Massimo Pietroselli

Ipostasi progressiva
Il collasso di un mondo
Coloro che dormono sono artefici e complici delle cose che sorgono nel cosmo
Eraclito, Dell’origine, frammento 91
1. Testimonianza di Amandla Mithieu (1)

Soltanto diversi giorni dopo il mio arresto, seppi che quel posto veniva chiamato la Ghiaccia. Quando sentii per la prima volta quella strana parola, storsi il naso senza capire cosa significasse. Era una citazione, dissero poi, nientemeno che dall’Inferno di Dante. Non l'avevo mai letto, ovviamente, e così mi spiegarono che in fondo all’Inferno, che è fatto a forma di cono rovesciato, si trova un’immensa pianura di ghiaccio, la Ghiaccia di Cocito appunto, dove stanno conficcati i dannati colpevoli dei più immondi peccati: alcuni totalmente sepolti dal ghiaccio, altri con solo la testa fuori e le palpebre e gli occhi gelati dal vento freddo che Lucifero fa turbinare laggiù con le sue ali mulinanti.

Capii subito che non potevano trovare nome più azzeccato, per quel posto.

La Ghiaccia. La più elaborata macchina-per-la-mente mai costruita da quei bastardi dei servizi segreti.

Ancora oggi, non so quanti giorni ci sono rimasta.

Mi portarono lì (non so dove, forse sotto una montagna o in una base sulla Luna, dove si dice che quelli attrezzino le loro tane) dopo il mio arresto. Mi scortavano due tipi silenziosi, che indossavano una divisa blu scuro senza mostrine; soltanto un numero era appuntato sul bavero della giacca. Le loro mani mi serravano le braccia, ma avevo ormai imparato che era inutile lamentarsi, urlare o chiedere di telefonare all’avvocato, che comunque non si sarebbe mai presentato, avrebbero arrestato lui per primo. Inoltre, ero terrorizzata e stanca di esserlo. Mi trascinarono per corridoi e corridoi, muti, e alla fine ci fermammo davanti a una porta di metallo, ci vidi riflessi i miei capelli stoppacciosi e le occhiaie scure, avevo proprio bisogno di una dose di MindStim, pensai, e sentii lo stomaco accartocciarsi. Uno dei due compose un codice, bip-bip, si accese una luce, un altro codice e la porta scomparve.

- Io non ricordo nemmeno il mio numero di telefono- dissi con il miglior sorriso che riuscii a trovare. Loro, nemmeno fecero quello sforzo. Mi spinsero: fu così che entrai nella Ghiaccia.

Una sala immensa, di forma ovale. Le pareti tappezzate da monitor. Guardai in basso e provai una sensazione di vertigine e paura insieme. Sotto i miei piedi c'era l'assurdo. Il pavimento era trasparente: sembrava una lastra di vetro o, appunto, di ghiaccio. Sotto si agitava debolmente qualcosa, un gas o un liquido biancastro, la cui densità variava all'improvviso, come seguendo le eruttazioni di un mostro marino. Una luminosità lattea proveniva da laggiù, e si rifletteva sinuosa sul soffitto e contro i nostri volti.

Avanzammo su quello strano pavimento che sembrava il coperchio di un cielo tempestoso. Mi portavano verso un gruppo di persone che non distinguevo ancora bene, e che confabulavano tra loro, indicando i monitor vicini. Tornai a guardare in basso. Ebbi un colpo.

Sotto il pavimento, era apparso un uomo.

Nudo, coperto di elettrodi, la testa protetta da un casco trasparente appena appannato, veniva portato alla deriva da quella sostanza opaca, supino, le braccia allargate, come morto. Dagli elettrodi si dipartivano cavi che scomparivano in quel biancore, facendo somigliare quel poveraccio a un’alga in un oceano di orzata. Poi scomparve, sprofondando delicatamente. Distinsi per qualche secondo ancora la sua ombra, una croce di carne, poi più nulla. Allora, terrorizzata, cominciai a dimenarmi.

- Ma insomma, figli di puttana bastardi, basta! Basta! Lasciatemi!- strillai. Il gruppetto in fondo alla sala si voltò. Tirai un calcio a uno dei due giannizzeri, ma ottenni solo di inciampare e caddi in ginocchio. Mi tirarono su per le braccia e mi portarono avanti a forza, così di peso che a volte i miei piedi nemmeno toccavano terra.

Avevo ancora negli occhi l’uomo alla deriva, quando vidi qualcosa di ancora peggio. Forse sarà opportuno sottolineare che non mi facevo da diverso tempo: lo giuro su Il pasto nudo.

Teste di esseri umani uscivano dal pavimento. Giuro! Il collo era bloccato da un collare, e sul cranio rasato erano fissati degli elettrodi simili a sanguisughe. Dovevo essere vicina a una crisi isterica, perché, ricordo, sembrano tanti palloni, pensai, adesso ne prendo qualcuno a calci. Distinguevo il loro corpo nudo sospeso nel liquido, al di là del pavimento: i piedi e le gambe oscillavano liberi, seguendo le correnti di quell’intruglio. Potevano sembrarti tranquilli pensionati a mollo in una piscina termale, se non facevi caso alle palpebre socchiuse e tremolanti, alla bocca che farfugliava deboli frasi che venivano raccolte da un microfono collegato al collare, piccoli dettagli che ti facevano capire che erano poveri disgraziati soggetti a qualche tortura dei Servizi Segreti: cavie, forse, di un’arma neurochimica o di programmi televisivi via-sinapsi con chissà quale carico nocivo subliminale. Le mani mi sudavano, mentre camminavo tra quelle povere teste chinate, pensando che forse sarei finita anch’io lì sotto.

Arrivai infine presso il gruppetto di persone, tutte vestite di blu tranne una, un uomo anziano dalla barba curata, non più alto di me, che indossava un completo grigio chiaro. Nessun numero sul bavero. Un civile, come dicono loro, svelandosi così per incivili.

- Amandla Mithieu, signore- annunciò uno dei due sgherri. Mi lasciarono all'unisono le braccia ormai intorpidite e fecero un rispettoso passo indietro. Mi accorsi allora che faticavo a reggermi in piedi.

- Amandla...uno strano nome- considerò lui.

- Ai miei piaceva Miles Davis- ribattei. - E a me piacerebbe sapere perché sono qui.

- Mi chiamo Burton- si presentò il vecchio. E, come fossimo due perditempo seduti a un caffè: - Lei crede agli extraterrestri?

Lo guardai a bocca aperta. - Credevo di essere io la drogata, qui.

- Dunque non ci crede?

- Andiamo! Nessuno ci crede più, ormai! Il SETI ha chiuso i battenti anni fa, tra gli sberleffi generali, siamo l’unica forma di vita in questo universo, punto. E’ uno dei motivi per cui mi faccio. Solitudine cosmica.

Ci fu qualche risolino. Anche Burton sorrise, ma solo per cortesia. - Ha detto bene, Amandla. In questo universo. - E, rivolto ai miei accompagnatori: - Rapporto!

- Abbiamo arrestato la Mithieu sei giorni fa, signore...

- Sei giorni? Ma se...- trasecolai.

- L'abbiamo fatta dormire un po', Amandla. Dovevamo effettuare alcuni esami. Continuate.

- Il computer della ragazza non era schermato contro TEMPEST, così abbiamo potuto intercettare...

- TEMPEST?- interruppi di nuovo.

