VITA DA GENI

Marco Mocchi

 

Immaginiamo di dovere edificare un'area e di avere a disposizione una sola macchina per realizzare quello che ci proponiamo. Il tempo che impiegheremo per completare il lavoro sarà tanto maggiore quanto più piccola è l'area che la macchina è in grado di completare in un certo tempo.

Supponiamo che la macchina a nostra disposizione sia in grado, prima di iniziare il suo lavoro, di replicare se stessa con il materiale che ha attorno: avremo due copie di questa per edificare la nostra superficie. Ma la stessa seconda macchina sarà in grado di costruire una copia di se stessa e così via e questo velocizzerà moltissimo il nostro lavoro.

Questa idea, teorizzata da John von Neumann (1903 - 1957), matematico statunitense di origine ungherese, considerato uno dei più geniali scienziati del ventesimo secolo, chestudiò la teoria dei giochi, sviluppò la teoria della probabilità e dei gruppi, collaborò con Fermi e Bohr alla realizzazione della prima bomba atomica, sviluppò il concetto di misura nella meccanica quantistica e fu direttore del progetto per la costruzione dell'EDVAC, il primo computer con programma memorizzato nel 1946, viene ripresa dallo scrittore statunitense Roger MacBride Allen, nel suo romanzo L'anello di Caronte:
 

[...] von Neumann ha cercato di progettare nientemeno che un’intera astronave replicante, un robot in grado di esplorare una costellazione dopo l’altra continuando a viaggiare grazie alle risorse trovate sul percorso. L’astronave doveva costruire dei duplicati su comando, che avrebbero preso la strada di altre costellazioni per ricominciare il ciclo costruendo altri duplicati. Naturalmente un centro di rilevazione avrebbe seguito di continuo lo spostarsi dei replicanti. Con questo sistema, anche a bassa velocità si sarebbe potuto esplorare un’ampia regione di spazio in pochi secoli. Viaggiare, esplorare, riprodursi e poi ancora viaggiare.1


MacBride Allen immagina che una razza aliena abbia progettato dei replicanti di von Neumann che, utilizzando il DNA degli abitanti dei pianeti su cui sbarcano, sono in grado di rinnovare il proprio patrimonio genetico. Dei replicanti che riescono ad integrare la loro essenza artificiale con la vita e sono per metà macchine e per metà esseri viventi. La diffusione dei replicanti nello spazio può ricordare vagamente il noto schema utilizzato per spiegare la cosiddetta serie di Fibonacci: supponiamo di avere una coppia di conigli, un maschio ed una femmina. Supponiamo che dopo essere cresciuta per un certo tempo (un turno), una coppia di conigli generi un’altra coppia maschio-femmina. Inizialmente abbiamo una coppia, chiamiamola A. Dopo un turno avremo la coppia A, che è nel frattempo cresciuta. Al terzo turno avremo due coppie: la A e una coppia nata da questa, che chiamiamo B. Al turno successivo avremo tre coppie: quella di partenza, la B cresciuta ed un’altra coppia nata dalla A, la C. Il quinto turno vede ben cinque coppie: la A, la B, la C (cresciuta), un’altra nata dalla A, che chiamiamo D ed una coppia nata dalla B, che possiamo chiamare E. Continuando il ragionamento ci troveremo di fronte ad una successione numerica (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, ...) in cui ogni numero è somma dei due che lo precedono.

Queste due considerazioni portano ad un’osservazione, che lo stesso MacBride Allen esprime nel suo romanzo:
 

Alcuni uomini hanno studiato la possibilità di creare dei replicanti di von Neumann per vite intere ma il concetto, per quanto affascinante, è sempre rimasto teorico sia per i costi sia per le difficoltà tecniche. Nessuno ha mai pensato alla soluzione più semplice ed evidente: la vita è un sistema di replicanti di von Neumann. Noi umani possiamo replicarci all’infinito.2


Se ben osserviamo la vita che conosciamo, possiamo notare che tutto quello che ci circonda è in qualche modo assimilabile al concetto dei replicanti di von Neumann. Gli stessi conigli (noti proprio per la loro alta capacità di proliferazione) sono dei replicanti di von Neumann, che si diffondono ad un ritmo impressionante (almeno se paragonato a quello umano - tenendo, inoltre, conto del fatto che l’esemplificazione della serie di Fibonacci è appunto solo uno schema, non considera, ad esempio, il fatto che i conigli possano morire). Qualsiasi forma vivente cerca di replicarsi, vegetale o animale che sia.

