INVASIONI DALL'IDEOSFERA

Massimo Pietroselli

 
Tu inventi e loro credono. Non bisogna suscitare più immaginario di quanto ce ne sia.
Umberto Eco, Il pendolo di Foucault
Pensieri viventi

Quella che segue non è SF (Finzione Speculativa): è realtà. Anche se di un altro tipo.

Esiste un mondo che non vediamo e che nessun strumento può rivelare, ma con il quale siamo costantemente in contatto, non attraverso i nostri sensi ma attraverso la nostra mente: chiamiamolo Ideosfera. E' il mondo dei pensieri…non di tutti i pensieri, badate, non dei pensieri oziosi o velleitari o comunque fuggevoli. Ma dei pensieri viventi, per così dire, in grado cioè di replicarsi e di accrescersi, in virtù di caratteristiche particolari, passando di mente in mente e modificando persino il comportamento dell'ospite e, a volte, dell'intero genere umano (il cattolicesimo, il marxismo…). Questi pensieri viventi sono detti memi; lo studio del loro comportamento, memetica. Slogan, frasi fatte, canzoncine, mode…ma anche sistemi filosofici, invenzioni, leggende: tutti memi. Alcuni di questi sono parassiti, il cui unico scopo è replicarsi senza alcun vantaggio per l'ospite (anzi!), altri invece lo arricchiscono e lo completano. Alcuni migliorano la nostra vita, altri la peggiorano. Tutti, comunque, cercano di sopravvivere, e lottano per questo nell'Ideosfera, il corrispettivo mentale della più familiare biosfera (per chi volesse saperne di più sulla memetica, consigliamo Il gene egoista, di Richard Dawking).

Come? L'Ideosfera non esiste?

Ah! Credetelo pure, se volete: ma quante volte un suo abitatore, attraversando i violati cunicoli che connettono i due universi, si è improvvisamente risvegliato nel vostro cervello, e vi siete trovati a fischiettare "Don't worry, be happy!" o a chiedere stupidamente: "Di che segno sei?", sorprendendovi un attimo dopo? Siete infetti, altro che storie! L'Ideosfera, una volta di più, si è manifestata nel nostro universo materiale, lo ha influenzato: che vi piaccia o no.

Non sappiamo come sia il mondo dell'Ideosfera: non esistono ancora strumenti in grado di mostrarci questo universo. Dunque, in attesa che un novello Galileo ci riveli la sua topografia scrutando in un inimmaginabile cannocchiale, raffiguriamoci l'Ideosfera come un immenso oceano, imperscrutabile e alieno come quello di Solaris (e il paragone ha almeno un elemento di efficacia: anche il pianeta vivente immaginato da Stanislaw Lem, infatti, costruiva ectoplasmi per gli esseri umani, che essi finivano per credere reali!).

In questo tormentato mare magnum, si sviluppano d'improvviso, in base alle turbolenze prodotte dalla nostra creatività, squallidi parassiti e algide equazioni matematiche, cattedrali filosofiche e vortici di sinfonie, ghirigori retorici e bolle di barzellette che esplodono allegre sulla superficie dell'acqua. Torniamo a Solaris, per immaginare lo sviluppo di un complesso memetico: "un giorno, nelle profondità dell'oceano, una macchia circolare comincia a scurirsi, come se si ricoprisse di catrame. Dopo alcune ore si divide in strati e contemporaneamente sale verso la superficie…da tutte le direzioni giungono come delle labbra chiuse, vive e muscolose, simili a crateri od onde circolari, che si uniscono, s'innalzano e ricadono…"

In questo oceano magmatico, interi universi di memi navigano imperiosi tra milioni di pensieri che affondano man mano che la gente li dimentica e non possono più riprodursi: i fondali dell'Ideosfera sono pieni di questi memi morti, stratificati da secoli d'oblio. Laggiù giacciono le canzoni di Sanremo dei decenni passati (almeno, la maggior parte), le cosmogonie assire e greche, le poesie maya e azteche e incas, le barzellette degli abitanti dell'Isola di Pasqua e il contenuto dei centinaia di libri perduti della Biblioteca di Alessandria…

Ma torniamo sulla superficie di quel mare, e soffermiamoci su una particolare categoria di quegli scorridori dell'Ideosfera. Il loro propellente è fornito da legioni di inoffensivi devoti che quotidianamente pensano, studiano, meditano su di loro, e così facendo ne aumentano il potere, facendoli diventare via via più reali. Sono navi immense, e i nomi che potete leggere sulle fiancate sono: Doc Savage, Sherlock Holmes, Dune, Star Trek, Nero Wolfe, Il Signore degli Anelli, Fu Manchu, Tarzan, Il Regno di Oz…e mille altri.

Chi sono gli adepti di questi memi? Chi li fa vivere e prosperare, nel crudele mondo dell'Ideosfera, a tanti anni dalla loro nascita? Chi gli impedisce di colare a picco?