- Acronimo per Transient ElectroMagnetic Pulse Electronic Surveillance Technology- spiegò Burton. - I computer emettono campi elettromagnetici che possono essere intercettati fino a un miglio di distanza, in particolare segnali emessi da monitor e tastiere.

- Ecco chi c’era in quel furgoncino fermo da una settimana davanti casa mia! Voi spie del governo!

- ...Abbiamo potuto intercettare i messaggi che inviava in Rete non appena digitati sulla tastiera, prima che venissero crittografati, e abbiamo così ottenuto la prova che la Mithieu è entrata in contatto con qualcuno. Qualcuno che le ha insegnato come procurarsi l’enteogeno. Siamo intervenuti prima che...

- Enteogeno ?- Stava diventando un’abitudine, per me, interrompere quegli sproloqui.

- E’ una parola composta. Fu coniata negli anni ‘70 del secolo scorso, quando una certa ricerca mistica si accompagnava all'uso di droghe psichedeliche. Oggi non la usa più nessuno, tranne noi del Settore...- Burton si interruppe. - Tranne noi. Viene dal greco: entheon sta per Dio dentro. Chiamiamo enteogeni quelle sostanze chimiche la cui ingestione produce un’esperienza mistica. L’LSD, per esempio, può considerarsi un enteogeno, come pure l' amarita muscaria degli sciamani siberiani e il teonanacatl dei messicani; ma anche l’ambrosia degli Dei e il Kykeon, che veniva assunto dagli iniziati al culto dei Misteri Eleusini e che trasformava i più fortunati di loro in Epoptai, Coloro Che Hanno Visto.

- Ma che c’entra con me? Io non ho avuto nessuna esperienza mistica, magari!, e non conosco...

- Perché siamo arrivati in tempo. Abbiamo studiato le intercettazioni: ecco perché è qui. Qualcuno, via Rete, le ha insegnato come estrarre l’apoximedin da un innocuo sciroppo per la tosse: lo nega?

- L’apoximedin?! Quello sarebbe un enteogeno?

- Al Quinto Plateau, sì. L’enteogeno più efficiente. Il più pericoloso. E non solo per chi lo prende. Purtroppo...

- Il Quinto Plateau?

- Gli effetti che una droga provoca dipendono dalla quantità assunta, come sa bene. Tecnicamente, dividiamo le categorie di allucinazioni in plateau. Il Quinto Plateau inizia a manifestarsi con dosi di apoximedin superiori ai 15 milligrammi per chilo.
- Signore!
Burton si interruppe e si voltò. Due uomini dell'équipe indicavano una serie di monitor, su cui correvano impazziti grafici a dente di sega.

- Qual è?- chiese Burton in un sussurro di disperata impotenza.

- Il numero sei. Laggiù.

Seguendo con gli occhi l’indice tremulo di quello che aveva parlato, mi imbattei in una testa a pochi metri da me. A differenza di tutte le altre aveva le palpebre spalancate, gli occhi fissi davanti a sé come un parkinsoniano, e quel che diceva, pur smozzicato, non aveva bisogno di essere amplificato dal microfono. Tutti si avvicinarono all’uomo e si chinarono verso di lui: ma il numero sei non vedeva nessuno. Come avrebbe detto Burton, era in un altro universo.

Ricordo tutto quel che disse come fosse adesso. Le sue parole si sono scolpite nella mia memoria, e lo scalpello sono state le sue gocce di sudore sul cranio lucido e coperto di elettrodi, le pupille affogate nell’iride, le labbra umide ed esangui...e persino le espressioni costernate dell'équipe raccolta intorno a lui, come Dante e il suo pard mentre interrogavano i dannati, laggiù, nella Ghiaccia di Cocito.

- Anche lui ha ricevuto il ricordante da Kubla Khan?- chiese Burton.

- Naturalmente. Appena il livello di azione dell’enteogeno è sceso sotto il Quinto Plateau.

Ricordante, Quinto Plateau, Kubla Khan... Con quelle strane parole nelle orecchie, mi ero chinata su quel disgraziato. Parlava di una muraglia, di un'immensa cupola splendente d’oro, di una fonte che proveniva da un abisso...

E poi silenzio. Ora sembrava morto, stecchito come un pesce sul pontile, anche se i sensori dicevano il contrario. Non era più con noi, comunque: non lo sarebbe mai più stato, forse. Pensai che la droga lo avesse intrippato: avevo perso diversi amici così, larve in un letto d'ospedale. Sul capo gli fu posto un casco: il collare si aprì con un sibilo e l’uomo sprofondò nel liquido bianco con uno sciacquìo sgradevole, scomparendo presto sul fondo. Mi rialzai.

- Funerale in mare- dissi con amarezza.

- Oh, non è morto- commentò Burton. - Questa sotto i nostri piedi è un'immensa sala di deprivazione sensoriale, e noi continuiamo a monitorare gli Eptotai, come li chiamiamo. Tutti hanno ancora un'intensa attività cerebrale, simile a quella dello stato di sogno. Non è morto, le assicuro. E’ di Kubla Khan, adesso, il che potrebbe anche essere peggio. E anche lei lo sarebbe, se avesse abusato dell’apoximedin.

- Nel 1797- iniziò a spiegare Burton, in una saletta attigua alla Ghiaccia (eravamo solo io e lui) - Samuel Coleridge, un poeta inglese, fece un sogno. Un sogno strano, vivido, chiaro come l’allucinazione di un folle. Le immagini, racconta, balzavano davanti a lui come cose, e nella sua mente si affacciavano i versi corrispondenti. Si svegliò ricordando perfettamente almeno due o trecento versi, e si accinse a scriverli: ma fu disturbato da un’inopportuna visita di affari. Quando si rimise al tavolo di lavoro, i versi erano ormai spariti dalla sua memoria: ci rimangono solo poche strofe. Legga.

Presi il libretto che aveva estratto dalla tasca della giacca. Bastarono i primi versi a riempirmi di sorpresa e inquietudine, li lessi a voce alta e balbettando: In Xanadu volle Kubla Khan una gran cupola di delizie edificare, dove il sacro fiume Alph scorreva per caverne immensurabili a un uomo giù verso un mare senza sole. Così cinque miglia e cinque di fecondo terreno furono cerchiate di mura e di torri: e lì erano giardini e brillìo di sinuosi rivi..., e subito divorai la descrizione incompleta di quel magico piccolo mondo voluto dal potente Khan, sul quale dominava il meraviglioso Palazzo di Delizie, edificato sopra immense caverne di ghiaccio da cui sgorgava una fonte poderosa, le cui acque rimbombavano portando al re voci ancestrali che parlavano di guerra!

- Sorprendenti analogie, non è vero?- commentò Burton. Mi passò un taccuino elettronico: - Controlli le frasi dei soggetti sottoposti a dosi dell'enteogeno a livello da Quinto Plateau. Avanti, su, legga. Voglio che abbia un quadro completo della situazione.

Le parole di quei poveri disgraziati, che adesso nuotavano inerti nella stanza accanto, ma con la mente da tutt'altra parte, non fecero che confermare l'impressione iniziale. Tutti parlavano del regno di Kubla Khan, proprio come l'aveva descritto Coleridge. Tutti citavano il meraviglioso giardino cinto di mura, la cupola verde che sovrastava il Palazzo delle Delizie e l'abisso che gli sprofondava accanto; alcuni avevano persino sentito le voci che provenivano da lì sotto, sebbene nessuno avesse saputo individuarne la lingua…

E tutte quelle narrazioni, così incredibilmente simili per essere solo il frutto di un'allucinazione da droga, tutte finivano allo stesso modo.

