LA CHIAVE NASCOSTA

Claudio Tinivella


 
 

Che ci fosse qualcosa di sbagliato nel suo mondo Alvaro l’aveva sempre saputo. Era una sensazione vaga, un pensiero che non arrivava a formarsi compiutamente, ma che non lo abbandonava mai. Un senso di insoddisfazione che lo tormentava fin dagli anni dell’infanzia e di cui non avrebbe saputo spiegare l’origine.

C’erano troppe cose che non andavano. Miserie, violenze, soprusi. E la maggior parte della gente sembrava vuota, priva di coscienza. Come se fosse addormentata.

Un brutto mondo, dove si poteva solo soffrire. Mancava qualcosa, lo sentiva, ma non avrebbe saputo dire esattamente cosa.

Alvaro era un isolato. Viveva ai margini della città, nel quartiere degli Artisti, anche se non era proprio un artista. A dire il vero, non sapeva bene nemmeno lui come ci fosse finito. Era successo tanto tempo prima, appena dopo essere uscito dal Convitto. Un periodo in cui tutto era confuso e del quale conservava scarni ricordi. Si era messo in testa di fare il poeta. Un amico d’infanzia l’aveva influenzato, oppure aveva visto uno sceneggiato che parlava di un personaggio famoso e voleva emularlo. Qualcosa del genere. Due o tre poesie le aveva pure scritte, ma banali, insignificanti. Se n’era accorto da solo, non aveva avuto bisogno che glielo facessero notare. Così aveva rinunciato. Il marchio però doveva essergli rimasto addosso, perché non se n’era più liberato.

Non che si trovasse male, in quel quartiere. Al contrario. C’era un sacco di gente interessante. Gente strana, un po’ svitata ma simpatica, capace di parlare per delle ore di cose di cui Alvaro capiva sì e no la quarta parte.

Senza contare poi i bar. Erano i migliori della città, lo dicevano tutti. Ci si poteva trovare qualsiasi bevanda, anche quelle che negli altri quartieri erano proibite.
 
 

Un pomeriggio il pittore Vladimiro piombò a casa sua mentre Alvaro si stava facendo la barba. Senza nemmeno attendere che terminasse di asciugarsi il viso, estrasse dal giubbotto una plastifoto e gliela mostrò.

"Sai chi è questo?" gli chiese.

Un uomo grasso. Quasi calvo. L’incarnato roseo e gli occhietti da furbo. Poco più vecchio di lui, a giudicare dall’aspetto.

"Mai visto" rispose.

Vladimiro annuì, soddisfatto.

"È uno degli uomini più ricchi della città. Hai notato come ti somiglia?"

Alvaro si strinse nelle spalle. Gli uomini ricchi gli interessavano meno di niente. Vladimiro era costretto a frequentarli (i suoi quadri erano molto richiesti nei quartieri alti), ma lui per fortuna poteva farne a meno. Non aveva bisogno di loro. Quanto alla somiglianza, se c’era era molto vaga.

"Uguali sputati" continuò Vladimiro, sottolineando le sue parole con una mano "Con dieci chili in più e un po’ di capelli in meno, nessuno riuscirebbe a distinguervi."

Alvaro cominciava a sentirsi irritato da quei discorsi.

"E allora?" disse, in tono risentito.

Vladimiro sembrò non averlo nemmeno udito.

"E non è tutto. Ho fatto delle indagini, e ho scoperto che è nato il tuo stesso giorno. Nel medesimo ospedale."

Tacque, scrutandolo negli occhi. Sembrava attendersi una qualche reazione. Dopo un po’ sbuffò e aggiunse:

"Anche il codice della madre è lo stesso. Capisci?"

Alvaro non capiva. Non aveva mai saputo chi fosse sua madre, ma questo era un fatto comune. La maggior parte delle persone di sua conoscenza erano cresciute nei convitti pubblici.

"Siete fratelli. Anzi, gemelli."

Continuò a scrutarlo con un’espressione ironica sul volto.

"Mi ero sempre chiesto cosa ci facevi qui fra noi. Ora credo di saperlo."

Fece una pausa melodrammatica. Gli puntò un indice sotto al naso.

"Ma possiamo fargliela pagare, a quello stronzo."

Aveva gli occhi che brillavano. Una smorfia strana gli traversava la faccia.

"Fargliela pagare a chi?"

Vladimiro alzò gli occhi al cielo.

"A tuo fratello. Lo vuoi capire o no che ti hanno fregato? Ti hanno derubato. Perché credi che ti abbiano rinchiuso in quel buco dove sei cresciuto?"

Prima che potesse continuare, bussarono alla porta. Alvaro andò ad aprire e Riccardo, il mercante, mise dentro la testa. Quando vide Vladimiro lo fissò sorpreso.

"Sei qui" disse "Guarda che ti stanno cercando. Ci sono delle persone di fuori che chiedono di te."

"Sarà qualche cliente" commentò Vladimiro, ma appariva perplesso. Riccardo scosse il capo.

"Se fossi in te, non mi fiderei. Hanno delle facce…"

Vladimiro annuì, pensieroso.

"Stai tranquillo, non ho nulla da temere. Vado a vedere cosa vogliono."

Dopo che se ne fu andato, Alvaro dimenticò del tutto quel colloquio. Solo più tardi, al momento di uscire, notò la plastifoto; Vladimiro l’aveva dimenticata sul tavolo. Per un attimo pensò di andarlo a cercare e riportargliela, ma poi rinunciò. Decise di nasconderla fra le sue cose nella cassaforte segreta.

