IL BATTELLO EBBRO

Roberto Sturm

 
 
 
1.

Ordino un altro bicchiere di rosso prima di andare.

La ragazza che serve ai tavoli mi passa davanti, togliendomi per un istante la visuale. Mentre accenna un tenue sorriso di scuse i suoi lineamenti mi ricordano quelli di una delle sorelle che gestivano il bar tempo fa, la madre probabilmente. Torno indietro a pescare nei ricordi e quel viso mi appare nitido.

La vetrata davanti al tavolo è sempre la stessa, malgrado la mia assenza, e con lo sguardo descrivo un semicerchio che abbraccia l’intera città.

Ancona dolce signora, sinuosa sinfonia di colli che festeggia il mare.

Dal mare il sole sorge, nel mare tramonta.

Cambiata nelle geometrie di parecchie architetture, la città è rimasta circoscritta sulla stessa superficie e proprio la particolare morfologia del territorio è stata la miglior difesa contro uno sviluppo edilizio selvaggio.

Un sibilo annuncia l’arrivo della metropolitana di superficie che taglia in due la città. Spostata alla mia sinistra, una struttura metallica sembra l’impalcatura della chiesa degli Scalzi. Vedendo quelle travi, devo reprimere il disagio provocato dall’oltraggio del profano su ciò che, nonostante non sia credente, ho sempre considerato il simbolo del sacro.

Il sole calante regala striature rossastre alla superficie del mare e il porto è immerso in una luce irreale.

Dopo pochi secondi le vetture intraprendono il viaggio di ritorno verso l’estrema periferia sud, verso i quartieri dormitorio adiacenti la zona industriale e commerciale, là dove lo sviluppo è stato veramente incontrollato.

Ancona spocchiosa, sprezzante ghigno di superiorità verso chi non la conosce, chi non è del posto.

Ancona come me, trent’anni fa.

Sorrido, dopo tanto tempo. Finalmente a casa.
 

QUALCHE MESE PRIMA. QUATTRO, PRECISAMENTE...

Il boccone che stavo masticando quasi mi soffocò quando ti vidi. La mente fissa nei soliti pensieri, girai lo sguardo distrattamente al rumore della porta che si apriva. Non c’era troppa confusione in quella pizzeria di Torino centro stile fine novecento, ma la mia mente esplose quando vidi il montgomery di patchwork che indossavi. Schegge di ricordi mi ferirono il cervello quando i miei occhi t’incontrarono di nuovo mentre ti toglievi il cappuccio e scrollavi il capo per allontanare le gocce rimaste nei tuoi corti capelli castani.

Fuori del locale e dentro di me il temporale imperversava.

"Claudia" mormorai appena.

Ti voltasti sorpresa. I tuoi grandi occhi azzurri finirono di folgorarmi. Eri proprio tu, la Claudia di tanti anni prima.

"Sai, hai il montgomery identico a quello di una persona che conoscevo" riuscii a biascicare.

"Che conoscevi?"

"E’ tanto tempo che non la vedo."

Il tuo sguardo mi studiò un attimo, per capire se fossi sincero o un semplice attaccabottoni. Fu il mio pallore, credo, a convincerti.

"E’ strano che tu ne abbia visto uno identico. E’ molto particolare, lo fece cucire mia madre quando era giovane."

"Sono certo di averlo visto" dissi cercando di assorbire il colpo. "Trenta anni fa."

Serrasti leggermente le palpebre, nell’inconfondibile gesto di tua madre quando dubitava delle parole di qualcuno. I miei ultimi dubbi crollarono.

"Trenta anni fa?" sillabasti le mie ultime parole. "E tu quanti anni avresti?"

"Trenta" risposi senza pensare a come potesse sembrarti assurda tutta la conversazione.

"Io sono Michela" ti sedesti al mio tavolo. "Mia madre si chiama Claudia."

Osservai le tue mani ben curate, il profilo dolce del tuo viso e quello accentuato dei tuoi seni. La copia identica di tua madre.

