La signora Shummel diventa vincente
[Mrs. Shummel exits a Winner]

La sala del bingo al Colonel S.L.A. Marshall VFW Post si andava riempiendo quando arrivarono Martha Shummel e la sua amica Betty Alcyk. Alla destra della pedana dove stava in attesa la macchina, nel buio che si sarebbe disperso una volta che il chiamatore si sarebbe alzato per iniziare il gioco, era appesa la bandiera della Florida. Alla sinistra era appesa la bandiera lacera degli Stati Uniti che Pete Collum aveva riportato da Saigon. Si dice che la striscia marrone che correva lungo il lato destro venisse dalla ferita mortale di uno degli eroi morti nell'offensiva del Tet, ma anche se Martha non aveva mai messo in questione la faccenda, spesso s'era chiesta com'era potuto accadere, a meno che non se la fosse avvolto attorno al corpo. Le file dei tavoli con "Col. Marshall" stampato al centro erano già semicoperti dal mosaico delle cartelle del bingo, la gente s'era sistemata sulle sedie pieghevoli e riempiva la sala col fumo delle sigarette e il rumore della conversazione.

A Martha non piaceva arrivare così tardi. Le piaceva arrivare abbastanza presto per prendersi il posto preferito, mettere le cartelle perfettamente in ordine e sedersi ad osservare la gente che arrivava. Avrebbe chiacchierato un po' con le persone che stavano accanto riguardo ai figli, alla politica e al tempo, mentre sarebbe cresciuto un certo senso di eccitazione. All'incirca una volta al mese si sarebbe data da fare in cucina e a volte, nelle altre serate, avrebbe portato la sua specialità, la torta all'ananas. Era come essere in un club. Si sta assieme come tra amici e ti dimentichi quanti problemi crei la digestione o quanto sia ogni giorno più difficile pagare le bollette o da quanto tempo è che non chiamino i figli. Ti dai una piccola possibilità. Forse alla fine dovrai attraversare ancora strade dove i punk agli angoli vendono la droga per andare in una stanza soffocante in un ricovero per anziani, ma per un paio d'ore puoi mettere tutto da parte e divertirti un po'.

Ma Betty non era pronta quando era arrivata Martha. Così, invece di essere là presto si ritrovarono davanti a Sarah Kinsella, il telegiornale umano. Con Sarah è difficile avere una parola di vantaggio, nonostante il fatto che abbia l'enfisema e sembri che la voce passi attraverso un respiratore. Le raccontò del porto d'atterraggio degli UFO sotto l'Appalachee Bay, delle spie cubane che maneggiavano tra i suoi bidoni della spazzatura e di quanto suo nipote Hugh si trovasse bene alla University of Florida... iniziando da trequartista nella squadra di football, da tesoriere nell'associazione studentesca e prendendo sempre A. Martha e Betty ascoltavano pazientemente anche se l'avevano sentito tutto già altre volte. Infine giunsero in capo alla coda. Sarah comprò cinque schede e si diresse oltre il tavolo, verso il corridoio. Le due donne tirarono un sospiro di sollievo.

"Prende sempre A," borbottò Betty.

"Sì," disse Martha. "Ma ma vedessi le sue B come sono rotonde!." Scoppiarono a ridere fino alle lacrime. Ed Kelly che vendeva le cartelle sorrise loro. "Avanti ragazze. Datevi una calmata. Finirete col bagnarvi le mutandine."

"Non essere insolente!" rispose Martha. "Sei." E allungò dodici dollari. Betty comprò tre cartelle e andarono ognuna per conto proprio. La vista di Betty se ne stava andando e insisteva a sedersi di fronte da dove poteva sporgersi verso il tabellone dei numeri. Ma gli occhi di Martha stavano bene (poteva gestire i dodici pannelli di gioco sulle sei cartelle senza problemi) e secondo lei la gente che stava davanti era troppo esagerata. La facevano impazzire quando urlavano "Bingo!" con tutta quella forza, come se qualcuno stesse cercando di fregarle. Il suo posto era vicino alla finestra di lato, con le spalle ad una delle false colonne greche. Quando arrivò, al suo posto c'era seduto già un giovanotto. Martha iniziò a mettere giù la borsa e le cartelle. Cominciò a dire, "Figliolo, questo è il mio posto..." quando il ragazzo sollevò lo sguardo su di lei.

