Pino Blasone

Appunti sull'immaginario telematico

Si rese conto che il mondo dei cristalli non era più nobile di quello normale. Era semplicemente diverso. Quelle astrazioni autosufficienti di "ego" erano i cristalli, che seguivano i loro gusti, vivevano le loro esistenze totalmente aliene, pensando con una logica e secondo scale di valori inconcepibili per un essere umano.

Theodore Sturgeon, in "Cristalli sognanti"
  


Prima parte

Affabulazione on-line

Magari abbinato al webmastering, di recente il cosiddetto story-telling ha invaso la Rete anche da noi. Quasi non si contano i "siti" e WebRing che lo ospitano. Un po' a caso, citiamo i nomi suggestivi di quelli noti a chi qui scrive: BookCafé, www.scrivi.com, Pianeta01, !KUNG, Il sito Internet del movimento Neo-Noir, WebWriters, L'Anello Giallo. Più che un ennesimo genere, esiste una specificità della scrittura creativa on-line? In merito, conviene ricordare esperimenti di narrativa ipertestuale su dischetto dei primi anni Novanta, quali Afternoon di Michael Joyce e Border-line di Miguel Angel Garcìa (edizioni Castelvecchi e Synergon, 1993). Notizie ed esempi aggiornati sui loro lavori o su produzioni analoghe si possono facilmente rinvenire in Rete, immettendone i nomi tra virgolette nei migliori "motori di ricerca". Alla Narrativa ipertestuale? Sergio Cicconi ha dedicato un articolo ricco di segnalazioni di links, sulla rivista Internet News di luglio 1999. Vi ricorrono narrazione "in presa diretta", essenzialità e immediatezza del linguaggio, tasso di visualità che a volte sfocia nel visionario, senso di incompiutezza da "work in progress" e "dissolvenze incrociate" che specialmente in Joyce sfiorano intensità lirica. La tendenziale sincronicità della vicenda narrata è ottenuta tramite frequenti flashback e spotlight. Aspetti non strettamente connessi col mezzo telematico, ne dovrebbero in teoria venir favoriti, pur evitando tecnicismi eccessivi sul tipo di hotwords che inducano il lettore inesperto a rimbalzare disorientato da un episodio all'altro.

Spesso, il racconto pubblicato in Rete è invece ciò che una volta si sarebbe sia pur a malincuore riposto nel proverbiale cassetto della scrivania, in attesa di tornarci su a freddo o di sottoporlo al giudizio paziente di un amico. Questa, almeno, un'obiezione indiscriminata da parte dell'editoria a stampa o della critica letteraria ad essa più o meno consapevolmente allineata. Eppure, anche un banale scambio di messaggi di posta elettronica finisce per modificare il linguaggio e la forma espressiva, se non altro attraverso le caratteristiche e perfino i possibili ma intriganti equivoci di questo nuovo tipo di comunicazione. Figuriamoci poi quando ci si abbandona o applica all'antico insopprimibile impulso di narrare! Semmai, l'obiezione su riferita si può ribaltare. A tanti nostri autori su "supporto cartaceo", non esclusi nemmeno alcuni di nuova fantascienza, difetta questo per essere davvero attuali: l'esperienza diretta e assidua dell'orizzonte stimolante e a volte inquietante della Rete delle Reti. Non mancano però altri, che si sono lasciati andare a significative concessioni alla pubblicazione on-line (si vedano Vittorio Catani e Franco Ricciardiello per la fantascienza, Danila Comastri Montanari per il "giallo storico"). Né probabilmente è un caso che tali aperture provengano dalla narrativa italiana "di genere", oggi da noi in crescita e attenta alle istanze di rinnovamento più del così definito mainstream.

Comunque, fa sempre un certo effetto veder riaffiorare la propria narrazione nel monitor di un computer. Nello schermo acceso, sullo sfondo chiaro o scuro della pagina virtuale, si possono ora leggere allineate in bell'ordine le stesse parole che a suo tempo vi abbiamo immesso digitandole sulla tastiera e visto nascere e scorrere luminescenti. Per giunta, ricomposte dopo essere state trasmesse attraverso i mille canali in codice e le fitte maglie immateriali della rete telematica. Paradossalmente, assistiamo a una rivincita e rivisitazione contemporanea della scrittura. Ebbene, non sarà questo un modo aggiornato per dilatare e arricchire lo spazio della comunicazione: magari grazie a un confronto di pareri e-mail con l'eventuale lettore o autore interessato, o tramite un semplice "rispecchiamento" con se stessi? Ovvero per rimettere in circolo la linfa dell'immaginario collettivo e, anche - perché no? -, per rimescolare le carte concedendogli qualche opportunità individuale in più di esprimersi. Riequilibrare natura e tecnica. Tale dovrebbe essere a monte, del resto, un assunto improrogabile per una cultura da terzo millennio.