All’improvviso sbiancasti. "Ma tu... sei Giorgio" la tua voce si incrinò.

Non ebbi la forza di risponderti.

Mangiasti appena un paio di bocconi della pizza che avevi ordinato, io lasciai nel piatto la metà che avevo prima di vederti. Mi chiedevo cosa ti passasse per la mente, cercai di capirlo dai lineamenti del tuo volto senza successo. Cominciai a pensare come un padre, a come potevi essere: sembravi abbastanza matura, decisa, diversa dai ragazzi della tua età. Poi, fortunatamente, dissi a me stesso di smettere subito di fare il coglione.

Ti raccontai che era un mese che ero tornato tra i vivi, che ero rimasto a Torino per sottopormi a una cura che mi riportasse in condizioni accettabili. Ti spiegai anche perché non me la sentivo di tornare ancora ad Ancona.

Mi ascoltasti in silenzio, i gomiti appoggiati al tavolo di legno, il viso raccolto in mezzo ai pugni, gli occhi socchiusi a cogliere le sfumature delle parole.

Alla fine mi stirai sulla sedia, alleggerito dall’ingombro che mi stava avvelenando l’esistenza.

Uscimmo che il temporale si era placato. Il traffico era abbastanza scorrevole, regolato da leggi stradali che impedivano l’accesso incondizionato delle auto verso il centro città. I display dei grandi orologi pubblicitari sopra i palazzi troneggiavano come torri lampeggianti. L’aria era fresca e il vecchio asfalto emanava l’odore pungente che ha sempre avuto dopo la pioggia. Il cielo, rischiaratosi di colpo, lasciava ammirare un quarto di luna crescente.

"Sai, sono a Torino per caso, a trovare alcuni parenti e amici. Anzi, devo chiamarne uno per avvertirlo che non vado più, stasera." Dalla tua borsa uscì fuori un cellulare e ti allontanasti di una decina di metri.

Sentii un immediato moto di gelosia verso quell’amico che dovevi vedere, non avrei saputo dire se da padre o da amante.

"Allora, come ti trovi?" mi chiedesti riavvicinandoti.

"Non troppo a mio agio. Figurati, già mi infastidiva il caos dei miei tempi."

Sorridesti divertita: "E’ strano sentire parlare così una persona della mia stessa età."

Mentre passeggiavamo, mi resi conto come fossero cambiate le vetrine dei negozi rispetto a trenta anni prima: personal computer piccolissimi, generi alimentari liofilizzati, distributori automatici di bevande e cibi, cartelloni pubblicitari semoventi illuminati a giorno in cima ai palazzi.

Ti parlavo della terapia cui mi avevano sottoposto per evitare traumi da risveglio e tu mi prendesti sottobraccio confidandomi che avevi sempre pensato che io fossi tuo padre. Sentii le ginocchia molli.

"Mamma non ha voluto mai dirmi niente al riguardo. Ho insistito molto, dicendole che era un mio diritto sapere, ma non ha mai voluto sentire ragioni. Quando scoprii la tua esistenza, quando sentii parlare di te dai vostri amici comuni, ebbi subito il sospetto. Tra l’altro, con un paio di conti la mia ipotesi risulta credibile."

Eri nata poco più di nove mesi dopo che ero stato ibernato, di tutto il discorso ricordo solo questa considerazione. Avevo saputo che Claudia aveva avuto una figlia, e che non le aveva mai voluto confidare chi fosse il padre. Pensai che forse Claudia, vista la situazione, avesse potuto cercare conforto tra le braccia di un altro, ma non ero mai stato troppo convinto di questo.

"Ha cinquantasette anni, adesso. Questo lo sai, vero?" Sospirasti. "Se la vedessi, non la riconosceresti. Tutti dicono che prima era dolce, disponibile, espansiva..."

"Sì, anch’io l’ho conosciuta così."

"Adesso dimostra almeno quindici anni in più della sua età, passa il tempo a bere e fumare e imprecare contro di te. Sta male, e non vuole curarsi." Sul tuo volto aleggiò l’ombra della rassegnazione.

