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OSCAR n. 2099 - Mondadori, Milano, 1989 |
Stephen King, ovvero lo scrittore che
più di ogni altro ha contribuito con i propri soggetti al cinema
di SF/horror degli anni '80. La recensione di un'opera di King non può
prescindere da questo fatto, tanto più che anche il libro in esame
è diventato materiale cinematografico (L'implacabile, The running
man). Probabilmente proprio l'uscita di questo film ha fatto si che la
Mondadori decidesse di ristampare il romanzo, scritto nel 1982, già
pubblicato precedentemente su Urania e in altra edizione sempre su Oscar.
È la migliore occasione per parlare di uno scrittore importante
di questi anni, anche se non particolarmente legato alla narrativa di SF.
Spero mi si perdonerà il fatto che in questa recensione si parla
di cinema quanto (e forse più) di letteratura: ma è l'oggetto
dell'esame, come vedremo, a richiederlo.
La SP cinematografica ha subito nell'ultimo
decennio una trasformazione espressiva non indifferente, sotto la spinta
di una maggiore "coscienza del mezzo" da parte di alcuni registi (Scott,
Carpenter, Cronenberg, Mulcahy, solo per citarne alcuni) che sulla scia
di precursori per lo più isolati (Kubrick, Coppola su tutti) hanno
portato sullo schermo opere sempre più raffinate dal punto di vista
tecnico-formale (Blade Runner, da questo punto di vista, può essere
considerato il capostipite). La principale caratteristica di questo cinema
sembra essere l'azione, la dinamica, la velocità, unite ad una straordinaria
capacità di "concentrazione" dell'informazione, raggiungibile grazie
alla sinergia dei numerosi canali espressivi che il mezzo filmico fornisce.
Il tutto si traduce in un montaggio rapido e "ritmato" di immagini estremamente
raffinate, non solo dal punto di vista della fotografia, ma anche della
scenografia, del punto di ripresa, nonché del dialogo e del commento
musicale.
Cosa può avere spinto questo
tipo dì cinema a ricercare i propri soggetti nella narrativa di
Stephen King? È possibile forse stabilire dei "paralleli", sicuramente
azzardati, tra tecniche espressive cinematografiche e letterarie? Se è
innegabile il fatto che Blade Runner abbia influenzato in maniera abbastanza
pesante alcuni prodotti del movimento "cyberpunk", rimane da accertare
se sia possibile il passaggio inverso, ovvero se l'opera di uno scrittore
possa influenzare, direttamente (Cronenberg e Carpenter, per esempio) o
indirettamente, un vasto movimento di autori di cinema.
È bene subito precisare che
qui non si parlerà di "idee". È innegabile che la letteratura
e il cinema di SF (e non solo di SF) negli ultimi anni non ha prodotto
una significativa evoluzione dei propri "temi", ma solo (!?) una maggior
consapevolezza del mezzo espressivo, quindi una maggior raffinatezza di
espressione. Il che ovviamente non significa che la SP dica sempre le stesse
cose da quand'è nata ad oggi. Sarebbe come dire che due film come
L'esperimento del dottor K e La mosca sono uguali solo per l'identità
del soggetto. La forma dell'espressione è parte integrante della
significazione di un'opera e concorre a definirla nell'ottica di una lettura
totale del testo letterario. E naturalmente, al di là delle strutture
di genere, la tecnica espressiva e frutto dell'evoluzione storico-letteraria
dell'autore e quindi dell'epoca in cui vive. Per fare un esempio ancora
in campo cinematografico, il sempre più frequente ricorso ad un
linguaggio filmico "pubblicitario" deriva evidentemente dalla rilevanza
che tale tipo di linguaggio ha ormai nella società occidentale euro-americana,
tanto che moltissimi dei più acclamati registi di questo decennio
vengono dagli spot. E sarebbe un grave errore negare a questo linguaggio
una valenza significativa al di là della supposta "eleganza" dell'immagine.
Ma questo e un discorso che sembra non essere molto recepito neanche dalla
critica "blasonata", che sembra preferire i sani "mattoni" provenienti
da certo cinema europeo, sicuramente più rassicuranti e non sospetti
dal punto di vista intellettuale. Ma torniamo all'oggetto in esame.
