Palindromico
[Palindromic]



Peter Crowther



Tre giorni dopo l'arrivo degli alieni facemmo la scoperta decisiva che ci mise in mano il futuro di tutto il pianeta. La scoperta era che loro non erano ancora arrivati.

Attraversammo quell'area sfitta nei pressi di Sycamore... c'ero io, Derby (come il cappello) McLeod, col mio buon amico e genio locale Jimmy-James Bannister e con Ed Brewster, il più discolo di Forest Plains... solo che non c'è proprio niente di cattivo in Ned. Proprio niente.

Entrammo dentro alla cosa che aveva la forma di una nuvola fatta con quell'erba mobile del deserto e che serviva da macchina interstellare tutta scassata (era stato su invito degli alieni, o così pensavamo noi; la scoperta che facemmo in seguito mise completamente in dubbio questo fatto particolare) soltanto per dare un'occhiata a cosa stesse mai facendo quell'alieno. Jimmy era convinto (e aveva ragione, come fu poi dimostrato) che stesse tenendo d'occhio quello che accadeva e che registrasse tutto in qualcosa che doveva essere un 'libro'.

Non è che lui (sempre che l'alieno fosse un 'lui': non lo scoprimmo mai) scrivesse come scrivo io o scrivi tu, perché non lo faceva per niente. Non si seppe neppure se realmente stesse scrivendo fino ad un'ora tarda di quella notte, fino a che Jimmy-James non dette una lunga occhiata in quel loro libro di schiuma.

Non che questo libro assomigliasse a nessun altro libro visto prima. Non gli assomigliava. Proprio come la nave che li aveva portati a Forest Plains non assomigliava a nessun'altra nave vista prima, né in Earth vs The Flying Saucer e neppure in Twilight Zone (tutti e due erano ciò che allora potevi chiamare programmi 'attuali'). E gli alieni stessi non assomigliavano a nessun'altra specie di alieni mai visti sui fumetti o che potevi aver sognato... neppure dopo esserti sbafato, la notte prima, una pizza vecchia di due giorni riscaldata troppo, il tutto dopo una scorpacciata di Michelob e tre o quattro piatti di quel cheese surprise di Ma Chetton, quei piccoli pezzi di frittelle di formaggio tostato che Ma tirava fuori quando tutti i mesi si svolgevano le Eliminatorie di Biliardo di Forest Plains.

Fu durante una di quelle notte speciali, quando la luna sul deserto se ne sta appesa come una stupida zucca di Halloween e il caldo ti incolla la maglietta sulla schiena e sottobraccio, che iniziò veramente tutto l'affare. Fu quella notte che le creature venute dallo spazio profondo arrivarono a Forest Plains. Poi, comunque, non fu quella.

Ma qui sto andando troppo avanti...

Comunque penso sia il momento migliore per iniziare la storia, quella notte.

Era un lunedì, l'ultimo di novembre, verso le 9. L'anno era il 1964.

Ma Chetton stava spazzolando i pochi cheese surprise che restavano dalla sua ultima visita in cucina su un piatto di biscotti appena fatti e fumanti, nell'atmosfera fumosa dell'Emporio del Biliardo di suo marito Bill, oltre Sycamore, quando il posto si mise a vibrare come gelatina e il ritornello di Surfin' Bird dei Trashmen, che suonavano sul Wurlitzer orgoglio-e-gioia di Bill, si dissolse in quella che aveva lo stesso suono delle scariche elettriche. Solo che non avevamo mai sentito dire di un juke-box che soffre di scariche elettriche. Poi le luci si spensero e la macchina si bloccò.

Jerry Bucher stava per fare un tiro (la palla sei di sponda nell'angolo lontano, dato che tutte le altre buche erano coperte dagli stripe di Ed Brewster: è buffo come si ricordino dei dettagli di questo tipo) e si drizzò pari a uno scovolino, come se qualcuno gli avesse buttato un mortaretto o qualcosa di disgustoso nel fondo dei pantaloni.

"Che diavolo era?" chiese Jerry rivolto a nessuno in particolare e spostando il fiammifero mezzo masticato da un lato della bocca all'altro, mentre si guardava attorno per buttare la colpa su qualcuno, se non altro per avergli fatto perdere il colpo. Ed non era certo quello che si può definire un giocatore tranquillo ed era anche peggio come perdente.

Ed Brewster s'era accucciato, le spalle incurvate, che osservava la polvere che scendeva dalle travi e si posava sul tavolo di biliardo, le braccia della sua amichetta Estelle strette attorno alla vita.

Ma era raggelata dietro al bancone, col piatto vuoto in mano che guardava alle luci che entravano dalla finestra. "Sembra una specie di terremoto," buttò là.

La testa di Bill Chetton era visibile attraverso il boccaporto che dava in cucina, la bocca spalancata e gli occhi grossi come un piatto piano. "Tutti a posto?"

Posai la stecca contro il tavolo e andai fino alle vetrate. A dire la verità, fuori avrebbe dovuto essere buio, invece era illuminato come a una gara di ballo notturna, come se qualcuno stesse puntando i fari della macchina proprio contro le vetrate, e quando detti un'occhiata alla strada vidi sabbia e altra roba sollevata in aria che avanzava verso di noi proveniente dall'area sfitta che stava di fronte.

"Ma non è altro che un guasto," annunciò Estelle, la sua voce suonava più alta e stridula del solito e non era per niente rassicurante.

Appoggiato al tavolo davanti alla vetrata, col viso premuto contro il vetro, vidi che la causa di quel guasto non era qualcosa di semplice e lineare come una linea aerea venuta giù tra Forest Plains e Bellingham, ad una cinquantina di chilometri. Era qualcosa di molto più complicato.

A posarsi nell'area sfitta di là della strada c'era qualcosa che assomigliava a un incrocio tra un gigantesco barattolo di metallo e ad un altrettanto gigantesco vegetale, coi fianchi che si gonfiavano e si sgonfiavano.

"E' un elicottero?" domandò il Vecchio Fred Wishingham accanto a me, la voce bassa e nervosa. Fred era sceso a passo lento dal baracchino che occupava ogni notte dell'anno e stava piazzato dall'altro lato del tavolo a fissare nella notte. "Non può essere un aereo," disse, "perciò deve essere un qualche tipo di elicottero." L'ultima affermazione aveva tutta l'aria di una pia illusione.

Ma pia illusione o no, la cosa che stava scendendo nel terreno sgombro al di là della strada non assomigliava a nessun elicottero che avessi mai visto (non che ne avessi visti molti, comunque) e lo dissi a Fred.

"E' un qualche maledetto tipo di pallone ad aria," fece Ed Brewster, accucciandosi in modo da poter avere una vista migliore della punta della cosa che era alta, questo non si poteva negarlo.

"Assomiglia più che altro ad una nuvola pelosa," mormorò tra sé Abel Bodeen. Immagino che parlasse così piano perché non gli andava che l'osservazione fosse sentita da tutti, dato che suonava un po' sciocca. E lo era abbastanza. La verità di tutto era che la cosa appariva proprio come una nuvola pelosa... o forse come una gigantesca lattuga o la cima di un cavolfiore, con le luci che lampeggiavano accendendosi e spegnendosi al suo interno.

In brevissimo tempo c'eravamo radunati tutti attorno alla vetrata a guardare, nessuno disse altro mentre la cosa scendeva sul terreno.