A seguito di detti sviluppi, può darsi che sorga piuttosto - questa volta nel lettore o nello stesso narratore on-line - un dubbio dal vago sapore pirandelliano. Oggi come mai, un flusso ininterrotto di fiction avvolge da ogni lato le pareti trasparenti del nostro spazio quotidiano. Attraverso i videogiochi, la televisione, il cinema e - in maniera certo più discreta - la cara vecchia carta stampata, essa simula al di là un mondo di possibilità e scelte in effetti inibite nel chiuso di questo nostro innaturale spazio (se fossimo attori in un film, si potrebbe insinuare per scarsa applicazione o immaginazione di chi dovrebbe sceneggiare le nostre storie). Allora, c'è davvero bisogno di insistere a narrare?

In cerca di una risposta, non guasta tornare a considerare quei classici della "narrativa pura" mondiale, che in qualche misura possono richiamare alla mente la struttura di un odierno ipertesto. Ad esempio il Pancatantra attribuito all'indiano Visnukarma, le Mille e una notte della tradizione arabo-persiana o il Decameron del nostro Boccaccio. Secondo un congegno antico, in essi una storia fa da "cornice" alle varie narrazioni. In ogni storia-cornice, dei personaggi si improvvisano narratori di altre storie. Se vi capita di rammentarle o leggerle, fateci caso. Sia il loquace pappagallo il quale racconta le favole del Pancatantra, sia la bella e astuta Shehrazàd delle Mille e una notte, sia i giovani in fuga dalla peste che si intrattengono a vicenda con le novelle del Decameron, sono spinti da un motivo comune. Oltre a sfidare sovente gli arbìtri degli uomini, narrando esorcizzano e allontanano da sé la morte, fino a conseguire su essa un trionfo benché precario.

Non occorre a tutti i costi scomodare uno studioso di psicologia del profondo come il vecchio Carl Gustav Jung, per dedurne che narrare può contribuire a riattivare la dinamica della vita e ad attualizzarne le ragioni, anche o proprio là dove le circostanze riflesse nella narrazione risultino avverse. A patto, tuttavia, che quest'ultima scaturisca e si rigeneri all'interno del nostro intimo spazio. Infatti, solo in tal modo si può confidare in una pur esile garanzia che essa perpetui memoria e nostalgia dell'elemento originario, il quale si presume abbia principiato a narrare noi stessi e tutto quanto ci circonda. Per fortuna la fantasia di Shehrazàd, la Grande Narratrice, pare in effetti non aver limiti. Ella si serve di ogni mezzo pur di continuare a narrare e a sopravvivere, perfino contro la nostra volontà e nonostante ogni forma più o meno larvata di rimozione o censura. Sta' a vedere che la sua ultima incarnazione non venga a coincidere, per l'appunto, con la Grande Ragnatela? O, azzardiamo di più, forse anche grazie alla narrazione on-line la Rete delle Reti si avvia a divenire cassa di risonanza e luogo privilegiato di rielaborazione del complesso e conflittuale inconscio collettivo della nostra epoca "postmoderna".

Un altro congegno elementare della "narrazione pura" è quello della mediazione tra io e sé. Per far ciò, è necessario imbastire un non facile dialogo con se stessi e quindi un interlocutore che funga da referente o moderatore. Nelle Confessioni di Sant'Agostino il tramite in questo triangolo era addirittua Dio. Nella Consolazione della filosofia di Severino Boezio subentrava un'allegorìa femminile della Filosofia. Forse per carenza di fantasia, nel Secretum di Francesco Petrarca il ruolo era assunto dal fantasma di Agostino che aveva messo a punto il modello. Saltando "qualche" tappa, arriviamo alla Coscienza di Zeno di Italo Svevo, che rimpiazza i precedenti con la figura più realistica e attuale di uno psicoanalista. Non c'è ovunque mediazione, senza almeno una proiezione o simulazione di alterità. Abbiamo indicato solamente alcune opere, in cui il dispositivo è esplicito e si propone in prima persona per quanto riguarda l'io narrante. Sono però molte, e in maggioranza, quelle in cui il funzionamento di esso si realizza in maniera più o meno latente. Sebbene ciò sia contestabile, sembra di poter affermare che tale dinamica si possa non solo applicare a livello individuale e scritturale, ma estendere a determinati fenomeni collettivi. Cercheremo di chiarire più avanti il discorso, presupponendo entrambi i principi accennati.

