L'ELEFANTE DEL DESERTO

Andrea Iovinelli

 

Fa caldo. Tanto.

Il sole picchia sui nostri elmi, implacabile, spietato. Ed uccide qualsiasi forma vivente che non sia sufficientemente organizzata nel combatterlo o nel limitarlo. Vegetale o animale, non importa.

Ma è normale, a quest'ora, qua in mezzo. Avanzo passo dopo passo, faticosamente, strisciando i piedi pesanti sulla sabbia; non dovrei farlo, dicono che ci si affatichi di più, ma non ce la faccio... non dopo quello che ho passato, e non con quest'affare addosso.

Le voci mi arrivano lontane, ovattate: ogni volta che qualche commilitone ti rivolge la parola, sembra che questa ti arrivi filtrata da una nebbia fitta e invisibile, che invece di ridurre le capacità visive attenua quelle uditive. È un effetto curioso, ma ci si fa l'abitudine dopo un po' di tempo.

È colpa di questa specie di scafandri-tortura-bipedi.

"Ah, cavolo!", pensi ogni tanto, "Potessi togliermi 'sta maledetta suit..." e respirare liberamente a pieni polmoni; aria fresca, leggera, che inebria la mente come una droga, che risolleva da ogni male e ogni depressione, che rinvigorisce i muscoli e fa veleggiare lo spirito.

Già. Aria fresca...

Il concetto è difficile da render presente nella mia mente... come in quella di tutti i miei coetanei. Chi l'ha mai "vista" l'aria fresca? Ho delle vaghe reminiscenze di quand'ero bambino, della frescura di primavera che mi saliva per le narici e si espandeva per la gola fin giù nei polmoni; un prato verde in fiore e una farfalla che mi passa davanti agl'occhi... Ce l'ho stampato nella mente, indelebile. Una sensazione indescrivibile.

E... farfalla... è così che si chiamavano? La memoria mi tradisce; o forse non è colpa della memoria, e magari è solo un sogno rimastomi impresso. E se invece fosse una manipolazione indotta? Dopo quello che mi è successo non sono più sicuro di niente, neanche dei miei pensieri. Ma poi, dopotutto, che cos'è, realmente, che mi è successo?

Non lo so. Non so nemmeno questo.

Il terrore si impadronisce della mia mente, poiché nulla è più spaventoso del non sapere. Dopo che sono inaspettatamente ricomparso, fatico a credermi, perché non so; non so più che cosa sono, né che ho fatto. Non ricordo più cosa è realmente vero e quale realtà è falsa.

Ma quello che mi terrorizza di più, è il pensiero che "loro" possano aver messo le mani su di me. Si narrano storie atroci, giù al campo; leggende, perché nessuno è mai tornato indietro per raccontare la verità che, forse, è persino peggiore della fantasia.

Ben Solum, il primo dei disertori, sapeva in quanto egli stesso era stato uno di loro. E mai, mai, rivelò ciò che avrebbe potuto facilmente distruggere il morale di una intero popolo.

È così che vincono le loro battaglie ancor prima di combatterle: col solo terrorismo psicologico. Penso a loro, e con me ogni mio coetaneo, come invincibili e mostruose creature, pur sapendo che sono comunemente mortali; ce lo inculcano nella testa fin da neonati, al posto delle favole, per alimentare quell'indelebile odio generazionale. Solo da grandi si comprende che sono "solo" come noi, ma la paura... quella rimane lì, incastrata tra la nostra infanzia, ed è solo grazie a quella che riusciamo a sopravvivere, a temerli per quelli che sono.

I Proprietari.

Il capo m'ha messo nelle retrovie, dietro l'elefante, proprio a scorta di tutti; non so perché si fidi così tanto di me. Lui parla spesso di intuito... io dico che sono solo baggianate, e che qui nessuno si fida di nessuno. Piuttosto, un "mi fido di te", non fa altro che aumentare il mio grado di attenzione nei confronti di chi l'ha pronunciato. Più che guardare avanti qui, devi star attento a guardarti didietro; "guardare" anche con le orecchie, con il naso, o più fedelmente forse, tastando le sensazioni, consultando l’inestimabile bagaglio dell'esperienza.

