IL GIOCO SEGRETO

Claudio Tinivella

 
 

"E dite che non si accorgono di nulla?"
"È la cosa più sorprendente, e sotto un certo aspetto
la più inquietante: non ne sono consapevoli.
Vivono le loro vite artificiali come se fossero autentiche,
e non li sfiora mai nemmeno il sospetto di essere
imprigionati in un giocattolo."


 

Disteso sulla tavola da disegno sensoriale, Istvan si ricordò di quando inventavano i mondi. Il ricordo gli provocò uno choc spazio-temporale. Si ritrovò a vagare alla cieca in non-luoghi di difficile interpretazione, elaborando piani che dovevano essere falliti da millenni.

Il ricordo aveva la consistenza delle cose antiche. Era buono, ma lasciava in gola un sapore amaro.

Inventavano mondi per giocare, ma anche per sfidarsi a chi era più bravo. Vinceva quasi sempre Luchin, naturalmente. Aveva una fantasia del tutto folle, svincolata da ogni regola o logica conosciuta. I suoi mondi erano incredibilmente originali, delle opere d'arte perfette e irripetibili, che si potevano solo ammirare con invidia.

Il pensiero di Luchin lo fece ripiombare nella sua angusta stanzetta. Per un poco si rigirò nella mente quel nome, mentre già il ricordo iniziava a svaporare. Buon vecchio Luchin, fece ancora in tempo a pensare, Chissà dove sarà finito. Forse in un altro continuum alterato, o dentro a qualche trappola dei Costruttori…

Poi di colpo si sentì triste, senza sapere lui stesso il perché. Con un sospiro di rimpianto si mise a sedere: la tavola sotto di lui si era andata ricoprendo di paesaggi bizzarri e irreali, di cui non comprendeva l'origine. Decise di archiviarli senza stamparli. Li salvò con il nome di Mondi perduti, e poi li dimenticò per sempre.
 

Istvan era un ragazzo strano. Questo, perlomeno, era ciò che pensavano gli adulti nella casa in cui era cresciuto prima di essere portato al Convitto. Nelle giornate in cui si sentiva sereno, quando i ricordi smettevano di tormentarlo, riusciva a percepire distintamente i loro pensieri, e tutti dicevano la stessa cosa: che lui era strano, cioè, e che sarebbe stata una bella cosa se fosse scomparso improvvisamente, o meglio ancora se fosse morto. Lui non capiva. Non si sentiva affatto strano, e anche riguardo alla morte, ricordava di essere morto almeno un centinaio di volte, e non gli sembrava che avesse migliorato alcunché.

Del resto, gli adulti pensavano spesso in modo incoerente, e Istvan si era già accorto molte volte di come i loro pensieri fossero in contrasto con le loro azioni. Aveva anche imparato, però, che non era il caso di far notare tale incoerenza, perché gli adulti si arrabbiavano facilmente, e a lui non piaceva essere picchiato.
 

Al Convitto le cose funzionavano così: c'erano i Custodi, ma quello era un mondo a parte, di cui non valeva la pena occuparsi; poi c'erano i vari gruppi di ragazzi, ognuno dei quali doveva essere autosufficiente. Il loro gruppo era composto da Maja, da Istvan, Ivor, Lenja e Almer. Maja, che era la più grande (aveva tredici anni e si dava delle arie da donna da quando le erano cresciuti i seni), si occupava di Istvan, che aveva un anno meno di lei; Istvan a sua volta si occupava di Ivor e Lenja, i due gemelli lunatici; e Lenja (che quando voleva era una ragazzina assai giudiziosa) si occupava di Almer e degli altri piccolini, che però cambiavano spesso e non rimanevano mai più di pochi giorni. Gli adulti li lasciavano fare, e si rivolgevano loro solo per qualche ramanzina o per le necessarie riparazioni.

A Istvan piaceva Maja. Gli piaceva fisicamente. Ogni volta che facevano il bagno insieme e lei lo toccava nei punti delicati, a lui sembrava di trovarsi in paradiso.

"Non metterti in testa delle idee strane, moccioso!" diceva allora lei, col tono sprezzante di quando voleva farlo arrabbiare "Ricordati che sono più grande di te."

Ma non sempre Maja era così scostante. A volte sembrava provare gusto anche lei a stuzzicarlo, e lui la lasciava fare.

Con i due gemelli, invece, i rapporti erano più difficili. Ivor e Lenja erano molto legati fra di loro e tendevano a escludere gli altri dal loro mondo. Erano capaci di rimanere delle giornate intere senza parlare con nessuno, e a Istvan inviavano pensieri difensivi per tenerlo lontano dalla loro stanza. Ma a Istvan i loro pensieri non facevano paura. Lui aveva i ricordi, dopotutto, e sapeva cosa voleva dire il terrore vero.

Con Almer le cose erano più complicate ancora. Almer sentiva le Voci, ma non sempre riusciva a capirle, così spesso raccontava delle cose sbagliate. Istvan sapeva che erano sbagliate perché ricordava com'erano quelle giuste, ma quando cercava di spiegarlo ad Almer lui si metteva a piangere e diceva che nessuno lo capiva.

Oltre a loro, Istvan non aveva amici. Dal Convitto usciva raramente, solo quando gli adulti lo portavano a qualche cerimonia ufficiale o alle visite guidate dei Monumenti Celesti, e in ogni caso a lui non piaceva il mondo di fuori, lo sentiva ostile e pericoloso.
 

Un giorno il piccolo Almer gli sfiorò il braccio, uscendo dalla Mensa.

"Ho una cosa da dirti" gli sussurrò. Istvan lo fissò interrogativamente, aspettando che continuasse, ma Almer scosse il capo e distolse lo sguardo.

"Non qui" disse "Vieni nella mia stanza questa sera, dopo l'Oscuramento."

Istvan fu molto colpito da quelle poche parole. Conosceva Almer da quando non camminava ancora, e non era mai stato così misterioso. Per il resto della giornata fu preda di un'ansia crescente, che scombussolò tutti i suoi piani di studio. In tutto il pomeriggio non ebbe un solo ricordo, ma soltanto vaghe premonizioni che scoppiavano come bolle di sapone quando cercava di afferrarle.