Non sapeva bene perché, ma aveva la sensazione che quella plastifoto gli avrebbe creato dei problemi.
 
 

La ragazza la conobbe una notte, alla Festa dei Trasgressivi. Fu lei a chiedergli di ballare, e poi a condurlo per mano dietro la siepe.

Era molto giovane, dimostrava sì e no quattordici anni, anche se sosteneva di averne diciassette. Aveva un bel viso pieno di lentiggini, col nasino all’insù e gli occhi azzurri da cerbiatta. Le sue labbra avevano un sapore strano, di uva acerba, che gli rimase sulla punta della lingua per molti giorni.

Le Feste dei Trasgressivi erano così. Potevano succederti le cose più incredibili. O almeno, questo era ciò che si diceva. In verità, Alvaro si era spesso annoiato, le altre sere. Quella era la prima volta in cui si divertiva davvero.

Fecero l’alba ballando a torso nudo, riscaldati dai liquori che gli organizzatori distribuivano con grande liberalità. Anche la ragazza si era tolta la maglietta, i suoi piccoli seni gli ballonzolavano davanti agli occhi facendolo andare fuori tempo. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quella visione. Gli veniva voglia di prenderli tra le mani per fermarli. Erano troppo eccitanti. Troppo belli.

Quando salì la nebbia, lei si rivestì in fretta e corse via. Gli diede solo un leggero bacio sulla guancia, sfiorandolo appena. Alvaro le sussurrò: "Possiamo vederci ancora?" ma lei era già andata, svanita dietro a una risata argentina.

Barcollò fino a casa ubriaco di gioia. Nella mente mise insieme due o tre versi che non gli parvero malvagi, ma non trovò l’energia necessaria per trascriverli su carta.

Si addormentò di colpo, come ogni mattina. Per la prima volta, però, gli capitò di sognare.

Un vecchio poeta, una volta, aveva cercato di spiegargli cosa fossero, i sogni, ma lui non era riuscito a capire. Gli era parso impossibile che potessero succedere cose del genere, vedere luoghi che non esistevano, incontrare persone sconosciute o esseri fantastici.

Si svegliò madido di sudore, con ancora davanti agli occhi l’immagine nitida del luogo che aveva sognato. Una casa. Una stanza con un lungo tavolo marrone di legno. Due file di sedie imbottite, con un alto schienale rivestito di stoffa. Sulla parete di fondo un dipinto, enorme, che sembrava tessuto con fili colorati. Il pavimento pure di legno, con figure geometriche intarsiate. E un lampadario composto da decine di gemme che pendeva dal soffitto.

Nel sogno aveva sentito anche una musica. Una musica celestiale, così dolce che il cuore ne traboccava ancora.

Aprì gli occhi e si trovò a osservare il soffitto della sua stanza, la lastra di alluminio che fungeva da tetto. Abbassò lo sguardo e contemplò le misere pareti di plastica, il tavolino zoppo su cui giacevano tutti i suoi averi. Gli venne voglia di piangere.

Potrei scriverlo, pensò. Intendeva il sogno. Per farlo, però, avrebbe dovuto alzarsi, trovare un foglio di carta pulito e una matita non rosicchiata dai topi. Una fatica improba. Tentò di elaborare mentalmente la prima frase, e si rese conto che non sapeva da che parte cominciare.

Sono un fallito, si disse, scivolando di nuovo nel sonno.

Dalla finestra socchiusa filtrava la debole luce del mezzogiorno. Una sirena strillava in lontananza, invitando tutti i bravi cittadini alla pausa per il pranzo.
 
 

Per giorni e giorni Alvaro passò di festa in festa, nella speranza di incontrare di nuovo quella ragazza. Divenne così frenetico che gli amici non lo riconoscevano più. Non era capace di stare in un posto più di qualche minuto. Appena era sicuro che lei non era presente, cominciava ad agitarsi. "Io vado a quell’altra festa" diceva, e nonostante le insistenze degli amici (che avrebbero voluto fermarsi ancora un po’) partiva al galoppo.

Più di una settimana trascorse in quel modo, poi il fuoco dentro di lui si spense, si tramutò in brace tiepida, che non scaldava più. Divenne triste. Apatico. Andava ancora alle feste, ma se ne restava in disparte, da solo, a bere e a rimuginare.

Un giorno accettò di accompagnare Riccardo in una consegna all’altro capo della città. Prima di mettersi in viaggio dovettero recarsi a casa dell’amico.

Riccardo lo fece accomodare in salotto e gli disse di aspettarlo lì. Alvaro sedette sulla poltrona e si mise a osservare distrattamente i quadri appoggiati alle pareti. C’erano opere di quasi tutti i principali artisti del quartiere, in quella casa. Erano, notò, soprattutto paesaggi e nature morte.

Quando fu di ritorno, Riccardo prelevò uno dei quadri e iniziò ad avvolgerlo nel cellophane. Nello spazio rimasto vuoto apparve un minuscolo dipinto, un ritratto di ragazza. Alvaro dovette avvicinarsi perché temeva di aver visto male. Guardò bene, e si sentì mancare il respiro: era proprio lei.

Riccardo notò il suo interessamento.

"Ti piace? Se vuoi te lo regalo."

Alvaro non riusciva a distogliere lo sguardo.

