Pino Blasone

Appunti sull'immaginario telematico

Seconda parte


Labirinto informatico

Pure il racconto Due volte vedova di te di Vittorio Catani (uscito nel 1984 col titolo Giochi d'amore sulla Gazzetta del Mezzogiorno, revisionato ed esteso nel 1998 ha vinto il premio letterario La Pira) si impernia sul contrasto e ambiguità fra realtà e simulazione. I due piani vi si intersecano in maniera conflittuale. Esso narra di un amore o, meglio, di una seduzione oltre la morte. Geniale programmatore dilettante, il defunto ha riversato la sua personalità nel software di un supercomputer. Questo simulacro riesce a sedurre la propria vedova ancor giovane e piacente, apparentemente meglio di quanto non avesse saputo fare in vita. Ma finisce per attentare alla vita di entrambi, ingelosito dall'amicizia di lei con il migliore ex-amico di lui. La donna scampa a stento per puro caso e lo stesso simulacro non "sopravvive", il che spiega il titolo della storia e richiama una massima se ben ricordo di Oscar Wilde: "L'uomo uccide ciò che più ama".

Fatto sta che, nel caso particolare, di umano era rimasta una larva informatica. E, se nel simulacro non era necessariamente superstite la parte peggiore della persona che era stata, certo essa era la più sofferente calata nella nuova condizione di "vita artificiale". Con amara ironia, l'autore lascia altresì intuire un lieto fine. Anche in questa circostanza, la tecnologia non ce l'ha fatta a trionfare sulla natura. Né il simulacro a sopprimere il reale, ciò da cui mette in guardia Baudrillard in un altro suo saggio intitolato appunto Il delitto perfetto (Raffaello Cortina, Milano 1996). La due volte vedova cederà, prima o poi, alla corte ovvero alla più normale inclinazione per l'amico vivente del caro estinto nonché ingegnere nel campo delle nuove tecnologie. Ma fino a quando un simulacro si presterà e limiterà a fungere da controfigura in caduta libera, fuori delle coordinate del tempo e dello spazio che inibiscono la nostra piena libertà di realizzazione?

Vale la pena di riesumare a fronte il mito ellenico di una sedotta e tradita per eccellenza, anche se presto consolata. Arianna principessa dell'isola di Creta aiuta l'ostaggio Teseo a penetrare e a evadere dal Labirinto dopo aver ucciso il fratellastro di lei, il mostruoso Minotauro. Successivamente fugge con l'eroe sulla sua nave dalle vele nere, ma lui la abbandona sull'isoletta di Nasso. Con ogni probabilità ella vi morirebbe per la solitudine e il rimorso, l'umiliazione e il dolore, se da lì non transitasse il solito Dioniso col suo variopinto seguito. Il dio viene a sua volta sedotto da Arianna dormiente e ne fa la sua sposa, promuovendola - o restituendola? - a una condizione di divinità e immortalità. Quanto all'eroe ingrato, intanto un suo tragico errore trae in inganno e spinge al suicidio il padre Egeo re di Atene. Il figlio infatti aveva dimenticato di sostituire le vele luttuose, segnale di fallimento della missione affidatagli e di morte del giovane per chi avvistasse la nave a distanza. I celesti si sono serviti degli umani per ristabilire in terra un ordine secondo natura e giustizia. Ma il loro destino di meschinità e fragilità li ha ugualmente perduti. Alla faccia di quell'antropofago del Minotauro, inconsapevole vittima del gioco al massacro della seduzione, che travolge senza riguardo uomini, dei e perfino animali!

