L'uomo sgonfiabile - illustrazione di Antonio Folli

Alberto Henriet

 
 
 
OGGETTO: Estratto dal video-diario della Stazione Spaziale di Massima sicurezza Grendhal;
PERIODO: 2-7 maggio 2935.
 

2 maggio 2935

L'evoluzione biologica dei metalli era una branca di ricerca d'avanguardia della quale non mi ero mai molto occupato. Ero un ufficiale della Flotta spaziale terrestre. Due Guardie mi condussero all'astroporto di Trantor, il pianeta capitale dell'impero, e mi fecero saliresu una modernissima nave fotonica militare. Ero incatenato. Mi avevano iniettato un liquido tranquillizzante: ero semistordito e mi muovevo come un automa, che obbediva ciecamente a tutti gli ordini che gli venivano impartiti.
Non potevo opporre resistenza, la mia difesa psichica era stata imbrigliata e resa inoffensiva così come il mio livore era stato trattenuto dai vincoli cloroformizzanti, a livello psichico, di quella dannata droga. Un giorno, qualcuno avrebbe pagato per la mia ingiusta rovina: avrei fatto esplodere davvero un pianeta. Questa sarebbe stata la mia vendetta. Mi finsi pertanto docile, in parte pour cause, vista la droga massiccia di cui ero stato imbottito. E assecondai quei figli di puttana.
Il viaggio fu quasi istantaneo. Venni trasbordato in Grendhal. Là sarei stato solo per un tempo indeterminato. La paratia della nave spaziale si richiuse, eliminando alla mia vista le due Guardie. Ora, ero solo davvero, solo su Grendhal.
Un brivido di disagio lacerò le mie carni sottilmente. Mi riscossi. Ero stanco, e mi stava venendo sonno (erano i postumi dell'iniezione stordente). Caddi a terra come un pezzo di marmo, e dormii della grossa.
La stazione spaziale, quell'avamposto terrestre dimenticato da tutti meno che dal bio-computer centrale di Trantor, era totalmente automatizzata. Non avevo, pertanto, nulla da fare.
Nel mio ventre c'era una fessura verticale dagli orli scarlatti, era una ferita sempre aperta, benché non ne uscisse del sangue. Non era, però, una vera ferita. Piuttosto l'apertura nella quale poteva essere inserita una videocassetta biologica. Il rituale video era proprio dell'élite terrestre dei militari, dei burocrati dei politici e degli intellettuali. L'unico modo per fare di quel cimitero alieno (la base spaziale, intendo, nella sua morta, fredda e grigia noia) un luogo vivibile era di stravolgerlo con una videosimulazione olografica-tattile-olfattiva e così via, prodotta da una videocassetta biologica. In quella realtà simulata che avrebbe rivestito come un abito la spartana struttura metallica della base spaziale, avrei potuto vivere a mio agio.
Ma esitavo. Quella sarebbe stata la soluzione più semplice. Dimenticare il torto che mi era stato fatto (mi avevano accusato, ingiustamente, di essere stato il responsabile della distruzione, durante I'ultimo conflitto con gli Xeno di Andromeda, di una pianeta centrale della Via Lattea, e quindi processato, condannato e recluso in Grendhal), vivendo una vita simulata in modo così intenso e partecipe che per me non vi sarebbe stato ritorno: prigioniero di quelle allucinazioni iperrealiste, le avrei vissute come reali, a tutto tondo. No. Quella non era la strada giusta da percorrere, e così resistetti al fascino seducente della videosassetta biologica. Eppure, era un tormento continuo per me quella scelta. In me, nel mio corpo, era fortissimo e "naturale" l'impulso sessuale di infilarmi le video. Non sapevo per quanto tempo sarei stato in grado di resistere. Introdurre nella fessura la video produceva una sensazione di piacere intensissimo, che era estremamente piacevole sperimentare e che produceva dipendenza. Ad ogni modo, resistetti. Con le mani, carezzavo la fessura nel ventre e vi infilavo le dita. Era un rituale masturbatorio vero e proprio, ma non mi appagava realmente. Mi sentivo incompleto, senza la videocassetta biologica nelle mie carni, e una forte depressione si stava facendo strada in me, in modo implacabile. E poi, tutto ad un tratto, cominciarono le allucinazioni, benché non avessi ancora infilato in me la video. Era strano. La videorealtà non poteva farsi strada nella mia percezione dell'esistente senza le video. Eppure, questo stava accadendo.
