per il mondo... ho incontrato tanti compagni di viaggio, uomini e donne. Ma gli uomini, quale fosse la loro età, finivano con l'innamorarsi di me, volevano portarmi a letto, sposarmi, aver dei figli. Così mi sono abituata a stare sola... a non appartenere a nessuno. Problemi in meno.
Mi sento sempre più imbarazzato. Mi sento uno che sta ficcando il naso nelle vicende altrui, e senza permesso. Riesco a dire, alla fine: - Non deve esser stato facile.
Un sorriso malinconico sul suo viso. - No. Ma noi Stranieri siamo così... come dicevi, stamane? Straniero sono alla Terra...
- Non nascondermi i tuoi precetti.
- Già. È la forza della nostra razza, ma anche la nostra maledizione... sai, alle volte penso a come possa essere l'idea di una vita normale. Di là, mentre preparavi la cena, ho visto le foto di tua figlia... devi esser stato un padre eccezionale, un uomo di cultura, un'artista, uno che tira sempre fuori dai guai la figlia... e mi chiedevo perché una ragazza che può aver tutto dalla vita, decida di seguire la propria madre... per cosa?
Sorrido. - Forse non le piacevano i miei quadri. O la musica che ascoltavo... era come sua madre, non le piacevano i miei libri e il mio disordine. Magari detestava la mia collezione di francobolli. Mia moglie, probabilmente, si annoiava a morte con me e voleva che la portassi a vedere qualche talk-show per rivedersi poi alla televisione. Magari mia figlia voleva andare in discoteca tutte le sere a impasticcarsi e io non la lasciavo. Chissà...
Bruma ha finito il suo mazzo di fiori con le briciole.
Mi alzo. - Vado a prepararti la camera. Tu vai a sentirti qualche disco, se vuoi... - Un altro sorriso mi si stira sulla faccia - Ho tutti i Doors al gran completo. Inediti compresi.
 

Quando torno dall'aver riassettato la camera degli ospiti, Bruma si è addormentata sul divano. Lo stereo suona, anziché i Doors, Bob Dylan, e potrebbe ripetere all'infinito Take me on a trip upon your magic swirling ship, my senses have been stripped, my hands can't feel to grip. Bruma ha l'aria molto tenera e molto indifesa, con il capo sulla pancia dell'Orso Tato (un grande orso di peluche che qualcuno mi deve aver regalato, ma non ricordo chi; l'Orso Tato ha grandi piedi e grandi orecchie e una maglietta da marinaio e ride), e un plaid gettato addosso.
Io la guardo per un po' e non so che accidente fare. Svegliarla? Mi dispiace. Così la tiro su e la prendo in braccio, e lei si aggrappa al mio collo e mormora qualcosa. Con la mano sinistra riesco ad afferrare l'Orso Tato, e porto entrambi nella camera degli ospiti. Lei si lamenta nel sonno, e io infilo tutti e due sotto le lenzuola, e poi sistemo bene il copriletto. Dò un bacio in fronte a Bruma, dico all'Orso Tato di fare la guardia e poi mi metto a perquisire tutta la casa, tenendo sempre d'occhio il mio rilevatore di Guastatori. Devo sapere qualcosa di più di me stesso.
 

Mi risveglio con la testa che è un insieme di immagini e di informazioni, ancora nella posizione in cui mi sono addormentato da poco, e cioè avvinghiato alla scrivania su cui tutto il mio passato è steso in larghe volute. Ho ricostruito in parte il mio passato e non è che mi piaccia particolarmente, a dire il vero, ma ci sono diverse zone oscure, diverse zone d'ombra, anzi, più sono le ombre che i frammenti conosciuti, ma è sufficiente comunque per ottenerne qualcosa. Mi è tornato in mente, in modo misterioso, parte della mia vita e di ciò che sapevo e non sapevo fare, ciò che ho vissuto e cosa no, e assieme a questo brandelli di ferite fiammeggianti... immagini di carceri... fuoco... fuoco...
Innanzitutto io sono un vecchio professore di storia del viaggio e delle esplorazioni geografiche in pensione forzata. Cioè, sono stato messo in pensione proprio quando l'università è stata privatizzata e il consiglio di amministrazione ha deciso che il mio insegnamento non serviva a nulla e l'ha sostituito con Tecnica dei mass media. (Se è per questo, tre cattedre di latino sono state accorpate in una e hanno inserito Marketing dell'editoria e anche Pubblicità e Propaganda. Antropologia e Storia delle Religioni le hanno fuse assieme però fa bella mostra di sé Storia del capitalismo...)
Il fatto che io sia un esperto di viaggi può spiegare la mia dromofobia. La pensione, invece, mi è costata il matrimonio perché mia moglie, quando, dieci anni addietro, fui estromesso dal circuito del lavoro, se ne andò con Rachel. (Ora vive con un docente di Storia e tecnica della televisione). Finanziariamente sto bene, ma solo perché mia moglie si è risposata e non devo più pagarle gli alimenti, e perché continuo a lavorare sottobanco con il mondo editoriale. Ho scritto diversi libri di viaggio, ho curato diverse memorie sul problema...
Ho anche un sacco di amici, come quelli che ricordo dalla serata della Festa che però sembrano esser tutti scomparsi, dal momento che nella segreteria telefonica non c'è nessun messaggio. Ho trovato diversi numeri di videofono (apparecchio che non posseggo) e altri inerenti alla posta elettronica della Rete (di cui non ho il terminale al computer) e sto pensando come contattare questa gente. Non ho trovato nessuna buona traccia del perché i Guastatori e l'Altro Potere mi stiano cercando, a parte che, nei miei studi, io non abbia inavvertitamente toccato qualche informazione relativa agli Stranieri.
E non c'è altro.
Ah sì, c'è ancora qualcosa... una Beretta a tamburo, otto colpi, canna corta, nera e lucida, assieme ad una fondina inside, di quelle che si legano alla schiena e una scatola di proiettili. Non ha nulla a che vedere con le moderne armi che lanciano aghi e sibilano al momento dello sparo; questa, se la memoria non m'inganna, tuona e credo sia capace di aprire un buco anche in Guastatore.
 

Bruma si sveglia che è piuttosto tardi. Fa una rapida comparsa per salutarmi e poi va a fare la doccia.
Quando torna, ha l'aria un pochino più sveglia ma non di troppo. Ha indosso il mio accappatoio ma non si è trascinata dietro l'Orso Tato.
- Ben svegliata, e benvenuta. Sei pronta a fare la colazione?
Sorride e si siede. - Mi hai lasciato dormire a lungo.
Le verso il latte e il caffè. - Avevi l'aria stanca.
- Due Transiti in due giorni, e doppi, perché ho dovuto far passare anche te, sono stancanti. - Sbadiglia, si passa una mano sul viso - Cerchiamo tutti di aprir meno Soglie possibili, perché è sempre un lavoro faticoso.