Se osserviamo le piante, possiamo notare che si duplicano in svariati modi, per esempio con un metodo diretto: è il caso di una pianta che, alla caduta dei suoi frutti, non mangiati dagli esseri viventi, forse perché indigesti, semina la terra da cui è circondata, dando vita ad uno o più esemplari che sono sue copie. Possiamo riconoscere anche un modo indiretto: una pianta che produce dei frutti molto gustosi, "incoraggia" l’uomo a raccoglierne i semi e contribuire così alla diffusione della pianta stessa. Altri semi, dopo essere stati ingeriti insieme ai frutti dagli animali selvatici, vengono eliminati con gli escrementi di questi in posti presumibilmente lontani dal luogo di origine della pianta, portando ad una sua diffusione su spazi ad essa inaccessibili.

Possiamo ripetere questa analisi anche nella "vita artificiale": nella "vita" degli oggetti di uso quotidiano creati dall’uomo possiamo scoprire le stesse regole di un sistema di replicanti di von Neumann, in cui gli oggetti "fanno uso" dell’uomo per una loro inconsapevole diffusione. Pensiamo ad un bel libro: una persona che lo legge rimane colpita da esso ed è suo desiderio che anche le persone a lei care lo possano leggere. Ne parla a loro, queste persone lo comprano, lo leggono e lo consigliano a loro volta ad altre persone di loro conoscenza, e così via. Il libro si sarà diffuso in un modo molto simile a quello già visto, anche se avrà usato come tramite della sua propagazione l’uomo (sia nella parte di "corriere" della diffusione, sia nella parte di "costruttore" di nuovi elementi)3.

Si può intuire, riguardo a questa schematizzazione, l’esistenza di qualche parametro, implicito ma molto importante, che influisce sulla diffusione capillare di alcuni esseri od oggetti e sull’estinzione o sul fallimento di altri.

Tornando al romanzo di MacBride Allen, un personaggio si chiede, a proposito dei replicanti alieni:
 

Ma perché tutto questo? Perché lo hanno fatto? Perché questa macchina gigantesca esiste pensando solo a riprodurre copie di se stessa?


Un altro gli risponde:
 

Lei ha appena domandato: "Qual è lo scopo della vita?". La domanda è importante quanto inutile, se si parla di una forma di vita meccanica o condizionata geneticamente. Vivono per sopravvivere, esattamente come noi.4


Il parametro che garantisce il proliferare di una specie piuttosto che un’altra è la capacità di sopravvivenza. Ma da cosa dipende questa capacità? E inoltre, la vita è solo sopravvivenza? E sopravvivenza di chi?

Uno zoologo inglese, Richard Dawkins, risponde a queste domande con una ipotesi sconcertante: lo scopo della vita sarebbe semplicemente quello di perpetuare la sopravvivenza del DNA, o meglio dei singoli geni che costituiscono la catena del DNA.
 

[...] il DNA non vaga liberamente: è racchiuso negli organismi viventi e deve sfruttare al massimo le leve del potere che ha a disposizione. Le sequenze geniche che si trovano nel corpo del ghepardo rendono massima la propria sopravvivenza facendo sì che questo corpo uccida le gazzelle. Le sequenze che si trovano nel corpo delle gazzelle accrescono la propria probabilità di sopravvivere perseguendo il fine opposto. Ma è la stessa funzione di utilità5, cioè la sopravvivenza del DNA, che spiega la "finalità" sia del ghepardo sia della gazzella6.

Il DNA, quel semplice composto macromolecolare presente in tutte le cellule di ogni essere vivente, assume una nuova "identità": i geni che lo compongono sono costretti a vivere ed agire attraverso l’intermediazione degli esseri viventi e li muovono come marionette.