Accadeva quando l'effetto della droga stava per finire, e il livello di assorbimento dell'enteogeno scendeva sotto il Quinto Plateau. A quel punto Kubla Khan, dopo aver chiacchierato un po' con i visitatori del suo mondo sospeso, batteva le mani e una schiava compariva portando su un vassoio d'argento dei biscotti. Khan li chiamava ricordanti: diceva che era di buon augurio mangiarne uno, prima di incamminarsi per un lungo viaggio (in qualche modo, infatti, l'allucinazione prodotta dall'apoximedin era così sofisticata da suggerire, al momento in cui cominciava a scemare l'effetto, che il visitatore dovesse allontanarsi per un viaggio!). E qui, delle cavie si perdevano le tracce, almeno nel nostro mondo: appena mangiato quel biscotto, cominciava la crisi cui avevo assistito pochi minuti fa, e la loro mente era perduta per sempre.

Restituii il taccuino a Burton, pensierosa. Non avevo mai sentito parlare di una droga che provocasse simili esperienze, dissi, e così letali. E non avevo mai sentito di una droga che provocasse un'unica allucinazione, così terribilmente simile per tutti, e il cui protagonista fosse per di più il personaggio di un poema incompiuto scritto secoli prima!

- Ha ragione. Eppure, esiste una spiegazione- rispose Burton.

- Ah, davvero?

- Sì. Da tempo sappiamo che la Realtà è una struttura multistrato, per così dire, che si svela man mano che evolvono entità in grado di percepirla. Soltanto con lo sviluppo della corteccia cerebrale è apparso il Tempo, o meglio esseri in grado di percepirlo. Prima il mondo era atemporale, per gli animali inferiori esiste solo il presente. Solo la corteccia è ricettiva al mondo della Mente, grazie a lei possiamo percepire le realtà mentali -. Parlava con un'aria messianica, e anche se non capivo nulla, lo stavo a sentire attenta, come non facevo da tempo, nemmeno con il mio guru-on-line. - Immagini che il cervello sia un'antenna, in grado di percepire mondi diversi a seconda di come è orientata. Un'antenna costruita dall'evoluzione per captare e interagire con il nostro mondo quotidiano, ma che, opportunamente potenziata, può sintonizzarsi, per così dire…su altri canali.

Lo guardavo a bocca aperta. - Credevo di essere io, qui, quella con il cervello in pappa.

Burton sorrise. - Nei suoi occhi c'è lo stesso sguardo che mi sono sentito addosso per anni, durante le mie conferenze! Eppure, la invito a riflettere: come può spiegare in altro modo il fatto che l'apoximedin consenta a diversi soggetti di percepire lo stesso mondo?

- Per questo, prima mi ha chiesto se credevo negli extraterrestri- considerai. - Adesso capisco.

- Nell'universo su cui è sintonizzato il nostro cervello, la scienza ha dimostrato che siamo soli. Ma l'apoximedin ci ha consentito di individuare altri universi.

- E dove sarebbero, questi altri universi?

- Domanda sbagliata. Dove implica tre dimensioni, e quando un'altra, che esistono solo nell'universo fisico. D'altronde, esistenza è una parola sfuggente, che va sempre contestualizzata. I miei genitori sono morti, tuttavia esistono nel passato. Se non esistesse il concetto di "triangolo", Pitagora sarebbe ricordato solo perché era contrario alle fave. E andate a dire ai tolkeniani che la Terra di Mezzo non esiste!

- Stupidaggini! Sono allucinazioni, e basta. Se distruggo la formula dell'apoximedin, il suo Kubla Khan scompare per sempre. Puff!

- Scompare, d'accordo. Ma solo per noi. Non per questo cessa di esistere, in qualche modo. Lei dimentica che già nel 1797 Coleridge, che sia detto per inciso indulgeva nell'uso di droghe, sia pure rudimentali come l'oppio, aveva scorto il mondo di Kubla Khan. Ricorda? Un sogno di cose reali, tangibili. Per un attimo, la sua antenna aveva captato quell'altro mondo, e grazie a Dio ce ne ha lasciato il ricordo nel suo poema. E' una delle prove che le mie teorie sull'esistenza di mondi mentali è esatta. E, per di più, non è la sola. Esistono altri indizi.

Feci un'espressione sorpresa, che lo lanciò in uno sproloquio di cui capii, forse, il succo.

- Questo mondo…intendo, quello su cui regna Kubla Khan, ha caratteristiche molto interessanti. Già Borges, uno scrittore del secolo scorso, aveva fantasticato sul sogno di Coleridge, ed era andato, secondo me, eccezionalmente vicino alla verità. Ascolti: oltre venti anni dopo la pubblicazione del poemetto, apparve in Europa la prima traduzione del Compendio di Storie del persiano Rashid ud-Din, risalente al XIV secolo. Vi si legge, cito a memoria: "ad est di Shang-tu, Kubla Khan eresse un palazzo, secondo un piano che aveva visto in un sogno e che serbava nella memoria" -. Silenzio. Poi: - Nota la simmetria?

- Vagamente…

- Un sogno suggerisce a Kubla Khan un palazzo, che viene edificato. Un altro sogno, secoli dopo, suggerisce a Coleridge un poema sul palazzo. E ora, compare una droga che fa entrare le persone nel mondo di Kubla Khan. Un mondo dal quale non riescono a tornare indietro.

- E allora?

- E allora, potrebbe aver avuto ragione Borges quando immaginò, ben prima che l'apoximedin venisse alla ribalta, che forse "un oggetto eterno sta entrando gradatamente nel nostro mondo: la prima manifestazione era un palazzo, la seconda un poema".

- E adesso, l'apoximedin - completai.

Burton si sporse verso di me, abbassando la voce. - Io credo in questa ipotesi, anche se ancora non ho avuto il coraggio di esporla a nessuno: non finche non avrò prove certe. Stiamo assistendo a un'invasione. O, se preferisce, alla progressiva materializzazione del mondo di Kubla nel nostro. Ipostasi, direbbero i teologi. L'attraversamento del mondo bidimensionale di Flatlandia da parte di un cubo! Non sappiamo ancora quale sia lo scopo, ammesso che ve ne sia uno. Ma è un fatto che Kubla Khan intrappola nel suo mondo i visitatori offrendo loro, con ogni probabilità, un'altra droga. Gli Eptotai continuano ad avere un'intensa attività cerebrale, favorita dalla deprivazione sensoriale: sognano qualcosa. E' possibile che stiano continuando a vivere nel regno di Kubla Khan? E se è così, cosa fanno laggiù? Cosa preparano?

L'espressione di Burton mi intimoriva. Non so se avevo più paura di quel che diceva, o di come lo diceva. Non sembrava uno dei Servizi Segreti, anche se adesso stava lavorando per loro. Un consulente, piuttosto, ma di che tipo? Non ragionava da scienziato. Sembrava piuttosto un esaltato, uno di quelli che parlano di fine del mondo agli angoli delle strade o in televisione, se è fotogenico. E da un esaltato che viene chiamato a gestire un'operazione dei Servizi Segreti, ci si può aspettare qualunque cosa, d'altra parte li scelgono apposta così, se non sono scemi non li vogliamo. Con l'occhio della mente rividi quei poveracci nella Ghiaccia, e improvvisamente fui certa che quell'allucinante osservatorio su altri mondi era tutta opera sua, del signor Burton.