- Lo posso immaginare.
Bruma comincia a spalmare la marmellata sul pane. Ignoro come così magra riesca a mangiar tanto. - Ascolta, ho pensato a cosa potremmo fare. Innanzitutto trovare un posto pubblico per la Rete, e contattare il Collegio della Casa Madre, in modo da saper qualcosa su cosa possiamo sapere su di te e sul perché i Guastatori ti stiano cercando.
- Questa mi sembra una buona idea. E poi?
- E poi cercare di sapere perché nessuno sembra preoccuparsi della tua scomparsa. - Morde una fetta di pane, la mastica, la manda giù - Non ti sei chiesto perché nessuno dei tuoi amici ti ha chiamato... e nessuno è venuto a vedere se per caso eri tornato... e insomma, è come se il tuo rapimento fosse stato completamente rimosso dalla memoria degli altri? Eppure c'era tanta gente, quella sera. Tanti tuoi amici. E nessuno ha sporto denuncia, nessuno è venuto a vedere quello che stava accadendo... nessuno?
- Quello è un problema minore. - Non dico a Bruma che non è affatto strano; è normale, perché da tempo noi Stanziali siamo divenuti così estranei, l'uno all'altro, da non sapersi nemmeno più riconoscere.
 

Dalla parte opposta della casa c'è un giardino, e nel giardino un garage che contiene un vecchio Ducati Scrambler e una Lancia Appia che sembrano entrambe uscite dal museo dell'automobile. Bruma ne è deliziata.
Bruma ha nascosto i suoi capelli neri con una parrucca bionda che ho acquistato nella mattinata, porta lenti a contatto nere, e la sua carnagione è diventata bianca. Ha anche acquistato in peso e in statura. Un'opportuna serie di rughe fatte a matita hanno portato la sua età, con un po' di fortuna, a almeno quota venticinque.
Io mi sono tagliato i capelli cortissimi e li ho tinti di un bel biondo cenere. Una folta barba bionda cenere m'incornicia il mento, e, dato che non sopporto le lenti a contatto, un paio di occhiali scuri mi coprono gli occhi. Un abito grigio di lino, un colore che non indosserei mai, credo mi renda irriconoscibile perfino ai miei amici. Anch'io ho preso diversi chili in imbottiture.
La giornata è una calda giornata di settembre, anche se a tratti nuvolosa. La Regio Gheennalis è intasata di traffico già alle prime battute e si procede passo a passo, casa per casa, con la lentezza di un rastrellamento. Impieghiamo quasi mezz'ora per raggiungere il centro città, e un autonoleggio dove saliamo su una stescion-vegon assolutamente anonima, rispetto alla mia Lancia Appia. Bruma calcola che se fossimo andati a piedi avremmo impiegato la metà tempo. Ma i cittadini non possono vivere senza schiodare le chiappe dai loro automezzi, e li usano anche per scendere a comprare le sigarette, e così tutto procede con estrema lentezza.
Con l'autostrada giungiamo al limite estremo della conurbazione, Savona, controllando sempre che non ci siano Guastatori nelle vicinanze. Da Savona, in un posto pubblico, Bruma si collega in Rete con un secondo posto pubblico a Roma, che la collega con un sito clandestino di Londra, che la passa ad Amsterdam, e dopo non so quante giravolte fino a Ixtlan, anonima sede della Casa Madre.
Io me sto fuori dalla cabina, con il rilevatore in mano, come se stessi telefonando, e la mano destra sul fianco, molto vicina alla Beretta. Mi guardo attorno ma a parte la solita squilibrata umanità non trovo nessuno.
 

Siamo nuovamente sull'autostrada, in marcia verso la Regio Gheennalis. Le nuvole sono solo un residuo, alte nel cielo, ma la caligine e lo smog hanno creato una bella coltre rugginosa e marroniccia nel cielo e coprono l'orizzonte della conurbazione. Non voglio pensare allo stato dei nostri polmoni.
- Il Collegio ti conosce, - mi sta dicendo Bruma, ed ora ha una strana espressione mentre mi guarda. - E ti conosce molto bene. Ha seguito tutti i tuoi lavori da quando hai iniziato ad occuparti di viaggi, e ti ha tenuto strettamente d'occhio, perché aveva sempre il sospetto che tu fossi uno Straniero Territoriale.
- Uno Straniero Territoriale?
- Si chiamano così quelli di noi che non sentono il richiamo del viaggio. Dopo un po' di tempo fanno perdere ogni traccia al Collegio, s'impiantano in qualche città creandosi un'identità fittizia. Usano raramente il Transito, e restano come ibridi fra noi e gli Stanziali. Ma nonostante tutto continuano a pensare al viaggio, e questo desiderio lo sublimano in attività di tipo nomadico... scrivono, fanno film o girano documentari sui temi del viaggio, organizzano viaggi-avventura. Finiscono lentamente con il dimenticarsi d'esser stati Stranieri, e si convincono di esser sempre stati Stanziali. Ma parlano, sempre e comunque, di viaggi. Sono pericolosi per noi, perché tendono sempre, inconsciamente, a parlare della loro identità perduta...
- Vorresti dire che io potrei essere uno Straniero?
Bruma scuote il capo. - Forse. Ma io non sento la tua aura, e non l'ha sentita neanche Roberto. Qualcuno degli Anziani, forse, potrebbe leggerti, se volesse... e non è escluso che lo faccia, ma questo è un altro problema.
Una specie di piramide vetrosa e a specchi segnala l'entrata nell'area metropolitana di Genova, accanto a uno stupido orologio che segna quanti stupidi minuti mancano alla fine del falso secondo millennio. La periferia è una distesa di case, edifici sventrati, grattacieli, cortili invasi dalle male erbe, rottami di auto. Accanto a noi sfrecciano missili terra-terra che nelle intenzioni dei costruttori dovevano essere auto. La stescion-vegon ne è scossa.
- Dicono gli Anziani che tu, nei tuoi scritti, ti sei avvicinato a molte verità che solo gli Stranieri potevano conoscere... oltreché, naturalmente, gli Dei e l'Altro Potere. - Bruma mi lancia un'occhiata incerta. Da quando ha sentito gli Anziani, noto una certa... stranezza nei suoi comportamenti. Come se non sapesse bene cosa fare. - Questo può avere insospettito l'Altro Potere, che deciso a investigare su di te, ha mandato i Guastatori... è proprio questo che lascia perplessi gli Anziani... perché i Guastatori, e non un pugno di mercenari come usano di solito? Hanno usato i loro golem, pressoché invincibili per un uomo qualunque, quando sarebbe bastato muovere altri esseri umani... come se tu fossi uno Straniero, o temessero che tu fossi protetto da qualcuno, qualcuno capace di rintuzzare un rapimento condotto da umani...
