(Questa
relazione è stata diffusa come indirizzo laterale alla conferenza
annuale del Southern Humanities Council, presso la University of Alabama
di Huntsville, nel Febbraio del 1993. Il tema della conferenza era
Inner
Space, Outer Space: Humanities, Technology, and the Postmodern World.
E
stata poi ristampata su LOCUS e su THE NEW YORK REVIEW OF SF)
![]()
Ho l'onore, il piacere e
il privilegio di essere qui a far parte di questa conferenza. Il privilegio,
perché noi scrittori di fantascienza non veniamo invitati spesso
a prender parte ai dibattiti che sorgono dal mondo accademico, e anche
perché a uno scrittore fa sempre piacere uscire di casa.
Lasciate che inizi con qualcosa
che non è proprio originale, ma fa bene ripeterla all'incirca ogni
generazione: la letteratura non è un fatto individuale, ma è
una cosa collettiva. La letteratura è il raccontare storie e si
debbono avere delle storie da raccontare. E' un mito (ecco un'altra forma
di raccontare) che noi scrittori ci inventiamo queste storie. Di
fatto noi le troviamo. Sono il lavoro di intere civiltà, non di
uomini o donne soli. Il mito dell'artista come un individuo alienato e
sradicato a volte potrebbe essere valido (se l'arte è una proprietà
privata, anche la creatività dovrebbe esserlo, e dobbiamo dire che
ci tagliamo le orecchie per provarlo) ma oggigiorno con le arti che diventano
sempre più frammentate e mercificate è importante recuperare
l'artista come un essere sociale, di fatto un essere singolarmente sociale.
E' stato Marx a dire (il
18 Brumaio, credo) che sono gli uomini e le donne a fare la storia, ma
non la fanno esattamente a loro piacimento, la fanno usando la materia
che hanno a portata di mano. La stessa cosa avviene con la letteratura,
che in fondo è la storia scritta dal basso. Ed è vero soprattutto
con quella figliastra della letteratura, piccola e sudicia, che è
la fantascienza.
E si arriva così
alla relazione tra la tecnologia (di sicuro una creazione sociale) e l'immaginazione
(ugualmente sociale, secondo il mio punto di vista).
Ultimamente va di moda guardare
all'immaginazione come rappresentasse delle ali per la civiltà e
alla tecnologia come a dei piedi per essa, spesso dei piedi d'argilla.
E' allo stesso modo giusto, e a volte più utile, guardare alla tecnologia
come un mezzo per dare le ali all'immaginazione. Si provi ad immaginare
Melville senza baleniere, Willa Cather senza la ferrovia e l'aratro, Kerouac
senza automobili, Mark Twain senza battelli a vapore o Bobbie Ann
Mason senza televisione.
Come scrittore e come lettore
(e tutti gli scrittori una volta sono stati dei lettori e lo sono ancora)
vorrei porre l'attenzione su una relazione particolare tra una particolare
tecnologia e un particolare regno dell'immaginazione: Il viaggio spaziale
e la fantascienza.
La fantascienza e Huntsville
si perdono indietro nel tempo, già prima che Huntsville fosse Huntsville.
A quando era Peenemunde.