Sempre se ti interessa sopravvivere un po' più a lungo del normale, ovviamente.

Il grosso elefante è lì davanti; incede pesantemente sollevando con i suoi arrugginiti cingoli, immense nuvole di sabbia. E lo guardo rassegnato, pensando a quanto la sua ombra potrebbe facilitarmi nella marcia; il mio è un desiderio disilluso: l’ombra, involontaria traditrice dei miei pensieri, abbraccia i desideri di qualcun altro.

Sole basso. È prestissimo, eppure fa un caldo appena sopportabile; certo, se le suit funzionassero come dovrebbero... vecchie, logore, scadenti.

Cosa chiedere di meglio? Forse infilarsi in un barile d'acciaio nero. La differenza non sarebbe poi molta e in più, potrei usufruire del fattore sorpresa.

Cerco un segno: una fonte di calore, un'anomalia nel profilo dei rilievi che ci circondano, una nuvola di spurgo o una di distrazione.

Niente. O almeno è quello che mi segnalano i miei sensori, anche quelli vecchi, logori e di qualità scadente. Solo ingannevoli fiamme di rifrazione, nulla di più.

Vita impossibile.

Vita... tsé! Mi viene da ridere. È vita questa? A volte vorrei tanto essere dall'altra parte.

Ma dura poco, giusto il tempo di rifocalizzare quanto possano essere maledettamente bastardi. È solo che se avessimo una tecnologia pari almeno al coraggio che dimostriamo nell'indossare le divise da combattimento...

Mi sento un po' come un pesce in vasca. No, peggio, fuor d'acqua. Sotto questa fornace... Se ci penso mi sento male: attraversiamo il deserto del Draghin immersi nella sua valle più profonda, sormontati dalle enormi e polverose dune, a una velocità di cinque miglia orarie, pronti ad aspettare che i Bazahara, i Proprietari, ci piombino addosso e ci massacrino... Meglio che non ci pensi. Legib dice che i loro radar non ci intercetteranno. È impossibile, dice lui. Io gli ho ricordato, tristemente, che la nostra è già la terza missione in tre giorni.

Lui non ha risposto, ma avrei preferito lo avesse fatto.

Legib è davanti a tutti ed in uno scontro frontale, con ampie probabilità, sarebbe il primo a cadere. Io sono l'ultimo a sinistra, in coda al corteo. Davanti a me c'è Riggins, Johnny per gli "amici", un mezzo indiano butterato, sudicio e, particolare non da poco, largo quanto un mezz’elefante. È sbucato da non si sa bene dove... Di lui certo non mi fido, e se dovessimo essere coinvolti in un attacco dei Proprietari, forse sparerei prima a lui per non dovermene preoccupare poi.

Di fianco invece, mi ritrovo Aral Sanjabi: un bravo ragazzo, dalla pelle pulita, riservato e gentile, che purtroppo però, in un'offensiva da destra, mi coprirebbe per ben poco tempo, temo. L’unica persona che in una situazione del genere non vorrei avere intorno.

La mia vita è questa: una continua analisi, elaborazione e contemplazione delle capacità lesive degli uomini che mi si parano davanti. Sono stufo.

Sono trentacinque anni che sono stanco di sopportare questa prigionia del nulla. Trentacinque anni di sacrifici per la sola ricompensa di riportare a casa la pelle.

Stanco di vivere braccato in un inferno di fiamme invisibili. Vorrei solo avere qualche ora di riposo, scollegare il cervello e pensare ad altro; "loro" non lo permettono, perché sapendo che prima o poi cadremo di sicuro, cercano di affrettare i tempi e di risparmiare ricchezze. "Loro" vinceranno togliendoci la ragione, esasperandola. Solo così.