In calce a questa sommaria riflessione, si può ipotizzare che a lungo andare la pratica della narrazione telematica e la crescita di un relativo circuito riescano a influire sulla forma e anche sui contenuti della letteratura non solo on-line, rinnovandoli e approfondendoli. Anzi, attendibilmente tale processo è già in atto, come la narrativa Cyberpunk ha mostrato. Citiamo a parziale sostegno una volta tanto non un critico né un letterato, ma nientemeno il padre lungimirante del World Wide Web, il fisico Tim Berners Lee: "Col passare del tempo sarà sempre più facile mettere in rete materiali scelti o fatti da voi. E se pensate di saper fare meglio di chiunque altro, scrivetevi da soli il vostro ipertesto. Stabilite dei link soltanto con ciò che gradite. Noi siamo le scelte che facciamo. Se volete che il Web sia europeo, o che sia ricco di musica corale antica o quant'altro, datevi da fare. E ricordate: nessun altro sarà costretto a leggere ciò che avete scritto, ma voi avrete fatto la vostra parte per conservare e affermare ciò che giudicate importante. Che la diversità fiorisca. Quando la grande ricchezza di popoli che è l'Europa entrerà in contatto con se stessa tramite il Web, il risultato dovrebbe essere: tolleranza, progresso, e tanto divertimento" (dalla rivista Telèma, n. 8).

Carillon mediatico

Sullo stesso numero della primavera 1997 della rivista Telèma, il nostro filosofo Gianni Vattimo proclamava: "Il tema che si propone alla filosofia della fine di questo secolo e dei decenni che la seguiranno è quello di ripensare l'esistenza umana in relazione al delinearsi della Rete". Ma facciamo un salto indietro nel tempo. "Telematica privata: ognuno si vede promosso al comando di una macchina ipotetica, isolato in posizione di perfetta sovranità, a distanza infinita dal suo universo originale, cioè nella posizione esatta di un cosmonauta nella sua capsula, in uno stato di assenza di gravità che lo costringe ad un eterno volo orbitale e a mantenere una velocità sufficiente nel vuoto sotto pena di venire a schiantarsi sul suo pianeta di origine". Così, già nel 1987, scriveva il filosofo e critico dei mezzi di comunicazione di massa Jean Baudrillard nel saggio L'altro visto da sé (tradotto dal francese in italiano per Costa & Nolan, 1992).

Tuttavia l'avvento del World Wide Web, versione ipertestuale e multimediale di Internet, ha intanto velocemente mutato tale prospettiva poco entusiasmante. Il presunto isolamento del "navigatore telematico" si è almeno formalmente attenuato: grazie ad esempio alla formazione delle cosiddette città digitali o comunità virtuali, più o meno vasti conglomerati di siti spesso organizzati per interessi tematici, e al parallelo ulteriore sviluppo della posta elettronica, dei gruppi di discussione, delle chat-line o chat-room... Certo, tutto questo ha conservato e visto anzi accentuare il carattere di capillare simulazione - e a volte alterazione - del reale costituita dalla Rete delle Reti. Ma, se è vero quanto affermava Tim Berners Lee inventore del Web - che più che mai in questa nuova dimensione "noi siamo le scelte che facciamo" -, in una certa misura dipende sempre da noi se essa debba essere un fenomeno di estraneazione e addirittura alienazione, di banale proiezione o distrazione, e non piuttosto di alternativa rispetto alla realtà corriva del mondo. Tutto sta a non abbandonarne snobisticamente il terreno, nonché a raffinare in proporzione i propri strumenti di interazione ovvero di intervento.