Il DNA semplicemente esiste, e noi non possiamo fare altro che danzare alla sua musica7.


Supponiamo che un animale abbia un gene con cui la morte diventi un processo piacevole. Difficilmente questo gene sopravviverebbe, per il semplice motivo che sarebbe difficile la propagazione della specie per degli esseri a cui piace morire. Questo gene, infatti, non esiste8. Viceversa il gene che determina la grande altezza di un albero è un gene vittorioso: più un albero è alto e più è facile che sopravviva in una folta foresta, tramandando il gene in questione.

Si potrebbe dire che i geni siano dotati di una specie di intelligenza, una sorta di istinto che li porti a svilupparsi ed a combinarsi in complesse sequenze che indirettamente danno vita alle specie viventi.

Questa interpretazione del fenomeno "vita" spiega effettivamente l’andamento di molti eventi e si presenta come un modo alternativo di leggere la selezione naturale di Darwin.

Il fatto di generare molti nuovi elementi, tipico di molte razze viventi, risponde alla necessità di sopravvivenza e di perpetuazione dei geni, così l’adattamento della specie è causato dalla "morte" delle sequenze geniche fallimentari per le specie che scompaiono, le specie "vittoriose" derivano invece dalla sopravvivenza delle combinazioni di geni riuscite.

In questa spiegazione della vita si intravede lo spostamento delle regole darwiniane dalla vita degli esseri viventi alla "vita" dei geni. Agli esseri umani, coscienti di questi processi, appare che l’evoluzione della specie sia governata dalle norme definite da Darwin, mentre invece tutto è dovuto alla sopravvivenza dei geni.

Questo modo di vedere la vita è per certi versi limitativo: cosa succederebbe alla vita, spiegabile attraverso la sopravvivenza del DNA, se il DNA non esistesse? Oppure più semplicemente se fosse impossibilitato ad agire?

In fantascienza è stato considerato un modo per impedire la sopravvivenza del DNA: basterebbe renderlo incapace disvolgere la propria funzione, per esempio separando la doppia elica che lo compone. E’ quanto compie la descolada, agente virale presente sulla colonia spaziale di Lusitania, luogo di ambientazione di due romanzi di Orson Scott Card9, secondo e terzo volume della serie di Ender:
 

[...] l’agente della Descolada rilascia delle minuscole proteine... be’, almeno suppongo che siano proteine, e queste attaccano la spirale del materiale genetico, partendo da una delle estremità e aprendola in due trecce separate nel mezzo. E’ per questo che lo chiamarono descolador... perché "scolla" la doppia elica del DNA umano, anche.10


La descolada è quindi la causa di un problema decisamente drammatico: il DNA non può più farsi valere come unità base della vita, perché le sequenze geniche "scollate" sono incapaci di compiere (o fare compiere agli esseri di cui sono ospiti e artefici) le loro funzioni. Non possono ribellarsi, non possono trovare una soluzione. Il problema viene risolto (nel primo romanzo e in maniera non definitiva) in parte dagli esseri umani (che scoprono un additivo da aggiungere ai cibi, che elimina gli effetti della descolada), in parte dalla vita stessa. La vita si adatta a questo agente virale, gli esseri viventi sviluppano delle nuove forme di se stessi, in alcuni casi addirittura nuovi stadi della loro vita (è il caso dei pequeninos, esseri senzienti indigeni di Lusitania), per convivere con la descolada e trarre vantaggi da essa.

Da questa situazione possiamo trarre due osservazioni: la prima è che potrebbero esistere delle forme di vita completamente differenti da quelle che conosciamo noi umani, delle forme di vita magari non dipendenti dal DNA, né da sequenze geniche, ma da unità di base che non riusciamo neppure ad immaginare.

D’altra parte l’uomo ha sempre avuto difficoltà a comprendere quello che lo circonda, e può darsi che già attualmente noi siamo circondati da forme di vita che non riconosciamo come tali (visualizziamo solo per un attimo questa immagine "frattale" dell’universo: che il Sole, i pianeti, le altre stelle, le galassie non siano che degli atomi di qualche essere vivente spaventosamente grande, di cui non possiamo neppure immaginare le proporzioni, e che noi siamo spettatori di questa situazione da un semplice elettrone di un atomo di questo essere. Allo stesso modo ogni elettrone del nostro corpo potrebbe essere un mondo a sè, in cui ci sarebbero altri micro-esseri, con altri atomi, altri elettroni...).