Parleremo abbondantemente di questi ingenui frequentatori dell'Ideosfera, colpevoli solo della convinzione che nel nostro povero mondo esistano sì personaggi più simpatici del nostro vicino di casa, ma che bisogna cercarli nelle pagine di un libro: tuttavia, per dare un'idea dell'influenza negativa che questo mondo parallelo può esercitare sul nostro, accenneremo prima di tutto a un celebre caso di creazione (da parte di persone nient'affatto ingenue!) di un'entità nell'Ideosfera, che rapidamente è diventata reale anche nella Biosfera.
 
 

Il meme dei Rosa-Croce

Uno degli esempi più noti di meme parassita è quello relativo alla setta dei Rosa-Croce. E' un meme così potente, così furbo nella sua strategia di sopravvivenza nell'Ideosfera, da essere riuscito, dal 1600 a oggi, a far credere a milioni di persone di non essere affatto un meme, una pura fantasia, una leggenda urbana ante-litteram, insomma, ma una realtà, un movimento occulto formato da persone in carne e ossa.

Per questo, il meme dei Rosa-Croce è così vicino a quello dei personaggi di finzione che esamineremo tra breve: i Rosa-Croce sono un parto della fantasia, che tuttavia riesce ad attrarre e coinvolgere molte persone, a tal punto da far credere loro che non si tratti affatto di fantasia, e da influenzarne il comportamento al fine di aumentare l'aggancio che il meme è riuscito a crearsi con la Biosfera.

Come ha fatto il meme dei Rosa-Croce a "farsi carne", per così dire?

Tra il 1614 e il 1616, comparvero in Germania tre manifesti della Fratellanza dei Rosa-Croce (fino a quel momento ignota al mondo). I primi due anonimi, il terzo a opera di tale Johann Valentin Andreae.

Il primo manifesto, dal titolo lunghissimo ma universalmente noto come Fama Fraternitatis, appare anonimo a Cassel nel 1614. Riferisce i viaggi allegorici e il misterioso sepolcro dell'Illustre Fondatore della Fratellanza della Rosa-Croce, Christian Rosencreutz (evidente nome simbolico, e quindi multiplo, adatto a essere decomposto e ricomposto in milioni di modi e di significati: una delle prime caratteristiche del "meme di successo"), e descrive le regole della Confraternita, tra le quali la più indicativa è la segretezza (il fatto che la setta fosse segreta, spiega perché nessuno l'aveva mai sentita nominare: esempio di meccanismo di "autosostentamento del meme". Si risponde cioè alla sensata obiezione: "i Rosacroce non esistono perché nessuno li ha mai visti e sentiti nominare", affermando: "ma proprio questa è la prova della loro esistenza!"). Infatti, la seconda regola dell’ordine recita: "adattarsi dovunque agli usi, costumi e modo di vestire del paese in cui ci si trova". E, al punto sei: "la Confraternita rimarrà clandestina per cento anni". La missione dei Rosa-Croce? Annunciare e preparare l’umanità all’imminente fine del mondo (meme diffusissimo in diversi movimenti religiosi).

La Fama suscitò negli ambienti intellettuali risa, ingiurie e approvazioni entusiastiche. Comunque, non passò inosservata: il meme aveva segnato il primo punto. Si rendeva ora necessario un secondo manifesto, edito nel 1615 con il titolo Confessio Fraternitatis, nel quale si precisa, tra l’altro, che negli ultimi, imminenti giorni dell’umanità il Signore ha deciso di aumentare il numero dei Fratelli destinati alla suprema conoscenza (altro meme ricorrente nelle religioni: ad esempio, secondo i Testimoni di Geova, i consacrati destinati alla vita eterna sono appena centoquarantamila, di cui solo ottomilaottocentosessantanove ancora in vita!).

Il terzo manifesto, Il Matrimonio Alchimistico di Christian Rosencreutz, è l’unico autografo: esce infatti nel 1616 a Strasburgo a opera di Johann Valentin Andreae. Il quale, nel corso degli anni seguenti, verrà additato come uno dei principali dottori, se non il Capitano, della fantomatica Confraternita. E’ un libretto talmente ermetico che gli studiosi non sono ancora concordi se definirlo una satira del movimento fantasma o non piuttosto l'organica conclusione dei due precedenti manifesti.