"Chi è?" chiese. Riccardo si strinse nelle spalle.

"Non lo so. È l’ultima opera di Vladimiro. Me l’ha portata il giorno prima che venissero a prenderlo. Io gliel’ho detto subito, guarda che i ritratti non li vuole nessuno, ma lui ha insistito. Tienilo lo stesso, mi ha detto."

Aveva terminato di fare il pacco. Esaminò con occhio critico il risultato della propria opera e parve soddisfatto.

"Andiamo?"

Alvaro esitava.

"Me lo regali davvero?"

Riccardo ridacchiò.

"Adesso andiamo, dài. Te lo porto a casa io, domani."
 
 

Lo attaccò alla parete davanti al letto, con un chiodo recuperato sgangherando una sedia. La parete era un po’ deformata e il quadro pendeva sbilenco. In verità, il contrasto fra la purezza dei suoi colori e la tinta indefinibile della parete era un autentico pugno nell’occhio. Una tinta grigia, informe, che sfocava lo sguardo. E al centro quel gioiello di linee e di colori. Quando Riccardo l’aveva visto, non aveva resistito al disgusto.

"Ti aspetto fuori" aveva detto, nascondendo una smorfia.

Eppure ad Alvaro piaceva. Dava un senso diverso alla sua stanza. Ora poteva aprire gli occhi e avere qualcosa da guardare. Addirittura, poteva rimanersene a letto fino a tardi a rimirare quel viso meraviglioso, che gli trasmetteva una misteriosa energia.

A volte all’alba, tornando dagli inutili vagabondaggi notturni, prendeva la sedia e andava a piazzarsi davanti al dipinto, a un metro di distanza. Contemplava per ore le mille sfumature del sorriso, il lampo azzurro dello sguardo, l’onda dorata dei capelli, la rossa ferita delle labbra, per imprimerseli in mente. Voleva sognarla. Voleva sentire di nuovo la sua voce. Chiederle come si chiamava.

Ma il sogno non veniva. Dopo quell’unica volta, non gli era più accaduto di sognare.
 
 

Vladimiro si fece vivo di nuovo. Una notte lo attese all’entrata di una festa, nascosto dietro a un albero. Era molto dimagrito, e i suoi occhi bruciavano di una febbre ansiosa.

"Ne ho trovato un altro" gli sussurrò, dopo essersi fatto riconoscere. Alvaro non capì.

"Un altro cosa?"

Vladimiro si guardò attorno sospettoso, poi estrasse dal giubbotto un pacchetto incartato nel cellophane.

"Nascondilo" gli disse "Non fartelo trovare addosso. Se ti chiedono se mi hai incontrato, rispondi di no."

Dopodiché svanì, scivolando nel buio. Gli rimase solo il pacchetto in mano e una leggera eco della sua voce. Passi rumorosi alle sue spalle lo indussero a occultare il pacchetto in una tasca. Andò alla festa, ma con la mente altrove. Per tutta notte fece scena muta, e abbandonò gli amici molto prima del solito.

Infilò il viale di casa che la notte non si era ancora consumata. Mille musiche si confondevano nell’aria, lame di luci abbaglianti sciabolavano il cielo. L’aria era percorsa da profumi inebrianti e folate di fumo rancido.

Si fermò nel cortile, per un bisogno urgente. Alla fioca luce della luna aprì il pacchetto e ne esaminò il contenuto. Si trattava di una plastifoto. Un uomo più o meno della sua età, grigio e stempiato. Aveva la pelle quasi trasparente, lo sguardo spento, le labbra troppo sottili. Eppure in qualche modo assomigliava a lui. Molto vagamente, ma gli somigliava.

Il cuore prese a battergli forte. In che razza di pasticcio lo stava cacciando, Vladimiro? E perché proprio lui?

D’accordo, anche ammettendo che quei due tipi lì gli somigliassero, cosa c’era di tanto strano? C’era un sacco di persone uguali, in città. Una volta aveva visto un programma televisivo (da un rigattiere che aveva recuperato e fatto funzionare un vecchio apparecchio TV): bene, sembrava che tutti quelli che venivano ripresi fossero gemelli. Avevano tutti le stesse facce, le stesse espressioni, persino gli stessi gesti.

Fece per entrare in casa, ma sentì delle voci provenire dall’interno. Spaventato, si nascose. Le voci tacquero di colpo, poi esplosero in un’imprecazione. Udì un suono strano, come di tela lacerata, e poi un frenetico spostare oggetti.

Dieci minuti più tardi, due ombre volarono fuori dalla finestra. Gli passarono a un metro, ma non lo videro. Alvaro attese qualche altro minuto, per essere sicuro che non ci fosse più nessuno, poi si decise ed entrò in casa.

Non ebbe nemmeno la forza di mettersi a urlare. Tutti i suoi mobili erano sottosopra: il letto era stato rovesciato, il materasso sventrato, il cuscino squartato. Peggio di tutto, il ritratto della ragazza era stato pugnalato a morte. I lembi della tela pendevano inerti, privi di vita.

Terrorizzato, Alvaro aprì la cassaforte. La plastifoto era ancora lì. Non l’avevano trovata. Ammesso che fosse quello che cercavano.
 