Alla sera aspettò con impazienza che le luci si abbassassero e che i Controllori venissero disattivati, ma stranamente questo non avvenne. Dopo una lunga attesa si decise a uscire ugualmente e a raggiungere la stanza di Almer. Bussò, ma non ottenne risposta.

Qui sta succedendo qualcosa di strano, pensò. Si diresse verso la camera di Maja, e la raggiunse nel preciso momento in cui lei ne usciva. Per poco non si scontrarono.

"Hai visto Almer?" le chiese. Lei parve cadere dalle nuvole.

"Dovrebbe trovarsi nella sua stanza."

Lo scrutò, perplessa.

"Sta succedendo qualcosa, vero?"

Istvan ebbe l'impressione che fosse impaurita, anche se cercava di nasconderlo.

"I Controllori non si sono ancora spenti" le rispose "È strano. Non era mai successo prima."

Si guardò attorno e vide un gruppetto di ragazzi sconosciuti che vagavano nel corridoio laterale. Nessuno di loro parlava. Sembravano tutti molto spaventati.

"Dobbiamo trovare Almer" decise "Lui forse sa cosa sta succedendo. Vieni."

La prese per la mano e lei una volta tanto lo seguì docilmente, senza accampare pretese di superiorità.

Incontrarono Almer due corridoi più in là, mentre usciva da un ascensore in compagnia di Ivor e di Lenja. Appena lo vide gli corse incontro, e prima ancora di averlo raggiunto gli disse:

"Non c'è più nessuno. Sono scomparsi tutti!"

"Scomparsi chi?"

Almer si fermò a riprendere fiato. Istvan notò che aveva le lacrime agli occhi, da un momento all'altro sarebbe scoppiato in un pianto dirotto.

"Gli adulti" spiegò Ivor, con tono distaccato "Siamo andati a vedere anche al pianoterra e nel reparto dei Custodi. Non c'è più nessuno."

In quel momento Almer cominciò a piagnucolare.

"Questo le Voci non l'avevano detto" si lamentò, fra le lacrime.

"E quel che è peggio è che tutte le uscite sono bloccate" aggiunse Ivor "Ci hanno chiuso dentro."

"Ci hanno chiuso tutti dentro" mormorò Lenja, abbracciando Almer nel tentativo di placarne il pianto.
 
 

Andarono tutti nella stanza di Maja, che era la più spaziosa e anche la più ordinata. Il suo Controllore protestò vivacemente contro quella inammissibile intrusione e distribuì una serie di Avvisi di Garanzia, ma quando Maja gli fece notare che avrebbe dovuto essere già fuori servizio si azzittì. Di tanto in tanto, però, borbottava in tono irato e minaccioso.

"Vediamo" disse Maja, sedendosi sulla sponda del lettino "Adesso ognuno di noi dirà cosa gli è capitato di insolito, oggi."

"Io ho sentito le Voci" fece Almer, ma Maja lo interruppe.

"Tu per ultimo. Prima gli altri."

Istvan notò che aveva recuperato la consueta sicurezza e il solito atteggiamento di superiorità. Solo un lieve tremito alle mani denunciava la sua agitazione.

"Comincia tu, Ivor."

Il gemello si guardò attorno, perplesso. Si osservò le mani e poi disse a voce bassissima:

"Il mio Controllore ha sbagliato due volte a correggermi. La seconda volta si è messo persino a parlare in una lingua incomprensibile."

Guardò sua sorella, che gli sorrise timidamente.

"E tu?"

Lenja abbassò lo sguardo.

"Non mi è successo niente di insolito" rispose.

Maja sbuffò, irritata.

"Sei proprio sicura?"

Lenja annuì, ma Istvan notò che aveva un'espressione profondamente infelice. Sta mentendo, pensò.

"Tu Istvan?"

Istvan pensò a quello che gli era successo quel giorno. Forse la cosa più insolita erano le parole di Almer alla Mensa. Oppure…

"Oggi non ho avuto nemmeno un ricordo" disse "Neanche uno."

Maja lo fissò, con un'espressione così seria e concentrata che a Istvan venne voglia di riderle in faccia. Chissà come si sarebbe arrabbiata.

"Bene, ora sentiamo cos'ha da dirci Almer."

Il piccolo la guardò, poi guardò Istvan, poi torno a guardare Maja.

"Le Voci mi hanno detto che il Gioco è cominciato. Hanno detto che il nostro capo è Istvan, e che la sua chiave si trova nell'archivio Storico."

Si guardò attorno, con sguardo impaurito.

"È tutto il giorno che me lo dicono. Ma ogni tanto si sbagliano, e dicono anche delle cose diverse…"

Istvan osservò Maja, per vedere quale reazione avesse avuto. Vide che sembrava perplessa, come incerta se dire qualcosa o tacere. La interrogò con lo sguardo, e lei scosse il capo.

"Strano" disse "Io ho trovato un messaggio sul terminale. Diceva di non andare nell'archivio Storico, perché è una trappola."
 
 

In corridoio incrociarono un gruppetto di una decina di ragazzi. Uno di loro li fermò e chiese:

"Stiamo cercando un certo Istvan. Sapete dove possiamo trovarlo?"
Istvan stava per rispondere Sono io, ma fu preceduto da Maja.

"Abita qui dietro, appena dopo l'angolo. Nella stanza n° 7. Comunque adesso non credo che ci sia, l'ho visto pochi minuti fa vicino agli ascensori. Credo che stesse salendo al piano di sopra."

Il ragazzo che aveva parlato ringraziò con un cenno del capo, poi disse qualcosa a bassa voce e tutti gli altri si mossero. Istvan notò che due di loro tenevano in mano degli oggetti che assomigliavano incredibilmente ad antiquate pistole.

Attesero che il gruppo sparisse dietro l'angolo, poi si rimisero in marcia.

"Perché gli hai mentito?" chiese Istvan a Maja, sottovoce. La ragazza si strinse nelle spalle.

"Non mi piacevano" disse.

"E perché proprio la stanza n° 7? È vuota da un sacco di tempo, non so nemmeno se è collegata…"

"Appunto."

Istvan ci pensò su. Forse era una buona idea, si disse. O forse no.

"Questo vuol dire che non appena se ne accorgeranno, capiranno che li abbiamo ingannati e verranno a cercarci."

Maja parve colpita da quella considerazione. Evidentemente non ci aveva pensato.

"Ci metteranno un po' per entrare" disse.