Andreae manterrà sempre un atteggiamento ambiguo in merito alla sua appartenenza ai Rosa- Croce, e le sue velate allusioni, lungi dallo sciogliere i dubbi, li hanno aumentati. Ad ogni modo, il gioco da lui o da altri elaborato, aveva prodotto in pochi anni una ridda di documenti in cui si ridicolizzava o si esaltava l’Ordine, richiamandosi l'un l'altro in una ragnatela di rimandi. Tutti ne parlavano, comunque. Alcuni rivelarono di far parte dei Rosa-Croce, subito smentiti dal fatto che, se davvero lo fossero stati, non avrebbero potuto ammetterlo. Altri che negarono di far parte dei Rosa-Croce furono visti con sospetto, per lo stesso motivo. Un dedalo di ipotesi affermazioni smentite invischiò la vita culturale di quegli anni. E qui, bene si inseriscono le parole dello stesso Andreae: "quando un personaggio che teneva celata la sua identità diede inizio tra i dotti a un gioco così ingegnoso, e in un’epoca in cui ciascuno si attendeva delle novità, cominciarono a prodursi una gran quantità di scritti a favore e contrari, e ho assistito con grande divertimento a come continuamente nuovi combattenti entrassero in lizza. Ma siccome la scena si riempiva di ogni sorta di dispute sulle diverse opinioni, e la maggior parte delle volte le armi più efficaci erano il sospetto, le supposizioni, le ingiurie e la diffamazione, io mi sono ritirato per non espormi imprudetentemente al pericolo".

Ognuno può pensarla come vuole sul conto di Andreae, ma è indubbio che questa è l’analisi del successo dei Rosa-Croce fatta da un esperto memetista, da un mass-mediologo ante-litteram. Come non sospettare che dietro il gioco dei Rosa-Croce non ci fosse veramente lui?

A questo punto, la domanda: "i Rosa-Croce esistevano o no?", perde di significato. Sicuramente, esistettero dopo i Manifesti. Prima, non esiste alcuna evidenza storica. Se sono esistiti, non è avvenuto su questo mondo.

Così scrive Umberto Eco, ne Il pendolo di Foucault: "Noi abbiamo inventato un Piano inesistente ed Essi non solo lo hanno preso per buono, ma si sono convinti di esserci dentro da tempo...Ma se inventando un piano gli altri lo realizzano, il Piano è come se ci fosse, anzi, ormai c’è".

Sostituite alla parola "piano" la parola "Rosa-Croce", ed ecco spiegato in sintesi il meccanismo della epifania di questo meme nel nostro mondo, e della sua ormai assodata incarnazione. Grazie a Dio, questo meccanismo non consente solo di creare artatamente complotti o sette o falsi scoop giornalistici, ma anche personaggi e universi con i quali poter trascorrere in tranquilla conversazione qualche ora. E' in fondo quello che faceva anche Machiavelli, quando, dopo una squallida giornata passata in riposo forzato, trovava conforto nelle sue amate letture classiche. E così scrive a Francesco Vettori (10 dicembre 1513) :"venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente entro nelle antique corti delli antiqui huomini...e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro".

Ovvero, il manifesto dei Mitografi. E' il momento di fare la loro conoscenza.
 
 

Gli scorridori dell'Ideosfera

E' noto che, per poter seguire un racconto, bisogna anzitutto sospendere l'incredulità: vale a dire, decidere di dimenticare che si sta seguendo una favola, una pura invenzione, per potersi appassionare agli avvenimenti come se succedessero davvero, come se il mondo fittizio immaginato dall'autore esistesse veramente, hic et nunc.

Esistono inoltre dei casi in cui il lettore, probabilmente a causa di un meme parassita annidato all'interno della storia che sta seguendo (proprio come un virus in un floppy disk), rimane invischiato negli accadimenti fittizi e non ne riesce a venir fuori: in questo modo, il meme di quella storia comincia a prender piede nell'Ideosfera. Ma la lotta per la sopravvivenza è terribile, in quel mondo (almeno quanto nel nostro!). E forse quel meme non diventerebbe mai uno scorridore di quell'oceano periglioso, se non fosse per alcuni di questi poveri ammalati: i mitografi appunto, gli ingegnosi autori di FAN-FICTION.

Il mitografo è, anzitutto, un amante dei libri. In senso quasi carnale: ne esamina le copertine, odora le pagine, spigola ansioso tra pile di libri usati in spelonche polverose o nella confusione di un mercatino domenicale, alla ricerca del tesoro dimenticato, come un novello Poggio Bracciolini o un Angelo Mai…e come può spiegare agli altri che questo tesoro non è altro che una storia di Petrosino o di Buffalo Bill della gloriosa Casa Editrice Nerbini, un albo di Perry Rhodan ingiallito, un'avventura di Doc Savage (in inglese, visto che in italiano sono comparsi solo diciotto miseri episodi della saga), un'edizione anni Trenta di Arsene Lupin, vecchi numeri di Urania (quelli con i disegni all'interno, per intenderci)? Loro non capiscono: ed è meglio così. In tempi di greggi, appartenere a una setta è confortante.

