Entrando in volo a Napoli
(Flying into Naples)

Nicholas Royle

Nell'entrare in volo a Napoli il 737 incontra delle turbolenze e viene sballottato un po'. Fuori è buio ma non scorgo nessuna luce sul terreno. Sono un viaggiatore nervoso in qualsiasi condizione e queste non mi fanno sentire meglio. Quello che mi preoccupa maggiormente è il decollo e l'atterraggio.

Ma quando siamo giù e attraverso il piano sintetico in direzione degli edifici dell'aeroporto c'è una immobilità calda e umida nell'aria che mi fa apparire strana la turbolenza. Passo attraverso il controllo dei passaporti e la dogana come qualcuno in un sogno. Gli ufficiali sembrano coperti da uno strato sottile di polvere come se se ne fossero stati là per anni, semplicemente ad aspettare.

Nessuno mi rivolge la parola e salgo sul pullman contrassegnato "Napoli Centro". Sono in vacanza. Tutto ciò che ho a Napoli è un nome, una foto e un numero sbagliato. Il nome è quello di una donna, Flavia, e la foto e quella della veduta dal suo appartamento. Il numero di telefono che ho provato la settimana scorsa per dire che arrivavo è risultato appartenere a qualcuno che è completamente estraneo.

Dalla foto e dalla mia cartina ho tirato fuori che l'appartamento è su una collina nel lato ovest della città. Non c'è molto altro per continuare. E' troppo tardi per andare a cercarlo stanotte. Flavia non mi aspetterebbe, oltre a qualche invito occasionale non c'è stato nessun accordo, e le ci vorrebbe un bel po' per sistemare le cose.

L'ho conosciuta anni fa quando venne a Londra e scese nell'hotel in cui lavoravo al bar. Ci incontrammo per un breve periodo, una vacanza romantica se preferite, ma qualcosa mi ha detto che non l'avrei scordata. Se sia stato il sorgere del sole che abbiamo guardato assieme o la sorpresa del suo corpo nell'ombra tranquilla della mia camera sopra la cucina, o una combinazione di questi e di altri fattori... il suo sorriso, la mia particolare vulnerabilità, i suoi capelli ricci scompigliati,... questo non lo so, ma qualcosa me l'ha fissata in mente. Così quando mi sono ritrovato con una settimana di vacanza alla fine di tre mesi difficili in un lavoro nuovo e stressante, ho tirato fuori le sue lettere, solo due o tre nell'arco di otto anni, inclusa questa foto recente della vista dal suo appartamento, e ho prenotato un volo all'ultimo minuto per Napoli.

Non c'ero mai stato anche se avevo sentito tanto parlarne, quanto fosse violenta e pericolosa per gli stranieri e quanto fosse, comunque, bella e mi sarebbe piaciuto sforzarmi a cavarmela in italiano.


Ci sono solo io nel pullman oltre ad un altro uomo, uno del posto che ha passato tutti i 20 minuti del viaggio a parlare su un cellulare con l'amica di Roma, e al conducente taciturno. Sono arrivato prima dell'inizio della stagione ma è già abbastanza caldo da non aver bisogno della mia giacca di lino.

Io sono divorziato. Di Flavia non lo so. Non ha mai menzionato nessuno, proprio come non ha mai rivelato il suo indirizzo quando mi ha scritto. Sono due anni che sono divorziato e un periodo da scapolo soddisfatto è arrivato solo recentemente alla sua fine naturale, e con l'arrivo della primavera a Londra mi sono ritrovato a guardare di nuovo le donne: seguendo un orlo attraverso il traffico umano di Kensington, voltandomi per vedere un viso di donna a Green Park con dei capelli che facevano colpo visti da dietro. A Berkeley Square potrebbe essere primavera ma a Napoli sembra di essere in piena estate. L'aria è immobile, calda e umida quando scendo dal pullman alla stazione centrale e inizio a camminare per il centro in cerca di un albergo economico. Immagino d'essere probabilmente abbastanza vistoso per quella che dovrebbe essere una delle aree più pericolose, ma gli alberghi nelle immediate vicinanze (il pavimento fuori dell'Europa è ingombro di secchi della mondezza rovesciati; l'alto, scuro e stretto Esedra appare come se fosse sul punto di cadere da un lato) appaiono tutt'altro che accoglienti e tiro dritto. E' tardi, le 22 e 30 passate, e anche i bar e i ristoranti sono chiusi. I ragazzi passano rumorosamente su una Vespa o su un Piaggio senza casco con l'apparente dedizione dei conducenti al motto "vivi veloce, muori giovane". Tengo la valigia stretta e cerco di apparire disinvolto ma dopo circa 15 minuti gli alberghi sono scomparsi. Raggiungo una grossa piazza deserta e mi addentro nelle profondità della città. Chiedo ad una guardia giurata con una pistola nella fondina se c'è una pensione nelle vicinanze, ma alza le spalle e si allontana. Salgo lungo una strada che ha delle insegne accese ma scopro che è un bar notturno e una bancarella di frutta. Due ragazzi mi chiamano da un portone e dato che non capisco tiro avanti, ma in cima c'è una sbarra e al di là un complesso privato di appartamenti, così devo ritornarmi e i due ragazzi stanno ridendo quando passo davanti a loro.