L'analisi della forma del contenuto
dell'opera, ci rivelerà come predetto, che la storia di The running
man non è particolarmente originale. Tuttavia anche un rapido e
superficiale sguardo alle note di copertina risveglia nell'appassionato
lettore di SF numerose inferenze, giacché i giochi sanguinari del
prossimo futuro sono stati tema di alcuni testi letterari e filmici del
passato (Rollerball). L'ambientazione, che ci mostra un'America inquinata,
degradata materialmente e moralmente, divisa tra una minoranza ricca e
una maggioranza misera, dominata dal potere dei network televisivi e dall'oppressione
poliziesca, ha anch'essa numerosi precedenti (The sheep look up di Brunner,
Make room! Make room! di Harry Harrison, solo per citare gli esempi più
clamorosi). Precedenti ben più illustri se si pensa che risalgono
a vent'anni fa, in un momento in cui temi come l'ecologia, il degrado sociale
e politico, lo strapotere della TV, erano molto meno in voga rispetto ad
oggi.
Qual è dunque l'elemento che
rende The running man un raro esempio di "SF moderna"? L'ipotesi di lavoro
ovviamente è che non si tratti di un unico elemento, bensì
dell'uso appropriato di una serie di tecniche espressive relative al livello
più "superficiale" (in senso greimasiano) del testo. Un uso finalizzato
al raggiungimento di un ben determinato scopo. Ma andiamo per ordine, individuando
innanzitutto un modello di base a livello profondo.
Esaminando la struttura oppositiva
di base del testo si possono individuare numerosi assi di conflittualità,
tutti abbastanza evidenti. La gerarchia sociale è comunque la struttura
di interazioni centrale del romanzo. Essa si definisce attraverso uno sviluppo
spaziale ben preciso e abbastanza classico. La netta separazione Quartieri
alti/Quartieri bassi all'inizio del romanzo e in tutti i luoghi nei quali
il protagonista Richards si muove indica una frattura non solo sociale
e culturale, ma anche spazialmente definita, della maggioranza misera dalla
minoranza benestante. Il protagonista, superando il Canale e portandosi
nella zona "bene" della città , opera un vero e proprio "passaggio
di confine" che ne delimita anche lo status fisico e psicologico. Anche
il grattacielo del Network Games Building materializza, con la propria
struttura gerarchica in senso verticale, questa stratificazione sociale,
marcata da un labirinto di vie di comunicazione, permesse o negate a seconda
dello status sociale del personaggio.
La porta dalla parte opposta dello
stanzone si aprì (c'era sempre una porta dalla parte opposta; erano
come topi all'interno di un immenso labirinto verticale: "il labirinto
americano" penso' Richards.)
Il viaggio iniziale di Richards all'interno
del Games Building si configura quindi come una sorta di rito di passaggio
dall'inferno al purgatorio, da un livello di consapevolezza ad uno più
alto, dallo status di uomo-massa a quello uomo-individuo. Le numerose prove
che Richards supera per arrivare a livelli sempre più alti del "palazzo"
non fanno altro che avallarne la statura superiore e la progressiva separazione
dal resto dei concorrenti, che si confondono con la massa informe dei piani
bassi. Mano a mano che procede nei test, il protagonista si appropria di
oggetti e situazioni che ne cambiano lo "status symbol", distaccandolo
dalle proprie radici identificative. L'approdo finale, nel lussuoso appartamento
che lo accoglierà fino al momento dell'inizio della caccia, vede
Richards finalmente del tutto isolato e integrato, "individuo" espressione
dei "piani bassi" in grado di iniziare la lotta per raggiungere il più
alto livello possibile. In quest'occasione a Richards vengono offerti alcuni
"beni" che connotano fortemente un mutato livello sociale (la ragazza,
il cibo raffinato, i libri), secondo un modello che pare derivato direttamente
da certa pubblicità legata ai simboli dell'arrivismo sociale borghese.