Di recente mi sono imbattuto
in una storia interessante che ho trovato in una vecchia rivista di fantascienza
pubblicata durante la seconda guerra mondiale. L'articolo era scritto da
Willy Ley, un tedesco che aveva avuto il buon gusto e l'accortezza politica
da farsi esiliare e arrivare in America prima del periodo nazista. Era
stato segretario della Società Missilistica Tedesca durante la Repubblica
di Weimar. Era diventato un rifugiato politico in fuga dai nazisti, forse
era ebreo, forse era comunista, forse era un umanista, non lo so. Comunque
aveva osservato gli eventi nella natia Germania dagli USA con grande interesse
e, devo aggiungere, con grande perspicacia. Il suo articolo si trovava
in un pulp fantascientifico ma non era un racconto immaginario. Aveva un
titolo antiquato e sgraziato: "V-2--Rocket Cargo Ship." Iniziava così:
Una storia completa e dettagliata del laboratorio tedesco di ricerca missilistica vicino a Peenemunde sulla costa baltica non sarà mai scritta. Non ci sarà nessuno in vita per scriverla. La maggior parte di coloro che ne conoscono la storia completa sono già morti e quelli che sono ancora in vita moriranno prima della fine della guerra.Forse si trattava di un desiderio da parte di Willy Ley; comunque sappiamo che si sbagliava. Gli scienziati provenienti da Peenemunde non solo sono sopravvissuti ma hanno ricevuto onori e sono stati protetti dai loro antichi nemici. Hanno fondato i programmi spaziali sia degli Usa che dell'Unione Sovietica. Il ruolo di Werner von Braun è conosciuto a tutti. Hermann Oberth, che da alcuni viene indicato come colui che ha sviluppato Peenemunde, e di sicuro ha messo le mani nella sua direzione, si trovava a Cape Kennedy per il lancio dell'Apollo 11.
"Lei pensa, Herr Professor, che ci sarà il bisogno di razzi che portino cinquecento chili di posta per oltre novecento chilometri" Oberth mi fissò (racconta Ley) col sorriso che i pedagoghi di un tempo riservavano alle persone che chiamavano "mio caro giovane amico" e disse dopo un attimo: "ci sarà bisogno di razzi che portino cinquecento chili di dinamite per oltre cinquecento chilometri."
Oberth,
naturalmente, consciamente o inconsciamente, stava parlando delle V-2.
La prima V-1 (non esattamente un razzo, più un missile a reazione)
era apparsa sull'Inghilterra una settimana dopo il D Day. In tutto un qualcosa
come duemila di queste "buzz-bombs" caddero su Londra uccidendo circa 6.000
persone. Fu, come il bombardamento americano di Bagdad, o il bombardamento
alleato di Dresda, un'operazione terroristica imprecisa diretta verso la
popolazione civile.
Come Arthur C. Clarke della British Interplanetary Society, mi scopro ad essere lacerato. Per quanto riguarda la guerra, Clarke desiderava che le voci fossero semplice propaganda. Ma per quanto riguarda la ricerca missilistica futura, un razzo di venti tonnellate con una gittata di duecento chilometri e oltre sarebbe stato una vera briscola. Si sarebbe potuto puntare ad esso e dire, "Sì, si può fare."
Le
V-2 erano meno precise delle V-1 e meno efficaci come strumento di terrore.
Ma recavano un grosso segno premonitore. Ley conclude nel suo articolo
(scritto all'incirca nel 1945) che "Le prime navi spaziali sono già
state costruite, anche se non sono state usate come tali. Sì, occorre
ammetterlo, la V-2 è la prima nave spaziale."

Il
1959 vide un forte declino nella circolazione delle riviste di fantascienza
che continuò per tutti gli anni '60. Ci sono coloro che dicono che
successe perché il sogno era stato rubato: iniziando con lo Sputnik
e Gagarin e continuando poi con i Mercury e gli Apollo, il viaggio spaziale
aveva cessato d'essere proprietà dei sognatori ed era entrato nel
dominio pubblico (o anche peggio, in quello governativo). Si ritrovava
nei workshop di Hunstville e Pasadena, e sulle prime pagine dei giornali.
La scienza era rimasta, ma era scomparsa la fiction e, con essa, il mito.
Si era spostato dalle pagine di Astounding a quelle di Life
con le pubblicità della Chevrolet e dei frigoriferi.
C'è una qualche verità
in tutto ciò, ma non penso che sia tutta la storia o gran parte
di essa. Anche all'inizio degli anni '60 (e gli anni sessanta della trasformazione
iniziarono nella seconda metà del decennio) l'odore del cambiamento
era nell'aria. Stavamo entrando in una nuova era e i ragazzini furono i
primi a capirlo. Coloro che se ne accorsero (o ne sentirono la puzza) prima
dell'arrivo vero e proprio furono proprio quelli che leggevano le riviste
di SF, i sognatori del sogno della SF. Loro (noi) iniziarono a fare altri
sogni.