- Non hanno capito. Era tutto per farci incontrare.
Bruma adesso sorride. - Spiegazioni, come sempre, non esistono... ma c'è qualcosa che ha colpito gli Anziani, e questo qualcosa si chiama Pico della Mirandola. Ti ricordi nulla di lui?
- Certo. Giovanni Pico della Mirandola, erudito, filosofo, studioso di qabbalàh ebraica e teorico della qabbalàh cristiana. Ho curato un'edizione dei suoi scritti qabbalistici... lo ricordo benissimo... ho scritto un articolo su di lui, non molto tempo fa, ed è uscito da una settimana su una rivista che si chiama La valigia dell'India. - Mi volto verso di lei - Questo l'ho scoperto ieri, naturalmente. Mi sono riletto l'articolo per schiarirmi le idee... ma era un articolo che parlava delle sue peregrinazioni e della sua misteriosa morte. Ho dei buchi grossi come una casa in testa, ma comincio a ricordare. Però non vedo che c'entri...
- Benissimo. Non lo sapevo neanch'io, ma Pico della Mirandola era uno Straniero.
- Uno Straniero? Pico della Mirandola?
- Certamente. E la sua misteriosa morte, naturalmente, non fu da attribuirsi a un qualche agente segreto del Vaticano, benché forse il Vaticano stesso c'entrasse in qualche modo... fu qualcuno dell'Altro Potere che lo uccise, perché Pico non andasse avanti con i suoi studi.
... un sibilo interrompe le nostre parole...
- Cosa succede? - domando a Bruma.
- Il rilevatore. - Apre lo zainetto e tira fuori il rilevatore. Sfiora i pulsanti e con la coda dell'occhio scorgo luci che si accendono e lampeggiano. - Abbiamo i Guastatori piuttosto vicini... - Orienta il rilevatore attorno - Sono dietro di noi. - Si volta - Devono essere in una di quelle auto che stanno giungendo, e di gran corsa.
- Bene, - dico io, e premo l'acceleratore - Quanto dista?
- Un paio di chilometri. Cosa hai intenzione di fare?
- Seminarli. Hai detto che non sono troppo intelligenti, vero?
- Sì. Ma con quest'auto... chissà su cosa saranno imbarcati.
- Non ti preoccupare. Dimmi soltanto quando li abbiamo in coda.
Premo l'acceleratore a tavoletta e la stescion vegon freme e vibra come se dovesse esplodere.
- Sono in coda, - mormora Bruma - Li vedo.
- D'accordo. Tienti forte a quello svincolo.
Bruma sbarra gli occhi. - Non vorrai...
- Certamente. Non posso mica tenermeli dietro.
Bruma chiude gli occhi, si stringe la cintura di sicurezza mentre cambio marcia e l'auto sale ancora di velocità. Nello specchietto retrovisore vedo l'auto e i tre Guastatori a cinquecento metri... a cento... a cinquanta...
- Ora. - Sterzo tutto a destra e la macchina slitta e sbanda e le giunture sembrano essere sul punto di saltare all'aria, ma la manovra, fortunosamente, riesce e raschiamo il gardreil lasciandoci solo la vernice e un po' di fiancata. Colti dallo spunto, i Guastatori proseguono sullo slancio e quando rimetto l'auto in carreggiata sento la loro frenata e i clacson che si alzano a tutta forza.
- Ce l'abbiamo fatta. - Infilo il casello battendo il codice con la sinistra e senza rallentare un istante. - Guarda il rilevatore.
Bruma è impallidita. La sua voce sembra spezzarsi: - Li abbiamo lasciati sull'autostrada, e ora stanno cercando di tornare indietro. Dove vuoi andare?
- Non lo so. E non so neanche come abbiano fatto a trovarci.
- Probabilmente qualcuno che era di guardia al posto pubblico della Rete ti ha riconosciuto. Devono aver diffuso il tuo identikit, dopo che gli sei sfuggito via.
- Vorrai dire che mi sono tagliato e tinto i capelli per niente?
- Avrà avuto uno scanner di quelli portatili in grado di ricostruire la tua immagine. Dare la caccia agli uomini è uno dei loro mestieri...
Continuo a correre lungo lo svincolo. - Fra poco saremo alla fine della periferia, e loro conoscono l'auto. Ti lascio al primo posteggio di taxi e cerco di filarmela per conto mio, d'accordo? - Dalla tasca tiro fuori il portafoglio - Prenditi i soldi in contanti, la carta di credito e il documento di mia figlia. - Frugo nell'altra tasca e tiro fuori le chiavi di casa - E prendi anche queste. Hai tempo di tornare a casa, fare i bagagli, prendere i soldi e scomparire.
Una nota secca nella sua voce. - Non penserai che ti lasci solo?
- Guarda il rilevatore! A quest'ora saranno tornati indietro, e fra poco li avrò alle costole. A me non faranno nulla, perché non so nulla e non c'entro nulla... ma tu sei una Straniera, lo ricordi? Hai una capsula di cianuro fra i denti, e sei troppo giovane per morire. Forza!
Bruma prende le chiavi di casa. - Non mi piace.
- Forza. Prenditi quel dannato portafoglio. Non c'è molto tempo. Lascia le chiavi di casa al giornalaio sotto casa, che è un ragazzo sveglio e fidato. Può darsi che ce la faccia a tornare.
Bruma esegue, ma non ne ha nessuna voglia. Intravedo una stazione di taxi e mi avvicino, freno. - Coraggio bella, e vai via... tra poco li avrò alle costole.
Lei scende, e fa il giro dell'auto, e poi si avvicina al mio finestrino. - Non voglio lasciarti solo.
- Forza! Mi sono divertito abbastanza, in questo gioco. Ora pensa a salvarti...
Lei mi stringe il braccio, china il capo e le sue labbra sfiorano le mie. - Buona fortuna, Straniero...
- In terra straniera...
L'ultima sua immagine alla stazione dei taxi, mentre mi saluta...
 

- Women seem wicked when you're unwanted, streets are uneven when you're down, when you're stranger...
Mi sento proprio allegro, mentre canticchio questa canzone e sfreccio via in mezzo al traffico inseguito dai Guastatori. Sono proprio giorni strani e mi sto divertendo un mondo, dopo una vita trascorsa in biblioteca e nelle aule dell'università a tracciare mappe immaginarie di viaggi incompiuti...
L'auto dei Guastatori è una Sfiziosa bianca e blu, una specie di macchina da record che i giovinastri bene usano per sfidarsi sulle autostrade, il cui limite massimo di velocità, grazie ai buoni uffici delle industrie automobilistiche è salito ai duecento orari.