Ancora ventidue miglia. Mi chiedo quando arriveremo, se ci arriveremo. Un miraggio per la comunità intera, il verde pozzo. Ironia della sorte, non sappiamo neanche se esista ancora, se ci sia acqua potabile o addirittura se sia sorvegliato... Pazzi! Che siamo partiti a fare? Potevamo spararci direttamente sul posto.

Forse così qualcuno sarebbe sopravvissuto.

Legib mi fa segno. Un gesto con il braccio per chiamarmi a sé. Chissà che vuole adesso. Ripete il gesto freneticamente, due, tre volte.

"Tu e Frisco, lassù!", indicando le dune più alte alla sinistra dell'elefante. "Voglio che controlliate i dintorni. Guardate bene, Cristo! Non mi piace, non mi piace!"

"Che cosa?", gli faccio io. "Stai calmo!"

"Il radar, i rilevatori... danno strani segnali, non mi piace, non mi piace! Forza, andate!".

Bella impresa. Porca la disgrazia che mi mise al Mondo!

"Okay, okay, andiamo e torniamo. Sarà un attimo! Spero tu abbia una vaga idea di quanto ci impiegheremo?" gli rispondo, indicandogli la scalata per assicurarmi da eventuali, ingiustificati rimbrotti.

"Sì, lo so benissimo. Credi sia deficiente? Vaffanculo, Ray, eh! Adesso, vaaaaai!" mi ribatte lui.

"È ad est!" gli faccio notare io, "Non c'è niente ad est! Che ci andiamo a fare lassù?! Che vuoi che ci troviamo da quella parte?!"

"Ray, vaffanculo un'altra volta! Vuoi andare o stare qui tutto il giorno a discutere i miei ordini, eh?" mi risponde, sottolineando quell'ordini che tanto aspettavo di udire. Fu ragionevole, dopotutto. Quanto un coccio d'argilla, sì.

Non rispondo, approvo con un cenno della testa. "Bene" fa lui.

Mi dirigo verso la scalata, faccio segno a Frisco di seguirmi. "Ehi!" mi richiama Legib; mi volto, e la sua mano sinistra, il suo indice, indica inequivocabilmente il casco: la radio. Aggiunge un semplice "No".

Silenzio radio.

Avevo scelta? Magari. Mi ero guadagnato la sua utilissima fiducia, per far che? Per farmi mandare al macello. Riesaminai il vantaggio della inestimabile stima che egli nutriva nei miei confronti. Forse di lì a poco, avrei messo la testa fuori dalla vetta di quella stramaledettissima duna, e non l'avrei più ritrovata.

Bel programma.

In compenso però, avrei potuto puntare sull'appoggio, morale più che altro, dell'anziano del plotone, Frisco. Ah, che fortuna!

Forse dovrò portarmi su a spalla anche lui.

Una fitta dietro l'orecchio destro. Un dolore abbagliate. Cristo, che male! Mi ci mancava.

Solo qualche istante. Tutto passato.

Giusto il tempo necessario per impensierirmi.

Scalare una delle dune più alte del Draghin. Un altro pezzo della mia pregiatissima collezione.

Il fiato non c'è. Cerco di spezzarlo. Impresa inutile. I filtri lisi del casco fanno passare a mala pena l'aria, ma se me lo tolgo, so già che l'equilibrio termico sarebbe irrimediabilmente compromesso e che, probabilmente, morirei. Sento la testa scoppiare, le tempie pulsare all'impazzata, il battito cardiaco irrefrenabile. Prego di sbagliarmi.

Frisco. Non so come si possa sentire. E poi non me ne frega niente. Finalmente un costone di roccia, materia solida su cui poggiare. Mi fermo.

Forse neanche riprendo. Non ho voglia di lasciarci la pelle. Frisco faccia come crede. Me ne infischio di lui, degli ordini e del mondo intero, adesso. Adesso penso a me, e a come salvarmi la vitaccia.

Guardo un po' la situazione sottostante. Mi riprendo un po' di fiato; prendo tempo.