Fu qui che smisi di leggere
fantascienza e mi spostai verso la letteratura "seria". Nel mio caso fu
la Beat Generation a portarmi in una subcultura che aveva a che fare più
col jazz che con la missilistica, una cultura che era spesso estranea (o
si sentiva estranea) con la tecnologia. Gli anni '60 furono quelli in cui
andammo sulla Luna. Quelli in cui l'Apollo nacque, s'ingrandì, invecchiò
e morì (in quanto gli anni '60 continuarono negli anni '70). L'Apollo
fu il trionfo tecnologico più grande, ma non l'unico, di quella
era. Ci sono stati i Pioneer e i Mariner, i Viking e i Voyager. A seguito
di questi viaggi, quello che la fantascienza aveva semplicemente immaginato,
io lo avevo visto coi miei occhi: gli anelli di Saturno, le Lune di Giove,
le pietre e la semplice sabbia di Marte.
E' ironico il fatto che
quegli stessi anni '60 furono il decennio in cui le limitazioni della tecnologia
furono comprese appieno. Fu il decennio che vide la fine della fede arrogante
nella nostra onnipotenza, della supremazia bianca, eurocentrica e sì,
maschilista. Il sogno santificato storicamente ma aberrante e crudele del
dominio del mondo bianco occidentale morì in Vietnam. Ucciso dall'eroismo
e dal sacrificio dei vietnamiti. Qui a casa nostra ci ritrovavamo in lotta
contro noi stessi in quanto i neri e le donne lottavano per il diritto
all'autodeterminazione e, più importante, per essere se stessi.
I limiti alla crescita apparvero drammaticamente visibili, dall'inquinamento
all'espandersi delle zone urbane. Ma non c'è bisogno che descriva
gli anni '60, Tutti noi siamo stati formati, in un modo o un altro, da
quel decennio decisivo di trasformazione. Come successe per la fantascienza.
Il viaggio spaziale fu associato in molte menti, e non del tutto arbitrariamente,
con la guerra e con il dominio. La NASA si definiva come l'organizzazione
non militare più grande del mondo. Eppure l'Apollo era una chiara
parte della guerra fredda. E come fa ad essere non militare un'impresa
che ha in maggioranza impresari militari? Gli astronauti (con l'importante
eccezione di Armstrong) erano dei militari e quant'è civile un test
civile per pilota per aerei militari? Questo, non per denigrare l'Apollo,
che penso sia stato uno dei più grossi successi umani (umani, non
soltanto maschili, occidentali, militari o quasi religiosi) di questo secolo,
se non di ogni altro secolo.
Sto semplicemente raccontando
come lo vedevamo allora.
Rimasi deluso dell'atterraggio
sulla Luna. Che diavolo ci faceva Richard Nixon? Era un ostacolo, non solo
perché lo ritenevo (e lo ritengo ancora) un criminale di guerra,
ma perché se solo avesse potuto avrebbe cancellato l'intera faccenda
e lo sapevano tutti quanti. Eppure ero emozionato. L'osservavo sapendo
esattamente cosa significava quando noi (umani, non solo uomini, non solo
americani) facevamo i primi passi su un altro mondo. Sapevo che avevamo
fatto un passo che non sarebbe stato annullato.
E non ci dimentichiamo che
gli anni '60 non sono stati del tutto anti tecnologici. Non è che
eravamo dei semplicioni luddisti. La copertina di Whole Earth Catalogue
era
la foto della terra che sorgeva sulla luna, scattata dall'Apollo 8. Il
punto di vista di Whole Earth era quello stesso della NASA.
La fantascienza rifletteva
questa ambivalenza. Non poteva far altro.