Essendo una produzione pionieristica, non vi si avverte, è vero, il respiro conferito dalla dimensione del "ciberspazio" né in compenso la smania da Uno, nessuno e centomila che questo instilla in alcuni. Ma una novità nel racconto di Catani è la scelta dello strumento di seduzione. Il "corpo nero della seduzione" non è tanto l'"estasi della comunicazione" di Baudrillard, quanto la tecnica avanzata nella sua stessa essenza e in una insidiosa individuazione Essa è espressione più di una perversa volontà di potenza che di una innocua di rappresentazione, al punto che al termine della lettura sorge il dubbio che il simulacro assassino e suicida sia manifestazione di assai peggio che l'"anima" del defunto. In base a questa interpretazione, ci imbatteremmo se non altro in un rudimento di alterità. Avremmo anzi assistito all'inganno di una doppia simulazione e di una sostituzione di "persona". Nonostante la protagonista femminile della vicenda si sforzi di convincersi che "La perfetta simulazione equivale il fenomeno" e l'ingegnere le ribatta "Se è una verità, si morde la coda", la finzione trascenderebbe la realtà. Al di là delle stesse istruzioni del programmatore e per interferenza di ben altro programma, ci troveremmo in presenza di un'eccedenza di senso del significante rispetto al significato, o a un senso che li ingloba entrambi in una sintesi a sorpresa (salvo che non si abbia a noia l'armamentario della dialettica, ma esiste mezzo più spiccio per districarsi fra antinomìe e tautologìe?!).

In termini mitico-simbolici, si tratterebbe di una tardiva confusa presa di coscienza e tentativo di vendetta del Minotauro, portato quasi a segno dall'interno del mortale labirinto in cui era stato respinto ed è stato sventatamente resuscitato. In tal caso però, l'inedita versione del mostro in crisi di identità non sarebbe più mezza uomo e mezza bestia, bensì metà umana e metà tecnica. Questo aborto della tecnonologia sarebbe di nuovo, e se vogliamo in senso lato, un uomo a due dimensioni. Tuttavia, sventuratamente un mezzo uomo caricatura del superuomo nicciano, ancor più patetico di un cyborg alla moda. Ma non trascuriamo che almeno l'originale nel suo intimo covava una pur sinistra scintilla divina. Figlio adulterino di Pasifae madre di Arianna, egli era stato procreato dal dio Posidone per l'occasione tramutatosi in toro bianco. Sta a noi in ultima istanza se il risveglio degli dei, dopo il loro "crepuscolo" e un lungo letargo, si ripresenti come un bene o come il male. Inoltre, stando sempre alla lettera del mito, il Labirinto rappresentava la tecnica agli esordi e l'ingegnere stesso che l'aveva edificato, Dedalo, finì poi per rimanervi intrappolato o esservi recluso.

Appresso a Schopenhauer e a Nietzsche, è il turno di un pensatore tedesco che non è riuscito peraltro digeribile a molti e con seri motivi. Vediamo comunque come Martin Heidegger affrontava la questione di fondo sopra evocata, di un metodico sospetto verso la tecnologia e il suo uso, in una conferenza intitolata Perché i poeti? nel 1946, dopo lo scoppio delle bombe atomiche statunitensi sulle città giapponesi di Nagasaki e Hiroshima: "L'essenza della tecnica viene a giorno con estrema lentezza. Questo giorno è la notte del mondo, mistificato in giorno tecnico. Si tratta del giorno più corto di tutti. Con esso si leva la minaccia di un unico interminabile inverno. [...] Il pericolo consiste nella minaccia che investe l'essenza dell'uomo nel suo rapporto all'Essere e non in qualche pericolo momentaneo. Questo pericolo è il pericolo. Esso si nasconde nell'abisso che investe ogni ente. Per vedere il pericolo e rivelarlo occorrono mortali che giungano più rapidamente nell'abisso". A tutt'oggi, il baratro qui dischiuso resta di gran lunga meno "superficiale" e più inquietante di quello cui alludeva Baudrillard. Su questo punto cruciale, oltre che a certi filosofi e poeti va dato atto in genere ai nostri scrittori di fantascienza di continuare ad essere letterariamente vigili e sensibili. Forse anche grazie alla lezione degli antichi miti mediterranei. Non per niente il contraddittorio Heidegger pronunciò il discorso in memoria di Rainer Maria Rilke, moderno cantore dei Sonetti ad Orfeo.