I capelli arruffati, in netto contrasto con il viso stretto che stava sotto, brillarono di un bianco soffice. Aveva gli occhi più scuri che esistessero. La sua espressione era di sorpresa accusatoria, come se si fosse appena svegliato per il peso di scoprire Martha che lo fissava. Gli occhi lividi le ricordarono quelli di David. Rimase là, con la cinta della borsa in mano, senza posarla e senza sollevarla.

Alla fine si decise a parlare. "Questo è il mio posto," disse. "Per favore va da qualche altra parte."

Il ragazzo sospirò. Invece di alzarsi estrasse un foglio e uno stilo dalla borsa di ginnastica accanto a lui. Era una lavagna magica, un foglio di plastica messo sopra un fondo nero. I figli di Martha avevano giocato spesso con una lavagna del genere. Sul piano, prima che sollevasse il foglio di plastica per cancellarle, lesse le parole, LA CARITA' NON FALLISCE MAI. Il ragazzo pulì il vecchio messaggio e scrisse e poi sollevò la lavagna per farla leggere a Martha: VAFFANCULO PUTTANA.

Martha sentì il cuore che le perdeva un colpo e poi che accelerava. C'era qualcuno che stava guardando? Proprio quando decise di chiamare uno degli uomini del servizio, il ragazzo sollevò il foglio di plastica e le lettere a stampatello scritte in modo molto regolare sparirono.

La fissò, poi, in silenzio, fece scivolare la lavagna e l'unica cartella del bingo verso il lato opposto del tavolo. Ci girò attorno e si sedette, di faccia a lei, con la schiena rivolta al centro della stanza e alla macchina del bingo. Si aggiustò la cartella di fronte. Martha esitò, poi si sedette. Dispose le sue cartelle e tirò fuori dalla borsa la scatola in plastica delle pedine e del tassello magnetico. Coprì lo spazio libero di ogni pannello con una delle pedine rosse dal bordo di metallo. Quando risollevò lo sguardo il ragazzo la stava fissando.

Martha si chiese se lo aveva mai visto nei paraggi. Di sicuro era uno di quei tipi che ti fanno le ricette a poco prezzo. L'intensità del suo sguardo la rendeva nervosa e per un momento desiderò di essere seduta da qualche altra parte. Ma che fosse dannata se avesse permesso che un punk qualsiasi la mandasse in giro per la stanza, per non parlare poi di uno muto e ritardato. Se cedi una volta sei poi alla loro mercé. Lo aveva visto accadere.

Il ragazzo si appoggiò indietro sulla sedia pieghevole in legno, cercando in qualche modo di apparire innocente e attento allo stesso tempo. Martha sulle prime aveva pensato che i suoi capelli fossero sbiancati, ma ora decise che erano bianchi naturali. Il viso era impassibile come la luna in una notte calda. Osservandolo, Martha sentì il cuore che le accelerava ancora e che non poteva respirare. Fece del suo meglio per non darlo a vedere. Era come l'inizio di uno dei suoi attacchi di vertigini.

Sforzandosi di non far caso al ragazzo si guardò attorno nella stanza. Dalla cucina sul retro veniva l'odore della pizza e degli hot dog. C'erano uomini e donne che tornavano dal bar con la birra nei boccali di plastica e con fette di pizza sui piatti di carta, col grasso che ungeva la carta. La luce andava scemando fuori dalle finestre e lo schiamazzo delle voci faceva concorrenza al ronzio dei ventilatori da soffitto.

Martha poteva vedere decine di persone che conosceva che stavano negli appartamenti di Paradise Beach e quelli che non conosceva di nome li riconosceva come frequentatori regolari del Colonel Marshall. Erano di tutti i colori, italiani, tedeschi, polacchi, neri, cubani, vietnamiti e anglosassoni, ex newyorkesi ed ex di Chicago, e originari del sud, quelli ancora in salute e i malati terminali, repubblicani, democratici, libertari e anche Hyman Spivek che propugnava un tipo sbruffone di comunismo, uomini diventati bianchi come il latte per la leucemia e donne diventate come il cuoio scuro per via del sole. Battisti, ebrei, episcopali, cattolici e avventisti del settimo giorno, alcuni coi soldi da bruciare e altri che non riuscivano a mettere assieme due lire, gente tollerabile come Betty e pazzi furiosi come Sarah. In maggioranza erano anziani che cercavano di tirare avanti con le pensioni e i risparmi, che parlavano di sciocchezze e speravano di vincere i 250 dollari di premio per potersi divertire un po' prima dell'ultimo viaggio verso l'ospedale. Martha pensò che fosse una massa di persone decente quel tanto che puoi mettere assieme in un corridoio qualsiasi della Florida.