Proprio in quel momento udirono un botto, un rumore assordante che fece tremare le pareti del corridoio.

"Ho l'impressione che ci convenga filarcela" disse Ivor. Istvan notò che non sembrava affatto spaventato. Al contrario, aveva l'espressione di uno che stava appena cominciando a divertirsi.

"D'accordo, ma dove andiamo?"

Ivor rifletté brevemente.

"Nell'archivio Storico. Trappola o non trappola, è là che dobbiamo andare se vogliamo ottenere la tua chiave. Qualunque cosa sia."
 
 

Il gioco era cominciato. Istvan ripeteva fra di sé quella frase con la vaga sensazione che avesse un significato diverso da quello che i suoi compagni pensavano. Cercò nei suoi ricordi, anche in quelli più antichi: c'erano molti episodi relativi a giochi, anche piuttosto cruenti, ma nessuno che fosse assimilabile alla situazione in cui si trovava.

Osservò di sottecchi i suoi amici: a parte Ivor, sembravano tutti molto spaventati, come se intuissero o temessero chissà quali pericoli in agguato. A Istvan invece sembrava tutto assurdo. A dire il vero non riusciva nemmeno a capire perché se ne andassero in giro in quel modo, invece di restarsene nelle loro stanze a dormire o a riposarsi. Dopotutto, che il gioco fosse cominciato lo diceva solo Almer, che sentiva le Voci ma non le capiva quasi mai…

Nel frattempo avevano raggiunto gli ascensori. Alcuni erano fuori servizio, ma dopo una breve ricerca ne trovarono uno funzionante, e vi salirono. Durante la discesa Istvan chiese a Ivor:

"Cosa credi che sia questo gioco?"

Ivor sogghignò, con un lampo di furbizia nello sguardo.

"È una Caccia al Tesoro. Non l'avevi ancora capito?"

Istvan lo osservò, in parte ammirato, in parte indispettito. Una caccia al tesoro? Sì, poteva essere, però…

L'ascensore accelerò con un sibilo acuto, poi di colpo si arrestò. Le porte però non si aprirono.

"Identificarsi!" ordinò una voce sintetica.

Sorpresi, si guardarono in faccia l'un l'altro. Istvan interrogò con lo sguardo Maja, che scosse il capo. Almer cominciò a tirare su col naso. Il sorriso divertito di Ivor parve incrinarsi lentamente. Solo Lenja gli sorrise, accennando con il capo un gesto di incoraggiamento.

Istvan provò a premere i pulsanti per la risalita, ma si accorse che l'ascensore non rispondeva più ai comandi interni. Guardò di nuovo i suoi compagni, cercando disperatamente qualcosa da dire: sembravano tutti impietriti, incapaci di muovere un muscolo. Devi farlo, gli parve di udire da qualche parte.

"Sono Istvan" disse, a voce alta "Sono venuto a prendere la mia chiave."

Per alcuni secondi un'eco sinistra ripeté le sue ultime parole, poi si fece un silenzio carico di tensione. Infine, con una lentezza esasperante, le porte si aprirono.

Cautamente Istvan fece un passo in avanti, e fu subito afferrato da robuste braccia pelose.

"Bene" disse una voce di basso, una voce profonda e sonora che provocò una cacofonia di echi "Ti stavamo aspettando. Sei stato il primo ad arrivare, ma nessuno ne dubitava. Ora però le cose si faranno più complicate."

Istvan riuscì a girarsi e si trovò di fronte all'uomo che aveva parlato: era un adulto di poco più alto di lui, ma largo come un armadio, e con degli occhi così neri che sembrava di guardare in un pozzo senza fondo.

"Hai due scelte" riprese l'uomo, facendogli l'occhiolino "Puoi prendere la tua chiave, ma in cambio dovrai lasciarci uno dei tuoi amichetti. Oppure puoi andartene senza la chiave, ma la strada che dovrai percorrere per risalire è molto difficile e pericolosa. In ogni caso, senza la chiave non potrai proseguire il gioco."

Fece una pausa, come per sottolineare il significato delle sue parole.

"Allora, cosa scegli?"

Istvan si guardò indietro, cercando con lo sguardo quello di Maja. Vide che lei lo stava fissando con intensità, come se volesse comunicargli qualcosa di importante. Si voltò a guardare Lenja: anche lei lo stava fissando, ma con maggior serenità, come se in cuor suo già sapesse come sarebbero andate le cose.

Scosse il capo. Non poteva accettare che uno di loro rimanesse lì in ostaggio. Meglio rinunciare a tutto, a quel punto, alla chiave, al gioco, e a quello che poteva significare.

"No" disse, ma Lenja lo interruppe.

"Rimarrò io."

Istvan la fissò, sorpreso. Aveva l'espressione cocciuta di quando si impuntava. Non cominciare anche tu a fare i capricci!, pensò.

"Non preoccuparti per me, Istvan. Saprò cavarmela da sola."

"Non posso accettare una cosa così stupida."

"Devi!"

Ivor si era messo a fianco della gemella. Le passò un braccio attorno alle spalle e disse.

"Se resta lei resto anch'io."

L'uomo barbuto osservò i due gemelli e sorrise.

"Bene" commentò "Una commovente scenetta di amore fraterno."

Tornò a fissare Istvan e aggiunse:

"Noi possiamo anche tenercene un paio, ma se cominci così non credo che le pedine ti basteranno per arrivare alla fine."

Istvan cercò di riflettere. Si sentiva la mente annebbiata, nulla di quello che vedeva e sentiva gli sembrava avere la consistenza del reale. È solo un gioco, si disse, cercando di convincersi a prendere una decisione.

"Cosa succederà a quello che rimarrà qui?" chiese, per prendere tempo.

L'uomo barbuto fece una smorfia, ma i suoi occhi non cessarono di sorridere.

"Questo non è affar tuo, ragazzo."

"Ma potrò rivederlo?"

"Lo rivedrai certamente, se non sarai più che bravo."

Istvan scosse nuovamente il capo. Era tutto così assurdo, così irreale.

"Ti avverto che il tempo a tua disposizione sta per scadere. Se non sceglierai entro trenta secondi, sarò io a scegliere al tuo posto."

Si volse a scrutare Maja, e quando lei si ritrasse impaurita sogghignò soddisfatto.

"Va bene. Rinuncio alla chiave."

L'uomo barbuto lo fissò, sorpreso.