Provo in un'altra direzione, ma ci sono solo banche e negozi alimentari, tutti sbarrati. Ben presto mi rendo conto che devo tornare indietro verso l'area attorno alla stazione ferroviaria. Attraverso la strada per evitare le prostitute all'angolo di via Seggio del Popolo, non per qualche falso pregiudizio morale ma solo perché mi sembra doveroso fare di tutto per starmene fuori dai problemi dato che è facilissimo cercarsi guai in un paese straniero. Ma nell'attraversare la strada inciampo in un problema. C'è una ragazza in un portone che per il buio non ho notato. Schizza fuori dal portone per pararmisi di fronte e io boccheggio per la sorpresa. Il lampione mette i lividi scuri attorno ai suoi occhi in una prospettiva ancora più profonda. Gli occhi sono sprofondati, quasi perduti nel suo teschio e sotto il mento ci sono i peli scuri e spessi di una barba giovanile. Parla con velocità chiedendo qualcosa e prima che mi sia ripreso estrae una lame luccicante dalla tasca della giacca e la spinge verso di me come si fa con una torcia verso un animale. Reagisco troppo lentamente e sento un graffio caldo e improvviso sul braccio nudo.

La mia giacca e sull'altro braccio così ho la fortuna di non lasciarla andare e di dare possibilità alla donna di colpire ancora. Affonda ma sono lontano sulla strada di corsa per mettermi in salvo. Quando è chiaro che non mi segue mi fermo per respirare. Uno o due passanti mi guardano con poca curiosità. Mi incammino di nuovo verso la stazione ferroviaria. Lungo una strada laterale sulla destra riconosco uno degli alberghi che ho visto in precedenza, l'Esedra. Prima il suo aspetto non mi era piaciuto ma ora è il mio riparo dalla strada. Mi avvicino alla porta a vetri ed esito nel realizzare che ci sono molti uomini nell'atrio. Ma il pensiero della donna drogata mi fa entrare. Così spingo la porta e gli uomini sollevano gli sguardi dal tavolo di gioco. Sto per chiedere una stanza quando uno degli uomini, che mi ha dato una lunga occhiata, dice qualcosa al tipo dietro il piccolo bancone e questi si allunga per prendere la chiave dalla casella 17. Capisco cosa sta accadendo, mi hanno confuso per qualcuno che è già ospite, e un tempo sarei stato tentato ad accettare la chiave nel desiderio di risparmiare soldi, ma ormai non sono più a corto di denaro. Così esito solo per un attimo prima di dire che sto cercando una stanza. L'uomo rimane per un attimo confuso ma mi porge da un gancio un'altra chiave, stanza 19, e dice una cifra. E' bassa, l'albergo probabilmente è un covo di prostitute ma per ora non mi importa. Mi occorre un letto per la notte.

"E' al terzo piano," dice l'uomo. Pago e salgo le scale. Ci sono delle lampadine ma sono coperte pesantemente tanto che le scale sono più buie delle strada di fuori. In ogni pianerottolo ci sono quattro porte, tre stanze e un bagno con doccia. Apro la porta della stanza 19 e la chiudo dietro di me.


Seguo una routine con le stanze d'albergo: mi chiudo dentro e accendo tutte le luci e apro tutti gli armadi e tutti i cassetti fino a che non sento di conoscere al meglio la stanza. E provo sempre la finestra.

Ci sono due letti singoli, alcuni mobiletti un bidè e un lavabo... apro l'acqua fredda e mi pulisco la ferita sul braccio. La finestra ha la serranda abbassata. Tiro la corda per sollevare la serranda. Mi affaccio su Corso Umberto I che arriva fino alla stazione. Esco sul balconcino e le mani mi si riempiono di polvere dalla balaustra in ferro battuto. Anche le auto nella strada sottostante sono ricoperte da uno strato di polvere. Il vento porta sabbia dai deserti del nord Africa e con la pioggia cade giù. Porto una sedia sul balcone e mi siedo per un po' a pensare a Flavia. Da qualche parte in questa città se ne sta seduta a guardare la televisione o a mangiare in qualche ristorante e non sa che sono qui. Domani cercherò di trovarla.

Osservo la strada e sono contento di non essere più là a cercar riparo. Capannelli di giovanotti si sciolgono agli angoli della strada e attraversano strade che non occorre attraversare. Dopo un po' inizio a provare una solidità spiacevole che mi striscia negli arti così porto dentro la sedia e tiro giù la serranda. Preferirei lasciarla aperta ma la finestra aperta potrebbe apparire come un invito.