E tutti rendevano l'apparizione improvvisa di questo ragazzo muto ancora più sorprendente: non doveva avere più di quindici anni e si comportava più come se fosse cresciuto su Marte che in America. Era un estraneo completo.

Il battito del cuore sembrò rallentarle. Era quasi ora di cominciare. Tony Schuster passò accanto a loro lungo il corridoio, scherzando con le donne lungo la strada verso la pedana. Accese la macchina del bingo: il tabellone si illuminò, le palle numerate tambureggiarono nel contenitore trasparente e iniziarono a ballare attorno come pop-corn sopra al getto d'aria. "Prima partita," annunciò, "bingo regolare sulle carte, angoli interni, angoli esterni, file orizzontali, verticali, diagonali. Pronti per il primo numero?" La macchina fece un rumore come un uomo con la laringe tagliata che prende fiato e succhiò una palla. "I-18," chiamò Schuster.

Martha coprì il numero su due cartelle. Una era un angolo interno. "G-52." Ne aveva due anche di questo, ma su schede diverse dal primo numero. "G-47." Niente. "I-29." Tre da coprire. Sollevò lo sguardo. Ed Kelly, che stava pattugliando il corridoio, stava guardando sopra le spalle del ragazzo: sulla scheda in cima il ragazzo aveva coperto i quattro angoli interni. Sembrava che non se ne fosse accorto. "Bingo!" chiamò Kelly, proprio mente Schuster stava per annunciare il numero successivo. La folla mugolò; Martha sospirò.

"I-18, I-29, G-52, G-47," lesse a voce alta Kelly.

"Abbiamo un bingo," rispose Schuster. La stanza era piena del rumore delle pedine che venivano spazzate via da qualche centinaio di cartelle, un campo pieno di locuste che rumoreggiavano. Martha fece passare il suo tassello sopra le cartelle e raccolse le sue pedine mentre Kelly contava venti dollari al ragazzo silenzioso. "Dillo la prossima volta, ragazzo," disse Kelly di buon umore.

"E' sordo e muto," disse Martha.

"Non può essere sordo, Martha... ha le spalle alla macchina. Perché non lo aiuti?"

Martha si limitò a fissare Kelly e lui se ne andò. Schuster iniziò la seconda partita, una serie che iniziava con un bingo regolare di quindici dollari e finiva con un montepremi di 80 dollari. Martha cercò di ignorare il ragazzo e l'ingiustizia del fatto che giocasse con soltanto una cartella e vincesse comunque. Cercò di arrivare a quattro nella colonna 'O' prima che qualcuno nella stanza strillasse "Bingo!" Sospirò di nuovo. Nel seguito, il quadrato interno, non era arrivata a niente quando una donna nera sul davanti fece bingo. Mentre l'attendente chiamava i numeri affinché Schuster controllasse, Marta lanciò un'occhiata alla cartella del ragazzo. Il quadrato interno su un pannello era coperto completamente.

Martha pensò di farglielo notare, ma si trattenne. Lui voltò lo sguardo verso di lei. Sorrise. Lei chinò la testa per guardare le sue cartelle.

Il ragazzo era fortunato ma neppure lo sapeva. La fortuna è così. Chi può dire come vengono i numeri: Martha sapeva solo che a lei non arrivavano abbastanza spesso da coprire le perdite. Solo la notte prima aveva bruciato venti dollari coi Red Sox che avevano perso la serie contro i Mets. Non aveva mai visto un caso più chiaro di sfortuna di quello che era costato la serie ai Sox. Martha era stata tifosa dei Red Sox fin da bambina. Aveva incontrato suo marito Sam al Fenway Park il 18 giugno 1938, i Sox 6 a 2 sugli Yankees.