"Come? Vuoi ripetere?"

"Ho detto che rinuncio alla chiave."

"Non ho capito bene."

"Ho detto che…"

Istvan si interruppe. Di colpo un ricordo si era insinuato nella sua mente. Osservò l'uomo barbuto, che continuava a fissarlo sorridendo, ma con un'ombra di inquietudine.

"Tu sei un Custode" disse. L'uomo barbuto annuì.

"Naturalmente. Sono un Custode. Uno dei Custodi."

Il ricordo continuò a dilatarsi, facendosi via via più nitido.

"Tu sei un Custode, e hai un segreto."

"Un segreto, già. Chi di noi non ne ha?"

Con cautela Istvan cercò di afferrare il ricordo. Era incredibilmente antico, e molti particolari gli risultavano incomprensibili.

"Io conosco il tuo segreto."

"Davvero? Anch'io ne conosco alcuni dei tuoi…"

"Vuoi che lo dica ad alta voce, in modo che tutti possano sentirlo?"

Gli occhi del Custode erano due fessure sottilissime. Il sorriso però non era ancora scomparso dal suo volto.

"Non oseresti farlo."

"Perché no?"

"Sarebbe la fine, per tutti voi."

Istvan scosse il capo. Ora lo teneva stretto, il ricordo, poteva contemplarlo senza difficoltà. Era lì davanti a lui, chiaro e preciso come un film.

"No, sarebbe solo la tua fine."

Il Custode continuò a scrutarlo, apparentemente imperturbabile. Attorno a loro tutti trattenevano il fiato. Istvan sentiva che non poteva prolungare eccessivamente quel duello, ma non era ancora convinto di dover andare fino in fondo.

"Lascia perdere, Istvan" disse all'improvviso Almer "La chiave non ci serve più."

Tutti si volsero a guardarlo. Istvan notò che aveva l'espressione tesa e impacciata di quando non capiva qualcosa.

"Il gioco è stato sospeso."

Ci fu un brusio di sorpresa. Persino il Custode non riuscì a nascondere una reazione di stupore. Si avvicinò ad Almer e gli disse:

"Che cosa stai blaterando, moccioso?"

Almer parve farsi più piccolo. Indietreggiò, spaventato, e ripeté:

"Hanno sospeso il gioco."

Esitò, come cercando le parole giuste per spiegarsi.

"Qualcuno ha barato. Ci sono dei problemi alla centrale energetica, si pensa a un sabotaggio."

"E tu come fai a saperlo?" lo incalzò il Custode "Dovremmo essere noi i primi a esserne informati."

"È tutto bloccato. Le comunicazioni arriveranno non appena le linee saranno ripristinate."

Il Custode continuò a scrutarlo in silenzio, come valutando se le sue parole potessero essere credibili, poi si voltò a cercare con lo sguardo uno dei suoi colleghi. Ci fu un silenzioso scambio di vedute, poi un paio di uomini si allontanarono. Tornarono dopo pochi istanti, scuri in volto.

"Bene" disse il Custode "Sembra che tu abbia ragione. È tutto bloccato. Ma non posso ancora credere che abbiano sospeso il gioco. Sarebbe la prima volta a memoria d'uomo…"

"È così, ti dico. L'hanno sospeso" si affrettò a ribadire Almer. Si avvicinò a Istvan e gli strizzò l'occhio. "Possiamo andare, ora?"

Il Custode li osservò a uno a uno, con espressione poco convinta, poi annuì.

"Sì, se riuscite a trovare la strada. Uno di questi cunicoli porta alle scale esterne, ma non mi è permesso dirvi quale. Provatene uno. E se non è quello giusto, provatene un altro."
 
 

La galleria era buia e maleodorante, ma abbastanza alta da permettere di camminare eretti. Lenja era certa che fosse quella giusta, ma Istvan non le credeva. Aveva già sbagliato due volte, e nulla impediva che sbagliasse una terza.

Però era strano, pensava Istvan. Lenja di solito era precisa, sapeva percepire chiaramente ogni più piccolo indizio. E soprattutto non mentiva mai. Sembrava quasi che stesse sbagliando apposta, per chissà quale ragione.

"Almer, cosa dicono le Voci?" domandò, per spezzare il silenzio che si prolungava da troppo tempo.

Il piccolo scosse il capo, un movimento che il buio non riuscì a nascondere del tutto.

"È da parecchio che non le sento" rispose.

Istvan cercò il suo viso nell'oscurità: i suoi occhi brillavano di una luce inconsueta.

"Credevo fossero state loro a dirti che il gioco è stato sospeso."

"Ma non è vero. Il gioco non è sospeso. L'ho detto solo per convincerli a lasciarci andare."

Si avvicinò a Istvan e gli sussurrò all'orecchio:

"Ho la chiave. L'ho rubata."

Istvan era senza parole. Non sapeva se abbracciarlo o prenderlo a sberle.

"Stavano tutti a sentire te e il Custode, e visto che nessuno badava a me sono andato a fare un giro. Ho disattivato il sistema di comunicazione e…"

In quel momento si udì la voce di Lenja che diceva:

"Bene. Mi sono sbagliata un'altra volta. Non è questa la galleria giusta."

Istvan capì chiaramente che Lenja non voleva tornare di sopra, e nello stesso istante gli parve di ricordare il perché. Ma il ricordo svanì immediatamente, lasciandolo con un sapore sgradevole in fondo alla gola.
 
 

"Forse" disse Maja da qualche parte alle sue spalle "Se Istvan usa la chiave può dirci cosa fare."

Il buio attorno a loro era sempre più fitto. Il cunicolo lungo il quale si erano inoltrati si era attorcigliato in modo tale che ora disperavano persino di riuscire a tornare al punto di partenza. Nello stesso tempo, un odore sottile e persistente si era andato diffondendo nell'aria.

Istvan, spossato, si lasciò cadere al suolo. Nessuno aveva risposto a Maja, e per quel che ne capiva questo voleva dire che erano tutti d'accordo con lei. Si guardò attorno: nel buio non scorgeva nessuno dei suoi amici, anche se intuiva la loro vicinanza.

"Almer" disse, volgendosi dove sperava ci fosse il piccolo "Ce l'hai ancora?"

Ci fu un attimo di incertezza. Poi rumore di mani che frugavano, un respiro affannato che faceva temere il peggio.