Sto allungato sul letto sperando che il sonno arrivi ma c'è un rumore che corre e che gratta che mi tiene sveglio. Viene dal lato opposto della stanza, vicino al lavabo e alla stampa incorniciata della città antica di Pompei. Sembra un insetto, probabilmente uno scarafaggio. Non sono preoccupato. Ho diviso già prima stanze d'albergo coi parassiti, ma vorrei andare a dormire. Non c'è più interesse in questa giornata e sono ansioso che inizi la prossima.

Qualcosa d'altro mi preoccupa: vorrei andare a vedere la porta della stanza 17 e perché il proprietario stava per darmi quella chiave. Il raschiare si sta facendo più forte e sebbene non riesca ad addormentarmi sto diventando sempre più stanco cosicché inizio ad immaginare l'insetto. Sta dietro il quadro dove s'è scavato un buco e se ne sta là ad aspettare che sposti il quadro per venire verso di me, lento e mortale, come un bombardiere Lancaster. Il rumore mi entra nel cervello. La cosa deve avere ali ed antenne enormi. Gratta... gratta... gratta. Non lo sopporto più. Mi alzo, mi infilo i pantaloni e lascio la stanza.

Le scale sono completamente buie. Trovo la strada fino al pianerottolo successivo e accendo la luce nel WC per vedere i numeri sulle porte. Spingo la porta della stanza 17, sentendo lo strato di polvere sotto le dita, e lei si spalanca. Le fessure nella serranda lasciano passare abbastanza luce per pitturare l'immagine sfocata di un uomo che giace sul letto e che non appare diverso da me. Entro nella stanza e sento della sabbia sul pavimento sotto i piedi. Come mi avvicino l'uomo sul letto si volta per fissarmi. Le labbra si muovono lentamente.

"Sono venuto direttamente qua," dice, "invece di andarmene in città per cercare qualcosa di meglio."

Non so cosa dire. Spingendo una sedia mi siedo accanto a lui.

"L'ho trovata," continua. "Vive sopra la città nella parte occidentale. Si vede il Vesuvio dalla finestra."

Afferro la sua mano e cerco di leggere l'espressione sul suo viso. Ma è vuoto. Le parole frusciano nella sua bocca come foglie secche imprigionate tra i sassi.

"Lei non è interessata. Stai attento al Vesuvio," bisbiglia e poi cade nel silenzio. Sto per un po' seduto là a guardare il suo viso grigio in cerca di un segno di vita ma non c'è niente. Provando una tristezza insopportabile per cui non riesco a dire un motivo preciso, torno nella mia stanza per allungarmi supino sul piccolo letto. L'insetto sconosciuto è ancora occupato a grattare dietro le rovine di Pompei.


Mi sveglio per l'eccessivo traffico sotto la finestra, la testa ancora densa di sogni. Scendendo le scale mi fermo sul pianerottolo di fronte alla stanza 17 e provo un tormento. Ma so che la cosa più facile è di non pensarci troppo e continuare a scendere le scale, lasciare la chiave e lasciare del tutto l'albergo. Anche se non dovessi trovare Flavia non tornerei qua. Cercherei qualcosa di migliore.

Attraverso la città fermandomi ad un baretto per un cornetto e un cappuccino. L'aria odora di caffè, sigarette e bucato. File di panni sono appese negli stretti passaggi come dei pavesi. Le persone sui motorini abbassano la testa per evitare gonne e calzini mentre si slanciano sul selciato. Le auto passano per vicoli larghi appena per camminare col guidatore che si attacca al clacson per far sgombrare la strada. I pedoni si fanno da parte senza fretta e non ci sono liti o rimostranze.

Il sole batte a picco ma c'è una foschia come se una pellicola di nylon fosse stesa sopra i tetti, polvere nell'aria. Mi sto dirigendo ad ovest e salgo attraverso aree distinte. Le differenze di classe appaiono chiaramente nelle case ( i bassi, piccole stanze che si aprono direttamente sulla strada e più su fino agli enormi quartieri di appartamenti con cancelli e sicurezza privati) e nei negozi e nelle merci che vi si vendono. Solo la polvere è sparsa dovunque.

Come salgo abbastanza da poter vedere il Vesuvio davanti a me prendo la foto e la uso per indirizzare la ricerca, dirigendomi sempre ad ovest.

Mi ci vogliono un paio di ore per attraversare la città e localizzare la strada giusta. Mi assicuro che sia la vista giusta prima di iniziare a leggere i nomi sui campanelli. Il palazzo deve trovarsi sul lato sinistro della strada perché quelli sulla destra non sono alti abbastanza per avere una vista al di sopra di quelli sulla sinistra. Ancora non so se riuscirò o meno a trovare il nome. Attraverso gli spazi tra i palazzi riesco a vedere il Vesuvio dall'altra parte della baia. Guardando in avanti riesco perfino a stimare il palazzo esatto e risulta che avevo ragione. C'è il nome, F. Sannia, tra un'altra dozzina. Suono il campanello senza pensarci.