"Non è colpa mia se..."

"No, zitto. Non volevo accusarti."

Ti chiesi di Ancona, come fosse cambiata, forse anche per cambiare discorso.

"Non ho idea di come fosse di preciso quando l’hai lasciata, non ho ricordi di trent’anni fa. Recentemente, per esempio, hanno lastricato Corso Garibaldi. E’ chiuso al traffico, finalmente, ed è pieno di negozi per i turisti."

"Si sono decisi a sfruttare il turismo, allora."

"Sì, il Comune ha fatto convenzioni con diverse agenzie di viaggi con buoni pacchetti per chi si imbarca al porto di Ancona. Due o tre giorni per visitare la città a prezzi convenientissimi."

"Bene".

"Ah, le Muse... Questa è la notizia più sensazionale. E’ stato riaperto il Teatro delle Muse".

"Non avrei mai creduto di vederlo in funzione da vivo" dissi sinceramente sorpreso. "Pensa, era stato bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e ogni nuovo Sindaco rimandava la responsabilità della paralisi dei lavori alla Amministrazione precedente."

"Sì, conosco questa triste storia" alzasti le spalle.

"Sono curioso di tornare, mi accompagnerai a visitarla?"

Sorridesti senza rispondermi.
 

TRENT’ANNI E DIECI MESI PRIMA...

Claudia rientrò alla solita ora. "Hai passato tutto il pomeriggio sdraiato, vero?" mi disse dall’ingresso.

Appoggiai sul comodino il romanzo di cui dovevo consegnare la recensione il giorno dopo. "Io riesco a lavorare anche a letto" le risposi a voce alta. Mi piaceva la piega presa dalla collaborazione al giornale, la pagina culturale settimanale che mi avevano affidato.

Claudia era tornata dalla galleria d’arte Gioacchini dove lavorava da un paio di mesi. Ne era entusiasta.

Si affacciò alla porta. "Svelto, preparati. Lo spettacolo..."

"Un balletto... Roba da donne" ironizzai.

"Eccolo" enfatizzò . "Il genio che divide la vera arte dalla spazzatura. E i tuoi articoli, allora?"

"Mondezza" dissi alzandomi di scatto. Era uno dei nostri soliti giochi, ma un improvviso capogiro mi stese di nuovo sul letto.

"Giorgio, che c’è?"

"Niente. Un capogiro, forse la pressione." Dopo un paio di respiri profondi mi sentii meglio.

"Hai ripreso colore, sai?" mi accarezzò più tranquilla. "Non sarà una scusa per evitare il balletto, vero?" finse un’espressione sospettosa.

Mi alzai lentamente e la baciai.

Quei disturbi, col passare del tempo, divennero sempre più frequenti. Un paio di mesi più tardi ne scoprii la causa.
 

2.

E’ ancora qui la mia città, interamente visibile con un colpo d’occhio dalla Cattedrale di San Ciriaco o dietro la vetrata del Bar del Duomo, dove passai tante serate da vero trentenne a bere e scherzare con gli amici.

E se era per parlare con Claudia che ero rientrato in anticipo in un’Ancona per me improbabile - uno schizzo di un pittore surrealista - Marco è stata la prima persona conosciuta che ho incontrato.

Più vecchio di trent’anni, certo, ma che riconobbi immediatamente.

Io identico a tre decenni prima, anche a lui fu sufficiente uno sguardo.

Si sedette senza dire niente, solo una tinta di disagio dipinta sul volto.

Bastò un’occhiata per recuperare tutto il tempo perduto, così com’era bastato che sapesse che fossi in città per far scattare il tacito accordo che ci saremmo visti lì.

Avevo ritrovato uno spicchio del mio tempo, o almeno così credevo.

"Ciao Marco. Come stai?"

Un lampo triste gli spense lo sguardo. "Sto morendo."

Nello stesso bar, trenta anni prima per lui, sei mesi per me, gli avevo risposto allo stesso modo.
 