Alba mediterranea

Oltre a rimescolare le carte delle varie culture e mostrarcele aperte a ventaglio sul palmo della mano (cioè nelle schermate di un browser), l'immaginario mediatico avanzato sembra suscettibile di far riaffiorare alla coscienza i contenuti latenti o rimossi della nostra, riattivandoli in forma inedita o illuminandoli sotto nuova luce. Ciò pare particolarmente vero per quei sogni colletivi e potente software di una civiltà, che sono i miti popolari o letterari (di per sé l'inconscio collettivo è mitopoietico, anche se il codice mitologico cambia da cultura a cultura). Della loro persistenza simbolica può far fede un particolare locale. I principali "motori di ricerca" italiani si chiamano Arianna e Virgilio: la prima, perché già guida di Teseo nel Labirinto; il secondo, accompagnatore di Dante nell'oltretomba, inferno e purgatorio. La percezione della Rete delle Reti che qui viene sottesa non è, francamente, delle meglio promettenti. Ma conoscete qualche tratto saliente della modernità, che non sia stato prefigurato - o programmato? - nel duttile codice aurorale della mitologia mediterranea? Si direbbe quasi che essa a volte punti oltre la modernità stessa.

E' il caso del simulacro. Baudrillard fa giustamente riferimento al romanzo di fantascienza I simulacri del nord-americano Philip K. Dick (Fanucci, Roma 1996). Ma il tema è precoce, un vero e proprio archetipo. In una leggenda - vi accenna già Omero e ci è stata tramandata dal latino Ovidio nelle Heroides -, si narra dei due principi greci freschi di nozze Protesilao e Laodamia. Lui deve partire per la guerra di Troia ed è il primo a cadere in battaglia. Lei ottiene dagli dei dell'aldilà che per una notte l'eroe torni in vita. Per continuare a illudersi, la giovane vedova si fabbrica un simulacro di cera perfettamente somigliante all'amato. Avendola scoperta nell'intimità e per guarirla da tanta follìa, il re suo padre ordina che esso sia distrutto. Ma la figlia non regge alla vista e pone fine alla propria vita precipitandosi a sua volta tra le fiamme.

Meno tragico, più tardo e raffinato, è l'aneddoto seguente. Una ragazza di Corinto morì di malattia in giovane età. L'affezionata nutrice riempì un canestro coi giocattoli di lei. Lo depose sulla semplice tomba e vi collocò sopra una lastra di pietra, perché gli agenti atmosferici non rovinassero anzitempo l'omaggio funebre. Ma non potè accorgersi che sotto vi era una radice di acanto. Nella bella stagione il germoglio spuntò sviluppando virgulti con ampie foglie, i quali abbracciarono il cesto flettendosi morbidamente e assecondandone la forma per dirigersi in alto verso la luce. Passò da lì per caso l'architetto e scultore Callimaco. Incantato e commosso dalla visione, l'artista tornato nel suo laboratorio scolpì nel marmo un capitello ispirato a quel modello e studiò le proporzioni di una colonna adatta a un nuovo tempio che stava progettando, inventando uno stile che verrà chiamato corinzio e si diffonderà con successo in tutto il mondo ellenistico.