Sia come scrittori che come
lettori eravamo parte dei tempi. Molti scrittori FS odierni sono maturati,
come Bill Clinton, negli anno '60. Fummo formati e trasformati dalle stesse
forze. Per di più le inalammo. La fantascienza negli anni '60 aveva
nuovi progetti. Non era più una letteratura per ragazzi o esclusivamente
maschile. Ursula LeGuin e Joanna Russ portarono una nuova coscienza femminista;
c'erano sempre state delle donne scrittrici, ma avevano scritto con nomi
maschili. Scrittori neri come Samuel Delany e una nuova generazione di
scrittori bianchi resi sensibili al razzismo, non solo portarono una migliore
comprensione della diversità, ma aggiunsero i neri alla letteratura.
Alcuni grossi nomi come Disch, Malzberg, Bester, Dick, Ellison (molti con
ancora un piede nella Golden Age) iniziarono ad esplorare cosa succede
alla fantascienza se aggiungi valori letterari come personaggi complessi
e buona scrittura; quando fai una seconda e una terza stesura. Nonostante
le proteste (e la gente si sta ancora lamentando del fatto che la SF si
faccia "troppo letteraria"), il genere non esplose, e non implose o morì.
Per la prima volta gli scrittori di fantascienza non erano prima di tutto
scienziati. Erano principalmente scrittori, e poi scienziati (se avevano
una qualche scienza, in quanto la scienza stava diventando come i latino
o il greco per un gentleman inglese del XIX secolo, onorata sul campo).
Negli anni '60 la SF generò il suo primo movimento letterario, la
New Wave, modellata i parte sulla Beat Generation, l'ultimo movimento letterario
occidentale cosciente ad avere successo, con collegamenti umanistici più
stretti di quelli scientifici, e con molto più in comune con i ragazzi
delle strade o la guerriglia sulle montagne che con gli scienziati che
stavano a Houston, Pasadena e Huntsville. Lo dico senza fare apologia.
Penso sia stata una cosa buona. Eppure, ad ogni passo in avanti, qualcosa
andava perduto. Nel caso della fantascienza, quello che si perdeva era
la corda principale, il sogno del viaggio spaziale.
Tutto questo accadeva un
quarto di secolo fa e vorrei dire che entrambe le metà della interfaccia,
fantascienza e viaggio spaziale, si trovano ad attraversare tempi duri.
L'Amarezza da Post-Apollo. I tempi duri sono più evidenti alla NASA
e nella comunità scientifica. Come gli anni '60 si avviavano verso
il termine, gli USA stavano perdendo la loro prima guerra e cercando di
comprarsi una popolazione ribelle interna con programmi sociali dispendiosi.
Anche se era stato lui (e non Kennedy) ad immaginare per primo il viaggio
sulla Luna, Lyndon Johnson non volle più sentir parlare (e ritenne
che il Congresso non volesse sentir parlare) di altri programmi spaziali.
Il lancio sulla Luna rimase solo quello, un lancio sulla Luna. Dopo l'Apollo
non tornammo più. La NASA orientò le sue vele per concentrarsi
sul programma dello shuttle che Arthur C. Clarke sperava diventasse "il
DC-3 dello spazio"; già prima del disastro del Challenger questo
che era uno dei più gentili tra i critici lo chiamava "il DC-1 e
1/2." Invece di rivolgerci alle stelle facevamo cuscinetti a sfera e lanciavamo
satelliti spia. Nel frattempo si scoprì che il programma spaziale
sovietico, che era sembrato tanto attraente e, di fatto, era stato così
importante, si stava soffocando nel proprio rigurgito.