TRENTA ANNI E OTTO MESI PRIMA...

Ero tornato da Torino, dove mi ero sottoposto ad accertamenti approfonditi in una clinica diretta da un medico amico di Claudia. Quei malesseri erano all’ordine del giorno ormai.

Marco mi aveva fatto quell’identica domanda.

Era Aprile, e l’effetto serra era poco più di un’ipotesi. Montata sulla leggera struttura metallica, la vetrata del terrazzo del bar contrastava l’aria frizzante del tardo pomeriggio.

"Sto morendo" risposi laconicamente.

Marco aggrottò le sopracciglia mentre il rumore della ghiaia spostata annunciava l’arrivo di altri avventori.

"Il dottor Longhi mi ha notificato la condanna. Il virus di Hawk, raro quanto inesorabile. Colpisce le ossa. Cinque, sei mesi al massimo" biascicai.

Silenzio. La luce trovò un varco tra le nuvole, inondando i nostri visi.

"Ci sarebbe un modo..." ripresi socchiudendo gli occhi. "L’ibernazione, o sospensione criogenica. Sono convinti che entro un paio d’anni troveranno una cura efficace. Longhi potrebbe procurarmi il posto."

Spostai lo sguardo verso gli antichi lampioni in ferro battuto che da poco avevano rischiarato il terrazzo.

"Cazzo, ma allora..."

"Ho già rifiutato. A parte il problema etico, fra due anni in che cazzo di mondo mi troverei?"

Ma dopo dieci minuti Marco aveva già smontato le mie argomentazioni. Non fu difficile, non vedevo l’ora di farmi convincere.

Claudia reagì in maniera assolutamente inaspettata.

Le spiegai tutto, le raccontai che Marco mi aveva convinto ad accettare l’ibernazione. I suoi dolci lineamenti si inasprirono di colpo.

"Hai deciso tutto, dunque" disse. "Anzi, avete deciso tutto, tu e Marco."

"Ma tesoro, non vedo alternative."

"Fate sempre di testa vostra, voi due, ve ne sbattete i coglioni degli altri. Ti sei preoccupato per me? Sai cosa ne penso?" disse alterata.

Non le risposi, mi limitai a fissarla. Mi stavo convincendo che in quei mesi avevo vissuto con una persona che non conoscevo.

"Io rimango sola. Se qualcosa andasse storto? Se passasse troppo tempo?"

"Ti rendi conto di che cazzo dici?"

Una lacrima le solcò una guancia. "Sì."

Le avvicinai la mano al viso per confortarla.

"Vaffanculo." Si allontanò di scatto.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Sciolsi gli ultimi dubbi, presi appuntamento con il dottor Longhi e tre giorni dopo mi presentai nella sua clinica di Torino per l’ibernazione.

Non immaginavo, però, che il triste presentimento di Claudia si sarebbe rivelato reale, e che la porta della mia bara criogenica si sarebbe riaperta trent’anni dopo. Come potevo immaginare che la ricerca avrebbe sfondato il muro dell’AIDS e del cancro? Tutti gli sforzi scientifici furono indirizzati in quelle direzioni. Cos’erano dieci casi l’anno del virus di Hawks rispetto all’imminente sconfitta dei mali del secolo?
 

3.

"Come mai sei tornato?" riprese a sorpresa Marco, sistemandosi meglio sulla sedia. "Avrei giurato che l’avresti evitato." Una bottiglia di rosso comparve d’incanto sul nostro tavolo.

"Volevo parlare con Claudia" sibilai sorpreso dalla sua freddezza. Ma Claudia era morta mentre viaggiavo nel treno ad alta velocità che aveva dimezzato i vecchi tempi di percorrenza. Aveva reso perfetta la sua vendetta per i miei trent’anni di ibernazione portandosi dietro il suo segreto.