Quando Flavia viene ad aprire la porta mi sorprendo. Forse dovrebbe essere lei più sorpresa di me, ma rimane con un'espressione vacua sul viso. Che viso, comunque, che bellezza straordinaria. Aveva un bell'aspetto quando ci incontrammo la prima volta, naturalmente, ma col passare degli anni si è trasformata in una donna incantevole. Ho paura che a sporgermi in avanti per baciarla sulle guance possa farla sbriciolare. Ma lo sguardo è vuoto. Non so se mi abbia riconosciuto. Pronuncio il suo nome e poi il mio e devo desumere che la sua acquiescenza (nel voltarsi verso l'atrio ed esitare momentaneamente) rappresenti un invito. Così la seguo. Cammina lentamente ma con la stessa leggerezza nel passo che ricordavo.

Nel seguirla nell'appartamento sono attratto immediatamente dal lato opposto della stanza dove c'è un balcone con una veduta spettacolare della baia di Napoli e, proprio al centro sullo sfondo, del Vesuvio. Non sapendo dove sia scomparsa Flavia rimango là ad osservare la veduta per alcuni minuti. Napoli è costruita sulle colline e una di esse sale dal mare per dominare la metà sinistra del terreno, terrazzata da immensi palazzi diroccati e spaccata da strade che vanno assottigliandosi e vicoli che scavano sempre più a fondo diventando sempre più stretti. Tutta la città ronza come un alveare ed auto e scooter giravano rombando come fuchi. Ma l'attrazione principale è il Vesuvio. Che posto per costruire una città: all'ombra di un vulcano.

Ci vuole un po' prima che realizzi che Flavia è tornata e mi sta dietro mentre ammiro la veduta.

"Che vorresti fare mentre resti a Napoli?" chiede con voce piatta. "Resti qui, naturalmente."

"Sei gentile. Volevo informarti in qualche modo, ma penso di avere il numero di telefono sbagliato." Le mostro il numero sulla mia agendina.

"L'ho cambiato," dice mentre si siede in una delle sedie di vimini e fa un gesto verso di me indicandomi di fare la stessa cosa. "Sono rimasta vedova sei volte," dice e poi cade nel silenzio. "E' più facile."

Non so cosa dire. Penso che abbia voluto dire qualcosa d'altro, che abbia fatto un errore col suo inglese, anche se appare così grigia e smorta che la frase potrebbe anche essere esatta.

Restiamo seduti sul suo balcone per una mezz'ora a guardare alla città e al vulcano e alla parte distante della baia, un tempo durante il quale formulo molte frasi con cui iniziare da nuovo una conversazione ma ognuna rimane inespressa. Qualcosa nella sua passività mi spaventa. Non sembra adattarsi allo slancio vitale della città in cui vive.

Ma Flavia parla per prima. "Con questa veduta," dice lentamente, "è impossibile non guardare al vulcano, non rimanerne ossessionati."

Annuisco.

"Mio padre era ancora vivo quando ci fu l'ultima eruzione," continua, "nel 1944. Ora il Vesuvio è addormentato. Vuoi vedere Napoli?" chiede volgendosi verso di me.

"Sì, con piacere."

Lasciamo l'appartamento e Flavia si avvia verso una vecchia Fiat Uno tutta ammaccata. La sua guida è una rivelazione: una volta nell'auto e nel negoziare le strade a tornanti parcheggiate a doppia fila che portano verso il centro Flavia è una donna completamente differente. Ecco la ragazza vitale e appassionata che avevo conosciuto a Londra. Sfida gli altri guidatori con la determinazione e la vivacità che aveva mostrata nella mia stanza che s'affacciava sul parcheggio dell'albergo, quando la prendevamo a turno per sederci a cavalcioni l'uno sull'altro. Mi guidava allora come ora guida la Fiat, spingendola verso curve a 180 gradi e andando a tavoletta nei rettilinei. Non ha messo la cintura; sgancio la mia, abbasso il finestrino e metto il piede sopra il cruscotto di plastica di fronte a me. Ad un certo punto, mentre tiro indietro velocemente il braccio per evitare un autobus, Flavia volta la testa e mi sorride, proprio come ha fatto sette anni fa, prima di cadere addormentata.


Scartiamo dentro ad un parcheggio e Flavia tira il freno a mano. Una volta fuori dell'auto è di nuovo tranquilla, scivolando silenziosa acconto a me. "Dove stiamo andando?" le chiedo. Oltre la città la cima del Vesuvio è drappeggiata da una spessa nuvola grigia. Fuori sul mare alla nostra destra un cuneo pesante di grigio più scuro e tuonante si sta facendo largo verso terra lasciandosi dietro veli di pioggia. Nel giro di un paio di minuti l'isola di Capri è cancellata dalla tempesta che passa sopra ad essa e nella baia.