In questa fase la "dinamica spaziale" è notevole, e King non si
lascia pregare nel dare indicazioni circa il graduale "spostamento verso
l'alto" del suo protagonista. Già in questo "rito di passaggio"
è racchiusa la definizione della struttura di base oppositiva che
fa da sfondo a tutto il testo. Si avrà quindi:

Ciò che ne risulta è
ovviamente una tensione dinamica che si sviluppa "dal basso verso l'alto",
ed è naturalmente un esponente della massa, Richards, che aspira
ad invertire le gerarchie costituite, acquisendo maggior potere. Il tutto,
naturalmente, in chiave squisitamente individuale, come impone il modello
sociale.
"- E se salissi invece di scendere?
- chiese, indicando il soffitto, e gli ottanta piani sovrastanti - Chi
potrei ammazzare lassù? Chi potrei ammazzare se arrivassi fino in
cima?"
La frase di Richards contiene in sé
l'intero romanzo, e consente all'intuizione del lettore di comprendere
appieno l'obiettivo della dinamica dell'azione.
In sé, una simile tensione
non è trasgressiva del modello sociale, presupponendo solo una logica
e prevedibile dose di conflittualità interna. Richards accetta di
superare la selezione per i Giochi e di conseguenza accetta anche il meccanismo
sociale che è alla base della sua emarginazione e povertà.
La sua carica di ribellismo è essenzialmente verbale, ed è
priva di connotazioni politiche che vadano al di là di un vago idealismo
"liberal", come nella maggior parte degli eroi americani. La lotta che
egli ingaggia è squisitamente individuale, volta a preservare la
propria personalità nei confronti di un sistema invadente e tendenzialmente
massificante. È interessante notare come King in questo senso intessa
i dialoghi dei suoi personaggi nella forma di continuo "scontro". La conflittualità
è accentuata dalla scarsezza di riferimenti agli interlocutori,
che aumenta la velocità e la violenza degli scambi. Un procedimento
letterario che si avvicina all'immediatezza del dialogo cinematografico,
e che aumenta l'affermazione dell'io del protagonista e, di riflesso, quella
del lettore
Richards combatte, ma non contro le
regole del gioco, tutt'altro. La sua ribellione "esteriore" diventa elemento
di spettacolo all'interno del grande calderone dei giochi televisivi. La
sua condizione di (apparente) "diverso viene sfruttata a scopo esorcistico
dai manovratori del mass-media (questo riporta alla mente alcuni episodi
televisivi interessanti di cui siamo stati testimoni ultimamente...)
Questa consapevolezza del "potere
di assorbenza" della televisione nei confronti della realtà, della
possibilità di "rappresentare qualsiasi cosa", del potere onnimistificatorio
delle telecamere, è uno dei primi elementi che distinguono il romanzo
di King da molta letteratura distopica di SF. Le lezioni dickiane (nonché
anni di televisione sempre più subdola e invadente) non sono state
vane.......
Così anche la carica trasgressiva
del "selvaggio" Richards all'interno del sistema è ampiamente prevedibile
e anzi pianificata.
"- Questo programma è uno dei
mezzi più sicuri a disposizione della Rete per liberarsi di sovversivi
potenziali come voi, signor Rìchards -" dice il demiurgo Killian
all'inizio della caccia. La "rappresentazione" del trasgressivo lo uccide,
lo annulla, lo normalizza. L'eliminazione fisica è solo il logico
finale di una "tragedia" simulacro del reale.
Richards si trova quindi al centro
di un progetto volto alla sua cancellazione, come rappresentante dei desideri
trasgressivi delle masse nei confronti del potere. Si configura un doppio
schema attanziale che riveste gli ambiti individuali e sociali de L'uomo
in fuga:
| Ambito
Individuale
(denotativo) |
Ambito
Sociale
(connotativo) |
|
| DESTINATORE | Killian | La Rete |
| DESTINATARIO | Richards | La società |
| SOGGETTO | Richards | Le masse |
| OGGETTO | La vittoria | La conferma dello status quo |
| AIUTANTE | L'abilità individuale | La tri-vu |
| OPPOSITORE | I cacciatori |
La fuga di Richards incarna così,
nella migliore tradizione dello spettacolo "educativo", una metafora sociale
chiarissima. Qualunque sia il risultato della caccia, il sistema di relazioni
sociali presupposto ne uscirà confermato, in quanto il compimento
della tendenza congiuntiva del primo schema non è condizione necessaria
al compimento della seconda, relativa ad un ambito più ampio. Se
la vittima muore, si sarà compiuto il sacrificio rituale dello spirito
trasgressivo. Se sopravvive, diventerà simbolo del "self-made man",
dell'individuo forte che è riuscito a sfruttare la possibilità
offertagli dalla società per raggiungere il successo.