"Credevo fossi contento di vedermi." Fissai il suo viso rugoso, tenendo a stento a bada le mie reazioni emotive. Gli avevo scritto poco dopo aver ripreso le funzioni vitali, dicendogli che per il momento preferivo non vedere nessuno. Trent’anni di assenza anziché i due preventivati avevano allontanato qualsiasi ragionevole ipotesi di riprendere la mia solita vita. Avrebbe dovuto avvertire anche Claudia, non sapevo se gradisse sentirmi dopo che ci eravamo lasciati in malo modo.

"Non posso essere contento di vedere materializzarsi il mio passato."

"Volevo sciogliere l’enigma di Michela".

Le sopracciglia di Marco si alzarono di nuovo verso la fronte, il gesto inconfondibile che esprimeva perplessità.

"Non ne avresti cavato niente. Anche Michela è stata qui, una quindicina di giorni fa, ma inutilmente. Nessuno conosce la verità. Non ti resta che l’esame del DNA." La sua voce era fredda, priva di inflessioni.

"Michela non vuole. E’ ferita dal comportamento della madre. Pretendeva di sapere da lei, ne aveva il diritto, no?."

"Allora non lo saprete mai."

Michela. Il suo viso era parte irrinunciabile di me stesso. Pensai ai suoi capelli tagliati a spazzola sparati verso l’alto, ai suoi occhioni azzurri.

"Dovevo tentare."

Con il bicchiere in mano mi voltai verso la vetrata a osservare le navi ormeggiate al porto.

"Ricordi quando andavamo al porto, la sera, a vedere le turiste che si imbarcavano per la Croazia e la Grecia?"

"Certo. Oggi fanno Ancona - Spalato in mezz’ora, con i moderni aeroscafi. Tu ti ricorderai meglio di me, non è vero?"
 

TRENTUN ANNI E QUALCHE MESE PRIMA. AGOSTO.

Proprio al porto, infatti, avevo conosciuto Claudia. Doveva imbarcarsi sulla Ionan Star che avrebbe dovuto portarla in vacanza sulle isole greche, non ancora contaminate dalle mucillaggini dell’Adriatico.

La notai in mezzo a una marea di gente. "Posso offrirti da bere?" le dissi lasciato Marco da una parte.

"Perché?" Il suo accento piemontese era evidente.

"Perché sei bellissima, non basta?"

Sorrise divertita, i suoi occhi azzurri a cercare il consenso delle due amiche. "Va bene, il viaggio sarà lungo dopotutto."

Io ordinai una birra, lei un succo di frutta.

"Non bere troppi alcolici, fanno male."

"Ma li bevo apposta ."

Scoppiammo a ridere, e le pieghe della sua gonna presero a oscillare.

"Senti," continuai con aria melò "non partire. Rimani con me" le dissi mentre una sirena annunciava che una nave stava mollando l’ormeggio.

"C’è almeno un motivo valido?" mi chiese stando al gioco.

"Di più" rilanciai. "Sono già perdutamente innamorato di te e perderesti l’occasione di visitare una delle più belle città del mondo. Smetterò di bere e di fumare, se accetti."

"Va bene, per la seconda ragione, s’intende. Per la città" disse prendendomi in contropiede.

"Che hai, ci hai ripensato?"

"No, no, è che..." la sorpresa mi aveva tagliato il fiato.

"Tutti uguali, voi uomini."

Si innamorò subito di Ancona, un po’ più tardi di me.

Ero in ferie e la portai al mare. Portonovo, Sirolo e Numana. Quando vide il Passetto disse: "Avete una spiaggia urbana così bella e comoda e non la sfruttate? Voi anconetani siete pazzi."

"E’ quello che ho sempre sostenuto anch’io" le risposi.

Il pomeriggio e la sera la portavo a prendere il gelato in Corso Mazzini, da Rosa o al Caffé Lombardo. Amava sedersi tra l’andirivieni della gente. "Noi non abbiamo posti così" diceva. E io gongolavo.

Poi il Duomo, il Passetto dopo cena, le passeggiate per l’Ancona storica, il tramonto a Capodimonte. A piedi per la città. Dopo una settimana era decisamente ammaliata da Ancona. Forse un po’ meno dagli anconetani.