"Sì" rispose Almer, con un sospiro di sollievo "Ce l'ho qui."

"Portamela."

Trascorsero attimi di silenzio. Istvan attendeva ansioso, con una sensazione di pericolo imminente che non sapeva spiegare. Sentì il suono di passi incerti, poi il brancolare di un braccio che cercava nel buio. Una mano gli sfiorò il viso.

"Dammela."

Allungò la mano e trovò quella di Almer. Qualcosa di tiepido gli cadde sul palmo. Lo avvicinò al viso: brillava di una debole luce.

Osservò, col cuore in gola: era un gioiello a forma di ovale, al cui interno era sospesa una figura che sulle prime non riconobbe. La osservò con più attenzione, e lentamente ricordò.

"Ha ragione Maja" disse, al buio che lo circondava "È una trappola."

Si guardò attorno. Il buio si andava pian piano attenuando.

"Una trappola" ripeté a bassa voce.

L'ampio salone non aveva ancora terminato di illuminarsi che già attorno a lui risuonavano le risate di scherno dei suoi avversari.
 
 

"Così" disse il Custode, puntandogli contro un dito corto e tozzo "Hai rubato la chiave. Lo sai cosa vuole dire questo?"

Attese una sua replica, che però non poteva venire.

"Vuol dire barare. Vuol dire squalifica."

Gli si avvicinò fino ad alitargli sul volto.

"Ma noi siamo magnanimi."

Si guardò attorno, rivolgendosi al cerchio di ragazzi accosciati.

"Non è vero che siamo magnanimi?"

"Sìììì!" rispose un coro di voci divertite.

"Lo vedi? Ti consentiamo di proseguire il gioco. Però siamo costretti a trattenere il tuo amico Manolesta. Non è bene avere in squadra un ladro."

Istvan cercò Almer: lo individuò ormai lontano, saldamente trattenuto da un adulto basso e muscoloso. Lo stava osservando, e sembrava lanciargli con lo sguardo una silenziosa richiesta di aiuto.

Troppo tardi, però. L'adulto si infilò in un porticina e scomparve alla vista. Le luci si attenuarono. Il silenzio si propagò. E nel silenzio un suono di pianto trattenuto. Forse Maja, o più probabilmente Lenja. Istvan cercò qualcosa da dire per consolare i suoi amici, ma non trovò nulla.

Il gioco era appena all'inizio, e lui non riusciva a ricordare quali fossero le regole.
 
 

Raggiunsero le loro stanze poco prima dell'alba, dopo un'interminabile risalita su scale d'acciaio gelide e scivolose. Si separarono senza dirsi una parola, troppo stanchi e sconsolati anche per un semplice saluto.

Istvan vide che il suo Controllore era ancora attivo, ma quando provò a interrogarlo non rispose.

Si buttò sul letto. Nonostante la stanchezza, però, non riuscì a prendere sonno. Era assediato da ricordi confusi e incoerenti, attraverso i quali gli sembrava di intuire frammenti di verità.

Alla fine, spossato, si mise a sedere e prese in mano la sua chiave, il gioiello che gli era costato la perdita di Almer. Che valore aveva? Valeva davvero il prezzo pagato?

Era un oggetto strano, questo sì. La figura al suo interno mutava in continuazione. A volte assumeva forme vagamente familiari, che evocavano ricordi remoti. Altre volte invece si contraeva in un ammasso informe e indecifrabile.

Doveva essere importante, quel gioiello. E di tanto in tanto gli sembrava anche di essere sul punto di ricordarne il significato. Se però si sforzava di afferrare il ricordo, ogni cosa gli si confondeva nelle mente.

Doveva parlarne con Lenja, decise. Lei aveva la percezione. Forse avrebbe intuito. E in ogni caso, non ne poteva più di starsene lì da solo.

Bussò alla sua porta e lei gli aprì subito. Aveva gli occhi rossi, come se avesse pianto.

"Ti stavo aspettando" gli disse "Sapevo che saresti venuto."

Ivor era disteso sul letto, con gli occhi chiusi. Sembrava addormentato, o forse fingeva.

"Dobbiamo andarcene" sussurrò Lenja, così piano che Istvan non fu sicuro di aver capito.

"Andarcene?"

"Fuggire. Andare via da questo posto."

Di colpo, del tutto inaspettatamente, lei gli gettò le braccia al collo e lo abbracciò.

"Altrimenti faremo tutti la fine di Almer."

Istvan rimase in silenzio. Gli piaceva stare così, abbracciato a Lenja. Sentiva il calore del suo corpo, il battito del suo piccolo cuore spaventato, e in qualche misura questo lo rinvigoriva.

"Non succederà nulla del genere" le disse, per consolarla.

"Io l'ho visto!" esclamò lei, sciogliendosi dall'abbraccio. Si allontanò di corsa e si gettò sul letto, singhiozzando piano. Ivor aprì gli occhi, lo fissò con sguardo risentito e disse:

"Devi crederle. Lei le vede davvero, quelle cose."

Istvan annuì.

"Lo so. È solo che…"

Si interruppe di colpo. Fuori stava crescendo un frastuono fastidioso. Voci concitate di ragazzi, schiocchi incomprensibili, urla terrorizzate che facevano male al cuore…

"Cosa succede?" chiese, più a sé stesso che agli altri.

"Sono venuti a prendere Maja" rispose Lenja, sollevando il capo a fatica. Istvan impiegò alcuni secondi per comprendere il significato delle sue parole.

"Cosa?"

Si avventò sulla porta: era bloccata dall'interno.

"Aprila!" urlò. Lenja nascose il capo sotto il cuscino.

"Aprila, ti ho detto! Voglio uscire!"

"Non fare lo stupido" disse Ivor "Se vai fuori prenderanno anche te."

"Per favore, Lenja, apri la porta" supplicò. Già il frastuono si stava allontanando. Pochi istanti, poi fu tutto silenzio. Solo un urlo, lontano, irraggiungibile.

"Maja…" mormorò. Alle sue spalle i singhiozzi di Lenja sembravano scuotere l'intero edificio, dalle fondamenta.
 
 

"Siamo rimasti solo noi tre" disse Lenja, dopo un'eternità di sospiri e di lacrime silenziose "E non abbiamo molto tempo se vogliamo fuggire."