- Che cosa volete da me?- chiesi allora, con la voce più ferma che riuscii a trovare. Era il momento di tornare alla realtà.

- Noi dobbiamo riuscire a scoprire gli scopi di Kubla Khan. Conoscevamo l'apoximedin da diverso tempo, ma non i suoi effetti allucinogeni: tant'è vero che la sostanza è stata impiegata in farmacopea, e in particolare in quello sciroppo per la tosse a lei ben noto. Adesso, l'uso psichedelico di questa sostanza sta prendendo piede, e questo non possiamo permetterlo. L'apoximedin è stato proibito, ma qualcuno ha escogitato il modo di estrarlo dalle partite di quello sciroppo ancora in giro…noi pensiamo che l'apoximedin sia il cavallo di Troia per accelerare l'ipostasi di Kubla Khan, in altre parole l'ingresso del nostro mondo di quell'oggetto eterno di cui parla Borges.

- Ma il pericolo è così grave? Nessuno così intelligente da estrarre droga da uno sciroppo si sparerebbe una dose come quella necessaria per raggiungere il Quinto Plateau…15 milligrammi per chilo!

Burton si irrigidì. - Lasci decidere a noi la gravità della situazione, Amandla. Le assicuro che diverse persone sono state ritrovate in stato catatonico, Eptotai, e tutte a causa dell'apoximedin. E' un mezzo terribile per l'esplorazione dei mondi mentali, e solo noi dobbiamo controllarlo.

Per una volta, mi sembrò che quell'atteggiamento dittatoriale fosse giustificato. Restammo qualche istante in silenzio: sentivo che non era buon segno. Burton mi doveva ancora una risposta, il motivo della mia presenza in quel posto ultrasegreto. Il sangue mi martellava le tempie.

- Abbiamo solo un modo, attualmente, per scoprire le intenzioni di Khan- riprese Burton, fissandomi. - Utilizzare cavie. La prima fase dei nostri studi ci ha portato a individuare il mondo di Khan e la storia del ricordante. Adesso, dobbiamo iniziare la seconda fase. Vogliamo scoprire cosa succede se il ricordante di Khan viene rifiutato. E poi, perché Kubla trattiene gli Eptotai presso di sé.

- Volete dire…- iniziai, ma un groppo in gola mi soffocò le parole.

- Lei non ha altra scelta, Amandla...

- Figlio di puttana! Vuoi spararmi 900 milligrammi di quella merda nelle vene, non è così?- sibilai. Mi ero alzata e stavo allontanandomi da lui, la schiena aveva toccato la parete e le mani cercavano disperate un'uscita che, sapevo, non c'era. Burton continuava a parlare, seduto, ma avevo visto un movimento strano della mano.

-...E' stata rapita e portata in un luogo segreto. Nessuno la troverà mai: e lei sa meglio di me che, in fondo, nessuno desidera ritrovarla. Non è questo il vero motivo per cui si droga? Solitudine cosmica, lo ha detto lei. L'unica sua speranza di salvezza, una volta arrivata al Quinto Plateau, è contrastare Khan e reperire quante più informazioni possibili. Io sono ragionevolmente convinto che, se non prenderà il suo ricordante, lei tornerà tra noi.

Poi il muro esplose vicino a me, piovvero dentro due o tre poliziotti, urlai, sentii una botta contro la guancia che mi fece cadere a terra, in lacrime, ma non piangevo per il dolore, poi un altro mi fu sopra, Le mani dietro la schiena, bella!, proprio come in un film di guardie & ladri, e Burton si alzò e mi venne vicino, continuava a ripetere che sarei tornata con loro, la voce suadente e l'occhio da cane sambernardo, tirando su il moccio strillai: - Se è così sicuro, perché non ci va lei, da Kubla Khan?

2. La relazione del professor Wolff

L’anziano relatore pigiò un pulsante del piccolo telecomando e, sull’immenso schermo alle sue spalle, il volto emaciato di Amandla Mithieu scomparve rapidamente in un grigiore fosforescente. Sopra lo schermo, un cartello digitale recitava:

4° Simposio Internazionale di Psiconautica

"Mondi mentaliL’ipostasia di Kubla Khan" - relatore: prof. Burton Wolff

Il professore attese che la luce tornasse e che il vivace brusio di commento alla testimonianza di Amandla scemasse, quindi riprese la parola.

- Come ho detto all’inizio della mia relazione, Amandla è rimasta diversi mesi in stato di coma, prima di riprendersi e poter raccontare quello che ha sperimentato al Quinto Plateau e che adesso udirete. Ancora oggi, non sappiamo con esattezza perché soltanto lei, dei diversi soggetti tuttora in cura presso il nostro istituto, sia uscita dal coma: crediamo tuttavia sia in relazione a un errore nel dosaggio di alcune sostanze di rinforzo all’apoximedin, cosa non improbabile, considerato che Amandla aveva estratto artigianalmente l’allucinogenola sostanza da un medicinale, ormai fuori commercio. Ma l’ipotesi deve ancora essere verificata.

"La storia che avete sentito presenta diverse falsità, che è opportuno mettere subito in chiaro. Noi riteniamo che tali incongruenze saranno molto utili per studiare i danni prodotti dall’apoximedin e quindi, speriamo, per ripararli. In particolare, innel cervello di Amandla sembra alterata la capacità di memorizzare gli avvenimenti cronologicamente, e gli inevitabili paradossi che ciò comporta vengono giustificati, per così dire, con eventi del tutto inventati: li abbiamo chiamati eventi di raccordo.

"Il principale di questi eventi, come potete facilmente immaginare, è che Amandla sia stata catturata e portata in una fantastica località segreta, come lei dice "sulla Luna o sotto terra" (risolini da parte del pubblico), dove sarebbe stata obbligata a psiconavigare da me e altri personaggi autoritari. In realtà, Amandla mi ha conosciuto solo dopo il suo risveglio dal coma, in una camera, questa sì riservata, del nostro istituto. Infatti, è stata ritrovata quando aveva ormai assunto una dose massiccia di apoximedin; e abbiamo potuto verificare che un furgoncino sostava davvero davanti alla sua casa, ma risultò rubato e abbandonato lì da tempo. E’ possibile che Amandla, nei giorni precedenti all'assunzione fatale della droga, vi avesse fantasticato sopra: d’altronde, molti drogati si credono perseguitati dal Governo, come tutti sappiamo. Anche il fatto che abbia inventato il rapimento a opera di uomini in divisa è un sintomo della sua diffidenza verso le autorità.

"Questo pasticcio di realtà e fantasia rende purtroppo difficile definire quanto sia attendibile il racconto che ascolterete, e come vada interpretato.

"Dopo queste precisazioni, veniamo al mondo di Kubla Khan. Io stesso ho parlato di Coleridge e del suo sogno e delle riflessioni di Borges ad Amandla solo dopo che mi ebbe raccontato per la prima volta la sua esperienza; e precisamente quando mi disse, lo sentirete subito,raccontò del busto di Coleridge e del regno in cui si era venuta a trovare. Prego, colleghi! Capisco benissimo l’importanza di quel che dico: e aggiungo per di più che in casa di Amandla non abbiamo ritrovato che pochi libri, e in nessuno di questi si parlava di Coleridge. Prova non conclusiva, d’accordo: possiamo tuttavia ipotizzare che la ragazza non sapesse nulla di Coleridge o di Borges finché non sperimentò l’apoximedin al Quinto Plateau.. E, dD’altra parte, esistono altri indizi che lasciano pensare che il regno di Khan non sia solo il frutto di un'allucinazione. Ma ascoltate adesso il racconto di Amandla, in gran parte ottenuto, dopo il suo risveglio miracoloso, grazie all'ipnosi...