"Me li immaginavo più aperti."

"Aspetta. Si tolgono anche le mutande, a saperli prendere.."

Poi cominciò a innamorarsi anche di me, e a quel punto decise. "Non lascerò mai più Ancona" disse.
 

4.

"Certo" ripresi. "E’ tutto ancora maledettamente vicino per me."

Alzai lo sguardo, cirri bassi si rincorrevano nel cielo del tardo pomeriggio. Il crepuscolo era imminente e il tempo si stava guastando. La palla infuocata stava scomparendo dietro il porto lasciando sopra le colline riflessi blu cobalto.

"Non sei cambiato tanto, in tutti questi anni."

"Senti chi parla. Tu sei identico a trent’anni fa."

Scossi le spalle. "Come ti scrissi, il destino ha voluto che mi risvegliassero lo stesso giorno e lo stesso mese in cui fui ibernato. Un paio d’ore di differenza per me, trenta anni per il resto del mondo. Hanno sperimentato nuove terapie antishock, per evitare grossi traumi a chi viene risvegliato, e ti posso assicurare che funzionano." Mi fermai un momento, valutando se fosse il caso di spiegargliele, queste terapie, ma decisi di procedere oltre.

Sentii la bocca impastata dal sapore dei medicinali che avevo assunto i giorni successivi al risveglio. "Sono un trentenne anacronistico, oggi. Solo una vittima."

"Che dovrei dire io, sessantenne attuale?" disse Marco evidentemente risentito. "Il mio tempo sta per finire, e il rimpianto è il sentimento più forte che provo. Tu hai ancora tutte le possibilità intatte, ti rendi conto?"

Per un momento pensai di gridargli in faccia quello che sentivo, che avrei preferito essere morto piuttosto che trovarmi in quella situazione di merda. Meglio essere ancora nella bara piuttosto che ignorare la verità. I nostri sguardi si incrociarono nella semi oscurità, i suoi occhi verdi sembravano aver perso l’antico vigore. All’improvviso fu un estraneo.

"La nostra paura della morte ci ha sempre impedito di vivere bene. Arrivi a un punto in cui ti rendi conto che niente ha avuto senso. L’amore, le sconfitte, le gioie, tutto è riconducibile a un secondo espanso per la durata della vita. Un attimo tirato all’esasperazione, cazzo."

"Cazzo" esplosi anch’io, sottolineando l’intercalare dei nostri discorsi.

Sbuffammo a ridere, come trent’anni prima.

Bevemmo un altro paio di bicchieri in silenzio, poi Marco mi chiese di Michela.

"Siamo innamorati." Ma questo lo sapeva già. Senza che me lo chiedesse, gli presi a raccontare di quando la conobbi.

Qualche mese prima. Quattro, precisamente…
 

5.

Marco si alzò all’improvviso, lasciando il bicchiere mezzo pieno sul tavolo.

"Io vado, tanto non potrei esserti d’aiuto. Comunque non sarei la persona più indicata a farlo."

"Non sei più il mio migliore amico?"

La tristezza gli fulminò i lineamenti. "Lo ero, Giorgio."

"Perché ora non più? Dimmi, perché ce l’avete tutti con me, che cazzo vi ho fatto?"

"Non hai mai visto un palmo oltre il tuo naso. Claudia..."

"Claudia? Claudia cosa?"

"Sono sempre stato innamorato di Claudia. Lei l’aveva capito, a suo tempo."

"Tu il padre di Michela?" Rabbia e sollievo si mescolarono in me.

"Non ho detto questo. La tua assenza ha reso inutili i miei tentativi. Se tu fossi morto qualcosa sarebbe cambiato. Claudia non ha mai voluto, sentiva l’obbligo di aspettarti, e quando ha capito che non saresti più tornato da lei, era troppo tardi per entrambi."

Non sapevo cosa dire, cosa fare. Ero esausto, avrei voluto tornare nella bara criogenica, per sempre. Ma il pensiero di Michela mi riscosse.