Un pericolo e un allarme di segno opposto è leggibile, con un po' di "buona volontà", tra le parole del filosofo francese. Che alla volontà di rappresentazione auspicabilmente insita nel mondo, di cui il navigatore telematico si potrebbe e dovrebbe fare tramite e interprete, venga sovrapposta o sostituita dall'alto un'illusoria ed equivoca volontà di potenza, funzionale questa sì ad un sistema ormai globalizzante di mistificazione del reale. In termini individuali, l'alterità offerta - magari a buon mercato e ormai quasi gratis... - dalla Grande Ragnatela in quanto salutare mediatrice fra il nostro compresso io e quanto di inespresso custodisce il nostro intimo sé, anziché emancipatrice e promotrice di quest'ultimo, sarebbe un sottile inganno. Prima o poi al termine del trip telematico, questo spericolato e innaturale io lanciato "in volo orbitale" sarebbe destinato a ricadere rovinosamente su se stesso, in assenza di coordinate stabili e punti affidabili di riferimento. A ciò si aggiunga l'amara constatazione che nel frattempo il nostro piccolo "pianeta di origine" non solo non è migliorato ma si è andato sensibilmente degradando, forse perché troppo a lungo abbandonato a una incontrollata deriva o in balìa di eventi da ben altri preordinati ai propri fini e interessi.

Tanto vale risalire alle radici di ogni moderno pessimismo integrale, per cercare di mostrarne una certa sterilità. Un altro filosofo, notorio grande pessimista, nella raccolta di saggi Parerga e Paralipomena riassumeva con tale grazioso paragone la sua personale visione del mondo: "La cosa in sé è il primum mobile nel meccanismo che imprime il suo movimento a tutto il carillon complicato e variopinto di questo nostro mondo. Essa deve quindi essere di un'altra natura e di un altro genere rispetto a questo. Noi vediamo bene il nesso che unisce le singole parti del carillon, nelle leve e nelle ruote [...] che vi sono state installate intenzionalmente, ma non vediamo ciò che gli imprime il primo movimento". Ebbene, sorvoliamo per un attimo sulla misteriosa "cosa in sé" di kantiana memoria, limitandoci a rilevare un curioso e sintomatico paradosso. Arthur Schopenhauer, teorico del Mondo come volontà e rappresentazione, tralascia qui di valutare l'elemento più importante in rapporto alla sua stessa concezione: la musica prodotta dal carillon. Non sarà per caso essa a esercitare una seduzione sull'artefice/ascoltatore, e pertanto a imporre un orientamento se non una finalità strutturale al funzionamento dell'intero congegno?

A onor del vero, lo stesso pensatore sviluppa altrove deduzioni affini. Conforta che sia stato uno scienziato come Albert Einstein a rilevarlo, in Come io vedo il mondo. La teoria della relatività (Newton Compton, Roma 1988): "Io credo con Schopenhauer che l'impulso più potente che li spinge verso l'arte e la scienza è il desiderio di evadere dalla vita d'ogni giorno con la sua dolorosa crudezza e il suo vuoto senza speranza di sfuggire alle catene dei desideri individuali più sensibili fuori del loro io individuale, verso il mondo della contemplazione e del giudizio obiettivo. [...] L'uomo cerca, in maniera adeguata alle sue esigenze, di formarsi un'immagine del mondo, chiara e semplice, e di trionfare così sul mondo dell'esistenza sforzandosi di rimpiazzarlo, in una certa misura, con questa immagine. E' così che agiscono, ciascuno a suo modo, il pittore, il poeta, il filosofo speculativo, il naturalista". Non si può non essere d'accordo, tranne purtroppo che per la semplicità e chiarezza di tale rappresentazione. Sembra in effetti opportuno correggere con un'osservazione posteriore di Gaston Bachelard, in Il nuovo spirito scientifico (Laterza, Bari 1978): "All'opposto, invece della comunione con una realtà globale, alla quale lo scienziato ritornerebbe con gioia come a una filosofia originale, al fine di comprendere l'evoluzione intellettuale, non converrebbe fare attenzione al pensiero ansioso, al pensiero sempre alla ricerca di un oggetto, al pensiero che cerca le occasioni dialettiche per uscire dai propri limiti, per rompere i propri quadri, insomma al pensiero in via di oggettivarsi? Allora non è possibile non concludere che un tale pensiero sia creatore".