Ha inizio così il viaggio dell'"eroe"
Richards, che seguirà il cammino fondamentale di tanta letteratura
distopica di SF. Egli, una volta superato per la prima volta il confine
tra il "mondo selvaggio" e quello "organizzato" (Città bassa/città
alta), ritorna all'esterno (dovremo dire in basso, in questo caso), per
preparare un ritorno il cui scopo non sia quello di sconvolgere l'ordine
socio-politico costituito ma, assai più cinicamente e realisticamente,
di volgere a favore la propria situazione individuale. Mentre il primo
viaggio di Richards rimane segnato dalla sua condizione di impotenza, il
secondo deve, per forza di cose, vederlo in una rinnovata posizione di
forza. E fino qui, dobbiamo dire, The running man è fin troppo aderente
alla tradizione del romanzo SF cosidetto "sociologico". Ma ciò che
ci interessa è proprio sottolineare che King, nel delineare uno
sviluppo dinamico in questo senso convenzionale, riesce ugualmente a dimostrare
le proprie doti di "sceneggiatore", dando vita ad uno sviluppo dinamico
capace di notevole coinvolgimento emotivo. L'abile inframmezzarsi di brevi
descrizioni piene di termini "forti", i brani di dialogo senza indicazioni
identificative, le ricostruzioni dei pensieri di Richards in discorso indiretto
libero, creano una "ritmica" del testo simile ad un "montaggio" letterario
nonché una buona dose di focalizzazione sul protagonista, tendente
a stabilire un rapporto "diretto" empatico con il lettore. Anche l'organizzazione
dei paragrafi, in forma di brevi sequenze, scandite dal conteggio alla
rovescia dei titoli, contribuisce, sebbene in forma meno sottile, alla
"velocità" e all'efficacia del racconto.
Nel corso della dinamica della fuga,
dunque, Richards ripercorre ancora una volta il faticoso tragitto dal basso
verso l'alto. Dai tombini di Boston alla folle fuga in macchina fino al
dirottamento aereo. E allo stesso tempo King ripercorre i luoghi comuni
di tanta letteratura e cinema americano, non solo di SF: dalla cultura
dell'emarginazione all'"On the road", da William Burroughs a Kerouac a
Sugarland Express, da Fahrenheit 451 a Robert Johnson a The Hitcher, dai
telefilm polizieschi a Quel pomeriggio di un giorno da cani. Le citazioni
presenti nella disperata vicenda di Ben Richards sono innumerevoli, e ben
chiare sono le radici culturali di King, radici comuni con numerosi autori
di cinema americano degli anni 80. Meno comuni, probabilmente, alla maggior
parte degli scrittori di SF, che sembra abbiano meno risentito l'influenza
di questa cultura, soprattutto visuale e musicale, ma anche letteraria.
King del resto non è precisamente il tipico scrittore di SF....
Ciò che rende veramente interessante
The running man è questa stretta appartenenza al sostrato immaginativo-visuale
degli anni 80, questa tecnica "fotografica" dello scrivere che riporta
alla mente immagini già viste e ammirate nel cinema meno banale
dei nostri tempi, questa ritmica testuale che si fa "ascoltare" come una
"colonna sonora" fredda e ossessiva, questa crudele e viva tecnica descrittiva
che ci riporta alla mente i film iper-realisti di un Walter Hill o di un
William Friedkin. Nella stessa ottica King dà vita ad una storia
per certi versi "troppo" aderente alle leggi dello spettacolo violento
e d'azione moderno, nel quale sia la dinamica del mondo "esterno" che quella
psicologica "interna" dei personaggi risultano non "realisticamente" (!?)
amplificate fino al parossismo, in un flusso di energie adrenaliniche tale
da non lasciare alcuna "pausa" allo spettatore/lettore. Non dà fastidio,
in questo contesto, l'evidente improbabilità e prevedibilità
di certe situazioni, che anzi fa chiaramente parte dello statuto dell'opera,
"summa" consapevole e (forse involontariamente, o forse no) autoironica
dei cliché della nuova rappresentazione.