Nel giro di un minuto o due le luci nella sala da biliardo tornarono e le scosse si arrestarono. "Andate a vedere cos'è?" Chiese Fred. Non rispose nessuno. "Penso che qualcuno debba andare a vedere cos'è," disse.
Proprio in quel momento la zanzariera della porta scricchiolò davanti a noi e vedemmo la figura familiare di Jimmy-James Bannister che usciva sul marciapiede. Lanciò uno sguardo a noi sulla finestra e alzò le spalle. Poi attraversò la strada.

"Spero che quel maledetto pazzo sappia cosa sta facendo." Ed Brewster era un maestro ad esprimere a parole i pensieri di tutti.

In realtà il fatto era che Jimmy-James sapeva molte più cose di quante il resto di noi riuscisse ad immaginare. E se c'era qualcosa che non conosceva ci si attaccava fino a che non l'aveva conosciuta. Jimmy-James, nato James Ronald Garrison Bannister (aveva raddoppiato il suo nome di battesimo un po' per soddisfare il padre, un po' per ridurre a un minimo accettabile l'uso del soprannome), era il cervellone di stanza a Forest Plains. Ancora ventidueenne, stessa mia età, stava finendo il suo Master a Princeton in lingue e matematica applicata.

Jimmy-James poteva risolvere problemi con lunghe divisioni a mente e bestemmiare in quattordici lingue il che, assieme al fatto che reggeva l'alcool meglio di chiunque altro, incluso Ed, lo rendeva il membro più popolare di qualsiasi gruppo si potesse formare... particolarmente di quelli dove si consumavano buone dosi di liquore o anche semplicemente di birra. Era a casa per il giorno del ringraziamento, si era preso una settimana di vacanze, e c'è un sacco di gente con un debito di gratitudine nei suoi confronti per questo fatto.

Comunque Jimmy-James se ne andò là, in carne ed ossa e doppiamente sfrontato, anche se qualcuno poteva dire 'stupido', attraversando la strada, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni e la testa dritta, orgogliosa e impavida. Ci furono un paio di sospiri silenziosi provenienti da qualche parte dietro di me e poi il rumore di passi strascicati, come se qualche tizio cercasse di arrivare più vicino alla finestra per avere una vista migliore. Dopotutto ognuno di noi aveva visto nel film La guerra dei mondi cosa succede alla gente che arriva un po' troppo vicino a quegli oggetti... e tutti avevamo ormai quasi deciso che la cosa al di là della strada aveva le stesse probabilità di provenire da qualche altro posto sulla Terra di quelle che avrebbe avuto di essere volata fino a noi dal negozio di Vince e Molly Waldon che sta lungo la strada. Non è che qualcuno era saltato su a dire che venisse da un altro pianeta, ma tutti sapevamo che era così. Ma perché fosse qui era un'altra faccenda, anche se non avevamo poi tanta fretta di scoprire la risposta a questa domanda. Be', nessuno di noi tranne Jimmy-James.

"Andate a chiamare lo sceriffo," sussurrò Ma Chetton.

Posso ancora sentire Bill Chetton attaccato al ricevitore dire Pronto? Pronto? come se la sua vita dipendesse da quell'oggetto. Non fece una grossa sorpresa quando Bill annunciò alla stanza ammutolita che sembrava che la linea fosse caduta. Poi il juke-box si mise a scalciare con un A papapapapapa... forte e rauco, la puntina in qualche modo era tornata all'inizio del successo dei Trashmen.

Fuori la strada sembrava trattenere il respiro un po' allo stesso modo in cui la gente che guardava fuori di finestra stava trattenendo il proprio... entrambi, lei e noi, aspettavamo di vedere cosa sarebbe successo.

Quello che successe fu allo stesso tempo impressionante e in qualche modo deludente. Come Jimmy-James raggiunse il marciapiede al di là della strada, i fianchi del gigantesco barattolo vegetale a palla, proveniente da un altro mondo, si abbassarono e diventarono una specie di bordo lucente che arrivava fino a terra. Non appena successo ciò un intero gruppo di cose vegetali più piccole (più piccole sì, ma pur sempre il doppio delle dimensioni di Jimmy-James... e, con quasi uno e ottantadue, JJ non è un piccoletto) scesero dalla piattaforma sulla terraferma... e nel cuore di Forest Plains.

Potevamo sentire il loro miagolio da dove stavamo, anche più alto del ronzio dei Trashmen che andavano dicendo a tutti quelli che volevano ascoltare che The Bird was the Word... e, mentre guardavamo, vedemmo le forme a vegetale arrestarsi sul marciapiedi proprio di fronte a Jimmy-James dove gli girarono attorno e si raccolsero in un cerchio stretto. Poi tutti tranne uno fecero qualche passo indietro e poi quello rimasto arretrò anche lui.

A questo punto Jimmy-James si volse e ci fece cenno. "Venite fuori," gridò.

"Pensate che sia sicuro?" chiese Ed Brewster.

Mi strinsi nelle spalle. "Non sembra che abbiano intenzioni pericolose," disse a bassa voce Ma Chetton, la sorpresa nella voce era evidente come le striature di grigio che le coloravano i capelli attorno alle orecchie e sulle tempie.

"Hanno fatto tutta quella strada da dove vengono e mi sembra che se avevano in mente di farci qualche danno per ora lo dovevano aver già fatto," disse il Vecchio Fred Wishingham. "Detto questo, comunque," aggiunse, "non me ne andrò certo alla carica là fuori finché non si sa per bene che cosa sono venuti a fare."

"Forse non sono poi venuti per niente," suggerì Estelle.

Qualcuno disse che poteva anche essere il caso di uno scenario così inverosimile ma non ne volevano sapere niente. Erano così i tipi di Forest Plains in quei giorni... di fatto era così la gente in tutto il paese. Nessuno (con la possibile eccezione di Ed Brewster, e anche lui lo faceva solo per divertimento) voleva far apparire o far sentire qualcun altro uno stupido e ferire i suoi sentimenti, se poteva evitare di farlo. Con Estelle poteva risultare difficile. Estelle aveva finito coll'apparire proprio una stupida in un modo che rasentava l'arte.

"Vuoi dire, come se stessero esplorando... qualcosa di questo tipo?" chiese Abel Bodeen per andarle incontro."Oh sì," concordò in modo sognante Estelle, "esplorando."

"Be', io vado fuori," disse Ma. E senza frapporre una seconda occhiata o una pausa per permettere a qualcuno di farla desistere, posò il piatto vuoto sul bancone e si diresse alla porta. Neanche un minuto più tardi attraversava la strada. Sembrava che le cose avessero previsto che stava per uscire dato che si erano spostate attraverso la strada come per salutarla, girandole attorno all'ultimo minuto, non appena Ma si arrestò, e circondandola proprio alla stessa maniera che avevano fatto con Jimmy-James.

Non sembravano proprio pericolosi ma avrei preferito che ci fosse la legge in questo caso. "Il telefono è ancora fuori uso, Bill?" Urlai. Bill Chetton sollevò il ricevitore e provò di nuovo. Annuì e lo rimise a posto.

"Va bene, Ed," dissi, "io e te sfrecciamo da dietro e corriamo fino all'ufficio dello sceriffo."

Ed disse di sì, dopo averci pensato su un secondo o due, e poi tutti e due scivolammo dietro il bancone e dentro la cucina di Bill e Ma, poi uscimmo dalla porta di dietro e nel giardino, oltre i secchi della mondezza verso la siepe... e poi sentii qualcuno che chiamava.

"Cos'è stato?" sussurrai verso Ed.