Istvan ascoltava, ormai indifferente a tutto. L'idea di fuggire gli sembrava la più stupida che si potesse avere. E in ogni caso: fuggire dove?

Ivor lo prese per un braccio.

"Hai capito? Non ci resta molto tempo."

Istvan lo guardò, cercando dentro di sé qualche parola che non suonasse terribilmente stonata, ma non ne trovò. Si limitò a stringersi nelle spalle.

"Non possiamo fuggire" disse "Almer e Maja rimarrebbero qui. Dobbiamo fare qualcosa per loro."

Ivor sbuffò.

"Lasciali perdere. Non c'è nulla che tu possa fare."

Quelle parole lo colpirono come uno schiaffo. Gli venne voglia di insultare il gemello.

"Sentite" disse, trattenendo a stento la rabbia "Se voi volete andarvene, fate pure. Io rimango qui. Troverò un modo per liberare Almer e Maja."

Ivor scosse il capo.

"Sapevo che ti saresti comportato così. Mia sorella me l'aveva detto."

Aveva l'espressione tesa, il volto pallido. Sembrava sul punto di mettersi a piangere.

"Però lascia che te lo dica: sei un egoista."

Si voltò e si coprì il viso con le mani. Istvan si sentì improvvisamente colpevole per quel dolore.

"Non siete obbligati a restare con me."

"Senza di te non possiamo andarcene" fece Lenja, avvicinandoglisi. Sembrava più tranquilla del fratello, anche se ugualmente spaventata. "Ci serve la tua chiave."

"Eccola. Se la volete ve la regalo."

Ma Lenja scosse il capo.

"Solo tu puoi farla funzionare."

Allora Istvan capì, e di colpo ricordò.
 
 

Inventavano i mondi, e poi ci entravano dentro per giocare. Costruivano dei duplicati di personalità e vi trasferivano la propria consapevolezza. Era eccitante. Un intero mondo, nuovo e misterioso, da esplorare e da scoprire. Mondi che sembravano veri, popolati di gente e di bestie e di piante.

Poi qualcuno aveva cominciato a inserire delle trappole, forse per rendere il gioco più emozionante. Alcuni di loro erano rimasti imprigionati in quei mondi artificiali. Altri, che cercavano di liberarli, avevano fatto la stessa fine.

Istvan contemplò a lungo il ricordo, tenendolo ben saldo nella mente. Era un ricordo antichissimo, il più antico che avesse mai avuto. Molte delle cose che vedeva gli erano incomprensibili, ma gli era chiaro il significato profondo che quel ricordo rivestiva per lui e per i suoi amici.

Bussarono alla porta, e il ricordo andò in frantumi. Si guardò attorno, cercando di capire dove fosse. Vide Lenja e Ivor distesi sul letto, abbracciati. Lo stavano fissando, con espressione impaurita.

"Chi è?" chiese.

"Aprimi. Sono Maja."

Sorpreso, interrogò con lo sguardo Lenja. La ragazzina scosse il capo, visibilmente perplessa.

"Apri" le disse. Lei non accennò a muoversi.

"Ivor, per favore…"

Il ragazzo sbuffò. Guardò sua sorella, che gli restituì uno sguardo gelido, poi allungò la mano e fece scattare il meccanismo di apertura. Un attimo, poi volarono dentro Maja e Almer. Istvan non fece in tempo ad aprire il cuore alla gioia, però: un uomo enorme, di poco più basso della porta, si insinuò nell'apertura e, dopo aver gettato un'occhiata divertita ai presenti, disse:

"Bene, ecco qui la compagnia al gran completo."

Si chiuse la porta alle spalle, poi si avvicinò a Istvan.

"Io e te dobbiamo fare un discorsetto."

Si sedette sul pavimento davanti a lui.

"I tuoi amici, lo sai dov'erano?"

Indicò Almer e Maja, che pallidi come stracci se ne stavano appoggiati alla parete.

"Nei sotterranei?"

L'uomo annuì.

"Nei sotterranei, già. Erano rinchiusi in una stanza e piangevano come bambini piccoli."

Fece una pausa, come per dare tempo alle sue parole di fare effetto.

"Ora, vorresti spiegarmi cosa diavolo è successo?"

Istvan esitò, incerto su cosa rispondere. Non ricordava chi fosse quell'uomo, ma aveva la netta impressione di conoscerlo.

"Non lo so" rispose. L'uomo lo osservò, con severità ma anche con un accenno di affetto.

"Ti era stato detto di vigilare su di loro. Ricordi?"

Istvan scosse il capo. Non ricordava una simile raccomandazione, ma se quell'uomo affermava che gli era stata rivolta, doveva essere vero. Non sembrava un bugiardo.

"Sono stati i Custodi" disse.

L'uomo sorrise.

"Naturalmente. I Custodi. Sono sempre loro. Basta lasciarli soli per un po' che subito combinano qualche guaio. Cos'hanno fatto, stavolta?"

"Hanno iniziato il gioco."

"Il gioco, eh?"

L'uomo ridacchiò, poi si grattò il mento, con espressione meditabonda.

"È una brutta faccenda. Dovrò occuparmene personalmente."

Si rialzò, sorridendo.

"Intanto è meglio che ve ne torniate tutti nelle vostre stanze."

Li squadrò a uno a uno, con sguardo indagatore.

"E chiudetevi dentro, capito?"

Tutti annuirono. L'uomo allora si avvicinò alla porta. Passando accanto a Maja la accarezzò sulla testa. Prima di uscire osservò ancora una volta Istvan.

Istvan cercò disperatamente un ricordo che gli spiegasse chi era quell'uomo, ma non ne trovò. Si volse verso Maja, che aveva ripreso il suo colorito normale, e la interrogò con lo sguardo. Lei allargò le braccia.

"È il Dottore" disse Almer "È rientrato appena in tempo. Stavano già per sacrificarci."
 
 

"Dove sei stato tutto il giorno?" lo interrogò il Controllore quando rientrò nella sua stanza.

"Non mi seccare!" rispose, sgarbato. Ci mancava solo che quella stupida macchina riprendesse a funzionare… Guardò l'orologio murale: ancora una decina di minuti, e poi si sarebbe disattivata. Se le cose erano tornate a posto, come supponeva.

"Ti faccio notare che hai perso tre ore di Terapia e quattro di Individuazione. In pratica l'intera giornata. Dovrai lavorare sodo, per ricuperare" continuò imperterrita la voce artificiale "Il Dottore non sarà affatto contento."