"Vorrà star sola," dice Flavia e quando la guardo perplesso continua, "Si dice che si veda una donna che si piega nel profilo dell'isola."

Ma Capri è persa dietro a strati di veli grigi e appena Flavia finisce di parlare esplodono le prime gocce di pioggia sulle mie braccia nude. Nel giro di pochi secondi siamo zuppi dal rovescio di una grossa pioggia estiva dolciastra. La camicia sottile mi si è appiccicata alle spalle. La pioggia scorre lungo il corpo immobile di Flavia a rivoli. Sembra impermeabile all'effetto purificatore e rinfrescante che provo io. Gocciolando con la pioggia che mi rimbalzava sulla fronte le faccio un sorriso ma la sua espressione non cambia. "Facciamo due passi?" suggerisco, adocchiando alcuni alberi a distanza che ci potrebbero dare un qualche riparo. Lei si volta semplicemente ed inizia a camminare senza dire una parola, così la seguo. Gli alberi (che mi rendo conto di aver visto in precedenza dal terrazzo di Flavia) nascondono l'acquario cittadino, ospitato nel pianterreno di un pesante palazzo in pietra. Pago due biglietti e passiamo davanti ad una successione di vetrine tetre che danno su di un altro mondo. E' così umido laggiù che mi sembra quasi di essere entrato nell'elemento dei pesci. La camicia mi si attacca alla schiena, non asciugandosi per niente sotto le luci deboli. La camicetta bianca di Flavia è incollata sulle sue spalle ma per quanto posso vedere non c'è nessun tremito di vita. Guarda i pesci senza vederli, la razza sinistra e il polipo lugubre che ci osservano con un'espressione che sento ma che non posso nominare. Dato che inizio a sentirmi in ansia supero di corsa i gamberi e i cavallucci marini (che vedo solo come una macchia di virgole e punti interrogativi) e sono sollevato di ritrovarmi all'aria aperta.

Flavia mi porta in un ristorante che conosce e mangio i cugini delle creature che abbiamo visto nell'acquario. Flavia ordina acqua minerale e ostriche ma poi le tocca appena. Ho i denti che sfregano particelle minute di polvere o di conchiglie nel sugo ma non dico niente perché sembra che sia un problema dell'intera città. Le scarpe di vernice nera del cameriere sono velate da un sottile strato di polvere.

Osservo Flavia mentre mangio e lei guarda fuori di finestra alla pioggia battente. Quando si sposta lo fa con una lentezza incredibile che fa nascere in me una tensione. La sua immobilità mi porta a volerla proteggere. Deve aver sofferto così tanto, come un albero che è stato scosso da così tante tempeste che è stato spogliato delle foglie e dei ramoscelli, ma ancora resiste, orgoglioso e spavaldo. Desidero allungarmi per toccarle la guancia nella speranza che lei si ammorbidisca e sorrida, ma anche un atto così meditato appare temerario. La cosa peggiore sarebbe se lei rimanesse indifferente al mio tentativo.

Comunque, mentre continuo a mangiare sono colmo di desiderio per lei. Desidero portarla a letto e sorreggerla e togliere via gli anni insieme al leggero strato di vestiti.

Il desiderio cresce per tutto il resto della giornata. Andiamo ad un paio di piano bar in degli scantinati e ad un club dove una folla di persone sorprendentemente belle si riversa per la strada. L'atmosfera di intossicazione e di eccitazione sessuale non riesce a riportare Flavia in vita. Si limita a passare le dita sulla polvere che sembra rivestire i tavoli in ogni bar in cui andiamo.

Solo nell'auto torna ad essere viva mentre andiamo da un luogo ad un altro, sobbalzando lungo vie di fuga rumorose e selciate e tuffandoci in vicoli stretti come crepe. I fanali dell'auto fanno sobbalzare i gatti e in una piazza fuori mano un conciliabolo di uomini dalla barba non rasata che emergono da una porta con la zanzariera. "Questo è un quartiere pericoloso," dice indicando strade che ricordo dalla mia prima notte. "La camorra. La nostra mafia. Ti uccidono a vista."

Molto dopo mezzanotte ci ritroviamo in un parco sopra la città nello stesso lato dell'appartamento di Flavia ma molto più spostati rispetto alla baia. "Questi giornali," indica dei mucchi di quotidiani accatastati sul bordo della strada. "La gente qui viene con le macchine e usa i giornali per coprire i finestrini. E poi fanno l'amore."

Osservo il cumulo di giornali mentre giriamo lentamente per il perimetro del parco. "Perché?" Chiedo. "Perché c'è gente a casa? E' la loro unica possibilità?"

Si stringe nelle spalle. "Lo fanno nelle macchine e poi buttano i giornali dal finestrino."