Ed si era immobilizzato su due piedi dall'altra parte della siepe. Fissava di fronte a se. Quando giunsi alla siepe guardai nella direzione in cui stava fissando Ed, ed erano là. Tre. Proprio di fronte a noi e ululavano. Non dimenticherò mai quel suono... come il vento nel deserto, perso e senza meta.

La porta da cui eravamo appena usciti si aprì di nuovo dietro di noi e si sentì l'urlo della voce di Fred Wishingham, "Fermi dove siete..." e poi si spense quando Fred vide le cose. "Stavo appunto venendo a dirvi che qualcuna di quelle cose aveva appena svoltato e si era diretta verso dove sareste comparsi voi... be', ve ne siete già accorti." Fred aveva abbassato il tono della voce come se fosse stato appena scoperto a sparare cazzate in chiesa.

Ed annuì e io dissi a Fred di tornare dentro.

Come sentii scattare la serratura della porta sussurrai ad Ed: "Pensi che forse riescono a leggerci la mente?"

Ed si strinse nelle spalle.

Le cose erano alte sui 3 metri, tre metri e mezzo, e sembrava che galleggiassero sopra il terreno su una piattaforma pieghettata di forma circolare. Ho detto 'galleggiare' perché non lasciavano alcun segno mentre si spostavano, neppure nel terriccio soffice che correva davanti al negozio di Bill e Ma.

La piattaforma era profonda all'incirca trenta centimetri e, al di sopra, il corpo della cosa si andava assottigliando come lo stelo di un bicchiere fino a raggiungere un'altra sporgenza pieghettata (come il cappello di un fungo) che si trovava in cima. A metà strada tra le due piattaforme si sporgeva per una trentina di centimetri dallo stelo un collare fatto di viticci o ali sottili (come il velo filamentoso di una medusa) che poi scendevano giù molli per circa un metro. Sembrava che vibrassero e mulinassero per conto proprio, senza far caso se soffiasse o meno vento, e non mi ci volle molto per immaginare che questi erano quello che sul mondo della cosa passava per delle braccia e delle mani.

Guardai verso la sezione superiore della prima creatura, cercando di scorgere se ci fossero dei buchi per l'aria o degli occhi, ma non c'era niente, anche se la grana della pelle di copertura fosse in qualche modo opaca e traslucida... trasparente, in mancanza di una frase migliore, e si potevano vedere delle cose che si muovevano al suo interno, che roteavano e si componevano. Da dove provenisse il suono che producevano, questo non saprei dirlo. E non lo scoprimmo mai.

Osservammo le creature che si facevano più vicine. D'un tratto quella di fronte a noi si volse in modo proprio veloce e le cose braccio-mano svolazzarono verso l'esterno, come un lenzuolo che si posa sul letto e, solo per un attimo, toccarono le mie spalle. C'era qualcosa che assomigliava alla tenerezza. Allora pensai che forse me lo stavo immaginando... che stessi forse leggendo le sue onde cerebrali o qualcosa del genere, ma scoprii in seguito che c'era, se non una tenerezza vera e propria, almeno un sentimento di familiarità da parte della creatura.

Questo confronto durò soltanto qualche secondo, un minuto al massimo, e poi la creatura si ritrasse da noi in direzione dell'ufficio dello sceriffo e nel muoversi aveva le cose a forma di ali allungate verso di noi."Che ci hai fatto con quella?" chiese Ed Brewster, la voce un po' gracchiante e rauca.

"Non lo so proprio," risposi.

Osservai attentamente perché una delle creature mi intrigava più delle altre. Portava quella che appariva come una specie di scatola di schiuma, piena di strati impilati di un qualcosa che sembrava zucchero filato. Nel momento in cui avevamo 'incontrato' il capo, supponemmo che la cosa che mi aveva toccato fosse il capo, quest'altra creatura stava rimuovendo piccoli pezzi di schiuma che sembrava assorbire nei propri viticci. Lo stava facendo ancora quando gli altri tre si spostarono lungo il marciapiede. Nel momento in cui raggiunsero il retro dell'ufficio dello sceriffo, il capo abbassò le sue ali, si volse e, lasciandosi dietro gli altri due, si spostò lungo il marciapiede per sparire dalla vista.

Mi volsi al suono di passi affrettati dietro di me e vidi Jimmy-James che correva lungo il passaggio, il viso che emanava un sorriso ampio. Lo seguiva Ma Chetton, la testa ancora girata verso la strada per vedere se qualcuna delle creature stesse seguendo lei.

"Che cos'era quello?" chiese JJ. Poi "Che cos'era quello!"

Annuii e poi mi volsi a guardare verso Ed, anche lui stava annuendo. Sembrava che non ci fosse nient'altro da fare.

"Hanno detto niente?" chiese Jimmy-James. "Hanno detto da dove vengono?"

"Niente di niente," dissi. "Non una parola. Solo quel mugolio funebre. Mi fa venire la pelle d'oca... sembra quasi un coyote."

"O un bambino che mette i denti," disse Ma senza respiro.

"Lo stesso qui," disse JJ. "Ho provato con tutto quello che conoscevo, inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo... e altre ancora. E ho provato anche un paio di ibridi."

"Come se si fosse alle Nazioni Unite," borbottò Ma Chetton in modo irritato, col respiro che raspava. "O stare in cima alla torre di Babele alla fine dei secoli."

"Che diavolo sono gli ibridi," chiese Ed Brewster.

"Mescolanze di due o tre lingue," spiegò JJ. "Un tempo era così che comunicavano molti tizi... voglio dire prima che un singolo dialetto o una lingua non prendesse piede così da poter diventare una cosa comune. E li ho provati con ogni tipo di segni o altre cose, ma è come se non sapessero che cosa stia facendo. Pensavo che forse avrebbero saputo ogni cosa della nostra lingua ascoltando le nostre onde radio là nello spazio profondo. Ma non c'è niente da fare. Non posso immaginare neppure come facciano a comunicare tra loro," disse. "A meno che non sia quel rumore lamentoso o forse attraverso quella cosa che uno di loro si porta dietro."

"Vuoi dire la cosa a forma di scatola? Quella cosa che sembra una pila di cotone filato?"

JJ annuì. "Sta tutto il tempo ad armeggiare con quella roba, cambiandola anche mentre cerco di parlare con loro."

"Sì, ma..." feci, "hai notato che tira fuori le cose invece di aggiungerle a quelle che stanno dentro?"

"L'ho notato," rispose JJ. "Mi chiedevo se non stesse assorbendo quella roba permettendogli di comunicare con gli altri. Come un traslatore."

Mi strinsi nelle spalle. Era troppo per me.

Ed si guardò attorno per assicurarsi che nessuna di quelle creature fosse strisciata verso di lui e disse, "Immaginiamo che possano leggere la mente."

"Sicuro?" disse JJ. "Da che cosa?"

"Be'," disse Ed, con tono casuale, "sapevano che stavamo venendo qua nel passaggio."

JJ aggrottò le ciglia e mi lanciò un'occhiata prima di riportare tutta l'attenzione su di Ed.

Ed fece la sua scrollata di spalle caratteristica. "Perché mai sarebbero dovuti venire qua dalla strada se non sapevano che stavamo uscendo?"

Mentre JJ ci rimuginava sopra io feci, "Cosa pensi che vogliano, JJ?"

La porta di dietro della sala da biliardo si aprì e si sporse Abel Bodeen. "C'è là qualcuna di quelle cose?"

"Nessuna, sono andate a trovare lo sceriffo," dissi.