Il mitografo è, poi, un amante delle saghe. Il romanzo unico non gli interessa, a meno che non sia immenso, come il Signore degli Anelli. Egli brama i cicli, più sono lunghi meglio è: e i titoli che costituiscono un ciclo completo, formano il CANONE. Esistono innumerevoli canoni, e il mitografo si specializza in uno o più di essi: e in questi canoni, ognuno costituito da decine di romanzi e racconti dedicati a un personaggio o a un mondo di fantasia, il mitografo ci scava la tana, vi si arricciola dentro come un verme, ne studia ogni aspetto, vive in quel mondo.

Il mitografo, infine, è un grafomane. Cioè, riempie quaderni e quaderni di cronologie, genealogie, biografie, riferimenti, induzioni, deduzioni, mappe, storie apocrife…tutto allo scopo di rendere ancora più reale il mondo del Canone amato, e di scambiare le sue teorie con altri aficionados, che si raccolgono in circoli privati o nei web ring di quella gigantesca coltura di memi che è Internet. Intanto, così facendo, il meme cresce nell'Ideosfera.

E, a volte, diventa così potente da creare una distorsione, un maelstrom nel mare dove naviga…e a entrare nel nostro universo. Il caso dei Rosa-Croce ne è la dimostrazione.

Insomma, il mitografo è il sacerdote degli Dei dell'Ideosfera, l’agiografo del suo personaggio preferito: lo evoca, ed Egli a volte si manifesta. Quando succede, nessuno può più controllarlo, nessuno può ricacciarlo nell'Ideosfera, se non il Tempo e la Dimenticanza, gli unici avversari dei Memi.

Il lavoro del mitografo, come quello del suo più illustre parente, il commentatore dantesco o shakesperiano, nasce anzitutto da un’imprescindibile, e a volte opprimente, presenza, sulla quale rispettosamente si innesta: il Canone, l’opera omnia scritta dal cosidetto Autore Primo o Biografo. Il Canone detta lo sfondo, le caratteristiche dei personaggi, persino lo stile (perchè il vero, umile e salmodiante mitografo è colui che ambisce a scrivere un apocrifo indistinguibile da un originale, un falso perfetto, ovvero ad avvicinarsi asintoticamente al Canone).

Nell’ambito di questa gabbia di costrizione, l’Autore Secondo ha, tuttavia, alcuni importanti margini di manovra: e questi nascono dal fatto che, come dice Eco, "il romanzo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare una parte del suo lavoro". In altre parole, in ogni Canone rimangono delle zone d’ombra, degli anfratti su cui l’Autore Primo ha evitato o dimenticato di far luce. Sono questi buchi che diventano la tana del mitografo, che si impegna a illuminarli a maggior gloria del Canone, spesso con un lavorìo inventivo e con tour de force letterari che forse, diversamente indirizzati, avrebbero potuto portare alla creazione di un nuovo Canone, invece che alla sterile continuazione di uno consolidato. Ma il mitografo si contenta di vivere ai margini della letteratura: e per di più, non dimentichiamolo, è preda del Meme, che si serve di lui per continuare a vivere e a prosperare nell’Ideosfera. A questo proposito, aggiungiamo che una delle primarie strategie di sopravvivenza dei creatori di Memi letterari è proprio quella di elaborare un Canone pieno di quelle tane di cui si è parlato sopra, di quei furbi ammiccamenti, di quelle casuali allusioni tra i quali, prima o poi, l’ingenuo mitografo resterà intrappolato.

Vediamo un esempio.
 
 

I Canoni per eccellenza: Sherlock Holmes e "suo figlio"

Uno dei più intelligenti manipolatori delle leggi della Memetica è sicuramente stato Sir Arthur Conan Doyle. Ha creato un personaggio, il signor Sherlock Holmes, che si sviluppa con le sue ben note idiosincrasie e frasi a effetto ("Io sono un cervello, Watson. Il resto di me non è che una semplice appendice") attraverso un corposo Canone di quattro romanzi e cinquantasei racconti, e lo ha lardellato di tali piccole, eleganti, subdole trappole che nel corso di cent’anni hanno titillato la fantasia non solo di umili scribi, ma anche di Autori Secondi di tutto rispetto, tra i quali citeremo Ellery Queen (che lo fa indagare su Jack lo Squartatore), Isaac Asimov (il quale ha scritto un racconto dei Vedovi Neri basandosi soltanto sul titolo -sic!- di un saggio del terribile e geniale professor Moriarty, La Dinamica di un Asteroide), Nicholas Meyer (che, con sollievo di Watson, lo sottopone finalmente alle cure del dottor Freud) e John Dickson Carr.