Terry Pratchett nell’introduzione di un suo romanzo fantasy11 esprime questo interessante concetto sulla relatività del tempo della vita:
 

La cosa importante non è quanto è lunga la tua vita, ma quanto sembra esserlo.

Per un moscerino12, una sola ora può essere lunga come un secolo. Forse i vecchi moscerini stanno a lamentarsi di come la vita in questo minuto non sia che un banale attimo rispetto ai bei vecchi minuti di tanto tempo fa, quando il mondo era giovane e il sole sembrava più luminoso e le larve ti mostravano un po’ di rispetto.

D’altra parte gli alberi, che non sono certo famosi per avere delle reazioni veloci, potrebbero solo aver tempo di notare il modo in cui la luce del cielo continui a tremolare, prima di iniziare a marcire e prima di essere invasi dai tarli.13


Cosa può capire un moscerino nelle ventiquattro ore della sua vita sull’essenza del mondo? Sul fatto che la Terra gira attorno al Sole, o del fatto stesso che vive su di un pianeta sferico?

Per l’uomo, lo studio dell’universo che lo circonda, è sempre stato molto complesso a causa dell’impossibilità di indagare sugli immensi spazi dell’universo e a causa della durata relativamente breve dell’esistenza del singolo individuo.

La differenza tra la condizione del moscerino e quella umana è data dal fatto che noi uomini possiamo tramandarci dei ricordi e quindi delle conoscenze attraverso memorie scritte o altri supporti. Questo non significa però che l’uomo riesca a capire il tempo di miliardi di anni nella maniera esatta, o che pur facendolo riesca a comprendere tutto ciò che lo circonda (secondo quanto sostiene Rudy Rucker nel suo bellissimo saggio La quarta dimensione14 la vita umana stessa e lo scorrere del tempo sono illusioni dei nostri sensi, limitati ad agire nelle tre dimensioni. L’incapacità di vedere la vita come un fenomeno a quattro - o ancor più - dimensioni, porta alla creazione di un illusorio scorrere del tempo, che dà l’impressione di un fenomeno in evoluzione e compensa l’incapacità di indagine sulle dimensioni superiori15).

La seconda osservazione che possiamo ricavare è che la vita stessa autogiustifica la sua esistenza, qualsiasi forma abbia, sia che parta dal DNA o da un’altra unità di base.

Lo scrittore statunitense Michael Crichton esprime questo concetto per mezzo di Ian Malcolm, matematico esperto delle teorie del caos, il personaggio più curioso e geniale di Jurassic Park:
 

Il nostro pianeta ha quattro miliardi e mezzo di anni. Su questo pianeta la vita è esistita quasi da allora. Tre virgola otto miliardi di anni. I primi batteri. E, più tardi, i primi organismi pluricellulari, poi le prime creature complesse, nel mare, sulla terra. Poi le grandi epoche ricche di animali: gli anfibi, i dinosauri, i mammiferi, ognuna della durata di milioni e milioni di anni. Grandi dinastie di animali sono nate, hanno prosperato, si sono estinte. Tutto questo è avvenuto su uno sfondo di cataclismi continui e violenti, catene montuose che si spingevano verso l’alto e poi venivano erose, impatti con comete, eruzioni vulcaniche, oceani che si alzavano e si abbassavano, interi continenti che si spostavano... [...] Supponiamo che ce ne sia stato uno [incidente radioattivo] molto brutto, con la morte di tutte le piante e di tutti gli animali, e con la terra che si surriscalda per centomila anni. La vita sopravvivrebbe lo stesso, da qualche parte: nel sottosuolo, o forse congelata nel ghiaccio artico. E dopo quegli anni, quando il pianeta abbia cessato di essere inospitale, la vita rifiorirebbe. Il processo evolutivo ricomincerebbe da capo. Potrebbero essere necessari alcuni miliardi di anni, prima che la vita riacquisti la sua varietà attuale. E naturalmente sarebbe diversa da quella che è adesso. Ma la terra sopravvivrebbe alla nostra follia. La vita sopravvivrà alla nostra follia. Solo noi pensiamo di no.16