"Dimmi la verità, almeno tu."

"Non la so, ma anche se la sapessi non te la direi. Non la meriti." Trasse una busta fuori dalla tasca "Questa è da parte sua, di Claudia. Sono stato in dubbio se dartela o meno, ma era suo desiderio fartela avere." Allungò la mano "Dammi retta, la cosa migliore che puoi fare è andartene lontano e dimenticare Michela."

"Credi che potrei riuscirci?" dissi prendendo la busta.

"Il tempo è un’ottima medicina, non rovinare anche lei."

Passammo mezzo minuto fissandoci intensamente, come a sfidarci.

"Sarai ai funerali di Claudia?"

"No, non credo" risposi a voce bassa, senza distogliere lo sguardo dalla busta. "Non è cattiveria, non me la sento. L’ho detto anche a Michela."

"Bravo, non rovinare a Claudia anche l’ultimo giorno. Addio, Giorgio."

"Fanculo, Marco."

Fu il nostro saluto definitivo.
 

6.

Mais, vrai, j’ai trop pleuré. Les aubes sont navrantes.

Toute lune est atroce et tout soleil amer.

L’âcre amour m’a gonflé de torpeurs enivrantes.

Oh! que ma quille éclate! Oh! que j’aille à la mer!

La calligrafia della lettera era appena decifrabile. La poesia di Rimbaud che più amava, quei versi de Il battello ebbro che, a volte, declamava senza un motivo. Se ci avessi pensato un attimo, prima di aprirla, avrei indovinato come cominciava. Mi aggrappai alla tenue speranza di trovare qualche spiegazione in quelle righe che mi aveva lasciato, confidando che il sentore della morte imminente l’avesse fatta recedere dall’assurda decisione di non rivelare a nessuno la verità. Lessi la lettera il più velocemente possibile.

Ma basta, ho pianto troppo.

Sento la fine vicina, una fine che mi libererà da una esistenza insopportabile. Sono malata, e ora capisco il motivo che mi ha spinto a non curarmi. Sentivo che la mia morte avrebbe coinciso con il tuo ritorno in vita, così come mi aspettavo che la tua ibernazione sarebbe durata a lungo.

Spero che anche questo alimenti il tuo senso di colpa.

Hai mandato Michela per conoscere la verità, ma inutilmente. Sarebbe troppo comodo per te ricominciare con lei come se questi trenta anni e più non fossero passati per nessuno. Ma per me, caro, sono passati eccome. Ecco, dunque, che oggi la mia decisione di tenerle nascosta la verità acquista un senso.

Michela è orgogliosa, non accetterà mai l’esame del DNA. Me l’ha detto più di una volta.

Non pensare che non ami Michela, è solo che l’odio che nutro nei tuoi confronti è troppo. Voglio che sia il tarlo del dubbio a consumarti, così come la speranza che non fosse tardi ha consumato buona parte della mia esistenza.

Ti conosco bene, e sono certa che non correrai il rischio di scopare tua figlia.

Ti lascio alla tua ossessione.

Che la tua chiglia scoppi! Che tu vada in fondo al mare!

Tua per sempre

Claudia
 

7.

Tu sei fuori, al funerale di tua madre. Io sto cercando di capire Claudia. Sono certo che si rendesse conto che così avrebbe perso l’amore di sua figlia.

Altre cose, invece, le capisco meglio adesso.

La violenta reazione alla notizia della mia ibernazione era causata dalla gravidanza, di cui Claudia probabilmente era già a conoscenza o che sospettava.

Il fatto che avessi chiesto consiglio a Marco, il mio migliore amico che invece stava tramando alle mie spalle per conquistarla, la irritò non poco. E non era certo il momento adatto per confessarmi una cosa del genere.

Comprendo come sarebbe stato meglio per tutti che fossi morto, che non mi fossi sottoposto all’ibernazione.

Per Claudia, che si sarebbe ricostruita una vita con qualcun altro.