Sam aveva avuto fortuna coi Sox (aveva vinto di più della sua parte in scommesse su di loro nell'arco degli anni, il che non era una cosa semplice) ma non la stessa fortuna quando il cancro se l'era mangiato a quarantacinque anni. Aveva collezionato carte da baseball. Per quindici anni dopo la sua morte Martha le aveva tenute, anche se per lei non significavano niente. A volte tirava fuori dalle buste di plastica le carte per guardarle e per ricordare come Sam si preoccupasse per loro e come sistemasse le vacanze per andare a qualche incontro di scambio per trovare un Vern Stephens del 1950 o un Walt Dropo. Teneva di più a quelle carte che a lei. Tirava un sospiro per la rassegnazione. Fissare una foto sgranata d'azione o un'istantanea del busto di un giocatore col casco che indossava una vecchia divisa, era diventato tutto ciò che le impediva di piangere. Rimetteva le carte nella loro busta, infilava la busta tra le altre mettendole sullo scaffale del mobiletto. Si strofinava gli occhi con la manica della maglia e poi si faceva un caffè. E arrivava l'ora di 'The Young and the Restless'.

Dei tre figli, Robert, il maggiore, era ragioniere a Portland e Gloria comprava vestiti per Macy's a New York. Il più giovane, David, il suo preferito, un ragazzo bellissimo, (in qualche modo un ragazzo bellissimo quanto questo punk che l'aveva insultata al Colonel Marshall), era morto all'età di quindici anni, nel 1961. David se n'era andato di nascosto a Capo Cod in un fine settimana coi suoi amici. Non aveva il suo permesso, se glielo avesse chiesto non l'avrebbe mai ottenuto. Nonostante il fatto che fosse un ottimo nuotatore era affogato al largo davanti alla spiaggia a Hyannis.

Dopo di ciò la sua vita era andata a pezzi. Lei e Sam si trasferirono in Florida nel 1970 e un anno dopo anche lui era morto. La sua pensione era sembrata restringersi col passare del tempo. L'anno precedente aveva venduto le carte di baseball per fare qualche lira.

"B-9." Piazzò le sue pedine, sollevò lo sguardo dalla sua cartella e vide il ragazzo che copriva il numero sulla sua, completando la cornice esterna, completando così anche l'intero settore. Non fece nessun tentativo di attirare l'attenzione di uno degli uomini. Schuster chiamò altri tre numeri. Il ragazzo li aveva tutti e tre, sul settore basso della sua cartella. Col quarto numero arrivarono grida simultanee di "Bingo!" da tre punti diversi della sala. La folla mugugnò. Il ragazzo se ne stette seduto. Non strillò, non sospirò, non sembrò realizzare neppure il fatto che avesse vinto, non sembrava nemmeno che sentisse il mormorio di voci deluse che riempiva la stanza.

Martha stava diventando matta. Non avrebbero dovuto permettere che entrasse un idiota di questo tipo nella stanza. Pensò che avrebbe dovuto chiamare al posto suo, ma questo non avrebbe fatto altro che legarla a lui, e lui l'aveva insultata. Se era lui a vincere non c'era speranza per lei. Gli uomini del servizio finirono di controllare le cartelle vincenti e divisero i soldi.

"Ora per un totale che vale di 80 dollari," annunciò Schuster. "I-22." Martha era così distratta dal guardare la cartella del ragazzo coperta completamente di pedine rosse che si dimenticò di controllare le proprie cartelle. "O-74."

"Bingo!" urlò un uomo.

Il ragazzo smosse la sua cartella e tutte le pedine scivolarono sul tavolo.

Il ragazzo stava cercando di farsi notare. Doveva aver scherzato. Per questo non aveva chiamato: sapeva che quando sarebbe arrivato l'aiutante a controllare la sua cartella si sarebbe scoperto che non aveva vinto. Decise di tenere un occhio su di lui nella partita successiva.

Schuster chiamò cinque numeri. Il ragazzo ne aveva quattro, un'evidente diagonale vincente che attraversava la cartella come una freccia diretta al cuore di Martha. Rimase muto come un pesce e qualcun altro vinse due numeri dopo. Lui aveva anche quei due numeri.

Lei rimase seduta e con l'ansia che cresceva come un tumore l'osservò vincere le cinque partite successive in fila, senza chiamarne una. La stanza sparì sullo sfondo finché non rimase che la cartella del bingo del ragazzo. Schuster chiamava un numero ed era come se li stesse leggendo dal pezzo di cartone scassato del ragazzo. E il ragazzo non diceva nulla. Lasciò che altri vincessero i 150 dollari che sarebbero stati suoi.

Martha faceva fatica a respirare. Aveva bisogno di aria. Ma più che dell'aria, più che della vita stessa, aveva bisogno di quella cartella.