Ecco alcune delle subdole trappole di cui Doyle ha disseminato il suo Canone, rigorosamente en passant: "...tra questi racconti incompiuti [ovvero non risolti da Holmes], vi è quello relativo al signor James Phillmore, il quale, rientrato in casa sua per riprender l’ombrello, non fu mai più visto in questo mondo.Altrettanto straordinario è l’episodio del canotto a vela Alicia, che salpò un mattino di primavera in un leggero velo di foschia, dal quale non emerse mai più, senza che nulla si potesse sapere, sia dell’imbarcazione sia del suo equipaggio. Un terzo caso degno di nota è quello di Isador Persano, il noto giornalista e spadaccino, che divenne pazzo furioso alla vista di una scatola di fiammiferi contenente un verme insolito, sconosciuto, pare, alla scienza [Il Mistero del Ponte sulla Thor]"; "se la cosa si ripetesse [tentativi di impossessarsi di certe carte riservate], sono autorizzato da Holmes a dichiarare che tutta la storia relativa all’uomo politico, al faro e al cormorano verrà data alle stampe. Ci sarà almeno un lettore che comprenderà [L’inquilina velata]"; "[racconto di Holmes sui suoi "anni perduti", dopo la scomparsa nelle cascate di Reichenbach]...passai quindi in Persia, diedi una capatina alla Mecca, e feci una breve ma interessante visita al califfo di Khartum, i risultati della quale sono stati da me comunicati al Foreign Office [La casa vuota]"; "Matilda Briggs non è il nome di una bella ragazza, Watson…era una nave, il cui nome è associato al topo gigantesco di Sumatra. Un racconto per il quale il mondo non è ancora pronto [Il Vampiro del Sussex]."

Come resistere a questi ammiccamenti che sapientemente Doyle offre al lettore appassionato perché possa infiltrarsi nel mondo fittizio di Holmes (o, il che è lo stesso, per consentire a Holmes di uscirne)? I mitografi di Holmes, lo abbiamo detto, sono legioni. Ognuno è devoto a Holmes, ognuno ne studia e annota le storie, ognuno spera di scoprire qualcosa del Detective che gli altri non sanno (esempio: un tale è riuscito a inferire dal Canone che Holmes ha da 1 a 1,5 diottrie di ipermetrofia all'occhio sinistro, e da 1 a 1,5 diottrie di miopia al destro. Il folle conclude quindi che Holmes è affetto da antimetropia), ognuno ne aumenta insomma la potenza nell'Ideosfera. Ma se dovessimo citare uno, uno e un solo mitografo posseduto fino al midollo da questo Meme così potente da aver fatto erigere nel nostro mondo addirittura la sua casa, uguale a quella immaginata da Doyle fin nel numero dei gradini (c’è bisogno di dire che si trova al 221b di Baker Street di Londra?), ebbene quest’uomo sarebbe William Stuart Baring-Gould, autore di una elaboratissima e divertentissima biografia di Holmes, Sherlock Holmes of Baker Street, the Life of the World's First Consulting Detective. Dal giovane poliziotto che viaggia per l'Europa, dal primo caso (il Gloria Scott) fino all'ultimo (l'Ultimo saluto), al suo ritiro tra greggi di pecore, Baring-Gould si preoccupa di colmare ogni lacuna lasciata da Doyle lungo il Canone, attraverso una complessa serie di comparazioni cronologiche, di deduzioni più o meno forzate, di illazioni strambe ma sempre affascinanti: la più eclatante delle quali viene sviluppata fino alle estreme conseguenze in un'altra biografia fittizia di questo eccezionale mitografo, Nero Wolfe of West Thirty-Fifth Street: The Life And Times of America's Largest Private Detective.

La biografia dedicata da Baring-Gould a Wolfe è l'esatto pendant di quella su Holmes, come si evince fin dal titolo simmetrico: e non è un caso. Diversi mitografi, infatti, avevano già rilevato le strane similitudini tra la vita dell'Inglese e dell'Americano (che ha avuto anche lui i suoi "anni perduti") - tra l'altro, rileviamo che questo è un caso tipico in cui due Memi prendono forza l'uno dall'altro. Ma quello che soltanto la mente analitica di Baring-Gould poteva evincere, è che Wolfe è il figlio di Sherlock Holmes! Partendo da minuscoli indizi, il Mitografo sostiene infatti che Holmes ebbe una relazione con la cantante lirica Irene Adler (da lui ammirata castamente in Uno scandalo in Boemia). Si amarono durante la latitanza di Holmes in Montenegro, lei rimase incinta e lui la spedì al sicuro, in America: dove, a Trenton nel New Jersey, tra la fine del 1892 e l'inizio del 1893 nacquero Nero Wolfe e suo fratello gemello, Marco Vukcic (sulla cui tragica fine il pachidermico genio indagherà anni dopo)…

Incredibile? D'accordo. Ma cosa è davvero incredibile, che Wolfe sia figlio di Holmes oppure che degli esseri senzienti parlino di loro come di due persone veramente esistite?
 