Cominciarono le visioni: immagini concrete, allucinatorie, materiche, corpi chimico-fisici che avrei potuto possedere e distruggere, dai quali fare schizzare sangue o seme... Cominciarono quelle immagini ad apparire, insistenternente. Ed io godevo a percepirle, provavo un piacere profondo, una sensazione voluttuosa che mi fece istantaneamente passare la depressione. Cercai sempre di tenere bene a mente che quelle non erano le immagini, benché avessero tutta l'aria di essere delle persone in carne ed ossa, o degli oggetti concreti. Ma era difficile conservare quella distaccata consapevolezza, non cedere alla dolce lusinga di credere davvero di vivere in un mondo verde e tranquillo popolato da persone simpatiche e cordiali che mi volevano bene.
La allucinazioni iniziarono proprio il due maggio, il giorno stesso del mio arrivo su Gazurmah. La giornata standard di Grendhal era costituita da ventotto ore di sessanta minuti terrestri ciascuna. La prima immagine mi apparve alle 27.57.22. Ero seduto alla consolle di comando centrale della base spaziale. Non dovevo fare nulla, ma amavo osservare il fulgore abbacinante delle stelle non schermate dall'assenza di atmosfera nella cupola di osservazione, che avevo totalmente deopacizzata.
Ero un Lupo dei Cieli, e la solitudine non mi pesava più di tanto, in realtà, se non fosse stato per quell'effetto di dipendenza prodotto dall'uso obbligato delle video-cassette biologiche. E' illegale non farne uso se si appartiene alle classi summenzionate ammesse al rituale video. Il ventre mi formicolava, e mi pizzicava, la fessura si contraeva spasmodicamente; mi stava venendo un leggero maldicapo, accompagnato da una sottile euforia come dettata da scarsità di ossigeno.
D'improvviso, ebbi netta la fondata impressione di essere osservato, mi volsi piano sulla sedia, e vidi un giovane biondo e coi capelli corti, che mi scrutava sorridendo. Aveva il petto nudo, e portava calzoni e stivali. Aveva ripiegata sul braccio sinistro una giacca azzurra e lucente, tempestata di triangoli cremisi, scarlatti e magenta, e di lampi aurei. Dai capelli si levò un fuoco ruggente che si piegò obliquamente come un'ardente fascina di legna staffilata da un forte vento.
Davanti al giovane, improvvisamente, scorsi una lastra di plexiglas; la sua presenza mi venne rivelata dal calore emesso dal fuoco che appannò quella superficie trasparente, e la rese visibile con i depositi aerei del fumo del colore del miele, con graffi cromatici arancione-resina disposti a caso, qui e là come da una matita elettronica su un video.
Cocci di chissà che cosa emersero dalla mia mente, e si amalgamarono con quella immagine, con quel corpo che era videoparola fattasi carne. ll giovane biondo era sempre là: non v'era più l'apparato simbolico-surrealista, però: egli era un corpo, e null'altro.
Gli andai incontro, sprovveduto. La lastra era scomparsa, se mai c'era stata. Mi avvicinai con cautela al giovane: avevo una tremenda paura, quasi ossessiva. Non volevo che scomparisse,e che mi lasciasse solo. Se sei solo, ci fai l'abitudine, e la solitudine non ti pesa più, ma se per una qualche ragione succede che infrangi la tua solitudine, diventa per te allora impossibile tornare ad essere l'orso che sei stato. La tua solitaria routine si spezza in mille cristalli che ti recidono la gola, facendoti soffrire.
"Non andartene..." dissi piano, quasi sottovoce, con voce roca. Lacrime silenti mi rigarono il volto. Non volevo piangere, ma soffrivo, merda... ll giovane biondo continuava a sorridere. Beffardamente? Non scomparve. Ed io lo abbracciai. ll suo corpo era di carne. Il contatto con quell'essere vivente mi diede sicurezza, riempì il vuoto che era in me. Le contrazioni nella fessura video raggiunsero l'acme;e poi s'acquetarono. Ed io, stupido, ero là in piedi nella sala-comando della base spaziale di Grendhal ad abbracciare l'aria, artificialmente provvista.
 