Una grossa macchia giallo-scuro e alcune chiazze beige si muovono sul tappeto del deserto. L'elefante con la coda del suo polverone didietro e a seguire i miei compagni, sono circa due miglia più avanti: così almeno dice il rilevatore di posizione. Se ci sono i Proprietari qui attorno non faticheranno a notare il nuvolone: tempo dieci minuti, non ci sarà più nessun elefante. E più nessuna chiazza color nocciola.

Uno sguardo alla mia situazione, adesso: dunque, circa duecento metri alla vetta... duecento metri di insabbiamenti; non c'è traccia di ombra che possa sbollentarmi nel raggio di miglia; dune, dune, dune... una roccia dispersa ogni qualche centinaio di metri; nessuna forma di vegetazione, e... guardando all'insù, il sole a picco sulla mia testa. La provvidenza sembra essere dalla mia parte.

Frisco non parla; mi è affianco ma non parla: forse non ne ha la forza. Forse non sa che dire. Meglio: niente fiato sprecato per rispondergli.

Le direttive non prevedono una razione d'acqua, adesso. Aaaah, al diavolo pure le direttive! Le direttive non prevedevano una sessione di rampicata libera, cazzo! Decido di dedicarmi una fresca razione d'acqua. Appoggio il fucile alla nuda roccia, e mi accuccio a terra, felice di dar riposo alle mie gambe.

Spingo il pulsante all'altezza dello sterno, ma non accade nulla... Il servi-acqua dovrebbe uscire da questo casco merdoso! Perché non lo fa? Continuo a premere, attiro l'attenzione del vecho, ma non proferisce parole; buon per lui: gli mollerei una cannonata in piena faccia. Cazzo! È la mia giornata!

Decido che sarà il giorno del trapasso a miglior residenza.

Passo all'attivazione "manuale". Riavvolgo una piccola manovella all'altezza del mento, e come per magia, fortunatamente, il tubicino di rifornimento, docilmente, si accosta alla mia bocca... aspiro e godo del dolce insapore dell'acqua. Mi riconcilio con la vita, la sete si allontana e con essa il senso di disprezzo per la prima.

Frisco è sempre lì a squadrarmi. Non beve. Sarà umano? Comincio a sospettare che la sua tuta funzioni molto meglio della mia, seppur di aspetto molto più logoro. Uno sguardo d'intesa e riprendiamo l'impresa.

I piedi affondano sempre più giù.

Faticano a uscire dalle polveri sempre di più. Camminare significa "comandare" ogni passo, ma aiutandomi con il calcio dell'arma riesco ad avanzare.

Pochi metri all'apice. Massima attenzione: una piccola, insignificante nuvola di distrazione sarebbe fatale. Sono quasi esausto: la scalata, e i quindici chili sulle spalle non m'hanno aiutato. Mi spinge il pensiero che una volta in cima, potrò riposarmi.

Forse.

Ci siamo... qualche metro e decidiamo di fermarci. Lì, proprio sul quel piccolo falso piano.

Frisco beve. È umano.

Di conseguenza, la sua tuta funziona molto meglio della mia.

"Da qui?" mi chiede.

"Da qui?" gli rispondo più titubante di lui. "Ma sì, facciamo da qui!" lo rassicuro."La posizione sembra buona".

Il vecho tira fuori l'"acchiappa-fumi". Così lo chiamiamo tra di noi. Acchiappa una nuvoletta di scarico a cinquanta miglia, e non c'è niente di meglio sul mercato. Sul nostro, naturalmente.

L'appoggia sui treppiedi, l'avvita, ne calibra la luminosità e me lo porge: sono io l'esperto di fumi.

Lo sollevo, piano piano. Più piano, perché un riflesso del suo specchio è facile da individuare e poi non c'è molto dove scappare. Lo specchietto spunta dalla cima del gigante sabbioso, finalmente, ed ora spetta a me osservare: mi accosto al piccolo vetrino per scrutare e...

Cristo! Non è possibile! Un platto a dieci metri! Non faccio in tempo a...