Per l'intervallo dopo la decima partita l'ansia di Martha si era trasformata da rabbia in paura. Il ragazzo aveva vinto ogni giocata e non ne aveva chiamata nessuna. Non era possibile che una cartella vincesse partita dopo partita a meno che i numeri su di essa cambiassero di momento in momento, ma per quanto lo guardasse attentamente, Martha non li vide cambiare. Alla fine dell'ultimo totale, quando due donne, di cui una era Betty Alcyk, urlarono bingo simultaneamente, il ragazzo guardò verso Martha. Placidamente puntò le schede di fronte a lei. Non aveva coperto neppure la metà dei suoi numeri. Il ragazzo scrisse sulla sua lavagna: NON VUOI VINCERE?

"Zitto!" rispose lei, abbastanza forte da far voltare verso di loro la gente al tavolo accanto.

Cancellò le parole vecchie e stampò qualcosa di nuovo. Tenne sollevata la lavagna e la cartella del bingo allo stesso tempo sparpagliando le pedine colorate per tutta la tavola. Una le rotolò in grembo. TI ANDREBBE?

Martha si morse le labbra. Temeva un trabocchetto. Annuì furtivamente.

Lui scrisse: VIENI FUORI.

Il ragazzo si alzò velocemente e uscì dalle doppie porte sul lato dell'auditorium senza voltarsi verso di lei. Dopo un minuto Martha lo seguì. Cercò di apparire come se stesse semplicemente uscendo per una boccata d'aria e a dire la verità il peso della serata e delle perdite sembrava pesarle sul petto come un macigno.

Di fuori, nel parcheggio, qualche uomo e qualche donna parlavano e fumavano. Paula Lorenzetti le fece un cenno con la mano ma Martha fece finta di non accorgersene. Trovò il ragazzo che stava sulla strada sotto un lampione. Sulle prime la cosa la rassicurò, ma poi realizzò che era solo perché aveva bisogno della luce per usare la lavagna.

Quando lo raggiunse le allungò la cartella del bingo. La prese e la esaminò. Sembrava perfettamente normale. Una Capitol: cartone sgualcito, due griglie di gioco stampate in verde e nero su bianco, una piccola foto della cupola del Congresso in ognuno dei quadrati liberi. Nell'angolo qualcuno aveva scritto con una calligrafia infantile, "Le passioni governano!"

"Quanto?" chiese.

Lui scrisse sulla lavagna: LA TUA VOCE.

"Cosa?"

RINUNCIA ALLA VOCE.

Martha sentì che arrossiva. Poteva vedere ogni cosa in modo così chiaro che quasi faceva male. I suoi sensi sembravano acuti come se avesse di nuovo vent'anni; gli occhi scorgevano ogni pelo sul braccio del ragazzo, sentiva l'aroma del cibo che veniva dalla sala e quello dei rifiuti dal cortile. Attraverso la città, da qualche parte, un camion stava cambiando le marce davanti ad un semaforo.

"Stai scherzando."

NO.

"Come farai a prendere la mia voce?"

NON LA PRENDO... LA DAI TU.

"Come faccio a dare la mia voce?"

DI' DI SI'.

Che aveva da perdere? Non c'era modo in cui si poteva rubare la voce ad una persona. Inoltre nella vita devi sfruttare le occasioni. "Va bene," disse.

Il ragazzo annuì. "Ci vediamo," disse, debolmente, quasi in un respiro.

Sollevò il mento e si voltò. Qualcosa nel modo in cui fece tutto ciò le ricordò l'insolenza con cui David l'aveva sfidata più volte, lei lo sentì come un colpo: era David, o qualche fantasma venuto a tormentarla col silenzio e con l'insulto... e quasi si mise a piangere dicendogli di aspettare e, per favore, per favore di parlarle. Esitò e in un attimo lui aveva raggiunto un vicolo e aveva voltato l'angolo. Si mosse, sudando, per tornare nella sala. Si sentiva leggera, come se ad ogni momento il passo l'avesse allontanata dalla terra e avrebbe fluttuato nell'aria.