"E che vista che hanno!" Dico mentre guardo attraverso la baia all'ombra dominante del Vesuvio.

Una volta a casa lei torna a ritirarsi nel proprio guscio. Il mutamento improvviso mi colpisce. Desidero toccarla, dormire con lei, ma di colpo è come se fossimo degli estranei totali. Si siede sul terrazzo a fissare il Vesuvio e le porto qualcosa da bere. Come lo appoggio passo l'altra mano sul suo braccio e lo stringo appena. Non reagisce così giro una sedia di vimini verso di lei e mi siedo nel buio solo per guardarla mentre guarda il vulcano. La luna le dipinge il viso con una tinta pallida. Posso vedere la forma dei suoi seni sotto la camicetta bianca e concentrandomi scorgo anche i più piccoli movimenti quando respira. Per il resto potrei dubitare che sia ancora viva. "Vuoi andare a letto?" chiedo.

Mi guarda semplicemente. Dentro di me la tensione sta arrivando ad un punto di rottura. Quando Flavia si alza per andare nella sua camera la seguo. Si spoglia di fronte a me. La luce della luna rende la sua pelle grigia e inerte. Mi spoglio e mi allungo accanto a lei. Non mi allontana ma non fa neppure niente per incoraggiarmi.


Quando la mattina mi sveglio è partita. Il cuscino dalla sua parte è ancora affondato e tiepido al tatto. Avrei voluto fare qualcosa la notte precedente, ma la sua terribile passività aveva ucciso il mio desiderio. Una notte di riposo, comunque, me lo ha fatto rinascere. Se fosse qua ora la costringerei a decidersi, se accettarmi o rifiutarmi, entrambe le cose preferibili all'indifferenza.

Mi vesto ed esco sul terrazzo. La cima del Vesuvio è coperta di nuvole. L'aria sulla città è caliginosa. Sul tavolinetto c'è un messaggio di Flavia per me. E' dovuta partire per tutto il giorno e potrei divertirmi da solo? Posso fare ciò che voglio. Lei suggerisce di visitare Pompei.


La Circunvesuviana rotola dalla parte orientale di Napoli e costeggia il vulcano, passando per San Giorgio ed Ercolano, il sole batte a picco sui condomini bianchi diroccati. Evito la parte nuova di Pompei e mi dirigo direttamente verso gli scavi. Dei turisti tedeschi tirano sul biglietto d'ingresso. Pago e passo oltre, staccandomi appena possibile dalla folla. Camminano a passo lento lungo il percorso prescritto armati di guide da cui il direttore auto elettosi legge a voce alta, scegliendo soprattutto la sezione in lingua inglese, nel passare di fronte a qualche monumento particolare. La stessa persona, una camicia rossa sborsata sopra la cintura dei pantaloni di lino color panna, porta la videocamera e ascolta impassibile tutti coloro che suggeriscono di usarla loro. Sono una distrazione da ciò che mi circonda: una città preservata ad un livello molto più grande di quanto mi fossi aspettato. Gironzolo lungo un'area di scavi recenti dove sono solo con gli insetti ronzanti e lucertole che si crogiolano al sole e scattano via al mio arrivo. Il caldo va aumentando e dopo un quarto d'ora che mi faccio strada attraverso vie pavimentate, riportate alla luce e costeggiate da mura che arrivano alle spalle, e grosse strisce di sottobosco debordante, mi devo sedere per riposare un po'. Guardo verso il Vesuvio, una grossa forma nera che dondola da un lato all'altro dietro la foschia che si va addensando.

Un'ape grossa quanto uno scarafaggio grasso si muove pesantemente verso di me ronzando come un'intera nidiata di mosconi e devo chinarmi per evitarla. Anche dopo passata posso sentirla ancora, come se non fossi riuscito a spostarmi abbastanza velocemente e in qualche modo mi fosse entrata nella testa. Il sole, nonostante la polvere nell'aria, amplifica il rumore e mi cuoce la testa cosicché ogni cosa all'interno batte rumorosamente come se fosse libera. Lontano, alla fine di una lunga strada diritta sulla mia destra riconosco il gruppo di turisti tedeschi, fermi nell'attenzione di ascoltare l'uomo con la camicia rossa, lo stomaco, la telecamera e la guida. Le sue parole sono per me solo un mormorio debole in mezzo al ronzio costante delle mie orecchie. Ho gli arti che formicolano come se ci passasse attraverso dell'elettricità, poi si fanno completamente intorpiditi e il ronzio si fa più lento e anche più forte. Dalla parte opposta della lunga strada diritta i tedeschi si sono congelati nella loro posizione. L'uomo con la camicia rossa nell'atto di sollevare la telecamera verso l'occhio, una donna in short e top avvolgente è catturata nell'atto di sporgersi in avanti, non senza grazia, per correggere l'allacciatura delle sue scarpe da ginnastica. L'aria tra loro e me è spessa di sabbia brillante, lampeggia nella luce dorata del sole. Le minute particelle danzano, ma le figure rimangono pietrificate.