La telematica amatoriale si trova di fronte a una situazione grossomodo analoga, dal momento che l'odierno immaginario mediatico si colloca finalmente a un crocevia fra l'immaginario umanistico e quello tecno-scientifico, ma con qualche ovvia differenza. Noi non sappiamo ancora quale sinfonia compiuta o incompiuta - oppure, ammettiamolo con gli scongiuri di rito, messa di requiem - scaturirà dal carillon sempre più "complicato e variopinto" della Rete delle Reti. Per ora, ne percepiamo i suoni sparsi così come ne recepiamo le immagini che ci rimandano l'una all'altra in un enorme puzzle fittizio. Sta di fatto che la sola idea di questa musica virtuale esercita su molti un fascino ambiguo e estatico, simile a quello per il canto delle Sirene avvertito dall'Ulisse omerico legato all'albero della propria nave. E' probabilmente tale fascinazione a far crescere la Grande Ragnatela assai oltre i limiti prevedibili della sua utilità pratica o immediata. E' altresì grazie a tale seduzione che in tanti continuiamo a partecipare, benché in posizione critica o in misura esigua, della sua "volontà di rappresentazione". Ma, lungi dall'essere la "cosa in sé" ipotizzata da alcuni filosofi per il nostro vecchio mondo, essa tende per così dire a configurarsi come una "cosa fuori di sé", di altro genere e natura rispetto al mondo e a noi stessi. E chissà che non ne sia il più o meno degno esito e utopico coronamento!

Màndala nero

Molte sono le metafore che utilizzano l'immagine della luce, specialmente nelle letterature del passato. Le più celebri riguardano comprensibilmente la poesia o le tematiche mistico-religiose. Più raro è trovarne di contemporanee, per giunta in testi a carattere filosofico. E' il caso del francese Gilles Deleuze, in un articolo sulla filosofia di Michel Foucault: Che cos'è un dispositivo? (in Divenire molteplice. Saggi su Nietzsche e Foucault, a cura di Ubaldo Fadini, ombre corte, Verona 1996). Egli stesso risponde: "I dispositivi sono come le macchine di Raymond Roussel, così come Foucault le analizza; sono macchine per far vedere e per far parlare. La visibilità non rinvia ad una luce in generale che renderebbe chiari gli oggetti preesistenti, ma è fatta di linee di luce che formano figure variabili inseparabili da questo o quel dispositivo. Ogni dispositivo ha un suo regime di luce, un modo in cui questo si offusca, si smorza e si diffonde, distribuendo il visibile e l'invisibile, facendo nascere o scomparire l'oggetto che senza di esso non esiste".

Non è dato sapere se l'autore, scomparso qualche anno fa, riterrebbe lecito l'arbitrio. Ma mi pare che la metafora possa adattarsi, con un certo grado di approssimazione, alla globalità fenomenica della Rete delle Reti.Gli infiniti siti che la compongono sono altrettanti dispositivi, che illuminano letteralmente e idealmente svariati argomenti. E ognuno lo fa a suo modo, secondo una propria progettualità, sia pure nell'ambito di una programmazione comune e di una serie di codici convenuti che rendono attuabile la comunicazione e lo scambio dei contenuti. Tuttavia ogni contenuto assumerà attendibilmente un valore diverso, secondo il nuovo contesto in cui esso verrà riversato o "scaricato" a distanza da parte dell'utente, grazie magari alla semplice pressione di un tasto del mouse. E' poi nota la labilità dei siti telematici, e la conseguente mobilità o provvisorietà dei loro contenuti. Essi compaiono o scompaiono con facilità dai "motori di ricerca" che ne segnalano la presenza in qualche angolo del Web, salvo poi ricomparire presso gli indirizzi a volte meno prevedibili. Infine la Rete resta uno strumento di dialogo, grazie non solo alla interattività ma ai gruppi di discussione, alle chat-line e ovviamente alla posta elettronica.

Sulla sovraesposizione effimera dei contenuti mediatici, partecipi del resto della logica saturante e autofagocitante della nostra società degli eccessi e degli sprechi, insiste Baudrillard nel saggio su citato: "Se ci si pensa bene, noi stessi esistiamo solo nel breve istante in cui siamo sedotti - da qualsiasi cosa conti per noi: un oggetto, un viso, un'idea, una parola, una passione. Tale è l'attrazione del corpo nero della seduzione. Le cose si vogliono diritte, come la luce in uno spazio ortogonale - ma hanno tutte una segreta curvatura: la seduzione è ciò che segue questa curvatura, e l'accentua sottilmente, finché, seguendo il loro proprio ciclo, raggiungono questo abisso superficiale in cui si dissolvono". Anche qui si ricorre all'uso metaforico dell'immagine della luce. In più, abbiamo l'accostamento inquietante con l'evocazione di un poco siderale "buco nero", verso cui si affretterebbero e ci affretterebbero gli oggetti di consumo o i contenuti mediatici che esercitano una fascinazione su di noi. Eppure, sembra di capire che la nostra effettiva esistenza sia da ritenersi comunque condizionata dalle emozioni anche fugaci o superficiali, che certe rappresentazioni suscitano nel nostro animo.