E Malcolm poi continua:
 

[...] la vita sulla terra riesce a badare a se stessa. Nel pensiero degli esseri umani, cento anni sono un periodo lungo. Un centinaio di anni fa non avevamo automobili, aeroplani, computer e vaccini... Era un mondo totalmente diverso. Ma per la terra, cent’anni sono niente. Un milione di anni sono niente. Questo pianeta vive e respira su una scala molto più vasta. Non possiamo immaginare i suoi ritmi lenti e potenti e non abbiamo l’umiltà di provarci. Abitiamo qui solo da un batter d’occhio. Se domani non ci fossimo più, la Terra non sentirebbe la nostra mancanza.17
Le considerazioni viste finora ci lasciano con un po’ di stupore: noi esseri umani saremmo solamente una conseguenza indiretta della necessità di sopravvivenza di piccole particelle microscopiche che compongono il DNA. Nello stesso tempo la nostra esistenza si potrebbe leggere come un insieme di azioni dovute alla nostra "schiavitù" a questi geni. E la nostra vita e quella dell’intera razza umana sarebbero confinate a svilupparsi in un tempo limitatissimo se paragonato a quello dell’universo o anche solo del pianeta su cui viviamo. Qual è allora il senso dell’esistenza?

L’analisi del fenomeno "vita" da un punto di vista strettamente biologico o fisico è limitativa innanzitutto perché trascura la forza dell’individuo, l’essenza di ognuno di noi.
 

[...] io esisto e io ho delle percezioni. Potrei essere una macchina di carne, un’anima, un occhio di Dio, una raccolta di idee o chissà che, ma sono certo di esistere. Io sono la cosa che scrive queste parole. Naturalmente tu, lettore, puoi dubitare che io sia reale, forse stai solo sognando di leggere questo libro; ma sai per certo che tu, a tua volta, esisti.18
Così si esprime Rudy Rucker, nel saggio già citato.

Negare l’esistenza dell’individuo e delle sue percezioni, dei suoi sentimenti e delle sue emozioni, catalogandole esclusivamente come svolgimento di un "programma prestabilito" dai geni che ci compongono, è un modo quantomeno ristretto di vedere la realtà.

A tale proposito mi viene in mente un passo di Il mondo di Sofia19 romanzo-storia della filosofia del norvegese Jostein Gaarder:
 

Un astronauta e un neurochirurgo russi stavano discutendo di religione. Il neurochirurgo era cristiano, l’astronauta no. L’astronauta disse: "Sono stato molte volte nello spazio ma non ho mai visto né Dio né gli angeli". Il neurochirurgo disse: "Io invece ho compiuto diverse operazioni sui cervelli di persone intelligenti, ma non sono mai riuscito a vedere un pensiero".


E’ pericoloso restringere l’interpretazione della realtà sia a quello che le percezioni ci trasmettono, sia solamente ai risultati dell’analisi del mondo effettuata tramite i mezzi che la scienza mette a nostra disposizione.

La complessità dell’esistenza, della vita e dell’uomo stesso non ci sono certamente d’aiuto per capire cosa siamo o cosa stiamo facendo. Ma lo studio di ogni oggetto, l’osservare ogni essere che ci circonda, il riconoscere la meraviglia di ogni cosa, animale, o creatura artificiale che sia, possono esserci d’aiuto perché tutto questo vada avanti il più a lungo possibile.