Proprio in questo "massimalismo" ritmico/figurativo
e psicologico probabilmente risiedono i motivi del fascino che indubbiamente
la narrativa di King esprime. Niente di rivoluzionario, si intende. Se
così non fosse, King non sarebbe uno degli scrittori più
venduti e più "copiati". Tutto ciò è tranquillamente
inseribile (e inserito) nel fagocitante meccanismo dell'industria culturale
americana. Industria che, come lo stesso King teorizza nel suo romanzo,
è capace di "inglobare" e "rappresentare" anche simili prodotti
che potrebbero essere considerati "trasgressivi" per ridurli, alla fine,
a meri beni di consumo. È lo stesso meccanismo che fa sì
che si pubblichino anche certi film e certa musica, con buona pace (e complicità)
di coloro che pensano che leggere, guardare e ascoltare determinate cose
sia, appunto, trasgressivo.
Il risolversi della tensione dinamica
della storia si ha naturalmente nel finale. E, com'è ovvio, a Richards
si presenta l'opportunità di ottenere la propria realizzazione personale,
di trasformarsi da preda a cacciatore, di raggiungere finalmente quei "piani
alti" che rappresentano il potere, la fama, i soldi (essenzialmente il
top dell'american way of life) . Superata l'ultima prova, egli si ritrova
di fronte al premio finale e al culmine della propria scalata. Ciò
nonostante, sente di aver perso la propria battaglia nei confronti del
sistema, che in ogni caso lo riassorbirà
Nella migliore tradizione del finale
idealista americano, non gli resta che autodistruggersi, cercando, nel
contempo, di arrecare il maggior danno ai propri persecutori. Un po' come
il protagonista del film Punto zero (ancora riferimenti al cinema! ), che
si uccide nel momento in cui è diventato una celebrità, Richards
si distrugge nella maniera più spettacolare, piombando con un aereo
nel bel mezzo del Network Games Building, simbolo dell'iniqua gerarchia
"verticale", trionfando nella sua tragedia individualistica ma anche confermando
la propria impotenza nei confronti di un meccanismo mistificatorio che
gli impedisce di andare oltre il proprio ruolo predefinito.
In definitiva, The running man è
l'incarnazione più moderna ed efficace di una visione distopica
americana di un mondo futuro che appare sempre più cupo, un mondo
manovrato da demiurghi occulti e invincibili, che definiscono per ognuno
un ambito vitale predefinito, inviolabile, che costruiscono una visione
della realtà mistificata attraverso i media, che nascondono la verità,
rendendola indefinibile, sfuggente (TV-verità, per usare un termine
fin troppo sfruttato a vanvera). Se questi demiurghi esistano davvero,
o se siano il prodotto della latente paranoia dell'uomo post-moderno americano,
non ha importanza. La trappola esiste, è la Rete, come nel romanzo
stesso, la ragnatela dickiana che avvolge e nasconde sempre di .......
che cosa?
E The running man, nel rappresentarci
questo dramma, è parte esso stesso della Rete, esorcizza le nostre
paure nella infantile soddisfazione di un finale di fuoco purificatore
che porta via i "cattivi" e lascia sperare in qualcosa di diverso, "dopo",
in quel vuoto indefinito e pieno di possibilità che sta al di là
dell'universo del testo ed è così vicino alla nostra esperienza
esistenziale. Onore a King, capace di rivitalizzare in maniera impareggiabile
un genere di SF che credevamo ormai defunto. E se tranello emotivo dev'essere
(come in tutta la buona letteratura), che sia. Almeno per un attimo, prima
di pensare.
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