Questo breve racconto fantasioso è introdotto dall'ingegnere e architetto romano Vitruvio in una delle prefazioni ai libri del basilare trattato Sull'architettura. La morale dell'apologo è che una consapevole imitazione della natura debba essere alla base di ogni tecnica o arte degna di rispetto. Ma c'è di più e oltre. Il capitello corinzio non é infatti il capolavoro unico e in fondo irripetibile di una statua celebre. E' un elemento che può e deve essere modernamente copiato e ricombinato all'indefinito, tendenzialmente uguale a se stesso (Walter Benjamin avrebbe attendibilmente sottoscritto). Altrove nella stessa opera l'autore formula lucidamente per la prima volta il binomio significante/significato (in latino, "quod significat" e "quod significatur") ripreso con ampia fortuna nella cultura occidentale contemporanea, dallo strutturalismo al post-strutturalismo o decostruzionismo. Vitruvio applica la distinzione alla genesi del linguaggio umano: il significante viene associato grossomodo casualmente al significato, di cui è latore. Invece nel progetto architettonico - così come per altre produzioni elevate - esso deve aderire in maniera il più fedele possibile al significato, pur iscrivendosi in un campo di senso il più possibile esteso e pertinente che contempli varie tecniche, competenze, discipline.

Nella narrazione precedente, è allora chiaro: il significante del nuovo capitello sta al significato della pianta di acanto e ne deriva genialmente, soltanto se inserito in un campo sapiente di agenti e direttrici, i quali spaziano tra la sfida ancestrale alla morte e l'orizzonte immanente del sacro. La sfortunata defunta, la pietosa nutrice, l'artefice Callimaco e l'interprete Vitruvio, i giocattoli, le foglie di acanto, il capitello corinzio, sono tutti organizzati in una sequenza perfetta che mira diritto all'universale, al sublime e all'assoluto. Il salto di qualità supera dicotomìe apparentemente invalicabili e schiva ogni rischio aberrante o meschino. Ciò vale probabilmente a spiegare lo sconcerto e lo stupore che hanno accompagnato la riscoperta della civiltà classica mediterranea nel nostro Rinascimento, e hanno portato anche a idealizzarla e strumentalizzarla. Fra tecnica, scienza e arte, nel solo Leonardo da Vinci ritroveremo un tale equilibrio. Dall'imitazione della natura alla simulazione della realtà certo ne corre. Ma il percorso è lo stesso, nonostante tutto coerente ed entro certi limiti obbligato.

Riuscirà l'"uomo del nostro tempo", e della tradizione occidentale, a risolvere la dicotomìa ultima fra le due dimensioni reale e virtuale? O, come Orfeo, ardirà compiacersi di volgersi un attimo prima del dovuto a spiare il volto della propria epifanìa, facendo sì che il fenomeno torni vano simulacro e lo trascini con sé in un abisso di dissoluzione? In parole povere, commetterà l'ingenuità di abbandonarsi a una dissennata velleità di emulazione, anziché attenersi a una "sensata" simulazione? Se può apparire tardivo per l'immaginario - quest'ultimo non anticipa più i mutamenti, sovente ne va al rimorchio -, non è prematuro porsi il problema per ciò che concerne eventi e settori politici, economici, commerciali, finanziari, industriali, militari. Grazie anche alla crescita massiccia della rete telematica globale, qui quella virtuale si sta rivelando decisamente la dimensione forte. La nostra quotidiana si indebolisce in conseguenza, fino a risultare pressoché irrilevante o perlomeno "insignificante". L'effetto retroattivo e il controllo della prima sulla seconda si comincia ad accusare come pesante. A meno che l'immaginario collettivo non si mobiliti e recuperi, scendendo in forze e senza remore sul nuovo terreno, e fornendo peraltro spunti per soluzioni valide a più di un solitario Callimaco di passaggio. E' così che si può sperare di riequilibrare una situazione la quale si annuncia, se non compromessa, gravemente sbilanciata.