 

Per due giorni rimase tappato in casa, timoroso persino di mettere il naso fuori. Risistemò alla meglio la stanza, cercò di rimettere insieme il ritratto della ragazza con dello scotch, poi si gettò sul letto. Pianse per molte ore, o così gli parve. Scivolò in un dormiveglia angoscioso, destato da ogni piccolo rumore. Di tanto in tanto apriva gli occhi e osservava con sguardo depresso il volto rabberciato che pareva rimproverarlo.

Aveva nascosto le due plastifoto sotto al cuscino, in attesa di decidere cosa farne. Non se la sentiva di tenerle ancora in casa, e non sapeva se gettarle via o nasconderle da qualche amico fidato.

All’imbrunire del secondo giorno, con lo stomaco che gorgogliava dalla fame, si vestì e uscì. C’era solo una persona a cui poteva chiedere consiglio: il vecchio Frank.

Prima si fermò al chiosco sotto casa e divorò un panino al pesce. Un pesce che doveva essere stato pescato ai tempi della sua infanzia, a giudicare dall’odore. Il suo stomaco, però, non fece lo schizzinoso e accettò il cibo con soddisfazione.

Il vecchio Frank se ne stava al buio, come al solito. Sedeva vicino al pianoforte e di tanto in tanto suonava qualcosa, con una mano sola. Lo salutò con un cenno del capo e gli indicò l’unica sedia disponibile.

"Dicono che hai avuto visite" disse, dopo un silenzio interminabile punteggiato da scale pentatoniche ripetute ossessivamente.

Alvaro annuì. Estrasse le due plastifoto e rimase per un poco a palleggiarsele nelle mani. Non riusciva a decidersi a parlare.

"Sei venuto per quelle?"

Alvaro annuì nuovamente.

"Me le ha date Vladimiro."

Nel buio intravide un sorriso scheggiare la maschera del vecchio pianista.

"Vladimiro? Interessante."

Rimase pensieroso per il tempo di una sigaretta.

"Devi essere stato uno degli ultimi a vederlo."

"L’ho incontrato l’altra sera. Appena fuori della festa. Sembrava molto nervoso."

Il vecchio Frank si schiarì la voce.

"L’altra sera? Impossibile. Hanno trovato il suo corpo tre giorni fa. Massacrato di botte. Forse torturato. Probabilmente ti confondi."

Alvaro cominciò a sentire il pesce che gli nuotava negli intestini.

"Ti giuro che l’ho incontrato l’altra sera. Mi ha consegnato questa plastifoto e mi ha detto di nasconderla."

Il vecchio Frank si grattò il mento.

"Tutto ciò è molto strano" disse "Fammi vedere."

Di malavoglia, Alvaro gli tese le plastifoto. Il vecchio Frank le esaminò a lungo. Ogni tanto alzava la testa e lo osservava, come studiandolo, poi riprendeva a guardare le riproduzioni. A un certo punto ne girò una sul retro, la avvicinò agli occhi e mormorò:

"Qui c’è scritto qualcosa."

Gli fece un cenno vago con il braccio.

"Passami la lente. È là sul tavolo."

Alvaro gli andò dietro. Lesse assieme a lui. La minutissima calligrafia di Vladimiro diceva: Cerca Barbara. Ti aspetta nel Parco Nord.

Il vecchio Frank sospirò.

"Chi è questa Barbara? La conosci?"

Alvaro non sapeva cosa rispondere. Aveva la gola secca e il cuore che pulsava a mille. Un’idea assurda gli si era insinuata nella mente.

"Forse. Non ne sono sicuro."

Nel buio, il respiro del vecchio Frank si placò. La sua mano ricamò una scala cromatica, lievissima, che si infranse in un accordo dissonante. Alvaro rimase in attesa.

"Cos’hai intenzione di fare?"

"Non lo so. Forse andrò nel Parco. O forse no. Devo ancora decidere."

Il vecchio Frank annuì.

"E queste?" Indicò le plastifoto. Alvaro si strinse nelle spalle.

"Preferirei che le tenessi tu. Nascondile, o dàlle a qualcuno fidato."

Si alzò. Non sapeva perché, ma sentiva l’urgenza di andarsene. Una vaga sensazione di pericolo. E un richiamo, così debole da essere quasi impercettibile. Doveva andare.

Varcò la soglia e dietro di lui le mani magiche del vecchio Frank disegnarono un arpeggio languido, quasi triste.

La notte stava dilagando. Luci chiassose e aggressive esplodevano a grappoli. Una voce lontana urlava parole a cui era difficile resistere.
 
 

Entrare nel Parco Nord era come tuffarsi in un fiume gelato. L’umidità della vegetazione si condensava in una nebbiolina bassa e sottile, che si infiltrava nei vestiti e nella pelle. Il sentiero che lo traversava era disseminato di panchine di cemento su cui gruppi di ragazzi sedevano in attesa. Ombre furtive scivolavano fra le piante. Di tanto in tanto emergeva una voce. Un sussurro si insinuava fra i ragazzi. Una mano si protendeva imperiosa.

Fruscii di passi leggeri. Gemiti, di piacere o di dolore. Urla improvvise che squarciavano la notte. E subito dopo una risata, o il fragore di piedi in corsa.

Alvaro non veniva al Parco da quando era un ragazzino. L’aveva sempre odiato, per quello che rappresentava. Adesso scopriva che non gli faceva più nessun effetto. Poteva osservare la consueta rappresentazione notturna con distacco, quasi con disinteresse. Riusciva persino a provare un po’ di compassione per le povere creature costrette a guadagnarsi da vivere in quel modo.