L'ho inquadrata nello specchietto retrovisore che punta dietro di me, e abilmente si libera da ogni altro mezzo tallonandomi. Io cerco di staccarla e canticchio la canzone dei Doors e penso a Bruma che sta filando verso casa mia e poi un solo balzo fino a Ixtlan, e poi mi trovo nella montante marea del traffico serale con i semafori e gli attraversamenti e capisco che rimango inchiodato. Allora mi butto in una strada laterale e dopo un paio di curve, giro ad angolo retto e con una manovra spericolata incastro l'auto fra i marciapiedi.
La gente urla e si spaventa, mentre io scendo e scappo via di corsa, correndo attorno all'isolato. Mi lascio alle spalle il frastuono dello scontro. I Guastatori sono arrivati.
A furia di correre, mi raggiungono lungo l'area dismessa di una fabbrica, benché gli abbia svuotato il caricatore addosso e li abbia colpiti, ma acciaccandoli solo un po'... evidentemente i buchi che ho aperto nei loro corpi non sono sufficienti. Sono tre i Guastatori che mi sono addosso, e poi c'è un quarto uomo vestito di scuro, la cui faccia ricorda quella di un'ombra. Indossa sopra l'abito grigio un lungo spolverino nero e brandisce un fucile a canne mozze.
I quattro mi chiudono nell'area della fabbrica, fra un capannone e una gru. Attorno un reticolato che è impossibile scalare. Un mucchio di ferro arrugginito, che inutilmente cerco di scalare.
- Alza le mani, - grida l'uomo vestito di scuro. - E fermati. È inutile che continui a scappare.
Sono a tre metri da terra ed è inutile che continui a fuggire. - D'accordo... non tirate... ora vengo giù.
I Guastatori mi puntano addosso le loro armi.
- Chi sei? - domando all'uomo con lo spolverino. - E cosa vuoi da me?
L'uomo sorride. - Sono un Emissario di quello che voi chiamate l'Altro Potere. E tu sei la nostra preda.
- Sei uno di quelli che distruggono il mondo, - faccio io, mentre scendo stando attento a non cader di sotto. - Non è vero?
Salto a terra. Ho immediatamente in faccia l'Emissario, mentre i tre Guastatori mi stanno a distanza. Chissà perché non hanno più l'aria baldanzosa come la prima sera, sempre che siano gli stessi... non sono più traslucidi, ma hanno tanto i visi anonimi da risultare perfettamente riconoscibili. Guardo i buchi nei loro corpi e scopro di avere una buona mira. Dai buchi esce un liquido viscoso che non è sangue, ma gli somiglia.
- Sei uno di quelli che ha trasformato il mondo in un immondezzaio, non è vero? Di quelli che distruggono la Madre Terra.
- Questo è il progresso, - ribatte l'Emissario, piccato. - È la civiltà. Che cosa vai dicendo? Sono quelli come te che fermano la storia e il progresso del genere umano. Noi siamo il futuro.
- Io sono contrario a tutto ciò che è futuro, - rispondo. - E non venirmi a spacciar balle sulle modernità.
L'Emissario mi osserva senza interesse. - Sei un medievalista, insomma. Sei un relitto del passato. Hai costruito la tua nicchia e non vuoi che nessuno venga a mettere in discussione il tuo potere.
Sogghigno. Se ha voglia di giocare, lo posso accontentare comunque... l'antimodernità... l'essere inattuale è il mio cavallo di battaglia da molti anni. Ne ho fatto una seconda professione, benché neppure mi ricordi quale sia, nella mia vita trascorsa, la mia vera professione. - Non hai capito nulla... con il medioevo siamo già alle soglie della modernità. E poi il medioevo, come tutta l'era volgare, è già storia. Torna indietro, torna agli inizi del tempo, prima di ogni cosa. Torna nel mito, prima della nascita della storia.
- Prima della storia e del tempo, - mormora la voce dell'Emissario. - Non c'è nulla. È con la Creazione che comincia il tempo... e il tempo è un percorso rettilineo.
- Balle. Il tempo è ciclico, e noi attendiamo il compiersi dell'eterno ritorno dell'eguale.
L'Emissario ha un sussulto di risa. - Da dove ne vengo io, Nietzsche impreca nella pioggia di pece salvazione al Dioniso Crocefisso e Aurelio Agostino muove legioni di arcangeli in attesa di Armagheddon.
Con un gesto della mano indico l'orologio che conta i secondi che ci separano dall'anno 2000, che si scorge dietro le gru. Tutto quello che ho scritto e ho anche dimenticato su Pico della Mirandola, che sembra essere il vero motivo del contendere, mi torna alla memoria: - È quella Armagheddon... la vedi? È incisa nell'anno 2000 dell'era volgare, anzi, ad essere precisi, l'otto dicembre. Cinquecentoquattordici anni e 25 giorni da che Giovanni Pico della Mirandola pubblicò le sue novecento tesi, calcolando attraverso la qabbalàh la consumazione dei secoli. Questa stupida umanità che vorrebbe provare lo sciocco brivido dell'anno... il mille e non più mille... avrà appena tirato un respiro di sollievo che la profezia del mirandolano si compierà. E con la tua pelle e con quella dei tuoi uomini sintetici mi adornerò come si conviene ad un banchetto funebre. Ma non sulla piana di Meghiddo... sulla tomba della Madre Terra.
Il discorso deve averlo toccato, perché l'Emissario grugnisce e fa una smorfia. Si domina a fatica ed anche i suoi tre mercenari, per empatia, si agitano a loro volta. La profezia di Pico della Mirandola contiene qualcosa che deve nuocere all'Altro Potere, almeno a giudicare dalle reazioni del suo scherano. Infatti si muove ancora un po' poi mormora, secco: - Tutte balle. Il tempo è rettilineo, è nato con la Creazione...
- E finirà con la consumazione dei secoli. È la tesi numero nove delle Conclusiones secundum secretam doctrinam sapientiam hebraerorum di Pico.... ti consiglio di darci un'occhiata. Hai ancora un anno di tempo per vivere, chiunque tu sia. E poi io e te, fra chissà quanti eoni rifaremo questo dialogo esattamente come ora... o meglio; lo rifaremo con qualche variante, perché il demone di Nietzsche non potrebbe sopportare la noia di rivedere l'universo che scorre nuovamente come prima.
Lontano si ode una sirena. La Regio Gheennalis, in questa sua scura parte, è assolutamente insopportabile; rumore, auto, le sirene che squillano a piè sospinto.
Uno sbuffo alto di fumo si alza colorato nel cielo, cangia dal bianco candido al rosso d'inferno. Una sirena gli risponde. Un terzo sbuffo. Un fall-out di scorie radioattive si appresta a cadere sui malcapitati abitanti, sulle piante, sulle cose. La Madre Terra soggiace all'orrore dei nuovi padroni del mondo.
- Guarda laggiù, - indico all'Emissario lo spettacolo di quella malebolgia. - Guarda e chiediti se questo è il mondo che tu hai preparato.