Si ricordò di quando aveva fatto il lungo percorso con Sam verso l'ospedale, combattendo contro il traffico sul Sagamore Bridge. Sam aveva insistito a che lei non andasse, non era una cosa per una donna, ma lei aveva insistito con una voce che anche Sam poteva capire che sarebbe andata. Il pronto soccorso era caldo e odorava di Lysol. Gli addetti avevano spostato David dal pronto soccorso ad un corridoio laterale, lasciandolo sul lettino a rotelle contro il muro con un lenzuolo steso sopra, come un vassoio usato del servizio in camera. Per la prima volta nella sua vita provava il senso che il mondo fosse irreale, che il suo corpo non fosse il suo: stava semplicemente vivendoci dentro, sporgendosi dai suoi occhi muovendo braccia e gambe come un uomo muove una pala meccanica. C'era David, pallido, tranquillo. I capelli, lunghi ai lati e dietro, in modo che poteva pettinarli nella stupida coda per cui avevano litigato, erano ancora sporchi ma non umidi, iniziando a stare staccati dalla testa. Toccò il suo viso ed era freddo come un cuscino di seta del divano. Sam dovette trascinarla via, cercando di parlarle. Ci volle un giorno prima che riuscisse a parlargli e fu solo per dirgli di stare calmo.

"Martha!"

Era Paula che aveva attraversato lo spiazzo per venirle a parlare. "Che fai? Chi era quel ragazzo?" Guardò la carta in mano a Martha, allontanò lo sguardo.

Ci volle un attimo per Martha per tornare alla realtà. Sarebbe stata la prova, questa. "Uno di quei punk," disse. "Una nottata calda."

"E' il buco nell'ozono. Incasina l'aria."

"Fa sempre caldo in ottobre." La voce le usciva come acqua sorgente.

"Ma non così," disse Paula.

"Mi piace la tua camicetta."

"Questa? Oh, non vale niente. Se non ti piace il motivo basta che la lavi."

Martha rise. Tornarono nella sala. La maggior parte della gente s'era già seduta. Martha si affrettò verso il suo posto. Mise di lato le altre cartelle e si pose quella nuova proprio di fronte. Pedine magenta per le zone centrali. Mel Shiffman, con sempre meno capelli, atletico e con addosso un ghigno provocante salì sulla pedana per annunciare il resto delle partite.

"Ai posti, ai posti," disse, come se entrasse in classe appena dopo la campanella. "Undicesima partita, sulle vostre cartelle normali, bingo normale. Primo numero: Sotto l'O,65."

La stanza si fece silenziosa. Martha aveva quel numero, sulla carta più bassa, angolo in basso a destra.

"B-14." Angolo in alto a sinistra.

"N-33." In alto a metà.

"N-42." Niente. Martha iniziava a preoccuparsi.

"O-72." Destra in alto. Un altro per gli altri angoli: B-1. B-1, pensò.

"B-1."

Fu un'onda di luce, una gioia che la riempì, come se la macchina dei numeri, la voce di Mel Shiffman e il mondo stesso fossero sotto il suo controllo. "Bingo!" urlò. Il brusio della gente le risuonò nelle orecchie. Ed Kelly le si avvicinò e controllò i numeri. "Abbiamo un bingo," annunciò Mel.

Kelly le pagò venti dollari. Le banconote erano arricciate e secche come foglie morte. "Numero successivo: I-25." Tutte e due i pannelli sulla cartella di Martha avevano quel numero. Shiffman ne chiamò altri tre. Ogni numero trovò la sua controparte nella sua cartella. Tutti i suoi sensi erano amplificati: la cartella di fronte a lei e la grana del tavolo di legno su cui poggiava risaltavano con la tridimensionalità di un'immagine per bambini della Viewmaster; i colori erano distinti e puri. Nell'aria riconosceva gli odori mischiati della pizza e del fumo delle sigarette e un filo di esalazione degli autobus che entrava dalla finestra. Udiva gli sbuffi e i mormorii della folla inquieta, poteva quasi identificare le voci individuali dei suoi amici che si piegavano sopra le loro cartelle del bingo, desiderando, sperando di vincere. Tranne che Martha sapeva che non ci sarebbero riusciti: avrebbe vinto lei. Come seguendo un ordine di Dio i numero vennero a lei, uno per uno, e lo spazio interno fu pieno. "Bingo!" urlò di nuovo.

Udì il grugnito della folla in modo più chiaro, un sospiro esplosivo appesantito dalla frustrazione e subito dopo le voci, "Due volte di fila." "Stanotte è fortunata." "Non vinco mai." "Mi mancava solo N-32!" "Vince sempre lei." L'ultima era la voce di Betty, lontana sei metri e chiara come se bisbigliasse nell'orecchio di Martha.