Per Marco, che forse l’avrebbe potuta amare.

Per Michela, che non avrebbe sofferto così tanto e che avrebbe avuto una madre migliore.

Per me, che non mi sarei trovato di fronte al dilemma di Michela.

Del resto, analizzando oggettivamente i fatti, Michela è mia figlia, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Adesso però sono contento di essere vivo proprio perché le persone che avevo più care me lo rimproverano. E’ paradossale, ma la rabbia innesca reazioni ingiustificabili, irrazionali.

E’ tardi, e il vero problema è un altro. Mi chiedo cosa ti dirò, cosa farò quando tu tornerai.

Devo farti leggere la lettera oppure meglio che sparisca facendo perdere le mie tracce? Ma tu rimarresti sola, e io sono pur sempre tuo padre.

E’ il rumore della chiave che gira nella serratura a riscuotermi. Sento la tua voce leggera che mi chiama.

"Giorgio." Mi butti le braccia al collo "Non riuscivo più a stare lontana da te. Sai" scoppi in lacrime, "è stato terribile. Marco poi mi guardava con uno sguardo...Mi odia."

La rabbia monta dentro di me, verso Marco e Claudia che ti hanno coinvolta nei loro giochi di vendetta, verso di me che avrei dovuto accompagnarti nonostante tutto. Non so cosa dirti o fare per rincuorarti, ma non c’è premeditazione quando ti accarezzo con la mano nella quale tengo la lettera di tua madre. Quando te ne accorgi, non trovo niente di meglio che dartela senza commenti.

"Mamma, perché?" dici dopo una rapida lettura.

La mia mano sopra la spalla ti fa trasalire. "Giorgio, perché ci ha fatto questo?"

Ti stringo a me. Avverto il peso dei tuoi seni contro il torace e i fremiti del tuo corpo contro il mio.

"Non piangere" ti dico asciugandoti le lacrime con le guance.

"Ti prego, smetti."

Le mie labbra sfiorano le tue.

"Non così, Giorgio." Ma mi stringi di più a te.

Cadiamo a terra, entrambi imprigionati dal desiderio che sarà la nostra ossessione, ma che sarà la nostra vendetta verso coloro che amavamo e che ci hanno procurato una sofferenza incalcolabile.

"No, non possiamo. Aspetta, faro le analisi..." Sento il leggero sussurro mentre il tuo corpo freme più intensamente.

"No, non servono più" ti dico.

Le mie labbra scendono verso il bacino, sfiorando la tua pelle.

Mi rialzo un attimo, fissando i tuoi occhi impauriti, ma sul tuo volto leggo la stessa voglia che sento dentro di me e che non è solo desiderio.

"Dobbiamo farlo, Michela. Per noi e per loro" dico in un sussurro delirante.

La tua bocca, improvvisamente, lascia ogni residua incertezza in cerca della mia e le nostre lingue si intrecciano in un lungo, appassionante, violento bacio.

I vestiti scivolano via, come guidati da una mano estranea, i nostri corpi a contatto.

Sono pronto a pagare questo momento per il resto della mia esistenza, l’ossessione che mi consumerà non sarà niente di fronte all’ebbrezza che sto provando. Mi sento libero, completamente inebriato dal mio amore. Mentre ti accarezzo i fianchi, rivedo la lettera di Claudia accartocciata a terra in un angolo.

Sì, siamo un battello ebbro, ma di gioia e di forza.

Ma basta, ho pianto troppo! Le albe sono strazianti.

Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro:

l’acre amore mi gonfia di stordenti torpori.

Che la mia chiglia scoppi! Che vada in fondo al mare!

"Sì, Giorgio," sospiri "prendimi. Sì, papà. Ti voglio." E’ la rabbia che esce fuori di te mentre mi chiami così per la prima volta.

Lasciamo ogni pudore. Lo vogliamo entrambi.

Per il mio migliore amico. Per Marco.

Per Claudia. Per tua madre.


© Roberto Sturm 1999
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