Ora l'Emissario non riesce a tradire il suo nervosismo. Ignoro perché e percome, ma devo aver toccato un tasto dolente del suo essere. Il fucile che ha in mano dondola minaccioso aventi e indietro verso di me. - Il mondo si è preparato la propria fossa, senza bisogno che ci fossi ad aiutarlo a scavarsela... capisci? Da oltre duemila anni il genere umano ribatte i chiodi del proprio cataletto e spoglia la Madre Terra di ogni suo avere, così prezioso per tutti da costituire il bottino migliore. Io affretto solo questo processo in nome della modernità...
Lo interrompo. - Cos'è l'Altro Potere? E chi sono gli Dei?
Se il viso dell'Emissario non fosse coperto dalla sua stessa ombra penso si contorcerebbe in un ghigno. - Non lo sai?
- No. Dovrei saperlo?
- Certo che dovresti saperlo.
- Non so un accidente di nulla. Tutto ciò che conosco è che sono due giorni che continuo a correre avanti e indietro per la Regio Gheennalis e senza requie.
- Stai diventando uno Straniero.
- Sì. E forse potrebbe essere una condizione migliore...
L'Emissario scuote il capo. - Gli Stranieri sono quelli che minacciano, più d'ogni altra cosa, l'equilibrio stesso esistente fra i mondi. Entrano ed escono a loro piacimento in ogni livello di realtà e nessuno riesce a fermarli... ignoro quanti millenni sono trascorsi dal momento in cui il primo Emissario diede la caccia al primo Straniero, ma è uno scontro senza tregua. Eppure uno ad uno riusciremo a catturarli a distruggerli.
- Non ci pensare neanche.
L'Emissario indica i tre Guastatori. - Prima o poi riusciremo a creare dei golem più sofisticati, in grado di controbattere le loro illusioni. Allora né il colore, il suono, la musica, la danza o il movimento potranno stordirli e renderli inutilizzabili.
Non posso far a meno di ridere. - Per essere un alto Emissario dell'Altro Potere... qualcuno legato allo sterminio degli Stranieri, non mi sembra che tu abbia capito bene il loro modo di essere.

- Tu lo conosci, forse?
- No. Se lo conoscessi, avrei già trovato il mondo di scomparirti davanti lasciandoti con un palmo di naso. Ma immagino che se da una parte ci siete voi, e dall'altra gli Dei, e voi date la caccia agli Stranieri, molti di loro siano in diretto contatto con gli Dei.
- Gli Dei! - L'Emissario mi sbatte l'arma sotto il naso e la scuote. Sudo freddo all'idea che, inavvertitamente, un colpo potrebbe improvvisamente partirgli. - Gli Dei hanno in uggia gli Stranieri quasi quanto noi. Solo che sono più tolleranti, perché è il loro dominio che ha permesso la nascita del genere degli Stranieri. Sotto sotto, sono convinto che ad alcuni di loro gli Stranieri facciano comodo... il Dio degli ebrei, Adonai: è il dio di un popolo che ha dato i migliori Stranieri nel mondo...
- Può darsi... può darsi che gli Dei stessi siano Stranieri o viceversa. Hai mai pensato che la maggior parte degli Dei hanno vissuto errando sulla Terra?
L'Emissario abbassa la canna dell'arma e annuisce, interessato. Devo piacergli le discussioni teologiche. - È un'eresia che va sotto il nome di Teonomadismo. Ad esser sinceri, è un'eresia piuttosto suggestiva; sostiene che l'essere degli Dei deve necessariamente sostanziarsi in un'attività dinamica per manifestarsi nel mondo quotidiano, pena la sua stessa autoesclusione. Ma...
In quel momento un Guastatore si risveglia, come se l'avessero pizzicato. - Signore! Signore!
L'Emissario si volta verso di lui, seccato. Gli altri due Guastatori mi tengono d'occhio, ma non possono fare a meno di prestare orecchio al loro confratello che confabula.
L'Emissario annuisce un paio di volte, stringe i denti, strizza gli occhi, muove nervosamente la pistola. Poi si volta verso di me con un sorriso sinistro.
- Ci hanno comunicato che la ragazzina che era con te è riuscita a filarsela, seminando i miei uomini.
- Ne sono ben contento.
- E tu naturalmente ignori dove sia finita.
- Certo. Perché pensi che se fossi in grado di saperlo resterei qui con voi?
L'Emissario non sopporta il mio tono canzonatorio, e sibila, rabbiosamente. - Sei troppo vecchio per sbattertela, uomo, te ne rendi conto? Potrebbe esser tua figlia... se la starà facendo lustrare da qualche altro Straniero più giovane.
È un momento. Il momento dopo l'Emissario ha perso il fucile e quando rialzo il pezzo di tubo a cui mi sono avvicinato lentamente in quella lunga chiacchierata, è solo per darglierlo in testa.
L'Emissario rotola a terra imprecando. Il Guastatore più vicino mi salta addosso e mi prende per un braccio, ma nel mentre che mi volto per colpirlo il suo corpo diventa traslucido - brilla - e si dissolve in un'ombra.
Io guardo il vuoto dove prima c'era lui - gli altri due Guastatori, inorriditi, fissano ora me ora il nulla e la cenere impalpabile che un refolo di vento porta via.
Poi la voce dell'Emissario. - Via! Andatevene via, prima che ci cancelli! Via tutti!
Dò un colpo di tubo all'Emissario per azzittirlo e corro verso i Guastatori, che si gettano in due diverse direzioni cercando di starmi più alla larga possibile. Salto addosso ad uno ma mi sfugge via. Scorgo l'Emissario che si è rialzato e corre via urlando. - Non fatevi avvicinare! Non è un essere umano... nessun essere umano sarebbe riuscito a colpirmi... scappate!
Adesso i Guastatori corrono assieme all'Emissario lungo la strada con grandi falcate, ma io non ho fiato sufficiente per tener loro dietro. Li vedo svoltare l'angolo di un grande casermone abbandonato, li vedo che corrono lungo i binari della ferrovia e s'allontanano sempre di più.
Rimango con il mio pezzo di tubo in mano, la schiena poggiata ad un muro, con il cuore che batte come tamburo, mentre cerco di respirare il più a fondo possibile. Tutta l'aria dell'universo non basterebbe a saziarmi, ma ad ogni respiro lentamente la situazione migliora.
Quando comincio a star meglio, mi guardo attorno e cerco una via d'uscita. Domandandomi perché il Guastatore si sia dissolto appena mi ha toccato, e perché abbia abbattuto l'Emissario dell'Altro Potere... perché diceva che non sono un essere umano?
 

Il crepuscolo scende su Regio Gheennalis veloce e intenso, e lascia appena trasparire sulle travature rugginose il rosso magenta dell'ultimo sole. Se ci fosse qui Bruma, dico fra me e me, direbbe che è l'ora di ritirarsi...