Insomma, può ben darsi che nel panorama mediatico la Grande Ragnatela rappresenti lo schiudersi di un nuovo orizzonte di senso. Ma quest'ultimo sarebbe già predisposto ad offuscarsi in seguito alla saturazione e labilità dei significati a loro volta rappresentati. Anzi, la Rete si collocherebbe al culmine di un processo in cui significato e significante tendono a sovrapporsi, azzerandosi a vicenda. Le linee di luce "complicate e variopinte", che tracciano significati su significati nello schermo del nostro monitor, per un intuibile effetto ottico verrebbero a confondersi con la luce nera dello sfondo. Molto, tuttavia, dipende dal punto di vista. E' evidente una percezione labirintica e perciò caotica - tutt'al più "rizomatica", come piace definirla a Franco Berardi/Bifo sulla scorta di Deleuze - della rete telematica, tipica della tradizione dell'immaginario occidentale. Se ci sforzassimo di concepirla più semplicemente come un màndala, disegno rituale di ausilio alla meditazione buddhista, alcune suggestioni negative verrebbero probabilmente attutite o si rovescerebbero perfino nel loro contrario. Infatti il disegno di un màndala è sì organizzato per mezzo di cerchi e quadrati concentrici. Ma questo centro simbolico coincide con un nostro baricentro interiore, in relazione al mondo circostante. Esso ha poco a che vedere con l'ossessione o la connessa fobìa di un centro purché sia, che da sempre travaglia la nostra cultura. E si sa che la Rete delle Reti si caratterizza proprio per il non avere un centro, né fisicamente né moralmente parlando. Si tratta quindi di adottare coordinate relative, mai assolute, per orientarsi ed evitare l'eventuale marasma o panico.

Giova forse riportare in breve un'antica leggenda tibetana, escogitata apposta perché ciascuno sia libero di interpretarla per decifrarne il messaggio che reputi adatto alle circostanze. Vi si narra di uno sperduto laghetto montano, inquinato da esalazioni bituminose e venefiche, per cui non c'erano dentro pesci o altra traccia di vita. Il bestiame, che per accidente vi si abbeverasse, moriva fra atroci spasimi. I pastori del luogo usavano perciò chiamarlo Màndala Nero. Capitò da quelle parti un santo monaco, noto appunto per l'arte di dipingere stupendi màndala. Quello si spogliò e si immerse nelle acque maledette, nuotando lentamente fino al centro. Da scure e velenose che erano, le stesse divennero limpide e azzurre. Da allora nei prati sulle sue rive crescono singolari papaveri azzurri. E il lago ha assunto il nome di Màndala Azzurro. Chi si bagnasse in quell'acqua miracolosa, pare anzi che guadagnasse l'immortalità. Abbastanza prevedibilmente, per quanto a lungo e ovunque da parte di molti si sia cercato, esso non è mai più stato trovato. Ma c'è un particolare di cui pure riferisce la leggenda. Prima che il lago tornasse a rispecchiare l'azzurro cristallino del cielo, dal suo profondo emanò una singolare luce abbagliante. Testualmente, una "luce nera".

Finzione tragica

La visione critica di Baudrillard suggeriva che una sorta di seduzione estatica miri a suscitare e a dissolvere la rappresentazione mediatica del mondo in un "abisso superficiale". Lungi dal costituire un'alternativa, essa simulerebbe una vuota alterità. Ciò non toglie che i concetti-immagini impiegati mantengano un'efficacia ermeneutica. Se mai è esistito nella tradizione occidentale un dio della seduzione esercitata dalla rappresentazione, dell'estasi orgiastica o ascetica, del dissolvimento delle forme rappresentate in una specie di sistema autoreferenziale e autosussistente, quello è il greco Dioniso. Assai prima della moderna riabilitazione di quest'ultimo da parte di Friedrich Nietzsche nel saggio Nascita della tragedia, ancora incerti su come raffigurarlo i primi cristiani rappresentavano il Cristo sotto l'aspetto del mitico Orfeo o di Dioniso. Evidentemente, i due personaggi pagani avevano a che fare anch'essi con la sfida alla morte e con il mistero della resurrezione. In fondo, l'esperienza estatica è un surrogato di immortalità. Ci induce a uscire dai limiti del nostro per migrare verso altri possibili io - ovvero proiezioni illusorie dello stesso -, quasi in un gioco infinito di specchi deformanti, salva restando l'unità ipotetica di un sé onnicomprensivo cui prima o poi far ritorno liberati da ogni fatale "egocentrismo".