Kelly si avvicinò e pagò i quaranta dollari. Quaranta dollari le sarebbero bastati una settimana. Si sarebbe potuta comprare una gonna nuova, far aggiustare il bagno, comprarsi una bella bistecca. "Sembra che sia la tua serata," disse Kelly. "O forse è solo questo tavolo."

"Non mi era mai successo di vincere tanto," disse.

"Non far finta di sentirti in colpa," disse Kelly facendole l'occhietto.

Iniziò a protestare, ma se n'era già andato. C'era qualcosa che non andava col suo udito. Poteva sentire la gente attorno a lei troppo dettagliatamente, riusciva a scoprire voci singole. Iniziò la partita successiva. Martha cercò di concentrarsi. Poteva sentire la tensione e ogni sospiro che udiva al chiamare di un numero che era sulla sua cartella e non in quella di colui che aveva sospirato era come una spina nel fianco. Quando arrivò l'ultimo numero, quello che completava la cornice esterna nel pannello superiore di gioco e copriva l'intero pannello, passò un attimo prima che riuscisse a controllare il respiro per urlare "Bingo!"

Il grugnito che seguì era pieno di gelosia malamente repressa. Disperazione. Perfino odio. Rimbombò in modo vuoto nell'udito alterato di Martha. Sollevò lo sguardo e vide visi invidiosi rivolti su di lei. Attraverso la stanza vide l'occhiata irritata di Betty. Dalla folla si levava un brusio. Kelly lesse i numeri dalla sua cartella. Qualcuno azzittì qualcun altro. Shiffman annunciò che questo era, senza dubbio, miracolosamente, un bingo valido. Qualcuno rise. Kelly pagò la vincita combinata di 120 dollari, una cifra che alcune di queste persone avrebbero visto in un mese. Sorrise a disagio verso di lui. Lui contò i soldi senza commenti.

Era tutto ciò che poteva fare per coprire le zone libere nella partita successiva. Shiffman, così nervoso che il sorriso era scomparso per la prima volta da che poteva ricordare Martha, iniziò. I primi quattro numeri che chiamò, come un sogno che si trasformi in incubo, tracciarono una diagonale vincente attraverso la cartella di Martha. Quando balbettò "bingo," lo fece con la metà della forza che aveva usato in precedenza.

Le grida sbigottite erano schiaccianti. La sala sembrava piena di voci invidiose. Un verme di dolore le rodeva il petto. Provò a non prendere il denaro, ma Kelly insistette. Ogni banconota che veniva contata era come un colpo e quando alla fine terminò lei non aveva neppure il fiato per ringraziarlo.

Quando, nella partita successiva, si accorse di aver vinto di nuovo comprese che non avrebbe retto. Non mise neppure le pedine nelle caselle finchè alla fine un'altra donna nella stanza non urlò "Bingo!" L'urlo trionfante della donna fu accolto da grida di gioia.

Martha cercò di andarsene, ma le gambe erano troppo deboli. Sedette per tutta l'ultima partita guardando in silenzio la propria cartella, mentre il dolore le saliva dal petto verso la gola. Se fosse stata capace di fronteggiare le conseguenze si sarebbe preso ogni dollaro. Alla fine terminò. Raccolse le sue pedine e i contrassegni e si diresse incespicando verso la porta. Gli amici cercarono di parlarle. Betty Alcyk chiamò il suo nome. Ma il ricordo della voce di Betty su tutte le altre l'azzittì. Non poteva parlare a Betty. La loro amicizia era stato solo un patto tra perdenti, incapace a resistere alla minaccia di una di loro che vinceva. Ma c'era qualcosa di peggio. Se ci fosse stato qualcun altro ad avere la carta magica, anche se questa persona fosse stata la più cara al mondo per Martha... Betty... Sam, il suo povero marito... persino il suo splendido figlio perduto, David... la sua voce avrebbe forse avuto lo stesso odio?

La gente si accodava all'uscita. Le loro voci risuonavano nella sua testa. Non aveva nulla da dire loro.

Si chiese se l'avesse mai avuto.


© John Kessel, vietata la riproduzione senza l'autorizzazione dell'autore
tit. orig. Mrs. Shummel Exits a Winner
Isaac Asimov's Science Fiction Magazine, june 1988, pp.101-111
tr. it. Danilo Santoni