NOTE
 

1 Roger MacBride Allen, The Ring of Charon, 1990 (trad. it. L’anello di Caronte, Mondadori, Milano, 1993), pag. 353 

2 ibidem, pagg. 421-422

3[...] quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara. Ed è a una persona cara che subito ne parleremo.
(Daniel Pennac, Comme un Roman, 1992 (trad. it. Come un romanzo, Feltrinelli, Milano, 1993), pag. 70) 

4 Roger MacBride Allen, op. cit., pag. 373

5 funzione di utilità è un termine tecnico proveniente dall’economia che indica "ciò che viene massimizzato"

6 Richard Dawkins, La natura: un universo di indifferenza in Le Scienzenumero 329, gennaio 1996, pag. 59 

7 ibidem, pag. 61

8 Riporto un brano dell’articolo Studio: "Il suicidio è questione di geni" apparso sul Corriere della Sera del 5 febbraio 1996, pag. 10:
 

Il suicidio ha una base genetica: sarebbe riconducibile a un gene che regola la produzione di una sostanza chimica cerebrale chiamata 5-HT, secondo studi di ricercatori dell’università inglese di Bristol.

Negli esseri umani che tendono ad uccidersi è riscontrabile (lo hanno accertato anche scienziati americani della University of Illinois) una carenza di 5-HT, un prodotto enzimatico a sua volta generato da un gene.

I ricercatori di Bristol con a capo David Nutt sono riusciti a stabilire la correlazione tramite esami del sangue effettuati su un vasto campione di persone che hanno cercato di uccidersi.

Pur avvertendo che ci si toglie la vita sotto il peso di molti impulsi (alcolismo, disturbi psicologici, stress) Nutt ha detto [...] che è adesso possibile la messa a punto di un farmaco che reprima la tendenza organica al suicidio incrementando il 5-HT.


Gli esseri umani sprovvisti del gene responsabile della produzione del 5-HT e quelli in cui il gene in questione non funziona a dovere, sono destinati al suicidio. Secondo la teoria di Dawkins questo gene è terribilmente (e perversamente) geniale: garantisce, infatti, la propria sopravvivenza e allo stesso tempo cerca di eliminare gli altri geni o i suoi esemplari mal funzionanti.

9 Orson Scott Card, Speaker for the Dead, 1986 (trad. it. Il riscatto di Ender, Nord, Milano, 1988) e Orson Scott Card, Xenocide, 1990 (trad. it. Ender III: xenocidio, Nord, Milano, 1991) 

10 Il brano è tratto da Il riscatto di Ender, pag. 36 

11 Terry Pratchett, Truckers, Corgi, Londra, 1990 (la traduzione del brano è mia, esiste una versione italiana del romanzo, pubblicata dalla Tea Due, il cui titolo è Il piccolo popolo dei grandi magazzini

12 la traduzione letterale sarebbe "efemera", insetto dal corpo esile che vive volando sugli stagni e con una vita brevissima di poche decine di minuti 

13 Il brano originale è il seguente (pag. 7):
 

But the important thing is not how long your life is, but how long it seems.

To a mayfly, a single hour may last as long as a century. Perhaps old mayflies sit around complaining about how life this minute isn’t a patch on the good old minutes of long ago, when the world was young and the sun seemed so much brighter and larvae showed you a bit of respect.

Whereas the trees, which are not famous for their quick reactions, may just have time to notice the way the sky keeps flickering before the dry rot and woodworm set in.


14 Rudy Rucker, The Fourth Dimension. A Guided Tour of the Higher Universes, 1984 (trad. it. La quarta dimensione - Un viaggio guidato negli universi di ordine superiore, Adelphi, Milano, 1994) 

15 Sono curiose a questo proposito le seguenti citazioni di due grandi classici inglesi:
 

We are such stuff as dreams are made out - Siamo fatti della stessa stoffa di cui son fatti i sogni, William Shakespeare, The Tempest (trad. it. La tempesta, Rizzoli, Milano)

Life, what is but a dream? - La vita cos'è se non un sogno?, Lewis Carrol, Through the Looking-Glass, 1872 (trad. it. Attraverso lo specchio, Garzanti, Milano) 


16 Michael Crichton, Jurassic Park, 1990 (trad. it. Jurassic Park, Garzanti, Milano, 1990), pagg. 439-440 

17 ibidem, pag. 441 

18 Rudy Rucker, op. cit. pag. 223 

19 Jostein Gaarder, Sofies Verden, 1994 (trad. it. Il mondo di Sofia, Longanesi, Milano, 1994) 


 © Marco Mocchi 1996
pubblicato originariamente su Future Shock n° 18


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