3. Testimonianza di Amandla Mithieu (2)

...Ero...ero in una foresta. Di tanto in tanto, spiazzi circolari, evidentemente disegnati dalla mano dell'uomo. Al centro, fontane o statue. Tutto silenzio. Mi guardavo attorno, contro le piante dei piedi sentivo il terreno e, sopra di me, il sole che trapelava dal fogliame mi feriva gli occhi, le mie mani erano sudate e il cuore mi batteva dalla paura. Tutto era reale. Quella non assomigliava affatto a un'allucinazione da droga, ne so qualcosa, io, non mi sentivo eccitata né in pace con me stessa, non avevo perso la nozione dello spazio o del tempo, semplicemente, ero in un altro posto. Mi chiedevo: dov'è il mio corpo, adesso?, poi mi immaginavo intrappolata nella Ghiaccia, e Burton e gli altri intorno a me, a captare le parole smozzicate che dicevo (ma parlavo, poi?)…

Alla fine, alto su una collina, ecco il Palazzo delle Delizie e la famosa cupola che fiammeggiava al sole! Presi a muovermi cauta, rasente a tronchi nodosi, continuando a fissare la cupola. Arrivai a un'altra radura. C'era il busto di una statua, al centro. Un'iscrizione diceva: Coleridge. Girai intorno alla statua, fissando i suoi occhi vuoti nei quali si annidava muschio secolare. Ecco l'uomo che per primo aveva visto quel mondo, pensai, il primo esploratore. Ebbi l'impressione che quel busto fosse stato eretto lì a ricordo dell'evento.

- E' così, infatti.

Mi girai di scatto. Mi trovai davanti la figura di un uomo alto, paludato da lunghe vesti scarlatte e dorate, un orientale. I suoi occhi erano neri, i baffi, lunghi e sottili, arrivavano fin quasi al petto.

- Kubla…Khan?- sussurrai.

- Lui mi chiamò così, non appena mi vide- rispose l'uomo indicando il busto. - Ma non sono lo stesso Kubla Khan di cui ha scritto Marco Polo, e tanto meno quello vissuto nel vostro Oriente, nel XIII secolo, e che sognò il mio palazzo. D'altro canto, un nome è solo un nome.

Mi guardava attentamente, come stesse studiando una specie rara. Io rimuginavo le sue parole. Non era facile seguirlo, non per me, almeno.

- Lei ha paura- affermò.

- No!- risposi, troppo in fretta.

Poi, nel silenzio assoluto del giardino, percepii delle voci lontane, parole di una lingua sconosciuta. Un flash: venivano dalle caverne che si aprivano sotto il Palazzo! Notai che Khan prestava loro molta attenzione, quasi stesse ricevendo delle istruzioni, proprio così.

- Cosa…cosa dicono?- chiesi. Burton, ascoltami!, pensavo. Aiutami! Speravo che le mie labbra si muovessero, laggiù, e che comunicassero la mia richiesta di aiuto. Khan aveva corrugato la fronte. Ebbi l'improvvisa certezza che quell'uomo potesse leggere la mia mente, ricordai le sue prime parole ed ebbi così conferma del mio sospetto.

- Chi è Burton?- chiese infatti. - E' lui, che vi manda qui?

- E' una droga, a mandarci qui - ribattei.

Ebbe un sospiro di rassegnazione. - Sì. Gli Speculatori di Corte lo avevano immaginato, e coloro che l’hanno preceduta l'hanno confermato. Mi segua- . Si incamminò verso il Palazzo, e si voltò per ripetere, visto che ero rimasta immobile: - Mi segua.

...Mi ritrovai nelle stanze del suo Palazzo. C'era stato un alto portone di legno dai chiodi in oro, poi un chiostro nel quale sostavano alcuni cavalli e che delle persone attraversavano in fretta, come chi abbia un lavoro da sbrigare, e adesso sale alte dal pavimento di marmo. Di tanto in tanto, distinguevo rapidi movimenti di gente, cortigiani forse: quando incrociavano Khan, si inchinavano con un fruscio di sete preziose e mi arrivavano zaffate di profumi ignoti. Come può essere un sogno?, mi dicevo.

- Esistono diversi modi per passare da un regno all'altro. E, a volte, fenomeni di intersezione accadono spontaneamente: i nostri Speculatori parlano di instabilità intrinseca, e prevedono che, in futuro, il nostro mondo collasserà nel vostro. Accade così per tutti i mondi del nostro regno, a quanto pare. Essi diventano reali, per così dire. Acquistano quella qualità che manca a tutti i mondi tranne che al vostro, e perdono tutte le altre. - Sospirò. -Atlantide fu immaginata da Platone e da voi ritrovata nell'oceano. I Rosacroce sono scomparsi da secoli, distrutti da assetati di esoterismo che, nel vostro mondo, ne hanno fatto un culto. E persino il 221b di Baker Street è diventato realtà, costruito a posteriori sulle indicazioni di Conan Doyle.

- Non capisco…lei sta parlando di cose immaginate dall’uomo, non di universi captati dalla mente, come questo…

- E' un discorso complesso: dove prende le idee, la mente dell'uomo? Il vostro Platone si era posto il problema prima di tutti, e gli uomini del medioevo pensarono che la fantasia fosse sollecitata da Dio stesso. La fantasia è un posto dove ci piove dentro, ha detto qualcuno. Domanda: da dove viene, la pioggia?

Pioggia, fantasia, Platone...Era tutto troppo difficile, per me. Mi tornarono alla mente le parole di Burton, e dissi qualcosa del genere: - Un oggetto eterno sta entrando nel nostro universo... Kubla Khan, intendo dire il personaggio storico, sognò il Palazzo delle Delizie, e lo ricostruì a Shang-tu…e Coleridge sognò il giardino, secoli dopo, e lo descrisse nel suo poema…sono tutte manifestazioni di questa, come dite?, instabilità…piccole crepe nella struttura del vostro mondo…

- Non so nulla del sogno del vostro Khan. Tuttavia, forse avvertii la sua presenza qui, nel Regno, tanto tempo fa: d'un tratto mi sembrò che un velo fosse caduto sull’orizzonte, che contemplavo dalla torre più alta del Palazzo. Ma ricordo bene quando il vostro signor Coleridge apparve come per incanto nel giardino, proprio lì dove adesso c'è il suo busto. Fu in conseguenza di quell'epifania che i nostri Speculatori si diedero a studiare seriamente la struttura dei mondi, e teorizzarono quell'instabilità che desta una certa preoccupazione nella nostra corte. Poi, quando quegli uomini sono arrivati qui, a così breve distanza l'uno dall'altro, abbiamo temuto il peggio, che il terremoto definitivo fosse già iniziato. Abbiamo scoperto in seguito che non era un fenomeno di instabilità spontanea, non ancora almeno, ma l'uso di una droga a provocare quegli arrivi. Non possiamo far altro che espellervi, prima che sia troppo tardi.

