La science fiction si occupa generalmente del futuro
dell'uomo. E' una letteratura di speculazioni scientifiche più che
un genere letterario, a mio parere, è un modus cogitandi,
di interpretare la realtà attraverso l'estrapolazione di modelli
virtuali.
Quando si parla di Scienza, però, per la
SF, occorre fare due grosse precisazioni: la prima è che per Scienza
si intendono non solo le discipline hard (fisica, matematica astronomia...)
ma anche quelle umanistiche (psicologia sociologia...). Il carattere poi
di speculazione e di modus cogitandi mette in evidenza come esista
un nesso evidente tra la SF e la stessa filosofia.
La seconda precisazione è che (come insegna
Samuel R. Delany) la Scienza dei futuri virtuali della SF non è
necessariamente simile alla nostra ma, ai nostri occhi, potrebbe addirittura
apparire, in taluni casi, come "magia" nel senso di surreale-allusiva,
non-logica, irrazionale poiché basata su parametri che ci sono ancora
ignoti. In questo esiste un sorprendente tegame tra la science fiction
e il modo surrealista di interpretazione della realtà, ideato da
Salvador Dalì e definito paranoico-critico, basato "sull'associazione
critico-interpretativa di fenomeni illusori, e ognuno di essi includerebbe
già interamente la struttura sistematica e si oggettivizza prima
di tutto a priori attraverso "azione della critica".
Detto in altri termini, esistono immagini e sistemi
visuali analogici che già possiamo immaginare, ma non ancora
spiegare "logicamente", ovvero da un punto di vista scientifico ortodosso.
LaSF poi, non ha soltanto a che fare con fa Scienza
di oggi o quella virtuale del Futuro, nè è semplice speculazione
scientifica o paranoico-critica; accanto alle discipline scientifico-filosofiche,
occorre tener conto del còté espressivo, e quindi
artistico. L'Arte stessa nelle sue correnti d'avanguardia è pensiero,
progetto, metodo, interpretazione-simulazione di realtà virtuali.
Lo scrittore vero di science fiction deve essere anche un artista delle
metafore, siano esse scientifichein senso stretto, ovvero hard,
oppure più sfumate umanisticamente, verso il reame della filosofia
e quindi del fantastico nobile.
2. Perché la Science fiction non è un genere letterario
Puo sembrare paradossale, eppure la science flction
non è un genere letterario vero e proprio. Esistono, invece, una
serie di immagini, di situazioni-tipo che possono sì essere usate
in modo non originale per confezionare un prodotto di imitazione di un'opera
originale, e questo accade spesso nella SF; anzi, in ambito americano è
la norma di un progetto di lavoro seriale-industriale per una letteratura
che mira al consumo, e che vive su un mercato di lettori.
La science fiction vera, quella creativa e quindi
personale, d'autore mira alta speculazione (non quella commerciale, s'intende:
bensì filosofica, di pensiero originale) e quindi agisce in quella
terra vergine di progettualità intellettuale-visiva che è
il regno dei pittori-filosofi del surrealismo: Dalì e Magritte.
3. Dalì e la Science Fiction
Il punto di partenza della ricerca di Dalì
fu la conquista dell'irrazionale, con la quale il maestro spagnolo mirava
a rendere percettibile, con la precisione più assoluta, le immagini
fantastiche dell'irrazionalità concreta che non sono gratuite
bizzarrie più o meno barocche, belle ed originali, ma immagini
che per il momento non sono spiegabili nè attraverso sistemi concettuali
logici nè attraverso meccanismi razionali, nè sono riducibili
a questi. Il metodo paranoico-critico di Dalì porta alla luce
queste immagini, schegge del nostro profondo, in un'esplorazione del nostro
io che ha punti di contatto con la psicoanalisi e con le sperimentazioni
di laboratorio che ebbero per oggetto gli allucinogeni.
Dalì rileva inoltre come la cosiddetta fantasia
irrazionale stia alla base di tutte le scoperte scientifiche che hanno
condotto alla ipermeccanizzazione del nostro secolo. Il percorso "filosofico"
dell'artista si stacca però poi dalla scoperta dell'irrazionale,
operata questa con l'ausilio, come s'è detto, della psicoanalisi,giungendo
ad una sorta di nuovo classicismo che Dalì definisce come una sintesi
di pittura classica, età atomica e spiritualismo.
E' questo un sapere polimorfo che, visivamente,
si traduce in opere quali la celebre Leda atomica (1949), nella
quale gli elementi mitologici greci (Leda e il cigno) sono naturalmente
ed armonicamente fusi in un contesto comune con oggetti e corpi fluttuanti
secondo rigorosi rapporti matematici che, al tempo stesso, rimandano a
speculazioni della fisica moderna traducendole in un contesto artistico
con immagini poetiche.
Come si può capire, il problema a livello
artistico di Dalì è lo stesso che si pone ogni scrittore
vero di SF: come rendere in un'opera letteraria nel modo più preciso
ma poetico allo stesso tempo le grandi idee della scienza contemporanea,
e di quella futura stessa.
E' evidente che la soluzione proposta da Dalì
è una delle più creative, libere eppure funzionali allo stesso
tempo. Uno spettatore distratto potrebbe eliminare una qualunque opera
di Dalì come "fantasia gratuita, tecnicamente precisa, ma al massimo
bella, da un punto di vista barocco", non cogliendo assolutamente il sapere
scientifico che essa contiene (le leggi della fisica visualizzate attraverso
immagini poetiche, ad esempio). Il problema è quindi quello della
comunicazione, la quale spesso è indirettamente proporzionale al
grado di accessibilità di un testo. Più un'opera è
comprensibile ad un lettore standard, meno essa comunica da un punto di
vista di novità proposte.
4. La semiotica e Magritte
Ii problema del linguaggio, eccolo qui. E non solo
inteso come semplice veicolo di comunicazione elementare, ma anche sotto
il punto di vista della forma del contenuto, ovvero di proposta dei problemi
che sono la sostanza della SF sotto una forma espressiva adatta (ad esempio
quella simbolica, per Dalì, delle leggi fisiche visualizzate con
immagini poetiche). Entra quindi in gioco, in modo esplicito, una disciplina
come la semiotica, che in ambito surrealista rimanda subito a certe sperimentazioni
"intelligentissime" benché all'apparenza assurde da un punto di
vista visivo all'insegna del buon senso, di René Magritte.
Magritte con alcune sue opere intraprese una "analisi
terapeutica degli specifici disordini logici prodotti dal linguaggio".
Portava alla luce con i suoi dipinti le incoerenze nascoste nella struttura
del pensiero e del linguaggio.
Nel celeberrimo L'uso della parola 1(1929-29)
vediamo dipinta in uno spazio non formalizzato una pipa, accompagnata
dalla didascalia "Ceci n'est pas une pipe" ("Questa non è una pipa").
Il che è vero: quella pipa, in quanto immagine di, e non oggetto,
non sarà mai fumata. Nonostante la correlazione evidente che esiste
tra l'immagine della pipa e la stessa didascalia, è difficile poi
dire se l'asserzione del testo è vera o falsa. E in questa ambiguità
a mio parere si trova il fascino di questo dipinto di Magritte che è
un po' l'ambiguità di fondo - irrisolta - della natura stessa
della science fiction.
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