Un pensiero improvviso lo fece rabbrividire. Forse Barbara era una di loro.

Percorse il sentiero fino all’altro capo del Parco. Un paio di ragazzine che non dovevano avere più di dieci anni si misero a seguirlo, convinte che stesse cercando qualcosa che loro potevano dargli. Erano magre e malvestite, ma con lo sguardo famelico e sfrontato.

Alvaro cercò di liberarsi di loro mettendosi a correre, ma poi si pentì di quella crudeltà. Attese che lo raggiungessero e regalò loro una moneta a testa.

Le guardò allontanarsi perplesse, in parte allegre per l’insperato guadagno, in parte deluse per non aver potuto mostrare ciò di cui erano capaci.

La notte si stava addensando. Il centro del Parco era sempre più buio, la città sembrava a ogni passo più lontana. Alvaro attese.

Finalmente colse un bisbiglio. Proveniva dal punto dove l’oscurità era più fitta. Al centro di un cerchio di piante. Con cautela abbandonò il sentiero e penetrò nella vegetazione. Calpestò un ramo secco, e lo schiocco che ne derivò parve più assordante di un tuono. Le voci si azzittirono di colpo.

Il buio era così compatto che gli divenne impossibile capire dove stesse andando. Proseguì alla cieca per qualche altra decina di passi, poi si arrestò. Il silenzio era totale, nemmeno il vento spirava. Se una sola foglia fosse caduta, si sarebbe potuto udire il rumore prodotto dal suo impatto col terreno.

Decise di rischiare.

"Barbara" mormorò. Qualcosa frullò sul ramo sopra di lui. Qualche turpe animale emise una sonora risata, che echeggiò in modo sinistro.

Attese ancora. Per quanti sforzi facesse, non riuscì a impedirsi di tremare. Ancora dieci secondi, pensò, Poi mi metto a gridare.

Contò mentalmente. Era arrivato a sette, quando si sentì toccare una spalla. Urlò. Una mano gli premette la bocca, costringendolo a tacere. Dal buio emersero due occhi febbricitanti, un sorriso storto che gli era familiare.

"Silenzio" sussurrò Vladimiro "Barbara ti sta aspettando. Le rimangono poche ore."
 
 

Sedeva sulla panchina con addosso la medesima maglietta di quella sera alla festa. Si stringeva le braccia al corpo, come a proteggersi dal freddo della notte. I capelli spettinati le davano un’aria selvaggia, il suo piccolo viso si perdeva nel groviglio della chioma.

"Guarda chi ti ho portato" le disse Vladimiro. Lei lo scrutò in viso, ma sulle prime parve non riconoscerlo.

"Ti ho cercata tanto" mormorò Alvaro, avvicinandosi. Lei gli sorrise e si scostò una ciocca dalla fronte.

"Lo so" rispose "Ma non potevo più venire. Mi hanno scoperto troppo presto…"

Gli sorrise, accarezzandolo con lo sguardo.

"Sto per partire" disse "Questa è la mia ultima notte."

"Partire? Per dove?"

Lei abbassò lo sguardo, ma non rispose. Fu Vladimiro a farlo al posto suo. Lo prese per le spalle e lo obbligò a voltarsi.

"Barbara è una messaggera" disse, con voce ispirata "L’hanno mandata i nostri amici di fuori per aiutarci. Ma il suo tempo sta per scadere."

Alvaro rimase a bocca aperta. Cercò di intuire se Vladimiro stesse scherzando.

"Non capisco" disse. La ragazza allungò una mano e gli fece una carezza. Sembrava molto triste.

"È perché non ricordi" disse. Si voltò di scatto e si allontanò di qualche passo. Alvaro la vide piegarsi e vomitare una sostanza verde. Fece per andarle vicino, ma Vladimiro lo trattenne.

"Non puoi farci niente" gli disse. Alvaro si coprì il volto con le mani, per non vedere quella scena tremenda. Udì ancora una serie di rantoli, poi un sospiro rassegnato. Tornò a guardare: la ragazza era seduta sull’erba, con un fazzoletto intorno al capo. Era pallida come uno straccio.

"Stai meglio?" le chiese. Lei sforzò un sorriso.

"Non preoccuparti per me. So cosa mi aspetta. Pensa piuttosto a te. Fatti spiegare da lui cosa devi fare."

Si stese all’indietro e rimase a fissare il cielo stellato. Per un poco il suo respiro sollevò nuvolette di umidità, poi si placò. Il suo petto smise di sollevarsi. Alvaro osservò con indicibile orrore quella cosa che era stata il corpo di una ragazza rattrappirsi e divenire informe, e poi tramutarsi in fango umido che si allargò sull’erba.

Gli venne voglia di vomitare, ma Vladimiro lo prese per un braccio e lo condusse via.

"È solo un trucco" gli disse all’orecchio "Giusto per far vedere che non è reale."

"Cosa non è reale?"

"Tutto. Questo mondo. Siamo rinchiusi in un mondo artificiale."

Alvaro si arrestò, incredulo. Non stava mica parlando seriamente?

"Lo so che è difficile crederci. Anch’io, quando Barbara me l’ha spiegato la prima volta, non volevo accettarlo. Sembra tutto così reale, così vero…"

Camminarono per un po’ in silenzio, fino a che raggiunsero di nuovo il sentiero. Qui Vladimiro si arrestò.