 

P.J. Farmer, Kilgore Trout e l'universo inflazionario di Wold Newton

Può esistere un uomo colpito dai Memi letterari più gravemente di William Baring-Gould? E' difficile crederlo, eppure un tale terribile caso di infezione memetica esiste. A differenza infatti dell'agiografo di Holmes e di suo figlio Nero Wolfe, costui non si è limitato a elaborare biografie di personaggi di carta con il rigore filologico di uno storico e la precisione di un chimico; non ha timidamente tentato di ipotizzare una relazione tra personaggi appartenenti a Canoni diversi, preoccupandosi di giustificarla con contorti sillogismi. Egli ha creato invece un intero mondo, un universo in cui coesiste una panoplìa di eroi letterari, inventando per essi una comune origine aliena. In questo mondo si fondono non due, ma decine e decine di Canoni appartentemente inconciliabili, le genealogie si intrecciano, le parentele si moltiplicano, altri mitografi intervengono nel corso del tempo a peggiorare le cose: in breve, l'Ideosfera si inflaziona come accadde all'universo primordiale.

Wold Newton è il nome di questo folle universo, e Philip Josè Farmer ne è il documentarista.

Sul Farmer scrittore di fantascienza non diremo nulla: notissimi sono i suoi romanzi, alcuni dei quali giudicati tra i migliori lavori SF di tutti i tempi. Ci soffermeremo invece sulla mitografia di Farmer, malattia che in questo scrittore è nata in modo subdolo, senza sintomi particolarmente gravi o anomali: nulla, insomma, che avrebbe potuto far premonire la degenerazione nell'universo inflazionario di Wold Newton.

Come tutti i mitografi, anche Farmer si lascia inizialmente irretire dal Canone di Holmes (sembra essere un malanno obbligatorio per ogni mitografo, come gli orecchioni o il morbillo!): e produce un racconto in cui sviluppa le allusioni che Doyle si lascia "scappare" nel racconto del Ponte sulla Thor, sopra riportate. Ma altri Canoni e altri Memi stanno intanto aggredendo la sensibile e indifesa fantasia di Farmer: Tarzan e Doc Savage. Essi premono alle porte dell'Ideosfera: la forza accumulata grazie a milioni di ammiratori non gli è sufficiente. Anche loro, come Holmes e Wolfe, vogliono diventare vivi.

Intanto, la mitografia di Farmer si aggrava, portandolo a sviluppare una serie di pastiche in cui i personaggi di diversi Canoni cominciano a mischiarsi e confondersi in un'orgia memetica in cui già si scorge il profilo di Wold Newton. In The Adventure of the Peerless Peer, Farmer finge di pubblicare un inedito di Watson (vecchio trucco degli Autori Secondi!) in cui Sherlock Holmes si allea a Tarzan per combattere i tedeschi in Africa, durante la Prima Guerra Mondiale. Ne Il diario segreto di Phileas Fogg, ci illumina invece sui lati oscuri del celebre Giro del Mondo in Ottanta Giorni di Verne, in cui veniamo a scoprire, tra l'altro, che Fogg ci ha salvati da un'invasione aliena e che il capitano Nemo e il professor Moriarty sono la stessa persona!

La malattia di Farmer progredisce ulteriormente, perverse relazioni tra Ideosfera e Biosfera vengono da lui promosse con divertita audacia, creando confusioni che ancor oggi si ripercuotono nel Web: parliamo del celebre caso Kilgore Trout.

Kilgore Trout è uno scrittore di fantascienza. E' nato nelle Bermuda, nel 1907, e dopo che i suoi genitori si sono trasferiti nell'Ohio ha cominciato a girovagare per l'America, mantenendosi con lavori mal pagati e scrivendo storie di fantascienza nel tempo libero. Ha scritto centinaia di romanzi e racconti: nonostante questo, è stato per parecchi anni un illustre sconosciuto. Motivi: la sua naturale timidezza e il fatto di aver inconsapevolmente scelto un editore, la World Classic Library, specializzata in storie porno. Per questo i suoi libri, del tutto innocenti, sono stati editi con copertine oscene e sono finiti nelle librerie specializzate: il che ha comprensibilmente limitato la sua carriera. Il genere da lui preferito è la fantascienza satirica, con pretese intellettualistiche: i suoi romanzi sono costituiti da capitoli brevi, zeppi di personaggi grotteschi e situazioni improbabili, conditi con citazioni più o meno inventate.

Il bello è che Kilgore Trout non esiste. Almeno, non nel senso letterale del termine. Infatti, è un parto della fantasia del noto scrittore Kurt Vonnegut (l'autore di Mattatoio n° 5), che ne ha fatto una sorta di alter ego. Spesso, infatti, i personaggi dei suoi romanzi leggono o citano novelle di Trout, e in alcuni egli compare in carne e ossa (si fa per dire): in uno di questi, Breakfast of Champions, il povero Trout riesce finalmente a diventar ricco.