Scende il crepuscolo e scendono stanchezza e malinconia. Ho recuperato il revolver e l'ho ricaricato. Sono nei quartieri industriali di Cornigliano e sto marciando in una vecchia fabbrica abbandonata, gettando sguardi sospettosi negli anfratti bui fra le macerie, le baracche di lamiera, un vagone abbandonato su un binario morto, un rottame d'auto, un grosso cumulo di oggetti arrugginiti. La nuova municipalità ha investito tutto sulle fabbriche di quest'area, e ha cementato quel poco di verde che restava lungo le valli e così adesso sono costretto a muovermi in un labirinto di cemento e ruggine, giacché le fabbriche hanno presto cessato di esistere, perché la globalizzazione non lascia spazi poco produttivi dietro di sé. Al di là dei cancelli scorgo un lungo incolonnamento di auto, assolutamente immobili, con i lampeggianti accesi e le luci di posizione che paiono fuochi fatui... auto e auto a distesa, e uomini dentro beati dalla felicità di esser racchiusi là dentro. Il vento invece mi è compagno e la sua voce mi riporta alla memoria le parole di Bruma a proposito dell'astronave Hi Jack... com'era quella canzone?
Dove sarà Bruma?
 

Quando sono fuori dalla fabbrica, dopo almeno una ventina di minuti, m'infilo il pezzo di tubo sotto il giubbotto in modo che non si veda. Alla mia sinistra la coda interminabile continua, le auto viaggiano a passo d'uomo in un'atmosfera ammorbante, e alla mia destra le insegne scassate dei bar lampeggiano sinistre. Bande intere di brutti ceffi di ogni età se ne stanno a discutere del prossimo millennio, anche loro contagiati dalla follia collettiva che riesce a dar significati metafisici a eventi assolutamente incidentali.
Guardando la gente che mi sta attorno, comincio a pensare che quello che mi diceva l'Emissario non fosse poi sbagliato. Ci siamo scavati la fossa un giorno dopo l'altro e continuiamo a farlo.
 

Quando sono fuori dai quartieri industriali, continuo a muovermi nella sera. Penso a Bruma e mi domando quale Soglia avrà aperto, in quale luogo si sarà defilata... poi guardo la strada bloccata da un incidente stradale e le luci che lampeggiano distanti, e decido di deviare il mio cammino in una strada poco frequentata e buia... l'ideale per un'imboscata, ma penso che oramai tutto la Regio Gheennalis sia il luogo adatto per attirarmi e che oramai non ci sia più scampo... poi e laggiù c'è troppa polizia, pubblica e privata...
Faccio neanche centro metri in quel budello che si restringe, infatti, e una voce intima di fermarmi.
Mi volto e vedo l'Emissario dell'Altro Potere da un lato della strada.
- Ma non stavi scappando, tu? - lo apostrofo, irridente.
Una voce alle mie spalle. - Perché era solo... adesso che siamo in tanti, non puoi farci più nulla.
Mi volto e vedo un altro Emissario. E un secondo. Un terzo. La strada è imbottigliata da almeno una ventina di Emissari, che stanno fianco a fianco. Sono tutti eguali, con lo stesso viso d'ombra che li rende indistinguibili l'uno dall'altro, gli stessi abiti scuri, spolverini e giacche di lino e calzoni, gli uomini, gonne e abiti estivi e scamiciati le donne... un'eternità di visi d'ombra che hanno sopravvissuto il tempo a loro stessi.
Tiro fuori la rivoltella e il tubo da sotto il giubbotto. - Può darsi che non possa farvi nulla, ma comunque voglio provarci.
Uno degli Emissari, dalla sua faccia d'ombra ride.
- Getta via quell'inutile arma e quel pezzo di tubo. Non hai nessuna possibilità di scamparla.
Sento uno strano armeggiare nelle mani degli Emissari, e mi volto ora verso una fila, ora verso l'altra. Dal nulla escono fuori bastoni che terminano con un cappio, manette e corde, lacci e reti. - Cosa volete da me?
- Te l'ho già detto. Che vieni con noi. Hai delle informazioni che ci servono, che ci sono preziose... qualcosa che ci può permettere di risalire al Collegio degli Stranieri, in questa lotta che ci oppone a loro da secoli.
Un brivido di freddo mi attraversa. Ora mi viene in mente tutto quello che mi ha detto Bruma a proposito della Casa Madre, dove è, dove si trova, e ricordo, almeno inconsciamente, il codice che l'ha messa in contatto con Ixtlan. Se mi prendono, ci metteranno meno di dieci minuti a somministrarmi una qualche droga e a farmi parlare. Venderò in un sol colpo tutti gli Stranieri.
Sento il cuore che comincia a battere più forte. C'è una soluzione ed è la canna del revolver che tengo in mano.
- D'accordo, - dice qualcun altro. - Butta l'arma. Ti leggeremo dentro e poi ti lasceremo andare.
Il sudore mi cola sul viso e m'intride i capelli. La mano con cui stringo il revolver mi trema e non riesco a tenerla ferma. So che l'unica soluzione possibile è questa, ma la scelta della morte è una scelta disperata. Poi qualcosa si sblocca e alzo la canna e la me infilo in bocca.
- Attenti! - grida qualcuno. - Sta per uccidersi!
Sento del movimento proprio mentre sto schiacciando il grilletto. Mille mani mi afferrano ma il fuoco torna sopra di me, sopra i miei occhi, cancella la realtà che mi circonda e un'aquila gira alta nel cielo, sopra di me mentre il dolore al fianco diventa insopportabile. Delle urla che non hanno nulla di umano bucano le fiamme.
- Via tutti! - grida qualcuno. - Non lo toccate! Via tutti!
Mi sento che sto rotolando a terra, ma di quelle mani non c'è più nessuna che mi trattenga. L'asfalto è caldo e sporco, puzzolente, e ne respiro l'odore denso. Il fianco mi duole come se artigli di fuoco lo stessero straziando e l'aquila ruota ancora nel cielo. Ma il fuoco è alto e forte, e lambisce la volta stellata un grande incendio.
- Non lo sapevamo, - mormora qualcuno. - My Lord, non potevamo saperlo.
La paura risuona in un'altra voce. - Ho detto che non era un essere umano, My Lord, ho chiesto aiuto. Come potevo sapere che era un Dio decaduto? Chi ci ha mai insegnato che gli Dei potessero rinnegare la propria origine e scendere in mezzo agli uomini?
- My Lord, - supplica una voce. - Abbi pietà di noi. Come potevamo sapere che dentro di lui si celava il Ladro del Fuoco?
 

- People are strange, when you're a stranger, faces look ugly, when you're alone...