"C’è una cosa che devi fare: trova gli altri tuoi gemelli. Dovete mettervi insieme, per ricordare."

"Ricordare cosa?" chiese, ma Vladimiro era ormai svanito. Provò a chiamare il suo nome alcune volte, a voce non troppo alta. Nessuno gli rispose.

Si ritrovò seduto su una panchina, con la testa tra le mani. Non sapeva come ci fosse arrivato. Sentiva solo un gran peso nella testa, e un vuoto incolmabile in mezzo al petto.

Forse ho sognato, si disse, levandosi in piedi. La notte era nel pieno delle sue forze. Non lontano da lì, musiche assordanti spazzavano l’aria. Le luci e gli odori e i deliri consueti rinchiudevano la città in un’impalpabile rete di incoscienza.
 
 

All’alba, disteso nel letto in attesa di assopirsi, fu certo di aver sognato. Nessuno degli avvenimenti che ricordava era reale. Non poteva essere altrimenti. Del resto, Vladimiro era morto, avevano trovato il suo corpo quattro giorni prima. E la ragazza, Barbara, era così giovane e in buona salute che non poteva morire in quel modo.

Si addormentò con quella vaga consolazione, ma al risveglio, a pomeriggio inoltrato, ogni sua certezza era andata in frantumi. La sensazione di aver perduto per sempre l’unica ragazza che gli aveva dato qualcosa era troppo intensa, il cuore si spezzava al solo pensarci. E Vladimiro forse si aggirava ancora nel Parco, ombra febbricitante che aspettava solo di seguire Barbara.

Che assurdità, si disse. Un mondo artificiale. Non poteva essere vero. Avrebbe voluto dire che tutto quanto (le persone, la città, gli abiti che indossava, e persino le bevande con cui si ubriacava), tutto quanto era finto.

Eppure, ricordò, lui stesso aveva sempre avuto quell’impressione vaga, di qualcosa di sbagliato nel suo mondo.

La notte successiva tornò nel Parco. Cercò Vladimiro, ma non lo trovò. Vagò come un pazzo sotto a un cielo nero, senza neanche una stella. Il rimpianto per la perdita di Barbara era così forte da spegnere in lui ogni altra emozione.

A un certo punto non seppe resistere. Avvicinò una ragazzina di non più di dodici anni e la portò nel folto del bosco. Quando furono sdraiati sull’erba, fianco a fianco, col nero della notte che premeva sugli occhi, si pentì del proprio gesto. Non sapendo bene cosa fare, cominciò a parlare. Raccontò alla ragazzina tutte le disavventure della sua vita, dai tempi remoti del convitto alle ultime, confuse giornate. Lei ascoltava attenta, ridendo di tanto in tanto, e dopo un po’ gli prese una mano e se la mise sul cuore. I seni appena accennati palpitavano sotto alle sue dita, gli ricordavano quelli di Barbara.

Anche la ragazzina si sfogò. Gli narrò tutti i soprusi e le violenze che aveva dovuto subire, e come era scappata di casa quando sua madre era morta. Raccontava le atroci vicende della sua vita con una leggerezza di tono che stupiva. Alvaro non poté fare a meno di regalarle una carezza. Alla fine lei lo abbracciò e gli chiese se voleva fare l’amore.

Lui le chiese: "Perché non viene a stare con me?"

Lei abbassò lo sguardo.

"Mi piacerebbe" rispose "È da tanto che non ho una casa."

E proprio allora la luna sorse, illuminandole il viso. Alvaro notò, con sgomento ed esultanza, che assomigliava straordinariamente a Barbara.
 
 

I giorni presero un ritmo ossessivo. La sua vita cambiò completamente. Iniziò a passare più tempo in casa. Rinunciò alla maggior parte delle feste; preferiva rimanere con Lorenza, a parlare sottovoce e a scambiarsi carezze. I suoi amici, smise di vederli. Li incontrava talvolta per caso, di pomeriggio, lungo il viale che conduceva in città. Si scambiavano frasi banali, col tono di chi non ha nulla da dirsi.

Nel Parco ci andava sempre più spesso. Aveva scoperto che lo aiutava a pensare. Immaginava delle storie, e poi quando tornava a casa le scriveva. Ne aveva fatte leggere alcune a Lorenza, e lei lo aveva convinto a spedirle a qualche rivista. Con sua grande sorpresa, erano state accettate. Gli avevano persino mandato un assegno.

Lorenza intanto cresceva a vista d’occhio. Era sempre più bella. Non sembrava più una ragazzina, ma una giovane donna. Quanto tempo era passato? Tre anni, calcolò. Volati via in un sospiro.

Non è possibile, si disse. Sembrava ieri che l’aveva conosciuta.

E poi un giorno venne a suonare alla porta il vecchio Frank. Altissimo e scheletrico, con la pelle quasi bianca e gli occhi gialli. Gli tese un pacchetto voluminoso.

"Le hai dimenticate" gli disse.

Alvaro cercò di farsi venire in mente cosa fosse. Non ricordava. Aprì il pacchetto e riconobbe le plastifoto. Gli uomini riprodotti sembravano invecchiati come lui.

"Erano solo due" disse. Il vecchio Frank annuì.

"Lo so. La terza me l’ha portata Vladimiro la settimana scorsa."

Alvaro lo osservò attentamente: sembrava un fantasma. Doveva essere la prima volta che usciva di casa da molti anni. Gli fece cenno di entrare.