"Il Dottore lo sarà ancora meno se non mi lasci riposare" sbottò, esasperato "Cavolo, sono due giorni che non dormo. Ho avuto un sacco di guai, e tu mi rimproveri per aver perso un giorno di studio. Sarei stato felicissimo di essere qui, se avessi potuto…"

Si buttò sul lettino e rimase a fissare il soffitto. Si sentiva stanco e infelice, e con la vaga sensazione di essere stato truffato. Chiuse gli occhi, cercando di rilassarsi. Dopo alcuni minuti udì distintamente il tic che emise il Controllore disattivandosi. Quel suono per chissà quale ragione lo rallegrò.

Ripensò a quello che gli era successo dalla sera prima. Gli sembrava tutto così assurdo, così insensato, che aveva quasi l'impressione di aver sognato molte cose. Però sentiva nella tasca il peso ingombrante del gioiello che Almer aveva rubato ai Custodi. La sua chiave. La sfera che conteneva una figura che cambiava continuamente forma. Chissà cos'era.

Lo estrasse e iniziò a osservarlo con attenzione. La figura all'interno si era trasformata in una sfera verde-marrone con sfumature azzurrine. Una sfera solcata da strane incrostazioni.

Interessante, pensò, ma dopo averlo contemplato per alcuni minuti, quell'oggetto gli venne a noia. Depose il gioiello sul tavolino che stava a lato del letto e si apprestò a dormire. Non appena ebbe chiuso gli occhi, però, rivide la sfera verde-marrone, su uno sfondo buio come la notte senza lune. Nella visione la sfera ruotava su sé stessa, emettendo sbuffi di vapore che seguivano la rotazione contorcendosi e deformandosi. Sembrava, notò, un mondo visto dallo spazio.

Allora ricordò cos'era la chiave. Afferrò nuovamente il gioiello e riprese a osservarlo: al suo interno la sfera ruotava esattamente come nella visione. Mancavano solo gli sbuffi di vapore e il nero sfondo dello spazio.

Posso farlo, si disse. Si concentrò sulla sfera, cercando di eliminare dalla sua mente tutto ciò che riguardava il mondo attorno a lui. Man mano che perdeva il contatto con la sua stanza la sfera sembrava ingrandirsi. Poteva già individuare molti particolari che prima erano indistinguibili. A un certo punto ebbe la certezza che gli sarebbe bastato un altro piccolo sforzo di volontà per raggiungere quel mondo.

A fatica si distolse dalla contemplazione. Non poteva andarsene da solo. I suoi amici non gliel'avrebbero mai perdonato. Doveva avvertirli, e decidere insieme a loro cosa fare.

Dovrò andarmene da solo, pensò con amarezza. Fece per rientrare nella sua stanza, ma quando fu a una decina di passi di distanza si accorse che la porta era aperta e che dall'interno venivano voci concitate. Senza pensarci due volte, si girò e si mise a correre.

Percorse di volata il corridoio principale, poi svoltò per raggiungere gli ascensori. Con suo grande disappunto, però, vide venirgli incontro il Dottore. Fu tentato di voltarsi e fuggire, ma non ebbe il coraggio di farlo.

"Oh, eccoti qui" disse il Dottore, riconoscendolo "Ti stavamo proprio cercando."

Gli passò un braccio intorno alle spalle e lo sospinse innanzi a sé.

"Vieni nel mio studio. Siamo in riunione. Mancavi solo tu."
 
 

Nello studio c'erano Maja, Lenja, Ivor e Almer seduti sulle poltroncine ortopediche. Un paio di infermiere li tenevano d'occhio, mentre una terza esaminava sul computer dei diagrammi colorati.

"Eccoci qui al completo" disse il Dottore chiudendosi la porta alle spalle. Fece cenno a Istvan di accomodarsi sull'unica poltroncina ancora libera, poi andò a sedersi alla scrivania. Si fece dare dall'infermiera al computer una scheda plastificata. La esaminò per alcuni minuti in silenzio.

"Hm" mormorò, tornando a osservarli "Sembra che ultimamente le vostre turbe abbiano subito un peggioramento."

Attese che qualcuno di loro dicesse qualcosa. Sorrideva, ma il suo sguardo era tutt'altro che allegro.

"Non andiamo mica bene, sapete? Se continuate così sarò costretto a dividervi. O…"

Esitò, come per sottolineare la minaccia.

"O a farvi scendere al piano inferiore. Che ne dite? Non vi piacerebbe stare vicino ai Custodi?"

Li scrutò negli occhi, a uno a uno. Istvan ebbe l'impressione che si soffermasse più a lungo su di lui, quasi cercasse di farlo innervosire. La cosa però lo lasciò indifferente. Ormai aveva deciso, se ne sarebbe andato, e non voleva certo lasciarsi influenzare da un adulto che capiva sì e no un decimo di quanto accadeva.

"Tu Istvan sei convinto di sapere molte cose" la voce sonora del Dottore si abbassò di un'ottava "Credi di avere dei ricordi. Ormai hai dodici anni, però, sei quasi grande. Dovresti cominciare a superare queste fantasie infantili. Come sta facendo Maja. Lei è cresciuta, è molto più matura. Fra pochi giorni potremo inviarla al reparto Adolescenti. Se vuoi continuare a rimanere insieme a lei, ti conviene cominciare a crescere, ragazzo."

Gli sorrise, ma a Istvan non sfuggì il lampo di perfidia che gli attraversò lo sguardo.

"Comunque" riprese il Dottore, con tono più tranquillo "Lo scopo di questa riunione è di mettervi al corrente del nuovo programma per il vostro gruppo."

Premette un pulsante sulla scrivania, e dal duplicatore uscirono cinque dischetti argentati.

"Questi sono i nuovi test."

Li consegnò a un'infermiera perché li distribuisse.

"Dovete obbligatoriamente, e sottolineo obbligatoriamente, completarli entro stasera. In base agli esiti decideremo a quale nuovo reparto assegnarvi."

Si alzò e indicò la porta.

"Ora potete andare, ma ricordatevi: al più tardi entro stasera dovete completare i test. D'accordo?"
 
 

"Hai capito come funziona?" gli chiese Maja, chinandosi su di lui. La punta aguzza di un suo seno gli sfiorò la spalla, procurandogli un brivido di piacere.