Abel tese il viso e fece un sorriso amaro. "Dovrebbe fare un piacere infinito a Benjamin," disse con una risatina.

La realtà fu che le creature, come poi risultò, fecero piacere allo sceriffo Ben Travers. O comunque non gli dispiacquero. La verità di tutto era che gli alieni non fecero nulla per infastidire o irritare qualcuno. Di fatto non fecero assolutamente nulla.

"Ma che diavolo sono venuti a fare, Derby?" mi chiese Abel Bodeen un paio di giorni dopo che erano... che li avevamo visti.

"Non riesco a capirlo." risposi.

Stavamo seduti sulle vecchie sedie a schienale alto che Molly Waldon aveva lasciato tra lei e il General Store di Vince e osservavamo le creature che giravano attorno per la città, proprio come avevano fatto da sempre. Ma io osservavo con un po' più d'attenzione di quanto avessi fatto all'inizio. La gente del paese si era abituata agli alieni dopo un paio di giorni e nessuno sembrava preoccuparsi molto su cosa fossero venuti a fare. Così si può dire che la gente non aveva fatto caso che l'atteggiamento delle creature stava cambiando. Non è che stava cambiando di molto, ma stava cambiando.

"Ci hai fatto caso anche tu?"

Mi schermai gli occhi dalla luce del sole del tardo pomeriggio di novembre e guardai verso Jimmy-James. "Fatto caso a cosa?"

Si voltò verso due creature che stavano scivolando lungo il lato opposto della strada. "Stanno rallentando."

Seguii il suo sguardo e, di sicuro, le creature sembravano più lente di quanto non lo fossero state all'inizio. Ma c'era dell'altro. Sembrava che fossero più caute. Lo dissi a JJ e ad Abel, e a Ed e Estelle che erano appoggiati a ciò che restava di una vecchia staccionata sul bordo del marciapiede.

Ed sbuffò. "Non ha senso," disse. "Perché dovrebbero essere cauti adesso, dopo che sono stati qua due stramaledetti giorni."

"Ed, sta attento con quella bocca," frignò Estelle con una voce stridula.

"Ha ragione, lui," convenne Jimmy-James.

"Chi?" chiese Ed. "Io o lui?"

"Tutti e due." JJ si alzò in piedi e si diresse verso il palo dietro ad Ed e si sporse. "Stanno diventando più lenti e sembra che siano più... più accorti," disse, scegliendo le parole. "E no, non ha alcun senso il fatto che più stanno qui e più si fanno accorti."

"Non c'è niente che possa renderli nervosi, questo è, sicuro," disse Abel. "Ci hanno presi belli e incartati come un regalo di Natale."

Gli alieni avevano effettivamente tagliato fuori la città. Non c'erano linee telefoniche e le strade erano... be', erano insuperabili. Era stato Doc Maynard a vederlo per primo mentre cercava di andare con la sua vecchia Ford Fairlane a trovare il padre di Sally Iacocca, fuori verso Bellingham. Frank Iacocca aveva fatto una brutta caduta (Doc aveva detto che si era fratturato un paio di costole) e Doc l'aveva fasciato come Boris Karloff in quel vecchio film, La mummia.

L'auto s'era spenta cinque chilometri oltre Forest Plains e non c'era stato niente da fare per Doc per farla riandare. Così era tornato in città in cerca d'aiuto, senza neppure dare un'occhiata sotto al cofano, e Abel, Johnny Deveraux ed io eravamo andati ad aiutarlo. Johnny, che lavora al garage di Phil Masham, aveva preso qualche attrezzo e una batteria di riserva nel caso fosse qualcosa di semplice da poter accomodare sulla strada. Doc Maynard non era proprio famoso per il modo in cui controllava la sua macchina.

Quando arrivammo Johnny provò l'accensione e era completamente morta. Ma quando fece per muoversi sul davanti della macchina per aprire il cofano iniziò di botto a dimenarsi e lasciò andare la batteria. Fu allora che scoprimmo la barriera.

Un 'campo di forza' è il modo in cui la chiamava Jimmy-James.

Tutto sembrava completamente normale di fronte alla Fairlane di Doc Maynard, ma non c'era modo che potessimo andarci. Sembrava stoffa ma non era porosa. JJ disse che era una membrana sintetica invisibile (per quello che ciò potesse essere) e riteneva che le creature l'avessero posta attorno alla città per proteggere la loro nave spaziale. Di sicuro la barriera girava tutto attorno alla città... o così pensava lui. Provammo punti diversi lungo sentieri di contadini o tracciati di greggi e ognuno arrivava ad un arresto completo.

Che ci piacesse o no, eravamo imprigionati come un pesce in una boccia. Ma ciò sembrava non aver importanza... almeno fino a che JJ non dette uno sguardo al 'libro' delle creature.

"Lui eccolo là, se è un 'lui'," disse Jimmy-James, indicando la creatura con la scatola di cotone filato. Il buffo era che la scatola ora sembrava avere meno roba all'interno di quanta non ne avesse all'inizio. La prima volta che l'avevamo vista sembrava che fosse quasi piena.

"L'altra cosa," disse JJ con una voce incerta che ti faceva pensare che stesse realizzando ciò che stava per dire nel momento stesso in cui lo diceva, "è che sembra che non tocchino la gente con quelle... quelle cose a velo."

"Sì," approvai. "Penso sia ciò che volevo dire sul fatto che fossero più caute. Per buona parte, comunque."

Ed sbuffò. "Forse è che più ci osservano e meno gli piacciamo."

Estelle scompigliò i capelli ingrassati di Ed Brewster e strizzò le labbra. "Sono sicura che gli piace quello che vedono di te, tesoro," trillò senza cambiar forma alla bocca. "Piacerebbe a tutti." Sembrava che Estelle stesse parlando a un neonato in una carrozzina. Anche Ed dovette averlo pensato perché le disse di piantarla con quel chiasso mentre si riaggiustava il ciuffo sulla fronte.

"Dobbiamo a tutti i costi dare un'occhiata a quella cosa a forma di scatola," disse JJ.

"E come facciamo?" chiesi. "E, comunque, che ce ne viene? A me sembra soprattutto un carico di porcherie."

JJ si allontanò dalla staccionata e si avviò verso la strada. "E' proprio così," urlò al di sopra delle sue spalle mentre si dirigeva verso la creatura con la scatola. "Nessuno di noi ha guardato a quello che c'è là dentro, non da vicino."

Osservavamo tutti il confronto.

Jimmy-James s'arrestò proprio di fronte alla creatura e questa si girò. Quasi immediatamente, le piccole braccia velate si allargarono come spinte da una brezza e si posarono sulle spalle di JJ, il suono lamentoso s'alzò di un tono o due nel processo. Poi iniziò ad andarsene indietro, con le braccia che soffiavano via libere.

JJ urlò verso di me di avvicinarmi. Ed Brewster si alzò e si spostò accanto a me. "Vengo anch'io," disse.

"Sta attento a quello che fai, Ed, tesoro," cinguettò Estelle.

"Sta tranquilla, Estelle, sta tranquilla," rispose Ed con, forse, solo la traccia di un sospiro. E tutti e due ci incamminammo lungo la strada per unirci a JJ. Fu così che entrammo nella nave spaziale delle creature.

L'alieno con la scatola continuò ad arretrare da noi tre e noi ci limitammo a continuare a seguirlo. Alla fine raggiungemmo la nave dove scoprimmo altre due creature che stavano presso la rampa.

Le creature poi indietreggiarono nella nave. Noi continuammo e seguirle.