"Solo un momento" disse lui, chinandosi per varcare la soglia. Esaminò con sguardo sorpreso la sua casa.

"Ti sei sistemato bene" commentò. Alvaro si strinse nelle spalle.

"Non posso lamentarmi."

Il vecchio Frank si sedette, a fatica. Le sue ossa crocchiarono a lungo, finché non trovò una posizione comoda.

"Allora non era morto" disse Alvaro, sedendoglisi di fronte.

"Sembra di no. Anche se aveva una brutta cera. Doveva essere malato."

Alvaro si mise a guardare le plastifoto. Provava una strana sensazione, che non riusciva a definire.

"Secondo te significano qualcosa?" chiese al vecchio Frank. Questi si grattò il mento e socchiuse gli occhi.

"Se vuoi la mia opinione spassionata: no. Non significano niente."

Sospirò, abbandonandosi sullo schienale.

"Ma Vladimiro ha sempre avuto la capacità di vedere l’invisibile. I suoi quadri ne sono pieni. Potrebbe avere ragione lui."

Si alzò, con un cigolio sinistro. Gli batté una mano sulla spalla e si avviò. Alvaro rimase a guardarlo andare, senza sapere cosa dire per salutarlo. Continuò a osservare lo spazio vuoto della porta, mentre il tempo attorno a lui si contraeva, finché intravide un corteo transitare silenzioso. Incuriosito, uscì per vedere cosa fosse.

Nel corteo c’erano tutti i suoi amici. Vide Riccardo che gli faceva un cenno di saluto. Gli si avvicinò e gli chiese, sottovoce: "Cosa succede?"

"Il vecchio Frank è morto. Gli stanno facendo il funerale."

Alvaro non seppe trattenere un gemito.

"Il vecchio Frank? Gli ho appena parlato… Quando è successo?"

"Parecchi giorni fa. Ma l’hanno trovato solo ieri. Per via della puzza."

Il corteo si era ingrossato a vista d’occhio, ormai l’intero quartiere si era accodato. Una banda sgangherata aveva attaccato il motivo preferito del vecchio pianista.

Alvaro si arrestò, istupidito. C’era qualcosa di profondamente sbagliato in tutto ciò che vedeva. Cercò di capire cosa fosse, ma non ci riuscì. Sconsolato, se ne tornò a casa. Le plastifoto erano lì sul tavolo, sparse disordinatamente. Senza quasi vederle le impacchettò e le depose nella sua nuova cassaforte.
 
 

E poi un giorno (quanti anni erano passati? Tanti. Troppi. Da perderne il conto) bussarono di nuovo alla porta. Lorenza non c’era, era andata chissà dove, a inseguire qualche sogno segreto che non sapeva confidargli.

Attese che lo sconosciuto bussasse a lungo, prima di decidersi ad aprire. Si trovò di fronte un uomo quasi vecchio, piuttosto grasso e decisamente calvo. Un uomo che lo fissava con sguardo furbo e indagatore.

"Avremmo dovuto conoscerci" esordì tendendogli la mano "Molti anni fa."

Alvaro gli fece cenno di entrare. Era il suo sosia. Il suo gemello, come aveva detto Vladimiro. Quello ricco.

"Ho ancora la sua foto" gli disse, in tono distratto. Lo sconosciuto allargò le braccia, desolato.

"Io le mie le ho smarrite" disse "Pensi, ne avevo cinque. Mi mancava solo la sua."

Senza sapere bene perché lo facesse, Alvaro aprì la cassaforte ed estrasse le vecchie plastifoto. Le mise sul tavolo, di fronte allo sconosciuto. Questi le prese e le osservò, con scarso interesse.

"Può buttarle via, ormai."

Alvaro lo guardò, senza capire. Lo sconosciuto sorrise, mettendo in mostra denti bianchissimi, perfetti.

"Siamo rimasti solo noi due. Gli altri sono tutti morti."

Si appoggiò all’indietro sulla sedia ed estrasse una sigaretta. Se la portò alle labbra, poi si fermò, dubbioso.

"Le dà fastidio se fumo?"

Alvaro scosse il capo. Lo sconosciuto si accese la sigaretta e aspirò un paio di boccate, voluttuosamente.

"È successo tutto così in fretta" disse, esalando una nuvoletta di fumo.

"Già. Gli anni sono volati via" mormorò Alvaro. Lo sconosciuto annuì.

"Il suo amico pittore me l’aveva anticipato. Sbrigatevi, mi aveva detto, perché il tempo accelererà."

"Lei ha conosciuto Vladimiro?"

"È stato lui a parlarmi di lei. Venne da me un giorno di tanti anni fa. Mi disse che c’era un mio gemello, nel quartiere degli Artisti. Aggiunse delle frasi che non ricordo, e che interpretai come velate minacce."

Esalò un’altra nuvoletta di fumo.

"Pensai che fosse un ricattatore. Ero molto diffidente, a quei tempi. I miei soldi facevano gola a un sacco di gente, capisce."

Buttò la sigaretta e la spense con il tacco.

"Lo feci pestare a sangue dai miei ragazzi. Credevo di aver risolto definitivamente il problema, invece alcune settimane dopo mi si ripresentò. Più magro e più pallido, ma ancora vivo. Mi raccontò una storia strana. Mi diede la foto di un mio gemello."

Parlava a voce più bassa, ora, in tono sommesso. Di tanto in tanto si guardava attorno, con gesto forse involontario. Alvaro lo ascoltava in silenzio.