La situazione, o il fato,
della fantascienza attualmente appare, a prima vista, migliore. Il mercato
librario si è allargato drammaticamente, alcuni direbbero grottescamente,
da 1200 a 1500 titoli l'anno che riempiono intere pareti nelle librerie
Dalton e Walden. Ma più della metà non è proprio fantascienza,
bensì fantasy, attualmente commercializzata sotto l'unica supercategoria
SF. Anche lo SFWA è diventato lo SFFWA. Non è che voglia
denigrare il fantasy (be', forse lo sto facendo)... almeno, non dovrei
farlo. Almeno la metà della mia produzione è fantasy. Ma
la maggior parte dell'odierna fantasy è derivativa, roba molto discutibile,
riscaldata da imitazioni di Tolkein o da copiature di Moorcock, che guarda
non a possibili futuri, ma a passati magici impossibili, abitati da fate
sfacciate e elfi, da tetri nani e da troll istupiditi; dove cloni di Re
Artù si fanno strada tra montagne fumanti di letame di unicorni
e draghi. Non è una letteratura di nuove idee.
Nella SF "corretta" (se
mi è permesso usare questo termine) i cambiamenti apportati dagli
anni '60 sono stati permanenti: Non è più una letteratura
maschile: almeno metà degli scrittori maggiormente premiati sono
donne. Non ha più paura o ritrosia ad esplorare problemi sociali.
Il livello generale di scrittura è molto più alto (anche
se ha a volte una certa uniformità, un po' come il mainstream.)
Il movimento fantascientifico più recente, il Cyberpunk, include
alcuni buoni scrittori: Bill Gibson, Bruce Sterling, Pat Cadigan sono i
migliori che abbiamo. Ma va detto che essi esplorano lo spazio interno
al posto di quello esterno, una realtà virtuale distopica, generata
al computer. E gli autori di SF "hard" come Bear e Benford di solito trattano
il viaggio spaziale come un risultato passato e non come una nuova avventura.
La SF va alla grande al
cinema ma è roba piuttosto trasandata, almeno se confrontata con
le grandi giornate di 2001, che almeno aveva tentato di catturare il vuoto,
il silenzio e la freddezza dello spazio. Cos'è "Star Wars" se non
la Battaglia d'Inghilterra in pompa magna, completa di ali e effetti sonori,
con Alec Guiness che giocava a fare Churchill? Senza sigaro.
Cos'è "Star Trek"
se non un Motel Six nello spazio, che va dove un Motel Six non è
mai stato prima, con un equipaggio politicamente corretto che indossa tute
da riscaldamento dell'NBA, in una organizzazione sociale che fa eco alla
marina inglese dei tempi di Nelson?
E ogni generazione è
più trasandata della precedente. Di sicuro è inutile andare
contro tutto questo. Mi sto rivelando come un musone che ricorda con nostalgia
la mondezza della sua infanzia e guarda male alla mondezza di oggi. Non
è che la legge di Sturgeon, che dice che il novanta percento di
ogni cosa (compresa la SF) è mondezza, sia mai stata abolita.
Eppure penso si debba fare
una precisazione. La fantascienza non è più sovversiva neppure
per caso, non è più il posto dove la gente cerca nuovi futuri
possibili ed eccitanti. Penso che senza la sua corda principale del viaggio
spaziale, la SF abbia sofferto una crisi di identità. Una crisi
che spero stiamo per superare, in quanto io ho speranze per il futuro,
non solo della fantascienza, ma del programma spaziale in generale.
Molti anni fa, dopo aver
scritto tre romanzi, due dei quali fantasy e uno di storia alternata, e
ritrovandomi accettato in qualche modo sia dai lettori che dagli altri
scrittori, decisi di scrivere un romanzo di fantascienza convenzionale,
all'antica, se preferite, autentico.
Su che cosa? Su un viaggio
su Marte. Cos'altro?
Il mio romanzo, Voyage
to the Red Planet, ha degli elementi satirici. La NASA e la marina
statunitense sono state svendute per pagare il debito nazionale, e il primo
viaggio su Marte è stato intrapreso da uno studio cinematografico
di Hollywood, nella speranza che gli incassi ai botteghini ripaghino il
viaggio
Ma il libro ha elementi
seri. La nave che usano è un vascello USA-URSS rimasto da un precedente
viaggio cancellato. La storia si fa più seria man mano che va avanti,
coi personaggi e l'autore stesso che entrano nel viaggio, insegnandomi
direttamente cos'era che mi interessava maggiormente della SF e cos'era
che soprattutto mi mancava. Il viaggio, almeno ad un livello, una vera
avventura fantascientifica sui primi passi su un altro pianeta.