3 maggio

In un primo momento, dubitai di quanto mi era accaduto: quella allucinazione non poteva avere nulla a che vedere con il rituale video; doveva essere stata prodotta dallo stress che in me si era causato con il trasbordo in quel luogo periferico e romito. All'inizio, mi convinsi di questo, eppure sapevo di stare ingannando la parte cosciente di me: mi avevano incastrato e nel modo più tremendo e subdolo. Potevano costringermi al rituale video senza l'uso diretto delle videocassette! Ero totalmente nelle loro mani. Non c'era scampo per me?
Terminai di compilare la pagina relativa al due maggio 2935 del diario elettronico (video) della base spaziale di cui ero il comandante ed unico abitante!
Ripensai al giovane del giorno innanzi: di una cosa ero fermamente convinto: sarebbe presto tornato a farmi visita: era un mio caro amico: James non poteva lasciarmi solo: non poteva abbandonarmi in quel modo:
sapeva che gli volevo bene, sinceramente...
Spensi il videodiario. E mi accesi una sigaretta. Fumai. Ci fu un lampo sullo schermo, che avevo appena oscurato, e il diario si accese. James era là nello schermo video, e mi sorrideva (beffardamente).
"Ciao!" mi disse.
"Hello, James!" feci io, esalando il fumo dalle nari. Faceva caldo, e una luce abbacinante, provvista da grappoli di lampade metalliche, illuminava vividamente il mio corpo e il video. In quel momento, la consapevolezza in me di quello che stava accadendo fluì via così morbidamente, come il fumo eiettato azzurro dalle mie nari. Dimenticai con una certa facilità, tuttavia, che James era solo una immagine video, e gli parlai come ad un vecchio e caro amico in carne e ossa.
"Mi dispiace per ieri, ma ho dovuto andare via subito. Non m'è stato possibile trattenermi" disse come scusandosi.
"Non devi giustificarti con me" feci. "Lo sai che certe cose le capisco. L'importante è che tu sia tornato. Lo sai quanto è importante per me questa nostra amicizia. E credo che sia qualcosa di più di un mero e sincero rapporto di amicizia. Ti voglio molto bene. All'università, com'è?"
"Tutto bene, a parte i casini" fece James ridendo. Era così bello e spontaneo quando rideva. "La struttura in cui studio è piuttosto degradata e questo sia a livello architettonico, sia nell'apparato didattico, cosa questa certamente più grave di un'aula piccola, stracolma e male illuminata. E poi ci sono degli infiltrati del gruppo nichilista Xeno. Quei filo-alieni che vogliono distruggere terroristicamente la società terrestre per fare posto agli extraterrestri Xeno nell'impero terrestre..."
"La Terra è sempre uguale, passano i millenni, ma i problemi sono sempre gli stessi" dissi io. Abitavo a New York City, mentre James stava facendo l'università negli Stati Uniti d'Europa, a Bologna... Mi aveva chiamato tramite il video in ufficio perché voleva vedermi quella sera stessa.
"Allora, d'accordo per stasera,"dissi io. "Andremo al Radio City Music Hall per quella anteprima mondiale di spettacolo multimediale. Ho i biglietti. Ce la fai per le 20.00 col metrò antigravitazionale?"
"Sì, ce la faccio. Alle 18.00 ho una lezione, poi vado a casa, mi faccio una doccia, e prendo il vagone delle 19.45. Sarò a New York City alle 19.50. Proprio sotto al Radio City Music Hall" rispose.
"A presto, amore" dissi. Lui strizzò l'occhio sinistro, e spense il video.
"Besame mucho" dissi io, sottovoce, e sorrisi. Bologna-New York City: 5 minuti col metrò antigravitazionale.
D'improvviso, la simulazione ottenuta attraverso il rituale video, ma senza l'uso della videocassetta biologica, tradì qualche sbavatura, qualche sgranatura d'immagine ed io fui consapevole fino a che punto mi stessi abbandonando, mio malgrado, a quel gioco di finzioni, così seducente, così appagante. In sovraimpressione al mio ufficio di New York, apparve l'interno della base spaziale di Grendhal, sita sul lontano pianeta Gazurmah. Vissi queIla rivelazione non già come la realtà che lacerava il velo della menzogna video sbattendomi in faccia nel modo più brutto possibile l'atroce verità, ma come una sognante e allucinatoria fantasticheria fantascientifica d ' evasione: stressato dalla vita metropolitana di New York era piacevole sognare di vivere lontano nello spazio e nel tempo (la base spaziale Grendhal nel 2935, anziché, la Terra del 2500) fuori dal caos della Terra, straniante...
 