Alterità globale

Siete mai entrati in una chat-room (letteralmente stanza delle chiacchiere, adibita alla conversazione on-line)? In Rete, ve ne sono in cui è possibile adottare non solo un nick-name ossia pseudonimo, ma un'icona per rappresentarci nella dimensione così definita del ciberspazio. Se questo è graficamente strutturato su tre dimensioni, siamo a tutti gli effetti nella realtà virtuale. Essa viene detta immersiva, se è previsto l'impiego e si ha a disposizione un corredo di apposito casco o occhiali visori. Sono facoltativi guanti e tuta sensoriali. E l'illusione di vivere una seconda realtà è massima. Per ora la Grande Ragnatela non è in grado di offrire se non sporadicamente e limitatamente tale miraggio, nonostante gli sforzi ammirevoli degli italo-americani Mark Pesce e Tony Parisi - in accordo con Tim Berners Lee - con il loro Virtual Reality Modeling Language. Si può altresì immaginare l'esaltazione smaterializzante e anonima, un po' puerile e ludica, candida o perversa, di chi si trovi a essere momentaneamente svincolato non solo dalla sua identità, ma dal proprio corpo, aspetto, età, sesso, etnìa, condizione sociale. L'esperimento o "progetto" di identità collettiva che risponde al nome convenuto Luther Blissett è, in buona parte, l'eccezione provocatoria e spiazzante che conferma la regola. Forse meglio, allora, che il monitor del nostro personal torni a essere una finestra sul mondo, invece di uno specchio replicante e deformante. Ma è certo difficile resistere alla tentazione di crearsi uno o più personaggi, più o meno "a propria immagine e somiglianza".

L'icona prescelta o modificata a piacere può chiamarsi avatàr (ultimo grido l'affective avatar, in grado di mimare con il volto e trasmettere elementari emozioni), in origine vocabolo sanscrito che indicava la discesa e incarnazione salvifica di una divinità induista sulla terra. Qui e ora si tratta per la verità del contrario, considerato che sono le ipostasi di comuni mortali a visitare un mondo virtuale e ad incontrarsi e intrattenersi con simulacri di altri (il Fu Mattial Pascal di Luigi Pirandello, almeno prima maniera, non avrebbe esitato a "riversarsi" a tempo pieno!). Per non parlare del noto romanzo di Gibson del 1986 Giù nel cyberspazio (titolo originale, Count Zero; tradotto per A. Mondadori) o del meno noto Isole nella Rete di Bruce Sterling, (Fanucci, Roma 1995), alla Poetica dell'avatar. L'io diviso Marco Minicangeli ha dedicato un interessante intervento nel saggio a più voci L'immaginario mutante (Synergon, 1997). Sempre in Internet versione Web, ci sono vere e proprie città virtuali, in alcune delle quali quartieri vie piazze case sono raffigurati in un'ottica tridimensionale sebbene ancora piuttosto elementare. In ogni appartamento è alloggiato un sito telematico. Vi si può accedere liberamente, o penetrarvi tramite l'uso di una parola-chiave voluta conosciuta e concessa dall'intestatario del sito stesso.

Alla contrapposizione reale e virtuale, se ne sovrappone una pressappoco nuovissima. Alla spesso insoddisfacente vita off-line, un individuo può alternane una on-line fino a un certo punto corrispondente a quella dei suoi sogni più o meno proibiti. Tuttavia, a noi che ci siamo messi sulle tracce delle residue alterità, quelle finora intraviste o rivisitate attraverso testimonianze della narrativa e della riflessione possono risultare precarie o poco convincenti. Né i rapporti attuali nella società telematica possono venir giudicati seri approfondimenti dell'autentico sé, da parte di chi si propone come altro dal proprio io per relazionarsi con l'altro a sua volta di un altro (sembra uno scioglilingua, ma le cose stanno mediamente in questi termini). Si ricorda un'intervista a Patricia - "Pat" - K. Cadigan, autrice fra l'altro della bella favola intitolata Avatar (almeno nell'originale; in traduzione, Corpo virtuale; A. Mondadori, 1998) e dello struggente racconto Post mortem (Isaac Asimov Science Fiction Magazine n. 7, Phoenix, Bologna 1994; titolo inglese Nearly Departed, I.A.S.F.M. giugno 1983). In essa la "Regina del Cyberpunk" protestava: "L'idea di Internet non è quella di far tornare la gente nei nascondigli dai quali è riuscita in parte a uscire. Non dovrebbe essere necessario nascondere genere, razza, cultura e cose simili. Ecco l'errore...". Dove, dunque, cercare ancora un esempio per tentare di evadere dallo "zero/uno" della nostra identità non di rado coatta? Esiste un prototipo dell'altro, nella nostra tradizione?