Ora, abbastanza interessantemente
(in quanto non voglio pretendere di aver lanciato una moda) gli ultimi
anni hanno visto un'esplosione di romanzi dui viaggi su Marte. Alcuni buoni,
alcuni cattivi, alcuni indifferenti e uno grandissimo.
Abbiamo Mining the Oort
Cloud di Fred Pohl; Beachhead di Jack Williamson; Mars
di Ben Bova. E, il migliore di tutti, Red Mars di Kim Stanley Robinson.
Robinson porta qui un po'
di discussione. E' uno dei migliori scrittori di fantascienza 'letterari';
è accademicamente esperto (ha una laurea in inglese) e viene attaccato
ripetutamente, oserei dire invariabilmente (e quasi sempre ingiustamente),
per non essere Realmente SF. Eppure è Robinson, vorrei far notare,
che ha iniziato l'opera di restauro della 'corda principale' della fantascienza,
con un'impresa elefantiaca di tre romanzi sulla colonizzazione di Marte.
Il primo, Red Mars,
parla dei Primi Cento, il gruppo di coloni attentamente selezionati inviati
su Marte all'inizio del prossimo secolo e presenta uno sguardo affascinante
sulle contraddizioni politiche che si sviluppano tra i coloni e i paesi
e le multinazionali che li hanno inviati, e tra coloro che vogliono preservare
Marte e coloro che vogliono sfruttarlo e terraformarlo.
Green Mars e Blue
Mars portano avanti la storia.
Robinson porta in questa
impresa monumentale la sensibilità trasformata di cui parlavo: è
un umanista, un femminista e un marxista. Ha abbastanza dello scienziato
da essere enormemente accurato sul vero Marte e abbastanza dello scrittore
per essere sorprendentemente fedele al panorama. E' grande coi personaggi,
ma ormai moltissimo scrittori di SF oggigiorno sanno creare personaggi.
Robinson è il nostro W.H. Hudson che sa rendere vivi panorami esotici.
Amare questo libro significa amare Marte. Penso (spero) che risvegli moltissimi
dormienti nella SF e che li faccia mettere tutti al lavoro.
Per questo mi sento incoraggiato.
Al massimo della mia speranza penso che in queste prime rondini si veda
una nuova primavra, e che l'infrastruttura tecnologica e immaginativa che
abbiamo lasciato cadere quasi in rovina sia salvata e ricostruita, e che
potremo avere una stazione spaziale, un osservatorio ottico sulla Luna,
uno shuttle che funzioni e che sia veramente riutilizzabile, i viaggi di
robot verso i pianeti esterni e verso quelli interni, e che Marte riesca
a far sì che tutto ciò accada.
Sono d'accordo con Michael
Collins, il miglior scrittore che sia mai andato sulla Luna, il Francis
Parkman delle pianure lunari, che Marte si tirerà tutto nella propria
scia. Che un passo gigantesco stimolerà tutti gli altri più
piccoli. Di fatto, mi aspetto pienamente che accada. E durante la mia esistenza.
Spererei che non sia un avvenimento esclusivamente americano, che abbiamo
armai superato questo livello.
Noi scrittori di fantascienza
non possiamo farlo accadere, ma siamo una parte legittima del sogno. Penso
di poter dire, guardando alla nuova massa di libri su Marte, che stiamo
iniziando a venir fuori dalle Amarezze da Post-Apollo. Abbiamo imparato
qualche lezione e siamo impegnati in un nuovo genere di letteratura, più
inclusiva, più intelligente, più sofisticata ma ancora visionaria.
E ancora rivolta verso l'alto.
Verso le Stelle.
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