Sentii un brivido corrermi per le ossa. - Il ricordante, già!- dissi, decidendo di passare all'attacco. - Un bel ricordo, davvero! Che cosa spera di risolvere? Quelli che gestiscono la droga, nel mio mondo, non cesseranno certo di inviare esploratori, solo perché vengono ridotti a vegetali. Lei non li conosce! Hanno un nuovo giocattolo, adesso, e non si stancheranno di giocare tanto presto, soprattutto con la pelle degli altri!

Khan aggrottò le sopracciglia. Ci eravamo fermati in una sala dal soffitto a volta, affrescata con i disegni di un’immensa mappa: rami di un albero, un rampicante direi, si protendevano ovunque, e al posto delle foglie c’erano schemi di mondi, genti, città, reami, come una fantastica mappa dell'Oriente disegnata da un esploratore medievale.

D’improvviso, altre voci vennero dalle caverne che si aprivano poco lontano da noi, e Khan sembrò prestare loro la massima attenzione. Continuavo intanto a guardare quei disegni, mille volte più belli di quelli che disegna Fred nella metro, e mi chiedevo quando sarebbe cessato l'effetto dell'apoximedin.

- Perché ha detto vegetali?- chiese d'un tratto Khan, come seguendo un suggerimento.

- Lo sa bene, perché! In questo istante, nel mio mondo, io giaccio accanto a sei o sette vegetali umani, rimasti intrappolati qui dopo aver preso il suo ricordante. Sono morti, da un punto di vista biologico, ma continuano ad avere un'intensa attività cerebrale…come se sognassero, o, se preferisce, come se continuassero a vivere in uno dei vostri mondi, del tutto separati dal corpo. Avanti! Dove li tiene prigionieri?

- Quello che dice ci preoccupa- rispose gravemente Khan. - Forse abbiamo male stimato l'effetto della droga sulla vostra mente. Per quanto ne sappiamo, l'unico modo che voi esploratori avete per tornare indietro è proprio prendere il ricordante, che secondo i nostri speculatori annulla gli effetti distruttivi della droga e fissa il ricordo della vostra esperienza qui. Ho ripetuto agli esploratori: dite ai vostri governanti di cessare l'uso della droga, implorateli! Gli Speculatori sono convinti che queste continue invasioni aggravino l'instabilità del nostro mondo. Gli effetti potrebbero essere imprevedibili, drammatici, irrecuperabili!

- Volete dire che, se noi non prendessimo il ricordante…

- Restereste intrappolati qui, e l'instabilità aumenterebbe rapidamente, avvicinando il momento del collasso.

- Dunque loro non sono qui, adesso?

- Saremmo pazzi! Distruggeremmo il nostro mondo!- Con un ampio gesto della mano indicò la volta affrescata. - Gli altri mondi del nostro regno...sono così tanti, e così vari, che al confronto il vostro piccolo universo è nulla. Eppure, tutta questa architettura è così fragile, e la vostra tanto solida! Il Cosmologo di Corte ha il suo daffare a tenere aggiornata questa mappa. Tanti mondi scompaiono...E noi terremmo i vostri emissari bloccati presso di noi? Dovete tornare indietro, e smettere questi esperimenti. Subito!

Ero senza parole. Mi trovavo sull'orlo di un abisso: fidarmi o no di Khan. Eppure, avevo visto con i miei occhi la fine del numero sei e gli altri disgraziati sepolti nella Ghiaccia, e le parole di Burton mi rimbombavano sempre nelle orecchie.

Le mani di Kubla Khan batterono l'una contro l'altra, riscuotendomi dai miei pensieri; apparve una ragazza che portava alcuni biscotti su un vassoio.

- Il suo tempo sta per scadere…avverto che lei sta per tornare indietro- annunciò Khan. - Ma solo se prenderà uno di questi. Altrimenti è perduta per sempre.

- E se rifiutassi?

- Lei non può restare qui, come le ho spiegato: ne va della sicurezza del mio regno. In un modo o nell'altro, deve andare via da qui.

- Ma le ho detto che il vostro ricordante non ci riporta affatto indietro. Distrugge la nostra mente, invece!

- No. Ci pensi bene: il fatto che i precedenti esploratori continuino ad avere un'attività cerebrale, significa che, almeno in parte, i danni al cervello vengono evitati dal ricordante. E lei è condannata comunque. Senza questi, non potrà mai tornare indietro: il che vuol dire che il suo cervello, dall'altra parte, resterà danneggiato irreparabilmente. Soltanto la sua mente è qui, ora: e saremmo obbligati a distruggerla, gettandola nell'abisso. Quindi, la sua fine è comunque segnata. Eppure, il ricordante dovrebbe annullare gli effetti nocivi della droga…

- Le ho detto che non è così!

- Gli Speculatori studieranno la questione. E' possibile che ci sia stato un errore. Vedremo. Ma lei deve andare via, ora. Per favore!

Presi un biscotto tra le dita tremanti.- Dove finirò, dunque? Dove sono, tutti quei disgraziati?

- Non lo sappiamo- rispose Khan, addolorato. - Vede l’Albero da cui nascono tutti i mondi? Esso rappresenta il legame che ci unisce, la dimensione attraverso la quale possiamo comunicare. A volte, persino i vostri pensieri ci giungono, ma lontani e distorti: è grazie a questo varco, che Khan e Coleridge sono giunti fin qui. Forse il ricordante non è sufficiente per riportarvi indietro: forse, dico forse, vi lascia imprigionati tra i rami dell’Albero. Studieremo il problema. Ma ora si affretti! Il tempo sta sfuggendoci: fra poco, senza ricordante, dovrò farla gettare nell'abisso.

- Aspetti! L’Albero, la dimensione che unisce i mondi mentali...è l’abisso che si apre vicino al Palazzo?

- Sì. E’ la porta verso gli altri mondi.

- E...quelle voci, che sembrano provenire da lì? Di chi sono?

Khan scosse il capo, e gli occhi dicevano che non potevo andare oltre. Eppure, volevo sapere. Ero rimasta stregata dal disegno dei mondi e dalla loro interconnessione, da quelle voci misteriose che parlavano a Khan: quell’universo strano e ignoto mi appariva molto più vicino, più intenso e più... felice, sì, più felice del mio.

- Se io non tornerò indietro, continueranno a mandare qui degli esploratori. E il vostro mondo sarà in pericolo, e forse tutti gli altri- dissi, ma una parte di me, che la paura mi impediva di prendere in considerazione, mi sussurrava: rimani. Cosa c’è che ti attrae tanto, dall’altra parte?

Khan non mi rispose. Batté di nuovo le mani, invece, e comparvero quattro soldati armati di scudi e lance, il volto protetto da un casco grigliato. Capii che avrebbero presto ricevuto l'ordine di gettarmi nell'abisso. Khan mi guardava come per chiedermi di non obbligarlo a dare quell’ordine.

Ingoiai allora il biscotto insieme a un grumo di rabbia impotente. Non c’era posto, per me, nemmeno lì, in un mondo fatto di nulla.