Alcuni minuti dopo tutti e tre ci ritrovammo in mezzo a un ammasso disordinato di quella che sembrava schiuma a tocchi, con forme varie, impilata o messa contro altri tocchi. Alcuni pezzi erano circolari (cilindrici, disse JJ) e altri sembravano delle gocce di creta per modellare, sistemate da una mano gigantesca senza alcun disegno o ragione.

Dentro, all'interno della nave, le braccia-ali delle cose sbattevano più veloci e più rapide che mai... e l'alieno che avevamo individuato a registrare l'intera visita era occupato al massimo, togliendo pezzetti di schiuma con i viticci ed assorbendoli. Quando guardai all'interno della scatola, vidi che non c'era più quasi niente.

In alto, sopra una parte della stanza affollata, una grossa cosa-lampada se ne stava da sola. Fermi sotto la lampada due alieni erano apparentemente concentrati su di un'altra scatola, le braccia-ali svolazzavano come foglie catturate dal vento. Questa scatola particolare era completamente piena, un insieme di forme, tocchi e pezzetti multicolori, tutti pressati uno dentro l'altro o isolati.

"Occorre dare un'occhiata a quella," sussurrò JJ ad Ed e a me.

"Lasciala a me," disse Ed Brewster. Si diresse verso la scatola e la sollevò con tutte e due le mani. "Va bene se la prendo in prestito per un po', amici cari?" disse, facendo ondeggiare la scatola di fronte alle due creature.

Le cose sembrarono non far niente mentre Ed tornò indietro e indietreggiò insieme a noi, anche se le loro braccia sventolavano più veloci che mai. Poi, di colpo, le piccole braccia-ali si afflosciarono e le due creature si voltarono. Subito la creatura che stava di fronte alle altre due nel centro della stanza fece ondeggiare le sue braccia e poi, anch'essa, si girò.

"Usciamo da qui," disse Jimmy-James. "Incomincio ad avere un cattivo presentimento."

Mentre correvamo lungo la piattaforma tornando verso Sycamore Street chiesi a Jimmy-James cosa volesse dire con l'ultima frase. Ma lui scosse semplicemente la testa.

"E' troppo fantastico perfino a pensarlo," fu tutto ciò che disse. "Fatemi solo dare un'occhiata alla scatola e poi forse potrò farmi un'idea."

La riportammo di gran carriera a casa di Jack e Edna Bannister giù lungo Beech Avenue e mentre io e Ed ci bevevamo una tazza dietro l'altra del caffè forte della mamma di JJ, lo stesso JJ se ne stava piegato sopra il contenuto della scatola aliena. Erano quasi le tre di mattina quando un Jimmy-James con gli occhi spiritati entrò di corsa nel salotto dei Bannister e sbatté la scatola sul tavolo. Ed s'era addormentato, raggomitolato come un bambino sul divano, e io stavo guardando la Guida TV.

"Devo guardare l'altra scatola," disse. "Ora!"

Ed fece schioccare rumorosamente le labbra e si rivoltò sul divano.

Io sollevai lo sguardo da un servizio su Gilligan's Island e rimasi sorpreso nel vedere quanto Jimmy-James rassomigliasse a quel sopravvissuto inerme del naufragio. "Che succede?"

JJ scosse la testa e si passò le mani tra i capelli. Notai subito che tremavano. "Tanto, forse... forse niente. Non lo so."

"Tu vorresti..."

"Ho usato tutte le solite tecniche di codifica," disse JJ spuntandole sulle dita tese. "Ho applicato il Principio Patagone delle forme ripetute, dei motivi dei colori, degli spazi... Ho applicato la Legge Spettromica delle relazioni delle sfumature e le dinamiche comunicative strutturali degli antichi Incas..."

Sollevai una mano dicendogli di fermarsi. "Hey, amico... di che diavolo stai parlando?"

JJ si accovacciò di fronte a me e mi fissò negli occhi. "Ha un senso," disse. "L'ho fatto funzionare... gli schemi si adattano."

"Tu l'hai capita?" gettai lo sguardo alla scatola piena di forme sconnesse. "Quella?"

JJ annuì con enfasi. "Sì!" disse. Poi, "No! Oh mio Dio, non lo so. Per questo devo controllare. E devo farlo stasera. Domani potrebbe essere troppo tardi."

"Ancora non capisco cosa..."

Il genio locale di Forest Plains mi posò una mano sul ginocchio. "Non c'è tempo," disse, "Non c'è tempo per parlare. Dobbiamo farlo ora."

Studiai per alcuni secondi il suo viso, vidi lo sguardo dei suoi occhi: ci si leggeva un bisogno urgente, questo sì... ma c'era anche dell'altro. Era la paura. Jimmy-James Bannister appariva impaurito più di quanto possa mai essere un uomo. "Va bene, andiamo a farlo."

Si alzò su e guardò ad Ed. "E di lui?"

"Starà bene. C'è da aspettarsi qualche problema là?"

"Penso di no."

"Benissimo, andiamo allora."

E andammo.

La nave era silenziosa e buia. JJ aveva preso la pila del suo vecchio e tutti e due strisciammo lungo quella piattaforma verso il profondo del razzo delle creature. Il luogo era deserto, il che andava benissimo. Non ci volle molto per JJ per trovare la seconda scatola (quella che la creatura aveva usato per tutto il tempo) prenderla tra le braccia e correre fuori dalla nave.

Fummo di nuovo a casa quasi subito dopo essere usciti. Per l'intera faccenda non c'erano voluti meno di dieci minuti.

Osservai JJ che si sedeva di fronte alla nuova scatola (che conteneva ora solo alcune zollette o pezzi informi di quella roba tipo creta) spremendosi le mani e mormorando tra se e se. Non lo sopportavo più e afferrai JJ e lo scossi finché non riuscii a sentire i sui denti che sbattevano, "Cosa diavolo c'è, JJ... perché non me lo dici per l'amor di Dio?"

Sembrò tornare in se e allora si calmò. Poi fece con tono basso, "E' per gli alieni."

"Che c'è su di loro?" chiesi.

"Sono..." Sembrò che si stesse sforzando di trovare le parole giuste. "Sono palindromi."

"Sono cosa?"

"Vanno all'indietro... il loro tempo è diverso dal nostro."

"Il loro tempo è diverso da nostro? Diverso in che modo?"

"Si muove in una direzione diversa... all'indietro invece che avanti... tranne che per loro è in avanti. Ma per noi è..." JJ agitava le braccia come se stesse per decollare. "Be', è completamente incasinata così com'è."

"Cos'è tutto questo rumore?" Chiese Ed rigirandosi sul divano. Si allungò per raggiungere il suo pacchetto di Lucky e se ne mise una nell'angolo della bocca, l'accese con un fiammifero.

Io non sapevo cosa dire e guardai verso Jimmy-James. "Forse sarebbe meglio se lo dicessi a lui... a noi!"

JJ si sedette al tavolo vicino alle due scatole, una piena e una quasi vuota. Sorrise e disse con calma, "E' così.

"Sono riuscito ad entrare nei fondamenti del loro linguaggio. Non è stato poi tanto difficile una volta eliminate le aree senza vie d'uscita." Puntò la scatola quasi vuota. "Questo è il 'libro' che stanno usando ora... quello che registra cosa accade qui... qui sulla Terra."

"A me sembra un ammasso di creta," disse Ed, soffiando il fumo per tutta la tavola e spingendo via un bordo della scatola.