Di colpo si muovono, ma in gruppo piuttosto che individualmente. Sono spinte silenziosamente da una parte come una collezione di statue su una piattaforma mobile invisibile. E' come se venissero accantonati in un altro mondo mentre io rimango in questo a scansare gli insetti e vorrei andare con loro. Forse in qualsiasi parte stiano andando non ci sarà questo terribile rumore di sgretolamento che mi da l'interno della mia testa come uno sfondare continuo.

Per quando mi è tornata una certa sensibilità alle braccia e alle gambe i turisti tedeschi sono completamente scomparsi. Incespico sulle enormi tavole da forno cercando di sfuggire alla punizione. Seguendo il minimo accenno di un abbassamento del livello di rumore svolto dentro ad un vecchio portone in pietra ed inizio una ricerca disperata di silenzio: sopra massi, attraverso grovigli di ortica e viticci dove farfalle enormi fanno lenti progressi attraverso la foschia. Come il dolore si abbassa e poi inizia ad abbattersi, so di dirigermi verso la direzione giusta. Un paio ancora di svolte acute al di là di enormi cumuli coperti di erba e mura crollate dove lucertole delle dimensioni dei ratti inghiottono all'aria polverosa; il rumore scompare del tutto, il dolore rifluisce e il caldo liquido d'ottone del sole pacifico fluisce nella mia testa ammaccata. Cado sulle ginocchia con le mani che mi coprono il viso e quando le tolgo mi ritrovo a guardare direttamente nelle orbite vuote e grigie di un uomo pietrificato. Il suo viso è contorto dal dolore che ha provato mentre la lava gli fluiva addosso. Urlo perché l'uomo assomiglia così tanto a me che è come guardare in uno specchio e una lucertola di colpo schizza fuori da uno degli occhi e si infila dentro la bocca spalancata. Il dolore è tornato e questa volta non se ne va fino a che non svengo.


Resto incosciente per delle ore perché quando torno in me, massaggiandomi la fronte, il sole getta ombre abbastanza diverse sul viso di pietra. Con un certo sgomento devo ammettere che ancora mi assomiglia. Per alcuni minuti mi siedo ad osservare gli insetti che usano le sue cavità e i suoi passaggi come farebbero con formazioni rocciose simili.

In seguito racconto a Flavia quanto i suoi lineamenti vulcanici assomigliassero ai miei.

"E' abbastanza comune avere un'allucinazione dopo un'eruzione," dice, applicando un pezzo di nastro adesivo al giornale che copre il finestrino del guidatore.

Sarà, penso, ma sono 2000 anni in ritardo. O forse lei parlava di lui? Ma non mi va di stare a discuterne, prima mettiamo su il giornale e prima posso averla.

Mi era venuto in mente che potevo ottenere il massimo dalla vivacità di Flavia collegata all'automobile cosicché la sua passività a casa non avrebbe poi avuta molta importanza.

Attraverso una fessura in cima al parabrezza posso vedere il Vesuvio salire e scendere mentre io e Flavia puniamo le sospensioni della vecchia Uno.

Nel giro di poche ore sto scalando lo stesso Vesuvio. Flavia è via da qualche parte, al lavoro, ha detto, così sono qui da solo ad affrontare il vulcano e anche se potevo prendere un'auto fino al parcheggio turistico a metà della montagna ho deciso di farmi a piedi tutta la strada da Ercolano che, come Herculaneum, fu ricoperta dallo stesso strato di lava che seppellì Pompei. La strada si ripiega su se stessa mentre salgo. La routine si fa presto automatica mentre mantengo una ascesa regolare e un respiro efficiente. Nella mia mente scorre di nuovo la notte precedente nell'auto di Flavia. Per sei volte le sue emozioni avevano raggiunto il punto di esplodere ed erano traboccate. Alle prime ore dell'alba l'aria nell'auto era così pesante e nauseante che dovemmo abbassare il finestrino, il che voleva dire perdere parte della schermatura del giornale, ma il parco s'era svuotato già da alcune ore.

Nel suo appartamento, dove buttai giù un bicchiere d'aranciata dopo l'altro, Flavia era tornata ad essere smorta e grigia. Stavo pensando di riportarla di nuovo nell'auto ma sapevo che dovevo salire il vulcano prima di partire: mi chiamava e questo era l'ultimo giorno in città.