4. Ipostasi progressiva
 
 
Scienziato sostiene l’esistenza di mondi paralleli!
Ieri, al Quarto Simposio di Psiconautica, il professor Burton Wolff ha tenuto una conferenza che non ha mancato di creare sconcerto ed eccitazione, negli ambienti scientifici e non. Studi compiuti su soggetti sottoposti alla terribile droga apoximedin, proverebbero infatti l’esistenza di mondi alternativi al nostro, ai quali la mente umana potrebbe accedere se opportunamente stimolata.  In particolare, l’universo visitato in stato di trance indotta sarebbe il Regno di Kubla Khan, già intravisto dal poeta inglese Samuel Coleridge e descritto nel suo celebre poema e, prima di lui, addirittura dal vero Kubla Khan! Vale la pena di riportare una sintesi del racconto della psiconauta Amandla (di lei conosciamo solo il nome), risvegliatasi dopo diversi mesi da uno stato di coma e tuttora in cura per gravi danni cerebrali...(March of the Times, 10 aprile 2021)

 
Classifica dei libri più venduti 
(15 giugno 2021)
1° - S. T. Coleridge, Kubla Khan
4° - J.L. Borges, Il sogno di Coleridge
5° - Anonimo, Messia per Menti Risvegliate
Classifica dei siti più frequentati 
(27 settembre 2021)
1° - The Xanadu WebRing
3° - Friends of Khan
Follia in metropolitana - la mania di Kubla Khan dilaga

 
Circa un anno fa, l’ormai notissimo professor Wolff ha esposto per la prima volte la sua teoria sulla reale esistenza del regno di Kubla Khan, in un universo parallelo (?) al nostro e percepibile da menti appositamente predisposte. Ebbene, nonostante il perdurante scetticismo degli ambienti scientifici, il Palazzo delle Delizie è ormai una presenza palpabile anche nel nostro vecchio universo, quasi avesse cambiato domicilio: almeno, per una sempre crescente congrega di svitati.
Ci hanno abituati a vedere ovunque il segno di Kubla Khan: sugli scaffali delle librerie, in mille siti sulla nostra Rete (alcuni dei quali sono visitati quotidianamente da migliaia di netsurfer), sulle magliette che indossano i nostri giovani, persino nella musica (KublaKublaKublaRap! è in classifica da diversi mesi). Ed è di questi giorni la notizia che un miliardario texano starebbe progettando una residenza estiva ispirata 
 al Palazzo delle Delizie, con tanto di abisso artificiale annesso.
Ma nemmeno i frequentatori della Linea S della metro, ieri, erano abituati a tanto! Su un vagone è infatti salito un signore dall'aspetto orientale, vestito alla foggia degli antichi cinesi, il quale ha improvvisamente estratto una spada urlando a squarciagola di essere lui "il vero, l'unico signore del Regno Incantato, Kubla Khan dell'Ottavo Mondo!" (quali saranno gli altri sette?), pretendendo che il treno facesse una deviazione per riportarlo al suo Palazzo delle Delizie, dove era atteso per un tè (forse dal Cappellaio Matto?).
Arrestato, si è scoperto che il signor Kubla Khan, in questo povero mondo, utilizza lo pseudonimo di Robert Spencer Allison, di madre cinese, disoccupato e alcolizzato cronico…...
(March of the Times, 1 novembre 2022)

 
Il "Partito di Kubla Khan" alle elezioni provinciali

Il signor Robert Spencer Allison, che da tempo frequenta i salotti multimediali annunciando di essere l'ipostasi del Kubla Khan reso celebre dal professor Burton Wolff, ha presentato ieri alla stampa il simbolo del Partito da lui fondato in vista delle prossime elezioni provinciali, una cupola verde sormontata dalla bandiera… (March of the Times, 6 luglio 2024)

5. La distruzione di un mondo

Dalla finestra del suo studio, all'ultimo piano dell'Istituto di Psiconautica, Burton Wolff osservava un cartellone pubblicitario dall'altra parte della strada. Un orientale, vestito come in un allestimento della Turandot, salutava dal finestrino di un'automobile, e una didascalia recitava: Anche Kubla Khan usa Speedy3 per i suoi viaggi tra i mondi!

Con un sospiro, si voltò verso la paziente seduta presso la sua scrivania. Era una donna dai capelli radi, innaturalmente ingrassata dalle medicine, negli occhi un'assoluta mancanza di interesse verso la vita: eppure Wolff stava per dimetterla, dopo oltre tre anni di cure.

- Bene, Amandla…- iniziò Burton. - Volevo semplicemente salutarla.

Amandla annuì. - Burton, mi risponda…mi dimette perché sono guarita, o semplicemente perché non posso migliorare oltre?

- Lei è troppo intelligente perché io possa mentirle, Amandla- disse Wolff. - Non potrà mai guarire completamente, purtroppo. Alcuni dei danni provocati dall'apoximedin sono permanenti. Ma questi anni di cure le hanno insegnato a convivere e a gestire gli effetti di quei danni. Non peggiorerà, comunque.

- Allora continuerò a credere di essere stata veramente rapita dai Servizi Segreti, e che lei era a capo di quel progetto di psicoesplorazione…la Ghiaccia di Cocito?- chiese Amandla, senza alcuna inflessione, come se in realtà non le importasse nulla.

- Sì. Probabilmente - rispose Wolff con la massima freddezza. Ormai era abituato a mentire ad Amandla, così come era abituato a mentire al mondo intero.

Quando i Servizi Segreti, dopo il fallimento dell'Osservatorio sui Mondi Mentali diretto da Wolff e la perdita di diverse cavie, avevano accettato il piano di Burton per l'eliminazione di Kubla Khan (che per il Governo era responsabile del rapimento di diversi cittadini), avevano posto come condizione che nessuno sapesse mai del loro coinvolgimento in quella psicoesplorazione: tutta la storia della Ghiaccia doveva restare top secret.

Il piano di Burton era semplice. Quell'oggetto eterno stava progressivamente entrando nel nostro mondo? Bene, si poteva tentare di accelerare il processo. Per questo, mentre diversi esseri umani continuavano a galleggiare inerti in quella sala di deprivazione ignota al mondo, fu divulgata urbi et orbi, con il massimo supporto mediatico, la testimonianza di Amandla, con l'aggiunta dell'invenzione dei danni cerebrali provocati dalla droga e degli "eventi di raccordo" per lasciar fuori i servizi segreti (che non avevano dimenticato lo scandalo che aveva coinvolto la vecchia CIA quando erano stati rivelati gli esperimenti che aveva condotto con l’LSD su diversi pazienti, carcerati e omosessuali soprattutto, durante la Guerra Fredda).

Adesso, Burton aveva davanti il risultato di quel cumulo di menzogne (storia di copertura, la chiamavano più asetticamente i suoi datori di lavoro).

- Ma quello che ho visto…il Regno di Khan…ho sognato anche quello?

- No!- rispose Burton con foga. - Il Regno di Khan è reale, sebbene non nel senso che si attribuisce comunemente alla parola…nessun dubbio, su questo. Le sue esperienze sono state condivise da altri, prima e dopo la scoperta dell'apoximedin.

- E la storia dell'instabilità? Gli Speculatori di Khan avevano ragione?

Altro che!, pensò Burton. Proprio sull'ipotesi che le teorie degli Speculatori di Corte fossero corrette, Burton aveva elaborato il suo piano.

- E' probabile- rispose diplomaticamente. - Non ne sappiamo molto, in realtà, della struttura dei mondi mentali. Ma, sì, è probabile che siano intrinsecamente fragili, condannati prima o poi a collassare nella nostra realtà, a ipostasizzarsi.