"No" rispose "Ma possiamo usarlo lo stesso. So come si fa."

Si volse a guardare i suoi amici, quei ragazzi che sentiva fratelli, o forse di più, addirittura parti di sé stesso. Li guardò a uno a uno, chiedendo a ognuno un cenno di conferma. Incontrò solo espressioni vacue, incerte, a eccezione di Lenja, che lo incoraggiò con un sorriso.

"Se qualcuno di voi ha paura lo dica adesso. Possiamo ancora fermarci. Dopo potrebbe essere troppo tardi…"

Di nuovo li osservò a uno a uno, e ancora una volta nessuno disse nulla. Istvan inspirò profondamente, per cercare di allentare la tensione.

"Venite tutti qui vicino. Mettetemi una mano sulla spalla. E spegnete la luce."

Si fece buio, un buio tenue e malinconico. Solo il gioiello rischiarava debolmente la stanza. Istvan lo sollevò, con due mani, e lo portò all'altezza degli occhi.

La figura all'interno aveva assunto una strana configurazione (un parallelepipedo irregolare), ma con uno sforzo di volontà riuscì a farla tornare una sfera.

Si concentrò sulla figura. C'era qualcosa di sbagliato, notò, un colore diverso da quello della volta precedente. Nella sfera dominava un blu cupo, alternato a vaste chiazze marroni. Masse di vapori biancastri galleggiavano sulla sua superficie.

Trascorsero ore. Giorni. Anni. La sfera continuava a ruotare su sé stessa, nel silenzio totale. Il solo rumore che percepiva, in modo vago, era un respiro affannoso alle sue spalle. Un remoto odore di salsedine lo raggiungeva di tanto in tanto, distraendolo.

La sfera era a pochi passi da lui, sempre più grande, sempre più reale, eppure sentiva di non poterla ancora raggiungere.

Devo farcela, pensò, cercando di dominare il senso di panico che lo stava invadendo.

L'altro mondo era lì, distava da lui solo un atto di volontà, eppure per chissà quale ragione non trovava in sé il coraggio sufficiente per compierlo.

Di colpo, però, la rabbia e la frustrazione dei troppi anni trascorsi nell'Ospedale Psichiatrico tornarono a bruciargli dentro. Sentì che non poteva continuare a vivere così. Sentì che doveva scappare, fuggire il più lontano possibile.

Decise.

Precipitò.

Per un istante, un lungo istante di eternità, si trovò fuori dal tempo. E vide la verità.

Cercò di urlare, ma in quel non-luogo non aveva voce.
 
 

Fuori dal tempo vede:

un sé stesso brigante in un mondo di pastori, inseguito da uomini barbuti e silenziosi, che per salvarsi utilizza il duplicatore di personalità e…

…crea un altro sé stesso in un mondo marino. Il brigante continua a fuggire, chiedendosi come mai il duplicatore non abbia funzionato. Il marinaio si ritrova solo al centro di un oceano sconosciuto. Decide di fuggire anche da quel mondo e…

…crea tre duplicati di sé stesso in un deserto arido e ventoso. Il brigante continua a fuggire. Il marinaio naviga spaventato. I tre amici attraversano una tempesta di sabbia. Uno di loro rinviene un gioiello, in cui crede di riconoscere un oggetto smarrito da tempo. È il duplicatore: lo usano per fuggire e…

…si ritrovano in un Ospedale Psichiatrico, cinque ragazzi affetti da disturbi mentali che molti ritengono incurabili. Il brigante continua a fuggire. Il marinaio naviga spaventato. I tre amici attraversano il deserto. I cinque ragazzi vengono presi in un gioco che non capiscono. Decidono di fuggire utilizzando il duplicatore e danno vita a…

"Basta!", urla la consapevolezza fuori dal tempo. Ma è troppo tardi. La trappola è scattata un'altra volta. Altre personalità sono state create, il suo essere è stato ulteriormente frammentato e ora ogni singolo pezzetto conserva solo un pallidissimo ricordo della sua origine.

Nel tempo artificiale: il brigante continua a fuggire; il marinaio naviga spaventato; i tre amici attraversano il deserto; i cinque ragazzi cercano di sfuggire al gioco misterioso; sette bambini sperduti discendono impervie montagne alla ricerca del villaggio natio.
 
 

Istvan si riscosse, spaventato senza sapere il perché. Sentiva un atroce mal di testa, e un senso di delusione di cui non riusciva a comprendere la ragione.

"Te l'avevo detto che non funzionava" la voce di Maja, come un rasoio, tagliò i suoi ultimi dubbi. Si guardò attorno: era nella sua stanza, al Convitto (o meglio all'Ospedale Psichiatrico). I suoi amici lo fissavano con sguardi in cui si mischiava il sollievo e la delusione. Capì di aver fallito, ma senza afferrare realmente la misura del suo fallimento.

"È un giocattolo" disse Ivor, gettando un'occhiata piena di disprezzo al gioiello e alla figura al suo interno "Soltanto un giocattolo. E tu volevi farci credere che potesse…"

"D'accordo" tagliò corto Istvan "Non funziona. Comunque, almeno ci abbiamo provato. Ora, se qualcuno ha un'idea migliore su cosa fare…"

"Lascia perdere" lo interruppe Maja, con un tono di voce freddo e distante "Ne ho abbastanza di questi giochetti da bambini."

Si scostò da lui, rigida e impettita.

"Io vado a completare i test. Non vorrei che il Dottore si arrabbiasse."

Proprio in quel mentre la porta si aprì. Si affacciò un Custode.

"Ricordatevi" li ammonì, con un sorriso sarcastico "Il gioco è solo sospeso. Finché c'è il Dottore tra i piedi, non possiamo fare niente. Ma appena se ne andrà…"

Gli strizzò l'occhio, prima di richiudersi la porta alle spalle con un tonfo sonoro.

Istvan osservò la porta che terminava di vibrare e si chiese come mai tutto quello gli sembrasse così irreale.

Diavolo, pensò, Sembra quasi che sia tutto finto…

Da qualche parte della sua mente gli parve di udire una risata divertita, ma forse era solo uno dei soliti ricordi che cercava di farsi strada.


 © Claudio Tinivella 1996, 1999
 pubblicato su Interferenze Creative

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