"Non credetti a una sola delle sue parole. Fui però incuriosito dal particolare dei gemelli. Mi informai. Feci le mie indagini. Ce n’erano sei. Uno era lei, ma non contava. Contattai gli altri. Erano tutte persone comuni, di varia estrazione. Uno faceva l’impiegato, un altro il commerciante, un altro ancora l’operaio, e così via. Tutta gente a posto. Tranne lei. Lei era un fallito. O almeno, a quell’epoca la consideravo tale."

Un colpo di tosse improvviso costrinse lo sconosciuto a interrompersi. Ne approfittò per guardarsi nuovamente intorno.

"Lo sa che lei si è proprio sistemato bene? Non pensavo che in questo quartiere ci fossero delle case così ben arredate…"

"È tutto merito di mia moglie" disse. Lo sconosciuto annuì, distrattamente.

"Le stavo dicendo che li contattai tutti, a uno a uno. Ci volle del tempo, naturalmente. Vivevano in quartieri distinti, ai vari angoli della città. Non fu facile, ma riuscii a fare in modo che lavorassero per me. Per qualcuna delle mie aziende."

"Cercai di conoscerli bene. Non era difficile. Quando ero assieme a uno di loro mi sentivo strano. Spesso capivo cosa stavano per dire prima ancora che aprissero bocca. Non avevano segreti per me. A volte utilizzavo questo fatto per impormi, per dominarli. Loro soffrivano, ma si piegavano."

Tacque di colpo, come se avesse esaurito le forze. Rimase a guardarsi le scarpe, con le mani aggrappate alle ginocchia.

"E poi?" chiese Alvaro, incuriosito.

Lo sconosciuto sospirò.

"Il tempo è volato via. Prima uno, poi l’altro, si ammalarono tutti. Anch’io mi ammalai, ma devo essere più resistente."

Alzò lo sguardo per guardarlo negli occhi. Ad Alvaro parve di leggere nel suo viso un dolore così grande che le parole non potevano esprimere.

"Avremmo dovuto ritrovarci tutti quanti, come diceva il suo amico."

"Lei crede che sarebbe successo qualcosa?"

Lo sconosciuto si strinse nelle spalle.

"Chi lo sa? Forse no, ma mi sarebbe piaciuto provare. Il suo amico…"

"Lasci perdere. Vladimiro era un po’ matto. Simpatico, ma con delle idee balzane."

"Già. Ha ragione. Eppure…"

Si era alzato, aveva già la mano sulla maniglia.

"Il suo amico diceva che avremmo ricordato. Che cosa?"

Alvaro non rispose. Si limitò a stringergli la mano e a guardarlo salire sulla grossa automobile scura. Lo vide allontanarsi sul raccordo, e lo seguì con un groppo in gola, fino a che non fu che un puntino indistinguibile che si confondeva con l’orizzonte.
 
 

Era seduto nel porticato a godersi il tepore della sera, un giorno di fine estate, quando vide arrivare il suo vecchio amico Riccardo. Notò i lunghi capelli bianchi, le rughe profonde che gli segnavano la faccia, il passo malfermo e claudicante. Gli fece posto sulla panca e lo invitò a sedere accanto a sé.

"Oggi è il mio compleanno" disse Riccardo, dopo aver masticato a lungo in silenzio un grumo di tabacco.

"Quanti?"

Nella semioscurità il vecchio mercante si concesse un sorriso. Triste, e carico di rimpianto.

"Ottanta. Compio ottant’anni."

Scrollò la testa, divertito. Nei suoi occhi c’era ancora l’energia di un ragazzino.

"Sembra impossibile, vero? Se ripenso alla mia vita, mi sembra che sia durata poche ore. Siamo invecchiati in un attimo…"

Alvaro rifletté. Le parole di Riccardo gli fecero una strana impressione. Come se fossero sbagliate. Non appropriate. Io sono ancora giovane, pensò. Solo pochi giorni prima aveva conosciuto Lorenza. Non era possibile che fossero passati così tanti anni…

Guardò sopra di sé. Un cielo così nero e con stelle così lontane. Forse aveva ragione Vladimiro. Era tutto falso. Tutto artificiale.

Un frammento di ricordo si accese per un istante, ma si spense subito. Il vento rabbioso della vecchiaia soffiava su di lui. La sua vita cos’era stata? La breve danza di un giorno.

E proprio in quel momento il mondo attorno a lui si congelò. Rapidamente, tutto si disfece in un vuoto insensato. Capì che il suo tempo era giunto al termine.

Rimase solo, avvolto dal nulla, per un istante interminabile. In quell’istante ricordò. Ricordò ogni cosa.

Aveva contribuito anche lui a costruire quel mondo artificiale. Faceva parte del team che l’aveva progettato. Prima di cadere in disgrazia.

C’era un modo per uscirne, e lui lo conosceva. Ma per farlo doveva rimettere insieme la chiave mnemonica suddivisa fra tutti i suoi doppi. Era questo che Vladimiro gli aveva chiesto di fare…

Pianse, nel luogo senza tempo. Vide chiaramente tutta la scia di dolore che gli stava davanti. Non c’era modo di evitarla.

Gli altri frammenti del suo essere stavano già rinascendo, a uno a uno, in nuovi corpi artificiali.

Non poteva far altro che seguirli.



 © Claudio Tinivella 1999


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