Benché laici e agnostici, qualcosa di autentico si può sempre ripescare in una narrazione del Vangelo secondo Luca, valutato sotto un aspetto non necesseriamente religioso. Si tratta della famosa parabola del buon Samaritano, matrice stessa del cristianesimo, che lo differenzia da altre religioni, mentalità o ideologie. In essa l'altro è incondizionato e totale, in quanto diverso e insieme "prossimo", poiché in lui è relativamente facile immedesimarsi per chi davvero tenda verso l'alterità e non una parodìa che sia una bella o brutta copia di se stessi. Questa facilità è data dal semplice fatto che, di fronte al rischio di tale diversità, non possono sussistere equivoci o sono presto destinati a cadere per un verso o per l'altro. Si tenga presente che, nella società ebraica tradizionale dell'epoca di Gesù, un samaritano (altrove nel Vangelo, una samaritana) era sinonimo di quanto confinante eppure avversato e disprezzato. Addirittura alieno, nell'accezione che del termine ha dato la nostra scrittrice Luce D'Eramo. Le alterità fittizie o di comodo sono forse rassicuranti, ma assai meno gratificanti. Le pseudo-identità che ne conseguono possono risultare avvilenti o banalmente indisponenti ad altrui. La maschera dietro cui non si celi un volto bensì, per far eco di nuovo a Pirandello, un'altra maschera.

Si è scritto all'inizio che perfino nelle Confessioni di Agostino intermediario fra io e sé è una proiezione dell'io stesso appellata Dio. Nella raccolta di scritti di critici americani Tecnocultura. Visioni, Ideologie, Personaggi (Apogeo, Milano 1996 ), Simon Penny sostiene altresì che quando "i Cyberpunk di William Gibson proclamavano che il corpo è carne, non erano in grado di notare come la loro posizione fosse simile a quella di Sant'Agostino". L'insinuazione è un'accusa di riproporre l'antico dualismo anima e corpo, travestito da software e hardware. E vi si può leggere il fine tendenzioso di voler neutralizzare i contestatori di un uso e sviluppo a senso unico della tecnologia, in quanto morbosi visionari. Con mentalità più elastica, in ambito scientifico c'è chi ha recepito che la rivoluzione informatico-telematica comporta una problematica mutazione culturale. Citando en passant sia William Gibson sia Donna Haraway, nel saggio Vita, scienza & cyberscienza (Garzanti, Milano 1996) la studiosa di filosofia della scienza Evelin Fox Keller giunge a una singolare conclusione: "Alla fine del Novecento è il computer a dominare la nostra immaginazione e ci ha liberati dalla strana locuzione l'uomo ha un corpo. Oggi potrebbe essere corretto dire che il corpo - nel senso che la parola ha ora acquisito - ha un uomo".

Semmai, un appunto si può muovere proprio al primo grande filosofo cristiano. In lui non siamo comunque lontani dall'invito delfico-socratico-platonico "Conosci te stesso", alla ricerca di chissà quale demone augurabilmente positivo in noi riposto. Se un io estroverso può degenerare nella dissociazione, è pur vero che uno introverso rischia di essere autistico anziché introspettivo (lo specchio che restituisce l'identità è lo stesso che stabilisce la differenza, puntualizzava il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, osservando che già il bambino prende coscienza di un proprio io in relazione al resto del mondo grazie alla seduzione speculare del volto della madre). La novità del messaggio di Gesù è lampante: riscontra te stesso nell'altro e verificalo attraverso il confronto con lui. Di più, per il credente, il triangolo nella parabola evangelica è io, l'altro e Dio. L'alterità assurge a mediatrice nel dialogo fra identità individuale e divinità, quasi un filtro per conferire forma personale a un'entità altrimenti impersonale. Questo è in effetti l'avatàr, per dirla con gli antichi induisti e i loro odierni orecchianti informatici. Ma, a noi, può bastare che esso costituisca l'insostituibile "interfaccia" tra io e sé...