Il rischio di tale tentazione misterica, di presumibile origine orientale ma ricorrente fra noi, è la vanificazione di ogni effettivo altro o reale alterità. Verrebbe così a sfumare il discrimine non solo fra io e sé, ma tra forma e sostanza, esistenza ed essenza, soggetto e oggetto, significante e significato, coscienza e inconscio, cultura e natura, sovrastruttura e struttura, corpo e anima, virtuale e reale o - perché no? - hardware e software. Tutte dicotomie, su cui la civiltà occidentale ha giocato a lungo e non senza successi la sua partita dialettica. E si tratterebbe qui di una vacua digressione erudita, se non fosse che una componente orfico-dionisiaca (o, se si preferisce, orfico-pitagorica) riaffiora perfino nella fantascienza ispirata alle odierne tecnologie informatiche e telematiche. Tralasciamo l'ormai fin troppo nota narrativa Cyberpunk nord-americana, per rispolverare una volta tanto qualche esemplare nostrano. Il primo fra questi è attendibilmente il racconto C'è Dioniso al Videotel di Gianni De Martino (sul n. 4/5 della rivista bolognese TempOrali, 1990). Letto in retrospettiva, esso può essere inquadrato come un esempio intrigante benché malinconico di erotismo tecnologico, se non proprio ancora di "sesso virtuale".

"Né Cyber né Punk" anticipa una dicitura sulla copertina di Gambling, autori Giorgio Schiavina e Barbara Sommariva (edizioni Synergon, Bologna 1993). Ciò sta a denotare una volontà di superamento del movimento Cyberpunk - tale è stato in effetti, almeno oltreoceano -, con riferimento allo specifico della narrativa. Quanto al titolo, è la stessa nota di copertina ad aggiungere che si tratta di un "gioco d'azzardo", ma nelle realtà virtuali. Una continua alternanza, interferenza, confusione di piani - tra la nostra abusata realtà e quella simulata dal software di un computer - è effettivamente presente nella trama del romanzo. Ne è anzi l'ossessivo congegno narrativo. Cerchiamo di dare uno sguardo attraverso e al di là dello sviluppo della vicenda. Anzi, dell'intreccio: fino ad oggi, uno dei tentativi più impegnativi e immeritatamente meno conosciuti del genere, che siano stati stampati su "supporto cartaceo".

E' ancora la quarta pagina di copertina a informarci che le stesse componenti dell'intreccio, "un evento criminoso, un gioco strategico, uno scambio erotico", non sono che un corollario. E non a torto. Che se ne accetti o no l'etichetta, paradossalmente la narrativa Cyberpunk sia estera sia nazionale indulge volentieri all'uso della metafora o al vezzo del crittogramma. Come ogni metafora che si rispetti essa va interpretata o perfino decrittata, sebbene con discrezione (ai simboli o ai veri miti si può attribuire dei significati ma non spiegarli, sosteneva uno che di seduzione se ne intendeva, come David H. Lawrence). Né Gambling in tal senso fa eccezione. Sia pure nel suo "realistico" svolgersi, la narrazione contiene un vago elemento esoterico, una chiave di lettura ricorrente, che rimanda insistentemente all'ineffabile o all'inconfessabile. Probabilmente, non ultimo è qui il fascino sottile di questo genere narrativo, proiezione di una metamorfosi dell'immaginario a contatto con le mutazioni della tecnologia. Oltre che della fantasia, è come se si producesse una reazione, una contrazione e una tensione della mente. Beninteso, della nostra. Non di quella, presunta o pretesa, di qualche intelligenza artificiale che possa subentrare all'uomo nell'evoluzione naturale così come quest'ultimo rimpiazzò la scimmia antropomorfa...