4 maggio

Mi sono destato da New York City: l'effetto di sovraimpressione di realtà tra loro tangenti ha fatto prevalere lo spartano décor della base spaziale. Evidentemente, nel rituale video ci deve essere qualche guasto. Non ho ancora scoperto in quale modo la videoparola fattasi carne mi viene collegata alla percezione sensoriale alternativamente all'uso abituale delle videocassette. Lo stesso bio-computer centrale della base spaziale funziona in modo eccentrico come se registrasse delle anomalie nella fisica e nella chimica della cupola della stazione. Dovrò fare rapporto a Trantor, il più presto possibile La cupola non deve avariarsi: ne va della mia vita. Un solo guasto in essa, e le condizioni ostili del pianeta Gazurmah mi uccideranno istantaneamente.
Lo spettacolo multimediale di ieri, tre maggio, è stato splendido. James era in forma smagliante, e ci siamo divertiti fino alle prime ore del mattino. Credo di amarlo davvero.
Nello schermo-video del diario elettronico, ho appena terminato di scrivere queste ultime righe. Ed ora, misteriosamente, si inserisce un qualche pirate ed appare un'immagine bizzarra ed inquietante: una grande aquila scarlatta dalle ali spiegate che ha nel metallico e luccicante becco dorato la testa bionda e decollata di James, un filo di sangue cremisi sul punto di coagularsi fluisce viscoso dagli orli recisi del collo...
 

5 maggio

Ho esaminato, attraverso il bio-computer, la struttura elettronica della cupola. Vi sono delle pericolose anomalie; i dati che ho ricavato sono assurdi. Non può essere. La cupola... vive! Ho paura.
 

6 maggio

Tra me e James le cose vanno sempre meglio. Abbiamo molti interessi in comune, e ci troviamo molto bene insieme. Sarei così felice se questa storia (tra noi) potesse durare...
 

7 maggio

La cupola funziona male. Sono molto preoccupato. Da Trantor, nessuna risposta. L'aria è soffocante. Le luci vanno in tilt, periodicamente, ma senza una logica apparente.
"Ehilà, sempre al lavoro?" James.
Sorrido, e gli vado incontro. E' questo il momento più bello della giornata, per me. James è venuto a trovarmi. Lo abbraccio. "Siediti" gli dico felice.
Ci accomodiamo. La base spaziale è un'immagine sfocata,sovraimpressa alla realtà del mio ufficio di New York.
"Com'è andato l'esame?'
"Benissimo. Il massimo del punteggio. Era facile."
"Bevi qualcosa?" gli chiedo.
"Perché no?"
Prendiamo del vino bianco secco, fresco al punto giusto.
"Dovremmo vivere insieme" dico io.
"E' una cosa alla quale stavo pensando anch'io" risponde James, carezzandosi il petto nudo sotto al giubbotto di pelle.
Della base spaziale, restano frammenti visuali indefinibili. Ho un formicolio al ventre. La fessura si sta sigillando. La cosa non mi sorprende più che tanto. E' come se quanto sta accadendo fosse la cosa più naturale. Accendo lo schermo video. Vi appare la struttura bioelettronica della cupola. E' un essere vivente. Eppure, sento che quelli di Trantor sono stati presi per il naso in qualche modo. La fessura è una ferita che si è rimarginata grazie alle radiazioni emesse dalla cupola. Ed essa ha ricreato per me la realtà di James senza che in me la consapevolezza della simulazione di tale realtà svanisse. La cupola è con me. Gliel'abbiamo fatta, a quelli di Trantor. ll bio-computer di Grendhal si stacca dalla rete ansibIe subspaziale dell'Impero terrestre. Sono libero, libero di sognare la mia storia con James: su di me, veglia il bio-computer Grendhal. Addio. James ha finalmente acconsentito ad unirsi con me. L'atto legale verrà formalizzato oggi, 7maggio 2500, verso le 14.00.


© Alberto Henriet 1996, 1999
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