"Cazzo! Ci ha individuati!", grido a Frisco. Butto l'acchiappa-fumi e imbraccio il fucile già carico. Frisco si è accostato con le spalle alla montagna e aspetta che sbuchi il Bazahara da qualche parte; io imito la sua esperienza, e collego il cavetto di comunicazione dell'arma col visore. Per fortuna funziona, e mi appare il mirino verde davanti agl'occhi.

PLIP: è attivo.

Sbuca da nord. Cavolo è velocissimo, non lo vedo.

È un'ombra.

Non produce alcun rumore.

Parte una raffica di Frisco, ma lo manca; il fuoco passa alla destra del veicolo, troppo largo.

Non faccio in tempo ad inquadrarlo e già ha virato. Esplode diversi colpi. Porc...

Frisco non lo ritrovo più.

Merda!

Ce l'ho, ce l'ho! Dritto e chiaro in mezzo al cerchio verde.

Faccio fuoco: una sventagliata di saette traccia il cielo, quasi ad inseguire il volatile dei Proprietari. Salgono verso di lui, sempre di più, fino a quando scompare dal campo visivo dietro la duna. L'ho perso.

Un botto.

Guardo giù: è l'elefante. Del fumo esce dal cannoncino di prua.

Un boato. Il 25mm si infrange sulla parete del rilievo, in alto, verso la cima. L'ha pure mancato.

Intanto sono sordo. Pazzi bastardi! Un fischio penetra-timpani mi sta dilaniando il cranio.

Rompo il silenzio radio.

"Che Cristo fate! Ci sono io, quassù! Cessate il fuoco!"

Vaffanculo. Se ne fregano di me. I Proprietari stanno per arrivare.

"OK, Ray. Te lo lasciamo. È tutto tuo" mi comunicano placidi dalla radio. Non me l'aspettavo.

Rispunta da nord.

Si getta nella valle: errore. È morto.

Ce l'ho nel disco verde. Premo il grilletto, ed in un secondo, una raffica di bolidi solca l'atmosfera rincorrendo il platto, che con un abile loop la semina: l'ho riperso.

Improvvisamente vira verso il declivio; esplodo una seconda scarica: i colpi sventrano la fusoliera, infilandola come il burro; tre, quattro proiettili dritti nel cuore del bastardo, mentre gli altri si perdono nel vuoto.

Babuum! Centro.

Seguo i resti del velivolo che precipitano avvitandosi su se stessi, abbracciandosi alla grigia spirale di fumo.

Non faccio in tempo ad esultare: uno sciame di platti mi passa sopra la testa.

Mi ignorano completamente.

Vanno dritti verso l'elefante. È la fine del gigante cingolato. E dei miei compagni.

Ce n'è uno che si ferma. Lo punto. Mi guarda. Riprende saettante giù per la valle.

Sanno che ci sono, ma non mi attaccano. Perché?

Perché?

Non so che pensare. Poi la fitta dietro l'orecchio. Di nuovo. Mi si annebbia la vista, mi gira la testa, ma è un attimo. Partono i primi colpi di cannone; i miei si difendono. Lampi tracciano il deserto come fulmini.

Non ci sarà battaglia. Sono in troppi: moriranno tutti.

Il deserto. Ancora più deserto di prima.

Una colonna grossa, compatta di fumo nero, si innalza nel cielo limpido e malinconico del tramonto. L'elefante ha un cingolo disintegrato; la lamiera della cisterna è aperta in due: un missile l'ha trafitta da parte a parte; giù a sud, verso la punta del cingolato, ci sono anche un paio di platti precipitati. Chiunque fosse al cannoncino di prua, ci sapeva fare; lo stesso che per poco non mi centrava sulla duna.

Il primo che trovo è quel simpaticone di Riggins. Chissà se l'hanno ucciso i Proprietari, o gli ha sparato prima qualcuno dei nostri?

Sanjabi invece non lo ritrovo. Non oso pensare alla sua fine.