"Questo perché sei..." disse con impazienza JJ, "perché tu sei della Terra. Per loro è l'equivalente di un diario... il diario di bordo, se credete."

Ed tornò a sedersi sul divano. "Va bene. E che dice?"

"Inizia nel momento preciso in cui hanno aperto le porte. Dice che hanno trovato un gruppo di creature che stavano nell'esterno e li osservavano mentre sbarcavano... mentre uscivano. Queste creature, dicono i loro dati, avevano degli strumenti... pensarono all'inizio che le cose potevano essere dei regali."

Aggrottai le ciglia. "Quando è stato? Io non ho mai portato strumenti."

JJ si piegò in avanti. "Sta proprio qui. Tu non li portavi. Non è successo. Almeno non è ancora successo." Sollevò la scatola sulle sue ginocchia e puntò alle forme all'interno. "Vedete, è tutto sistemato in una forma lineare, con ogni pezzo che si collega agli altri, innalzandosi nella scatola ad ondate e ripiegandosi dall'altra parte. Sono come strati di pasta ripiegati su se stessi. Ma guardate al modo in cui sono sistemati... potete tirare via dei pezzi e il buco tiene. E' una forma strutturale intricata di comunicazione di base. Dico 'di base' perché sono riuscito a trovare solo gli elementi di base. C'è molto ma molto di più... ma non avevo il tempo di scoprirlo. Non ora, comunque."

Ed fece cadere la cenere sul tappeto e la sfregò con la mano libera. "Perché non hai il tempo? Che c'è da aver paura?"

"La paura è che la registrazione continua col dire quanto fossero sorpresi di scoprire delle creature..."

"Non certo meno sorpresi di quanto non lo fossimo noi di veder loro!" dissi.

JJ continuò senza commenti. "Continua col dire come uscirono e si misero di fronte a noi e come nessuno, nessuno di noi, si mosse o fece qualcosa. Rimanemmo semplicemente là. Poi tutti ce ne andammo e tornammo alle nostre strutture. Andarono a guardare dietro all'esterno di queste strutture e poi tornarono alla loro nave. Erano preoccupati per il fatto di aver in qualche modo creato la situazione con l'energia della loro nave."

"Huh?"JJ fece segno ad Ed di stare zitto e continuò.

"Ascolta. Poi dice che, dopo alcune ricerche preliminari (dicono che si dovrà portare avanti una ricerca molto più approfondita) dopo queste prime ricerche, noi arrivammo a bordo della loro nave e prendemmo in prestito il loro giornale di bordo."

"Certo, bene, l'abbiamo preso il giornale di bordo," dissi. "Per quello che ci può essere utile."

"Ma di tutta quell'altra roba non è successo niente," disse JJ. "Queste cose qui..." indicò ai pezzi singoli di creta... sollevò un capo del foglio accuratamente intrecciato di pezzi connessi e di piccole costruzioni. "Questo solo ammonta a meno di una singola giornata. Le creature sono state qui quasi tre giorni ormai. Non si fa menzione di tutte le altre cose che sono successe. E tenete bene a mente... le cose qua dentro sono quelle che sono rimaste, per quanto ci riguarda."

Pensai che qualcuno doveva pur chiederlo così andava benissimo che fossi io. "Cosa vuoi dire con 'sono quelle che sono rimaste'?"

"Voglio dire che abbiamo visto la creatura togliere le cose da questa scatola per tutto il tempo che è stata qui, giusto?" annuii e vidi che Ed Brewster faceva lo stesso. "E," continuò JJ enfatizzando la parola, "ciò che abbiamo qui, ora, è ciò che rappresenta cosa è rimasto nella scatola dopo che ha rimosso le cose di creta per quasi tre giorni, è una registrazione di quando sono arrivati all'inizio. La creatura ha tolto le cose da sopra, l'ho osservata... e anche tu Derby; anche tu Ed, e ha lasciato le cose in fondo completamente intatte. E queste cose registrano il loro arrivo."

Ed e io sedevamo in silenzio, fissi su Jimmy-James. Non avevo la minima idea di cosa dire ed era la stessa cosa per Ed. JJ dovette capirlo perché iniziò a parlare di nuovo senza darci la minima possibilità di fare un commento.

"Derby, le creature... hai notato come sembri sempre che si girino allontanandosi quando si va a parlare con loro?"

Avevamo immaginato che la parte chiara della cima del fungo funzionasse più o meno come il viso delle cose. Ed era vero, ora che Jimmy-James lo diceva, che le cose avevano sempre quella parte di loro voltata ogni volta che ci avvicinavamo ad esse.

"E' perché al momento in cui inizi a cercare di comunicare con loro, loro hanno appena finito di cercare di fare la stessa cosa con te."

"Mi sa tanto una cacata," disse Ed. "Neppure Perry Mason potrebbe far condannare qualcuno con queste prove."

"E avete notato come vi rivolgano il viso quando si allontanano? E' perché, nel loro schema temporale, si stanno avvicinando."

Qualcosa di tutto ciò iniziava ad avere un senso per me e JJ lo notò.

"E tutti abbiamo commentato il fatto di come il loro atteggiamento verso di noi stia cambiando," disse. "Tu hai detto che hanno iniziato ad essere più lenti... più cauti."

"Sì, l'ho detto," ricordai.

"Be', stanno diventando più cauti perchè dove si trovano ora è quando sono appena arrivati. Quando li abbiamo visti per la prima volta era nel loro terzo o quarto giorno di permanenza. Si erano abituati a noi allora... adesso non lo sono ancora."

"Va bene, va bene, ho sentito quello che stai dicendo, JJ," dissi. "Forse il tempo delle creature si sposta all'indietro, se è ciò che vuoi dire. Non lo capisco, ma in fondo ci sono molte cose che non capisco. Quello che mi lascia interdetto è perché ti ci riscaldi tanto. Tutto sta andando per il meglio: li abbiamo visti 'arrivare', che tu dici è quando se ne sono andati, e nel frattempo non è successo niente. Tutto ciò di cui ci dobbiamo preoccupare è del nostro futuro che è il loro passato... e se sono venuti da là e tutto è a posto..."

Vidi il viso di JJ che faceva delle smorfie come se avesse appena succhiato un limone. Si sporse e tirò la scatola lungo il bordo del tavolo, sollevò un altro di quei puzzle intrecciati di pezzi d'argilla multicolore. "Questo è il diario precedente," disse, "quello prima di quello che hanno iniziato all'arrivo.

"Ricorderete che ho detto che c'era una frase nel diario di bordo dell'attuale nave sulla preoccupazione delle creature per aver in qualche modo creato la situazione che avevano trovato al loro arrivo?" Annuimmo tutti e due. "Be', questa situazione è spiegata con un po' più di dettagli nella registrazione precedente." A questo punto Jimmy-James tornò a sedersi sulla sedia e sembrò mandar giù il respiro.

"Benissimo: il giornale dice che stavano seguendo il corso preso da una nave precedente, una nave che era scomparsa molto tempo prima, quando sperimentarono una qualche specie di terribile tempesta spaziale che non era mai stata registrata prima. Per un certo periodo fu in dubbio la loro sopravvivenza, comunque sopravvissero. Ma quando la tempesta si placò, non si ritrovarono in nessun luogo che potessero riconoscere. Dopo qualche loro periodo di tempo (che, basandosi sulle informazioni limitate nel nuovo libro, dovrebbe essere di un quarto di giornata, ora più ora meno) ci fu un improvviso lampo di luce accecante e una grossa esplosione. Quando controllarono i loro strumenti scoprirono che la loro nave stava per impattare con un pianeta che sembrava essere apparso dal nulla."