A complicare le cose, interviene proprio il pirata degli Autori Secondi, Farmer. Il quale decide (autorizzato da Vonnegut, che se ne pentirà in seguito) di scrivere davvero una storia di Trout, Venere sulla conchiglia, firmandosi per l'appunto Kilgore Trout! Per di più, con raffinata goliardia, in quarta di copertina compare una sua foto, truccato con una barbaccia e un vecchio cappello da soldato confederato: il che conferisce ulteriore mistero al fantomatico scrittore. I giornali danno ampio risalto all'insolito avvenimento letterario, ipotizzando che Trout sia uno pseudonimo di Vonnegut (il National Observer, 17 maggio 1975, lo sostiene apertamente, mentre il Washington Post, 2 marzo 1975, non sembra sapere che pesci pigliare).

In breve, Venere sulla conchiglia diventa uno dei romanzi di maggior successo di Farmer (e anche del povero Trout!), e Kilgore diventa un po' più umano. Tuttavia, un senso di incompletezza deve continuare a tormentarlo, se, come scrive Vonnegut in Breakfast of Champions, "Trout è il solo personaggio da me inventato abbastanza fantasioso da sospettare di poter essere la creazione di un altro essere umano". Molto borgesiano.

Ormai, Philip Josè Farmer è il vero, l'unico Sacerdote dell'Ideosfera. Si è allenato con pastiche estreme, ha fatto incarnare Kilgore Trout: è pronto per la creazione dell'universo di Wold Newton.

Sulle orme di William Stuart Baring-Gould, Farmer decide di scrivere la biografia di due celebri eroi degli Anni Ruggenti, Tarzan e Doc Savage, cui è devoto fin dall'adolescenza: e si prepara al compito addentrandosi nei Canoni amati (e nello stesso tempo, crediamo, nella gioventù perduta) come un esploratore, per estrarne ogni più piccolo dettaglio, ogni data o riferimento storico o geografico. Le due opere, Tarzan Alive e Doc Savage: His Apocalyptic Life, non si discosterebbero molto da agiografie di altri, celebri mitografi, se non fosse perché contengono la rivelazione di una incredibile scoperta: Doc Savage, Tarzan, Sherlock Holmes, Sam Spade, Fu Manchu e persino James Bond…tutti sono imparentati tra loro!

Un vero maremoto nell'oceano già inquieto dell'Ideosfera! Come è potuta avvenire una simile, insana confusione tra i Canoni?

Per giustificare la folle commistione, Farmer sostiene che un meteorite radioattivo cadde nei pressi di Wold Newton, Inghilterra, nel 1795. A causa delle radiazioni, avvennero delle mutazioni genetiche negli abitanti del luogo: a tali mutazioni si deve quella che Farmer definisce the single cause of the nova of genetic splendor, this outburst of great detectives, scientists and explorers of exotic worlds, this last efflorescence of true heroes in an otherwise degenerate age. Con araldica precisione fornisce complicate genealogie, tutte generate da quell'esplosione radioattiva, che ha concentrato in un solo secolo una quantità davvero sospetta, vista col senno di poi, di eroi e cattivi oltre ogni limite umano. Da qui, sviluppa una serie di romanzi e racconti in cui, ormai preda dell'Ideosfera impazzita, approfondisce la tematica della famiglia mutante di Wold Newton.

E' evidente che l'"ipotesi Wold Newton," questo Big Bang di Memi letterari, lasci briglia sciolta a una pletora di Autori Secondi e mitografi senza scrupoli, per creare assurde permutazioni cabalistiche non solo tra Canoni e Canoni, ma anche tra Canoni e Storia (ad esempio, Holmes che incontra Einstein, o Tarzan che si intrattiene con Pablo Picasso!). Grazie a Wold Newton, è nato un nuovo gioco per i sacerdoti dell'Ideosfera, la Crossover Chronology.

Ecco in cosa consiste. La premessa è che nell'universo fittizio, nel Mega-Canone creato dall' "ipotesi Wold Newton", alcuni celebri personaggi della letteratura si trovano a essere apparentati da una comune origine aliena, per così dire. Farmer ha persino sviluppato una cronologia degli avvenimenti basilari che riguardano il Mega-Canone (ad esempio, gli avvenimenti relativi alla missione segreta di Phileas Fogg e al suo incontro con Nemo/Moriarty risalirebbero all'ottobre 1872; mentre, nel novembre 1939, Tarzan si arruola nella RAF; e così via). Ebbene, la domanda che dà origine al gioco è: quanti altri personaggi appartengono allo stesso universo di Wold Newton? Per rispondere, i mitografi della Crossover Chronology (nel seguito CC) seguono un semplice ragionamento, che possiamo così esemplificare (in modo da evidenziare la follia di questa setta): Holmes appartiene all'universo di Wold Newton, come ci insegna Farmer. D'altra parte, Holmes ha lavorato con Teodore Roosevelt (come sappiamo dall'apocrifo The Adventure of the Stalwart Companions, di Paul Jeffers). Ma, e qui nasce il crossover, la correlazione, anche il giovane Indiana Jones ha incontrato Roosevelt (in un telefilm del Giovane Indy - perché i mitografi della CC considerano attendibili persino i telefilm e i fumetti, superando in audacia lo stesso Farmer, che non aveva saputo osare tanto!). Di conseguenza, per la proprietà transitiva dei Memi, Holmes e Indiana Jones appartengono allo stesso universo, quello di Wold Newton. Non stupisce che, con questo rigore filologico, i mitografi della CC siano riusciti a dimostrare la coesistenza di Holmes e soci con Zorro, il Santo, gli Avengers, Poirot, Rocketeer, gli agenti della UNCLE, Elliott Ness (il capo degli Intoccabili) e persino i due degli X-Files!