Man mano che avanzo lo stomaco mi si contorce sempre più, come se qualcuno mi stesse strizzando le budella. Non se ne è salvato uno: sono l'unico superstite e, non so come, né perché.

Perché?

Un momento.

Un rumore. No, un sibilo. Intermittente, non udibile dall'orecchio: è il sensore audio che me lo segnala. Armo il fucile.

Gli vado incontro cauto, silenzioso. Proviene da un platto semi-distrutto; il suo pilota però è morto, suppongo. A meno che i Proprietari non abbiano trovato il modo di spostare il cervello da qualche altra parte.

Il suono è un bip, che si ripete all'infinito, sempre più forte, ad ogni passo che faccio.

Bip. Bip. Bip. Sempre più acuto. Sempre più intenso.

Bip. Bip. Bip.

Gli sono sopra, sopra al veicolo, e un puntino rosso lampeggiante campeggia nel bel mezzo di un non meglio precisato segnalatore. Proprio nel mezzo.

Le ultime, tragiche ore mi rimbalzano convulsamente nel cervello, e in un secondo ripercorro tutto quello che è successo.

E realizzo quello che non avrei mai voluto realizzare: il puntino lampeggiante sono io.

Io.

Com'è possibile? Sono io la causa di tutto? Io ho massacrato trentacinque compagni?

Com'è possibile?!

La domanda mi rimbomba nella testa. Un'eco senza fine.

La fitta dietro l'orecchio! Il dolore che mi ha accompagnato negli ultimi giorni! Mi volto e corro all'impazzata verso l'elefante; la camera di sosta sembra intatta. Entro. Chiudo la porta sbattendola violentemente dietro di me, e uno sbuffo d'aria mi segnala l'intatta tenuta stagna della stanza.

Apro i ganci di chiusura del casco; un altro soffio d'aria: il sollievo di poter respirare finalmente senza ausili, mi distoglie per qualche secondo dalla priorità assoluta. Boccheggio pesantemente; la corsa non m'ha aiutato.

Sfilo il coltello dallo stivale ed un brivido mi percorre la schiena. Esito, rifletto, rimugino... Afferro un accendi fiamma e riscaldo la lama fino a farla diventare incandescente.

Devo farlo.

Mi avvicino allo specchietto posto affianco alle brande, giù in fondo alla stanza, prendo fiato e coraggio insieme.

Incido. Proprio sotto il lobo dell'orecchio destro. Del sangue cola copioso lungo il collo fin dentro la tuta, ma non me ne curo: pochi millimetri sotto l'epidermide, confuso, o meglio, nascosto tra carne e sangue, trovo quello che non avrei voluto trovare.

Mai.

Lo estraggo delicatamente e lo avvicino agli occhi, sempre più increduli; lo strofino attentamente tra le dita per liberarlo dal fluido e lo osservo.

Lo osservo.

E tutti i miei dubbi, improvvisamente, lasciano il campo alle più atroci certezze.

È un chip. Uno stramaledettissimo chip.

Capisco ora cosa mi è successo senza sapere quando mi è successo.

Mi hanno rapito. È chiaro e limpido, come il cielo di questo ferale giorno.

Si sentiva dire nei ritrovi, ma credevo fosse una fantasia, una bugia creata ad arte.

È realtà invece, e la vivo io.

I Proprietari rapiscono dei disgraziati e li usano come microspie umane. Stanno in attesa che escano dal loro covo, li seguono, li rintracciano, e massacrano i loro compagni di sventura.

Metodo tanto viscido quanto slealmente geniale.

Se non avessi trovato quel platto ancora funzionante, non l'avrei mai capito. E avrei fatto chissà quanti morti ancora.

Decido di dirigermi verso nord.

Il chip lo lascio intatto, operativo: crederanno che non l'abbia scoperto, almeno per un po'. Se lo distruggessi sarei un uomo morto; piomberebbero qui e...

Così, forse, ho qualche probabilità di sopravvivere. Forse.

Fisicamente almeno.

La mia anima è GIÀ morta.


© Andrea Iovinelli 1999

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