Ed apparve confuso. "Così questa esplosione si spense prima che toccassero il pianeta?"

JJ annuì.

"Non l'afferro," disse Ed.

Dissi di lasciar finire Jimmy-James.

"Non c'era stato alcun pianeta là prima di allora," disse JJ. "Poi c'era. E quel pianeta era la Terra.

"Riuscirono appena ad evitare la collisione," continuò JJ, "e scesero sulla superficie del pianeta. Dopo aver controllato le condizioni atmosferiche si prepararono ad uscire. Il giornale di bordo finisce con essi che si chiedono cosa vi troveranno."

Mentre JJ parlava avevo trattenuto il fiato. Lo lasciai andare con un lungo sospiro. "Sei sicuro?"

Il possessore della testa migliore di tutto il paese annuì tristemente.

"Ma tu pensi di essere sicuro?"

"Penso di essere sicuro, sì."

"E hanno scoperto noi, giusto?"

"Giusto, Ed," disse JJ. "Hanno scoperto noi." Attese.

Ripensai a tutto ciò che avevo udito e sapevo che doveva esserci qualcosa che avrebbe dovuto preoccuparmi... ma non riuscivo proprio a immaginare cosa potesse essere. Poi mi colpì. "Il lampo accecante," dissi. "Se prima di quel lampo accecante non c'era niente e dopo c'era la Terra... allora, se il tempo delle creature si sposta all'indietro, e la loro versione del loro arrivo è, o sarà, la nostra versione della loro partenza, ciò significa che gli alieni distruggeranno il pianeta quando partiranno."

JJ stava annuendo. "E' come me l'immagino anch'io," disse.

Guardai verso Ed e lui guardò verso di me. "Che cosa facciamo?" chiesi a JJ.

JJ si strinse nelle spalle. "Dobbiamo fermare la loro partenza, in termini della nostra progressione temporale."

"Ma nei termini della loro, vorrebbe dire fermare il loro arrivo... e loro sono già qua."

"Sì, questo è vero. Allo stesso modo, se facciamo qualcosa per fermarli (e io qua vedo solo un corso di eventi) allora, di nuovo nel nostro tempo, loro non 'arriveranno' veramente... anche se, naturalmente, sono già arrivati per quanto ci concerne. Ciò che facciamo è prevenire la loro partenza nei nostri termini."

Ed Brewster scosse la testa e si spinse fuori del divano fino a terra. "Gesù, mi sta venendo un diavolo di mal di testa, qui," disse. "Il loro arrivo è la nostra partenza... la loro partenza è il nostro arrivo... ma se non fanno questo, come potrebbero fare quello... e in quanto alla palindromia..." Si sollevò passandosi le mani tra i capelli. "Mi sembra tutta una roba uscita fuori da Howdy Doody. Che significa tutto questo? Come possiamo giocare col tempo a questo modo? Come può qualcuno giocare col tempo in questa maniera?"

"Penso che potrebbe essere stata la tempesta spaziale," disse JJ. "Penso che, forse, il loro tempo progredisse normalmente nello stesso modo del nostro... anche se Albert Einstein ha detto che non dovremmo rimanere legati ai binari del tempo visto come una progressione lineare a senso uni..."

"Gesù, Jimmy-James!" Urlò Ed, e JJ sobbalzò... gettando un'occhiata verso la camera da letto dei genitori mentre noi tutti ci aspettavamo di sentire dei rumori di persone che si avvicinavano per vedere il motivo di tanto rumore. "Gesù," continuò Ed in un sussurro roco, "Non riesco ad afferrare tutta questa roba. Dilla in parole semplici."

"Benissimo," disse JJ. "Immaginiamo una delle due cose: o gli alieni sono sempre andati indietro nel tempo oppure no.

"Se accettiamo la prima opzione, allora dobbiamo chiederci come hanno trovato la strada per arrivare al nostro universo."

"La tempesta spaziale?" Suggerii."Penso di sì," disse JJ. "Se accettiamo la seconda opzione, quella che non viaggiano normalmente indietro nel tempo, allora dobbiamo chiederci cosa potrebbe aver causato il cambiamento." Guardò di nuovo verso di me e fece un sorrisetto.

Annuii. "La tempesta spaziale."

"E-satto! Così, in entrambi i casi, è tutta opera della tempesta. Ma qualunque sia la causa, rimane il fatto che sono qui e dobbiamo prevenire ciò che ha causato l'esplosione, qualunque cosa essa sia."

Rimanemmo quasi un minuto seduti a considerare il fatto. Non mi piaceva il suono di ciò che avevo udito, ma mi piaceva molto meno il suono del silenzio che era seguito. Guardai Ed. Neppure lui appariva molto contento. "E allora come facciamo, JJ?" chiesi.

JJ si strinse nelle spalle. "Dobbiamo ucciderli... ucciderli tutti," disse. Tirò fuori dalla scatola ormai quasi vuota che tutti riconoscevamo come il giornale di bordo dell'attuale nave le poche costruzioni simili a pizzo di argilla intrecciata. "E dobbiamo farlo stanotte."

Non ricordo realmente come radunammo la gente quella notte. E non ricordo di essere stato ad ascoltare JJ che raccontava più e più volte la sua storia. Ma c'è da dire che lo fece e che la gente fu raggruppata, C'ero io, lo sceriffo Ben, Ed, Abel, Jerry e lo stesso Jimmy-James Bannister. Uscimmo in silenzio fino alla nave spaziale e non fummo per niente sorpresi di vedere dei deboli fili di vapore che uscivano dai fianchi o che la piattaforma era alzata per la prima volta da... be', per la prima volta negli ultimi tre giorni. Come la piattaforma si abbassò, lentamente, sul terreno polveroso della zona abbandonata al di là della sala da biliardo di Bill e Ma, sentii JJ che chiamava il mio nome.

"Derby..."

Mi voltai e lui sollevò il fucile, poi annuì verso gli altri che stavano lungo Sycamore Street, tutti portavano una cosa o l'altra. "Strumenti," disse.

Ormai era troppo tardi. I giochi erano fatti.

Appena apparvero iniziammo a sparare. Ci spostammo in avanti come un'unica massa, vigilanti, sparando e ripulendo, sparando e ripulendo. Le creature non seppero mai cosa le colpì. Si piegavano semplicemente e cadevano a terra, alcune all'interno della nave e altre su Sycamore Street. Quando furono morte, lo sceriffo Ben andò da ognuna a piazzargli un paio di proiettili nella testa con la pistola.

Noi continuammo nella nave e finimmo l'opera.

Ce n'erano sedici. Rastrellammo la nave da cima a fondo come in preda alla febbre, una frenesia omicida distruttiva, tirando fuori pezzi di schiuma e buttandoli sulla strada... allo stesso modo in cui si potrebbero tirar fuori i cavi dalla parte di dietro di una radio per fargli smettere di suonare musica da ballo. Dio!, ma eravamo impauriti.

Quando sorse il sole, rimettemmo gli alieni dentro la nave e inzuppammo il tutto di benzina. Poi ci accostammo un fiammifero. Bruciò in modo tranquillo, come avremmo dovuto aspettarci da un qualsiasi veicolo manovrato da creature così gentili. Bruciò per giorni e notti. Quando smise caricammo i resti sul camion a pianale di Vince Waldon e li portammo fino al Darien Lake. La barriera (o il 'campo di forza', come la chiamava JJ) era scomparsa. Le cose erano tornate più o meno alla normalità. Per un po'.