E' chiaro che nella CC c'è qualcosa di profondamente sbagliato e insano. Ma cosa importa, ai memi dell'Ideosfera? L'unica cosa che per loro conta è sopravvivere, essere ricordati, diffondersi di mente in mente. E la Crossover Chronology è solo l'ultima strategia di una serie che prevediamo ancora lunga. Un giorno, magari, inventeremo degli ambienti virtuali in cui far vivere ologrammi di Holmes e Doc Savage, animati da un potentissimo computer che costerà poche lire, con cui potremo interferire. I mitografi impazziranno dalla gioia, ma anche persone comuni apprezzeranno di poter passare qualche minuto seduti sulla poltrona di Watson, un buon sigaro (virtuale!) tra le dita e la nebbia giallastra che avvolge i lampioni, giù a Baker Street…oppure, nel laboratorio dell'Uomo di Bronzo, all'ottantaseiesimo piano dell'Empire State Building, mentre le mille luci di New York tremolano nella sera calante…e così, i Memi diventeranno sempre più reali.

Finchè un giorno questi ectoplasmi elettronici escogiteranno un modo per non essere disattivati quando ci stanchiamo di giocare con loro.

E allora l'invasione dell'Ideosfera sarà completa.
 

Conclusioni

Ma, forse, non c'è bisogno di ipotizzare scenari fantascientifici per prevedere come avverrà l'invasione. Altre strategie potrebbero essere allo studio, o peggio ancora, già in atto. Dopo tutto, uno dei colossi dell'Ideosfera non è l'insidioso dottor Fu Manchu?

E' Borges, attenta sentinella del mondo parallelo dei pensieri viventi, a dare l'allarme, nel suo Il Sogno di Coleridge.

Samuel Taylor Coleridge, nella tranquillità di una tenuta di Exmoor in un giorno dell’estate del 1797, in seguito alla narcosi prodotta da un sonnifero, sogna dell’edificazione di un palazzo da parte di Kublai Khan. Le immagini sono vivide, immanenti, tangibili, come accade solo nei sogni profetici; Coleridge si sveglia e subito siede al tavolo per descrivere quel che ha visto (dove?); un visitatore inopportuno lo distoglie dall’opera, le immagini svaniscono. L'incompiuto Kubla Khan consta di cinquanta versi, dei circa trecento che Coleridge era sicuro di poter scrivere.

Nel Compendio di Storie di Rashid ud-Din, opera del XIV secolo, ma nota in occidente solo venti anni dopo il sogno di Coleridge, si legge: "Ad est di Shang-tu, Kublai Khan eresse un palazzo, secondo un piano che aveva visto in un sogno e di cui serbava memoria".

Come non pensare che si tratti di un antico, incompleto e forse (speriamo) obliato progetto di invasione da parte dell’Ideosfera, dal quale, forse, siamo stati salvati proprio dall’importuno visitatore di Coleridge? Ecco cosa postula Borges: "il primo sogno aggiunse alla realtà un palazzo; il secondo, che avvenne cinque secoli dopo, un poema suggerito dal palazzo; la somiglianza dei due sogni lascia intravedere un piano; il periodo enorme rivela un esecutore sovrumano...un lettore di Kubla Khan sognerà, una notte dalla quale ci separano i secoli, un marmo o una musica. Quell’uomo non saprà che altri due sognarono; forse la serie dei sogni non ha fine, forse la chiave sta nell’ultimo".

E forse, non è inopportuno concludere parafrasando il monito de La cosa da un altro mondo: "Scrutate i vostri sogni...scrutate i vostri sogni!"
 
 

FINE


© Massimo Pietroselli 1998, 1999
apparso in Il Paradiso degli Orchi n°21


collegamenti
Homepage
Ipostasi progressiva


IntercoM

Mondo - Ultimi arrivi - Autori - Argomenti - Testi in linea - Speciali
Premi della SF - IntercoM rivista - Collegamenti - Ansible