A volte, la metafora assume forma personale e forza simbolica di allegorìa. Sovente, si tratta di archetipi femminili. Una sorta di ologrammi che scaturiscono dall'inconscio, magari grazie a un colpo d'ala dell'ispirazione letteraria. Sono un po' le emblematiche eroine o, se preferite, le semidee tutelari del Cyberpunk. E' il caso di Lise, silenziosa protagonista del racconto Il mercato d'inverno di William Gibson, nella raccolta La notte che bruciammo Chrome (A. Mondadori, Milano 1993). Lo scrittore americano riecheggerà il suo nome nel titolo di un noto romanzo, dove esso è riassorbito in quello della più celebre ed enigmatica modella di Leonardo: Mona Lisa Overdrive (composto nel 1988 e poi tradotto in italiano per la Mondadori, diventa Monna Lisa Cyberpunk). Tuttavia la password è piuttosto da rinvenire nel titolo del racconto. Infatti, si vada a confrontare col finale di una commedia di Shakespeare dal titolo simile, Racconto d'inverno. Si scoprirà che Lise non è se non l'originale versione informatica del personaggio di Ermione, la rediviva di cui William Shakespeare scriveva: "che riveli dov'ella ha vissuto, o come è stata sottratta di tra i morti". Tra i sogni proibiti della tecnologia avanzata, ancora una volta Lise rappresenta l'antica sfida umana contro la morte.

Torniamo a Gambling , e ci imbattiamo in "quel dramma di amore e gelosia e di morte, la Carmen, da cui Bizet trasse l'omonimo melodramma...". Non si tratta di un semplice, tantomeno casuale, inciso nella trama complessiva del racconto. Lo stesso si conclude, quasi imprevedibilmente, con questa battuta: "Nel mio me stesso nuotava una... Sì, è vero... una Carmen, la stessa Carmen che fino a poco fa stava nuotando nuda nell'acqua qui di fronte". Altrove, l'eroina desunta da Prosper Mérimée si svela come l'estasi di Dioniso, che distrugge la forma dinamica delle cose, opposta - ma, a quanto pare, complementare - ad "Apollo, la mente che guida verso la forma". D'altro canto, ella impersona il culto dell'energia, cui può nondimeno alternarsi o mescolarsi un pessimismo cupo, che "avventura a guardare e descrivere l'uomo con tutto il male che gli appartiene". In altri termini, realtà virtuale e realtà "reale", natura e tecnocrazia, sono le antitesi incrociate nel romanzo. Ma, niente paura. Questa volta è Carmen a spuntarla, sul tecnocrate di turno.

In margine, facile chiedersi "Sì, ma c'entra la telematica con Dioniso?". All'incirca, quanto si domandavano i greci a proposito della tragedia, genere teatrale allora innovativo eppure fin dalle origini consacrato a Dioniso. Lo attesta il greco Plutarco, nelle sue Questioni conviviali. Assai più tardi, Sigmund Freud scoprirà che gli elementi drammatizzati erano in buona parte quelli inconsci di una civiltà già matura. A suo modo dunque, una risposta pregnante dà il francese Jean-Pierre Vernant, in un saggio dal titolo rivelatore e insieme ammonitore: Il dio della finzione tragica. "Dioniso", scriveva lo studioso di antichità classica, "incarna non la padronanza di sé, la moderazione, la coscienza dei propri limiti, ma la ricerca di una follìa divina, di una possessione estatica, la nostalgia di un altrove assoluto. Non la stabilità e l'ordine, ma gli artifizi di una sorta di magia, l'evasione verso un orizzonte diverso. E ' un dio la cui figura inafferrabile, pur se vicinissima, conduce i suoi fedeli sui sentieri dell'alterità e apre loro l'accesso a un'esperienza religiosa quasi unica nel paganesimo: quella di un radicale smarrimento di se stessi". Oltre che una nuova forma di comunicazione, mutatis mutandis la Rete globale è un gigantesco sforzo di auto-rappresentazione e spettacolarizzazione della società, nel senso dato al termine dal "situazionista" Guy Debord. Ed, è probabile, quelli rappresentati su larga scala sono ancor oggi in una certa misura contenuti inconsci. Magari rapportati alla condizione attuale, più che universali nel tempo e nello spazio come il padre della psicoanalisi riteneva. La partita dell'apertura a un'alterità risolutiva si gioca comunque sull'affiorare di tali contenuti, pena la ricaduta in una parodia replicante e omologante.


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