Risultò poi che JJ aveva trovato altri di quei giornali di bordo quella notte, quando tutti noi rompevamo e distruggevamo. Risultò che li aveva portati via di nascosto dalla nave e li aveva messi al sicuro per poterli recuperare in seguito. Non lo scoprii subito.

Venne a casa mia circa una settimana dopo.

"Derby, dobbiamo parlare," disse.

"Di che cosa?"

"Degli alieni."

"Oh, per l'amor di Dio, io..." stavo per dirgli che non sopportavo di parlare più di quelle creature, non riuscivo a sopportare di pensare a quello che gli avevamo fatto. Ma la sua faccia aveva un tale bisogno di conversazione che mi fermai quasi subito. "Che c'è da dire sugli alieni?" chiesi.

Fu allora che Jimmy-James mi disse di aver preso i vecchi diari da dentro la nave.

Camminando lungo Sycamore, mi disse, "Hai mai pensato a quello che abbiamo fatto?"

Feci un grugnito.

"No, non al fatto che abbiamo sparato agli alieni... ma sul come abbiamo cambiato il loro passato." Qualcuno aveva lasciato una bottiglia di soda sul marciapiede e JJ la calciò con calma nella cunetta. Il rumore che fece, comunque, fece partire l'abbaiare di un cane e io cercai di localizzarne il suono, ma non ci riuscii. Sembrava comunque che si adattasse quella mescolanza di un cane solitario che abbaia e della notte e del discutere degli alieni... come se tutto fosse correlato. "Voglio dire," continuò JJ, "abbiamo cambiato il nostro futuro... il che va bene: tutti possono farlo, ma in realtà abbiamo cambiato delle cose che, per quanto riguardava loro, erano già accadute. Ci hai pensato a questo?"

"Per niente." Camminammo in silenzio per quasi un minuto, poi chiesi, "E tu?"

"Un po', all'inizio. Poi, quando ho letto i diari, ci ho pensato un sacco." Si fermò e si volse verso di me. "Ti ricordi del diario quello grosso, della scatola piena? Quello che finiva con i dettagli dell'esplosione?"

Non dissi nulla, ma sapevo di cosa stesse parlando.

"Sono andato più a fondo sui dettagli sulla nave scomparsa... quella che era andata perduta. L'ultimo messaggio che hanno ricevuto da quest'altra nave veniva dalle stesse coordinate."

"E allora?"

Si strinse nelle spalle. "Il messaggio diceva che stavano avanzando quando hanno notato di colpo un pianeta che prima non c'era."

"Pensi che mi vada di ascoltare tutto questo?"

"Penso che la Terra sia destinata alla distruzione. Gli alieni realizzeranno una qualche specie di piano cosmico."

"JJ, incominci a perdermi."

"Certo, incomincio a perdere me stesso," disse con una risatina. Ma non c'era nessun umorismo. "Quest'altra nave, la prima, quella di cui parla il diario... ho calcolato che è circa quaranta anni nel loro passato. O nel nostro futuro."

Gli afferrai il braccio e lo feci voltare. "Vuoi dire che ci sono altre di quelle cose in arrivo?"

JJ annuì. "Nel giro di quarant'anni, più o meno. E si ritroveranno in questa sezione di universo e BOOM!..." Sbatté le mani rumorosamente. "-Ehi, capitano,-" fece JJ con un accento che suonava vagamente straniero, "-c'è un pianeta laggiù!- E non c'è nessuna bambola kewpie per indovinare il nome di quel pianeta."

"Così, se anche loro si stanno spostando all'indietro... allora questo vuol dire che ci distruggeranno." Il cane abbaiò di nuovo da qualche parte in alto alla nostra destra.

"Sicuro. Ma se gli alieni che abbiamo appena ucciso stavano per fare il lavoro, come potrebbero averlo fatto anche gli altri?"

"Un altro pianeta?"

JJ scosse la testa. "Le coordinate apparivano abbastanza specifiche... per quanto potessi capirci. E qui c'è un altro problema."

"Cos'è?"

"I diari sono andati. Si sono liquefatti... trasformati in poltiglia."

"Tutti?"

"Ogni pezzetto. Ma era della Terra che stavano parlando. Ci scommetto la mia vita... diavolo, ci scommetterei perfino la tua."

Fu allora che realizzai appieno quanto amico realmente fosse Jimmy-James Bannister. Dava un valore molto più grande alla mia vita che alla sua.

"Il che vuol dire, naturalmente," disse JJ, "che saremmo destinati a fermare gli alieni come abbiamo già fatto."

"Vorrebbe dire che dobbiamo farlo?"

"A me pare così." Mi fissò e deve aver visto che mi rilassavo un po'. "Ti fa sentire meglio?"

"Un po'."

"Anche a me."

"Che cos'è? Che cos'è che causa la distruzione?"

"Ehi, se lo avessi saputo... Come la penso io è che forse stanno in qualche modo incurvandosi attraverso lo spazio... una specie di cessione di materia. Le riviste hanno parlato di questo genere di cose per anni: li chiamano imbuti neri o qualcosa del genere.

"Ma forse stanno incurvandosi anche attraverso delle progressioni temporali... senza neppure realizzare che lo stanno facendo. Poi, appena appaiono nella nostra dimensione o nel nostro piano, un qualcosa che opera su una diversa progressione temporale... è come una reazione chimica e..."

Battei le mani. "Lo so," dissi. "BOOM!"

"Giusto."

"E allora che faremo?"

"In questo momento? Niente. In questo momento il bilanciamento è stato ripristinato. Ma il paradosso si ripeterà... attorno al 2003, 2004." Mi sorrise. "Più o meno."

Continuammo a camminare e a parlare ma questo è tutto ciò che posso ricordare di quella notte.

Il giorno dopo, o forse quello dopo ancora, lo dicemmo a Ed Brewster. E facemmo un patto tra noi.

Non potevamo permetterci di dire a qualcuno cosa era successo. Chi ci avrebbe creduto? Dov'erano le prove? Qualche scatola di fango? Potevamo scordarcelo. E se avessimo mostrato loro la roba annerita in fondo al Darien Lake... be', era solo un ammasso di roba annerita sul fondo di un lago.

Ma c'era un'altra ragione per cui non volevamo raccontare a nessuno al di fuori di Forest Plains ciò che avevamo fatto. Proprio come nessun altro in paese desiderava dirlo a qualcun altro. Ci vergognavamo.

Così facemmo un patto. Avremmo tenuto gli occhi aperti, avremmo guardato i cieli, come dice il giornalista nel film La cosa...

E quando sarebbe successo qualcosa, avremmo saputo cosa fare.

Quello che realmente mi colpisce, ancora, dopo tutto questo tempo, non è il fatto che ci sia da qualche parte un gruppo di alieni che forse è diretto verso un incontro disastroso con la Terra... ma che là, nel loro pianeta o nella loro dimensione, ci sia un altro gruppetto di creature che sta ascoltando i loro messaggi... un gruppetto che abbiamo ucciso nelle strade di Forest Plains 40 anni fa.


© Peter Crowther, 1999
titolo originale, Palindromic
apparso originariamente in Martin H. GREENBERG, Larry SEGRIFF (a cura di), First Contact
[Primo contatto, Grandi Opere Nord 32, Editrice Nord, Milano, col titolo  Palindromia, tr. Luca Landoni]
ristampato on-line in infinity plus
tr. ital. Danilo Santoni

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