Ascolto la voce di Bruma che sta canticchiando quella vecchia canzone dei Doors, quando riapro gli occhi. Ma non è la sua voce, è il vento che filtra dal tessuto della tenda color sabbia. Il vento conosce tante canzoni ed è dagli anni Settanta che le trascina con sé, per chi riesce ad ascoltare.
- Va tutto bene? - La prima immagine che entra nel mio campo visivo è quella di un distinto e anziano viso, i cui occhi sono grigi come il ferro. Metto a fuoco lentamente i suoi tratti, la pelle scura e i capelli lunghi, nerissimi, che fuoriescono da un turbante bianco.
- Credo di sì.
La seconda immagine è altrettanto augusta e altrettanto antica. Ha la pelle un po' più chiara, e gli occhi incredibilmente azzurri in un reticolo di rughe. Una folta barba bianca gli orna il viso, due riccioli laterali gli ornano il viso. Ha in testa una kippàh.
- Nessun danno, nessuna lesione... non sei riuscito a farcela, per tua fortuna. Per una volta devi esser grato agli Emissari dell'Altro Potere.
- Cos'è successo? - domando, con un certo sforzo.
Il terzo viso è un viso femminile. Meno antico dei precedenti, denuncia comunque anni e anni benché la sua pelle sia liscia e i suoi capelli, neri al punto da sembrare blu.
- Hai cercato di ucciderti e gli Emissari dell'Altro Potere si sono gettati addosso a te per fermarti. Noi stavamo battendo la zona in auto, guidati da Bruma, e siamo giunti in tempo per vedere un lampo che si liberava dal tuo corpo. Metà degli Emissari sono rimasti folgorati. Poi c'è stato il tuono e la pioggia, e qualche Alto Emissario dell'Altro Potere è sceso come la pioggia su di noi e si è ripreso i suoi Emissari. Nessun Emissario può toccare un Dio, ancorché decaduto... solo agli Dei è concesso toccare i propri simili. Per noi è diverso; noi siamo Stranieri, non apparteniamo a nessuna delle due fazioni in lotta. Noi ti abbiamo raccolto.
Chiudo gli occhi e millenni di tempo trascorso scorrono dinanzi a me, dai giorni della Creazione fino ad oggi. E per ognuno di essi io ho un ricordo, da quando m'improvvisai Ladro del Fuoco e fui esiliato sulla terra.
- È orribile.
La donna sorride, e mi porge un bicchiere d'acqua. Mi tirano su il capo e mi aiutano a bere. - Gli orrori sono infiniti, e infinita la loro storia. Bevi.
Butto giù un sorso d'acqua. - E Bruma?
- Ha fatto in tempo ad aprire una Soglia e a fuggire fino a Ixtlan. Ci ha guidato lei fino a Genova. Ora è fuori che aspetta che ti riprenda.
- Dove siamo?
- Adesso? In un punto del Naghev lontano da ogni insediamento umano. Nessuno, né uomo, né Dio, riuscirà trovarti.
- Abbiamo apprezzato molto il tuo tentativo di suicidio perché la nostra ubicazione non cadesse nelle mani dell'Altro Potere. Quando ti sarai ripreso, potrai decidere se far cancellare la tua identità e sostituirla con una simile, così che nessuno possa più ritrovarti.
Tiro un profondo respiro. - Cosa c'è di vero in quello che ricordo?
- Tutto. Tu fosti uno degli Dei e a loro ti ribellasti per amore degli uomini. Fosti cacciato in esilio, e da allora, proprio come uno Straniero, continui a muoverti per questo mondo ma senza avere memoria delle vite trascorse. Nel carcere di Vincennes conoscesti Giovanni Pico della Mirandola che grazie alla qabbalàh capì chi eri stato, e fece in modo che le sue conoscenze di Straniero fossero ben sepolte nella tua mente, perché non si fidava a confidarle a nessuno. Poi Pico venne ucciso, prima di riuscire ad avvisare qualche altro Straniero della sua consegna. Moristi anche tu e rinascesti diverse altre volte e sempre come un vagabondo, seguendo il tuo karma... poi sia noi che gli Emissari, che ti tenevamo d'occhio, venimmo a conoscenza dei tuoi studi su Pico. Loro furono più veloci a mandarti dietro i loro sgherri.
- Il Transito ti privò temporaneamente della tua memoria in questa vita, ma fece anche in modo che qualche frammento delle tue vite precedenti iniziasse a riaffiorare. Poi ti abbiamo trovato, e abbiamo letto la tua mente e sappiamo quello che Pico della Mirandola voleva insegnarci sulla nostra razza, e soprattutto che i suoi calcoli erano giusti... al mondo non resta più molto da vivere. Un anno.
- L'Altro Potere?
- L'Altro Potere non è che la faccia scura degli Dei, e gli Dei non sono altro che creazioni umane. Di questo mondo non resterà più nulla, ma prima, noi tutti Stranieri lo avremo abbandonato.
- Loro lo sanno?
- Gli Dei e l'Altro Potere? Non abbiamo ritenuto opportuno comunicargli questa informazione. Potrebbero incrudelire contro gli esseri umani, più di quanto non vogliano. Il mondo è il loro campo di battaglia... stanno giocando la loro guerra... la fine colpirà di sorpresa anche loro.
- Non c'è nessuna possibilità di fermarli?
- Se esistesse, Pico non avrebbe predetto la fine. La fine esiste perché è già stata scritta.
- Mi lascio cadere con tutto il peso dell'universo.
- La donna mi poggia le mani sulla fronte, e una specie di sonno mi confonde. - Riposati.
Un riverberare di immagini nel buio che sopraggiunge. Adesso tocca a me sorridere. - Vi ho riconosciuti... tutti e tre... un tempo ci conoscevamo... tu sei Avràham, tu sei Krishna, e tu sei Isis... un tempo eravate anche voi Dei.
- E anche noi fummo esiliati. Adesso dormi, Ladro del Fuoco.
 

Ora il cielo è una manciata di pietre preziose azzurre e turchesi, oltre mare e oltreoceano. Diaspri bianchi come cirri-meduse vengono soffiati da un vento immateriale fino ai margini del nulla, mentre le ore scattano l'una dopo l'altra dinanzi al mio neonato Terzo Occhio, e per ogni ora in sovrimpressione riverberano le immagini future.
Sono seduto su un tappeto di preghiera in mezzo al deserto, e mi sto esercitando in una delle arti dimenticate degli Dei.
- Non sarà Armagheddon, - sussurra Bruma, seduta al mio fianco. - Ma il tuo Pico della Mirandola aveva ragione. Se non sarà l'otto dicembre, sarà presto.