Se l'aria non fosse stata tanto nebbiosa per via della polvere la vista dalla metà del vulcano sarebbe stata spettacolare. Posso vedere solo un'ombra più scura che è il centro di Napoli e una linea sottile che separa la terra dal mare. Solo l'isola di Capri è chiara a distanza ma il suo profilo non assomiglia a quello di una donna più di quanto non lo faccia il pendio tremolante sotto i miei piedi. Fino a qui ci sono alberi da entrambi i lati della strada ma si può vedere che più in alto il terreno è vuoto. Il sole ancora tenta di superare l'aria nebbiosa e una volta catturato tra il terreno e la polvere il calore non può sfuggire. Mi sono tolto la camicia e me la sono legata al collo per asciugare un po' del sudore. La montagna non sembra rimpicciolirsi anche se so che sto salendo. La strada costeggia il pendio e scompare sul retro prima di girare su se stessa e raggiungere il parcheggio e il chiosco delle bibite. Mentre vado sempre più in alto ho la sensazione del vulcano come di un uovo, il suo esterno fine e fragile e scoperchiato in cima. Mi fermo per respirare, mi sporgo indietro e mi stiro. La cima e il cratere sono coperti dalle nuvole.

Oltre il parcheggio vuoto lo stretto sentiero zigzagheggia fin dentro le nuvole. Salgo con la stessa risoluzione che ci ha preso a Flavia e a me nell'auto e sento che il premio non è per niente allontanato da quel ricordo dolce e ardente che mi fa agitare ancora adesso. La terra e gli alberi sono rimasti indietro e la nuvola grigio-ardesia si spande attorno a me come coperte di un ospedale. La montagna è fatta di scorie sparse e materiale vulcanico disintegrato, un grigio scuro uniforme, come un cavallo morente in un campo bruciato. Sono di colpo inghiottito da un'ondata di simpatia per Flavia e per gli anni di sofferenza. L'hanno trasformata in una conchiglia fragile, ma la vita in lei c'è ancora, un'energia addormentata che la notte scorsa abbiamo risvegliato. Merita una felicità più durevole e so, comunque, che non tremolerebbe neppure in qualche altra città; Napoli è la sua unica casa. Ci sono cose radicate troppo a fondo nella terra per poterle cambiare.


In vita mia non mi sono mai sentito tanto solo come ora, avvolto dalle nuvole, spinto dal vento del mare e mentre seguo un sentiero che va verso un cratere. Non riesco a vedere al di là di un centinaio di metri in ogni direzione.

Quando sento la musica penso d'essere morto o che sto ancora dormendo nel letto di Flavia a sognare. Note soffici che guadagnano un po' di forza e poi scompaiono velocemente mentre il vento ne soffia delle altre leggermente sopra e sotto nella scala. Ho già chiamato il nome di Flavia tre volte prima di rendermi conta di farlo. Il nome mi viene tolto dalle labbra e avvolto in questa ovatta sporca che mi circonda. Il suo nome rotola con le nuvole sopra la cima della montagna dove dovrebbe essere il cratere. Non dovrebbe caderci dentro.

La fonte del suono appare, una baracca abbandonata sorretta da uno scheletro di tubolari d'acciaio. Il vento li fa suonare come una siringa. Un'insegna ancora attaccata alla parete delle baracca indica la vendita dei biglietti per il cratere. Inizio a ridere per l'assurdità di una tale idea e supero i tubi suonanti verso il bordo. So che è lassù da qualche parte sebbene non possa vederlo e incespico avanzando ciecamente, consumando le scarpe tra il materiale grezzo e abbandonato. Poi di colpo il terreno scompare sotto i miei piedi e mi ritrovo a sbracciare in cerca di un appiglio. In qualche modo cerco di cadere indietro piuttosto che in avanti e mi accuccio tra gli aspri detriti vulcanici che si sporgono dal bordo del cratere. Sotto di me la nuvola si agita tra correnti d'aria calda. Sto mormorando tra me e me il nome di Flavia e penso che non avrei dovuto mai cercarla. Poi penso che forse non ci sono mai andato ma sono rimasto invece nell'albergo dominato dall'insetto.

Mentre osservo le fuoriuscite di cenere e polvere vedo un gruppo riconoscibile di forme che vagamente si creano nelle nuvole. I turisti tedeschi (quello con la camicia rossa, la telecamera lo stomaco, quella coi pantaloncini e le scarpe da ginnastica, ancora raggelati come in una mostra di sculture) discendono attraverso la polvere che sale come su una piattaforma. Un turbine più spesso sotto me li avvolge.

Passano nella gola del gigante e sono seguiti da una copia di Flavia, cadendo come una bomba al rallentatore. Un'ombra di me stesso, non so se da Pompei o dall'albergo, la segue, sfocandosi dietro al sipario della cenere appiccicosa.

L'ultima cosa che ricordo è il beccheggio e la turbolenza che ha attraversato il 737 come è passato sopra al Vesuvio scendendo verso Napoli e di colpo tutta la città nella sua pazzia con le sue strane visioni e lo strato di polvere sottile, dalle scarpe di un cameriere all'aria tambureggiante nei polmoni, ha un suo senso preciso.


© Nicholas Royle
titolo originale, Flying into Naples,
apparso originalmente in Interzone 77
tr. it. Danilo Santoni