Amandla annuì. - Ebbene, ha visto cos'è successo in questi ultimi tempi. Il mondo incantato di Khan è entrato prepotentemente nel nostro, lo ha influenzato, modificato. C'è gente che legge libri su Khan, che lo venera come un dio…gente che si ispira a Khan per la poesia, la pittura, la musica…gente che usa Khan come richiamo pubblicitario, come in quel cartellone là di fronte…persino gente che crede di essere Khan…

Burton non diceva niente. Aveva scatenato lui quei comportamenti di massa, lui e i media controllati dai Servizi Segreti…tutto era previsto, a cominciare dall'annuncio della scoperta del mondo di Khan, a quel simposio, con la testimonianza di Amandla e la patetica descrizione, a opera di Burton, dei suoi danni cerebrali. Il mondo mentale di Kubla Khan si era ipostasizzato nel mondo materiale, e così facendo era aumentata la sua instabilità. Burton si era spesso chiesto cosa avvenisse nel Giardino di Khan, mentre sulla Terra si sviluppava quel fenomeno di suggestione collettiva. Qual era il potere di milioni di menti sulla struttura del Regno di Khan, come veniva alterata la sua precaria stabilità? Cosa era rimasto, del Giardino delle Delizie visitato da Coleridge e dalle cavie sepolte nella Ghiaccia?

- …Insomma, Burton…- aveva continuato Amandla, come leggendo i suoi rimorsi. - Crede che il Giardino sia scomparso? Spiaccicato nel nostro mondo, come un'anguria caduta da un grattacielo?

- Temo di sì, Amandla. Io credo che tutte quelle manifestazioni che ha elencato non siano altro che…come dire…frantumi del mondo in cui aveva abitato Kubla Khan, schegge dell'esplosione che ha distrutto quel piccolo universo immateriale.

- Se è così, noi siamo i colpevoli di quell'esplosione- constatò la ragazza, serrando le mascelle.

Burton non rispose. Avrebbe voluto dirle che quella distruzione era servita a qualcosa, in fondo, visto che, pochi mesi prima, alcuni degli psiconauti sepolti nella Ghiaccia erano finalmente usciti dal coma, anche se solo per pochi minuti: e lui era convinto, anche se non avrebbe mai potuto provarlo, che la causa di tutto era la scomparsa del mondo di Khan. Nel preciso momento in cui, come per miracolo, tutti le cavie sepolte a Cocito avevano dato flebili segnali di risveglio, in quel preciso momento la distruzione del regno di Khan era compiuta.

Avrebbe voluto dirle questo e altro, Burton, ma Amandla si era già alzata e stava avviandosi verso la porta.

Così Burton rimase in silenzio, a guardare il cartellone pubblicitario fuori dalla finestra, dal quale un frammento di Kubla Khan gli suggeriva di acquistare un'automobile.

...Adesso Amandla camminava di nuovo nel giardino del Regno di Khan, dopo tanto tempo. Ma quante cose erano cambiate in quel mondo, che non pareva soggetto alle leggi del Tempo. L’irreversibilità e l’entropia la facevano ora da padroni nel Regno di Khan, come dappertutto.

L’erba era diventata alta e folta e i rami spogli degli alberi si intrecciavano come i capelli d’una strega: la cupola lontana non brillava più al sole, ma era crollata e ora solo lo scheletro dell’antica costruzione graffiava un cielo livido.

Amandla camminò fino a ritrovare il busto di Coleridge: eccolo, al centro della radura che ora sembrava più piccola e tetra. Un rampicante vi si era avvinghiato, e il delicato muschio che lei ricordava era diventato una lebbra che copriva quasi tutto il marmo.

Rimpianse di essere tornata lì: d’altronde, non aveva altro posto dove andare, e fino all’ultimo aveva sperato che gli Speculatori e Burton avessero sbagliato, e che la presenza tangibile del Regno di Kubla Khan sulla Terra non ne implicasse necessariamente la fine.

Seppe ritrovare la strada che dalla statua aveva percorso con Kubla fino al Palazzo delle Delizie. Ma anche lì, nulla era più come ricordava.

L’immenso portale era crollato. Amandla attraversò il cortile che una volta pullulava di gente, e ora ospitava solo calcinacci. Avanzò tra le stanze del palazzo: ma spesso il passaggio era impedito da travi o pietre franate, e doveva compiere deviazioni per stanze e corridoi che non aveva visto prima. Percepiva fantasmi dappertutto. Non riuscì ad arrivare alla Sala delle Mappe, e pensò che era meglio così, dopotutto, almeno avrebbe sempre ricordato intatto l'affresco dell'Albero dal quale si dipartono i mille mondi che sollecitano, ignoti, la fantasia degli uomini.

Già, pensò corrugando la fronte, l'Albero! Non era una rappresentazione delle caverne che si aprivano proprio accanto al Palazzo, e dal quale giungevano in quel mondo le voci e i pensieri degli altri? Uscì di nuovo nel cortile e abbandonò il palazzo.

Arrivò all'orlo delle caverne, dopo aver camminato a fatica sul terreno arido e crepato come per un terremoto o per una millenaria siccità: l'alveo della fonte era anch'esso arido, e nessun suono proveniva dall'abisso oscuro.

Si protese verso il baratro e chiamò: -Kubla Khan! Kubla Khan!-, ma non le giunse che la sua eco. Era terribile, quell'eco, le trasferiva una sensazione di vuoto assoluto e di desolazione, e veniva proprio da lì, dal punto di contatto di quei fragili universi ai quali Amandla aveva spesso pensato, durante quegli ultimi anni di follia solitaria, come a una comunità ordinata e pacifica. Ma gli esploratori dell'apoximedin erano arrivati e avevano aggravato l'instabilità di quel mondo, e forse non solo di quello. Amandla era stata una pedina che Burton aveva usato per distruggere il regno, la miccia di una suggestione collettiva che aveva fatto di Khan un mito popolare; e così il Giardino delle Delizie era precipitato dal mondo delle idee a quello della realtà, frantumandosi.

Ferma sull'orlo dell'abisso, piacevolmente colpita dalla totale assenza di paura, si chiese perché le voci si fossero spente: era inaridito soltanto il ramo del Regno di Khan, o tutto l'Albero? L'instabilità si era forse propagata per tutti i mondi mentali, come una reazione a catena?

No, considerò Amandla con un sospiro di sollievo, non era possibile. Altrimenti Kubla Khan sarebbe scomparso al momento dell'ipostasi di altri mondi prima del suo, come Atlantide. Dunque solo quel ramo del grande Albero era secco, solo la foglia di Khan era ingiallita e caduta. Il resto era ancora verde, anche se fragile, e avrebbe ancora alimentato la fantasia degli uomini.

Piena di speranza, Amandla saltò oltre il baratro.


 
Amandla Mithieu fu ritrovata in stato di coma: aveva di nuovo preso una dose di apoximedin da Quinto Plateau, procuratasi chissà come. Dopo sette anni in una camera dell'Istituto di Psiconautica, nessun miglioramento è ancora visibile. L'attività cerebrale è sempre intensa, cosa che non ci consente di staccare la spina. Dove gli esploratori stiano trascorrendo la loro vita, la scienza non è in grado di dirlo.
(Burton Wolff, Memorie di un fallimento)


© Massimo Pietroselli
Collegamenti
Massimo Pietroselli
Invasioni dall'ideosfera

 

 


 

 7 navigatori(e) attualmente in Intercom