Immagini di folli tribuni impegnati a raggelare l'ambiente con le loro trucide parole... una colonna di teste rasate-camicie brune-rotti in culo alza i vessilli del Reich sopra la nuova Berlino... risorge il Signore della Svastica e il suo sogno d'acciaio... la Mezzaluna risplende nel cielo sanguigno del deserto... una centrale atomica si dissolve in un fungo magico e sortisce effetti psidechelici su chi ne inala i vapori... incombe la desertificazione e aumenta la popolazione in tutto il mondo... un nuovo Uomo della Provvidenza prende il potere mediatico a Roma... un vasto incendio riduce in cenere il Mato Grasso... a Jerushalaim si combatte strada per strada... le profezie di Nostradamus si compiono fino all'ultima... sale sul soglio pontificio l'ultimo papa, Pietro II, e legge a tutti l'ultima sua enciclica, il Mysterium Iniquitatis...
- Non voglio vedere più nulla.
- È un mondo che ti appartiene... tu stesso ne hai tessuto la forma. Non puoi ora tirarti indietro.
- Arriverà uno degli Dei, - mormoro, leggendo il futuro nel mio stesso emisfero cerebrale. - Danzando al suono del tamburello e ad ogni passo distruggerà i mondi... Shiva Nataraja, Signore delle Danza. Erano questi i segreti di Pico della Mirandola... l'unico Straniero in grado di leggere il futuro come un Dio...
- Quel che sarà. - Bruma è seduta accanto a me e sebbene non abbia il mio Terzo Occhio, ha letto nelle mie parole il futuro che neanche gli altri tre Dei decaduti conoscevano - Non credo importi più a nessuno. Io sarò lontana anni luce. Non ho voglia di attendere un'improbabile era acquariana qui, fra le fiamme. Il mondo mi è diventato troppo stretto, in questi giorni.
- Ok. E allora?
- Non hai ancora capito? - Fece lei.
- No, - Risposi - no. Non ho capito assolutamente nulla. L'unico punto che mi è chiaro, in questa straordinaria avventura, è che negli ultimi due giorni tutti gli eventi più impensati mi sono accaduti, l'uno dopo l'altro. Sono stato protagonista di ogni possibile orrore, ma se ti domandassi se gli orrori sono finiti, so già che mi risponderesti di no; che altri e ancora devono verificarsi, e sono tutti alla nostra portata... - Sorrido fra me - e non riesco ancora a pensare d'esser stato un Dio, una volta.
C'è come un canto di voci nell'aria, ed è il vento. Il vento scompiglia i capelli di Bruma e s'intreccia fra di essi come una canzone. Lei scuote il vento con un gesto della mano, e il vento scende da lei e riprende la sua corsa. Nel vedere quell'immagine comprendo che non sarò più in grado di riprendere a vivere la mia quotidiana esistenza, perché dovrei rinunciare a capire il vento.
 

Altri giorni, altri strani giorni.
Nell'accampamento del Neghev c'è un muro bianco e calcinato, proprio dietro le tende che ospitavano gli altri Stranieri che un tempo furono Dei, che mi hanno vegliato fino ad ora, e che con gli ultimi consigli se sono andati perché gli Stranieri nessuno riesce a tenerli troppo a lungo nello stesso luogo.
Bruma trae dal suo zainetto la scatola dei colori e le matite, trae l'album da disegno e schizza velocemente un paesaggio desertico, quali si possono ancora intravedere nelle aree messicane. Io resto a guardarla mentre disegna e immagino ogni particolare di quello che sta facendo; proprio come avrei immaginato qualunque altro abbozzo potesse preparare. Plotino, in uno dei libri delle Enneadi scrisse che prima ancora di esistere nella materia, l'opera d'arte esistete già nella mente dell'artista; bene; ad onta di tutte le moderne interpretazioni di tipo psicologico e strutturalistico, io continuo a pensare che Plotino avesse compreso perfettamente che il bello esiste di per sé, come un valore eterno e incommensurabile nel Mondo delle Idee.
Bruma termina il suo schizzo desertico, e lo depone a terra.
C'è un nembo di malinconia nel suo sguardo. - Adesso aprirò una Soglia verso Ixtlan, verso la Casa Madre, una Soglia che durerà soltanto pochi minuti, chiudendosi subito dopo. Quindi pensa bene a ciò che hai intenzione di fare.
- Cosa ho intenzione di fare?
Lei alza le spalle. - Lo ignoro. Puoi scegliere di continuare a vivere in questo mondo. A Jerushalaim troverai un contatto, gli Anziani cancelleranno ogni tuo ricordo su di noi, in modo che né gli Dei né l'Altro Potere, se ti catturassero, ci possano trovare. Se vuoi cancelleranno anche i ricordi delle tue vite passate, in modo che tu possa riprendere, in un'altra città, in un'altra nazione, un'esistenza almeno simile a quella che hai sempre vissuto. Oppure puoi conservare la tua memoria di Dio decaduto: potrai lottare contro questo mondo e contro le sue forme che l'una dopo l'altra strangolano gli esseri viventi. Hai rinunciato alla tua forma di Dio per aiutare gli uomini, e gli uomini ti hanno dimenticato e hanno fatto tutto quanto era possibile per distruggere la Madre Terra... ma ora ne sai abbastanza. Potrai tornare nel mondo e batterti contro l'Altro Potere.
- Quand'ero ragazzo, - dissi. - Pensavo sempre che se fossi riuscito a impadronirmi di quei poteri di cui gli yoghi sembravano dotati, avrei potuto metterli al servizio della rivoluzione.
- Forse quello è il tuo destino. Ti hanno chiamato Prometeo, no?
- Sono stato Prometeo, sì... ma non se quello sia davvero il mio destino.
- Forse il tuo destino è venire via assieme a me, come tutti gli Stranieri... benché tu degli Stranieri sia stato uno dei capostipiti. Imparerai a fuggire da una parte all'altra dell'universo. I suoi orizzonti sono infiniti, hai già avuto modo di provarlo. Potrai muoverti per lo spazio di questo e degli altri mondi, sotto forma di corpo o di qualunque altra forma che la tua mente conscia saprà adattare agli spazi che esistono fra un mondo e l'altro. - Si tira indietro i capelli e sorride - Ti ci vorrà un po' di tempo per abituarti, per padroneggiare queste tecniche. Ma io e gli Stranieri che incontreremo per via, ti aiuteremo. Ma sei tu che devi decidere.
- Però, - ribatto io. - Puoi dirmi quali sono le buone ragioni per una scelta o per l'altra.
Ora il vento ha cominciato a rinforzare, come se la canzone che stava seguendo avesse improvvisamente cambiato. Bruma è dinanzi a me, e il vento le attorciglia i capelli e le fa svolazzare la camicia.
- Sei tu che devi decidere. Io verrò comunque con te, quale sia la tua scelta.
Sorride, e dentro il verde dei suoi occhi sfavillano gli infiniti orizzonti dell'universo.


Novembre 1997
IntercoM