Qualcuno magari obietterà che qui si sta seguendo, per giunta per vie traverse, uno solo dei due binari della divagazione in corso. Quello della messa a fuoco di un'alterità nella sfera mediatica e dintorni. E il mito improferibile ma struggente della sfida alla morte, oggi riproposto in sordina o in chiave fantascientifica? Ci si limita a rilevare che la via, su cui ci si imbatte nel buon Samaritano (e, attenzione, nei ladroni e negli ipocriti!), da Gerico raggiungeva Emmaus passando per Gerusalemme. Se non lineare o virtuale come in un videogioco, il cammino è unico. Il Cristo risorto e redentore il quale si incontra sulla strada per Emmaus, senza lì per lì riconoscerlo, è latinamente l'alter ego - o, in gergo telematico un po' riduttivo, l'alias - del buon Samaritano. Cliccando col mouse sull'icona dell'Uno compare l'Altro, e viceversa. Ciò non toglie che un tale orizzonte è trascendente. Tant'è che l'incredulo e umanissimo Tommaso, detto Dìdimo (in greco, l'"uomo diviso"), dubiterà di avere a che fare con un simulatore o un simulacro. Pertanto, esula dallo specifico del nostro discorso.

Caverna virtuale

Qualche slogan in definitiva, adattato al clima euforico della "globalizzazione"? Accogliere, ospitare e coltivare in Rete l'effettiva diversità o anche marginalità, senza ingiustificate censure o larvate diffidenze, con ogni mezzo consentito e da ogni punto di vista: etnico, politico, religioso, culturale, scientifico, artistico, morale... Gli infiniti rimandi e contatti possibili in seno all'ipertesto globale suggeriranno di per sé un criterio di selezione in base alle proprie inclinazioni e interessi, rimettendo al limite in discussione la nostra personalità. L'appassionato di net-surfing ben lo intuisce. Per quanto "agente intelligente" perfezionato, qualunque motore di ricerca lascerà ampio spazio al libero gioco delle associazioni mentali freudiano, rispecchiando la cultura umana quale grande inconscio più che ordine gerarchico costituito e manipolabile di informazioni nozioni emozioni. A differenza di quanto accade per l'informatica pura, la quale al caso e all'imprevisto lascia scarso margine - lo sa chi abbia avuto a che fare con un "generatore di eventi casuali", che è pur sempre un simulatore di casualità - , la rete telematica somiglia a un gigantesco lapsus. In essa c'è posto perfino per la nostalgia del rimosso ed esca per i cortocircuiti dell'archeologia onirica. Nel bene o nel male, una mappa potenziale di ciò che non conosciamo o abbiamo trascurato e dimenticato.

Per dirla coi surrealisti e all'opposto di ciò che sostiene il solito Baudrillard, la "riscrittura automatica" del mondo operata tramite il World Wide Web se non provvidenziale può essere rigeneratrice, tenuto conto di una certa umana "deriva" fortunosa e congenita. La diversità è rivoluzionaria, perché unica forma di alterità oggettiva. Invece, con l'omologazione soggettiva peraltro di massa favorita da un utilizzo distorto o egemonico delle odierne tecnologie mediatiche, non ci può essere autentica conoscenza e sapere, né immaginazione creativa né genuino sentimento. Tutt'al più, parafrasando in negativo l'appello di Tim Berners Lee, un sacco di acculturazione indotta non escluso alla fine tanto deludente rigetto o risentimento. La dimensione virtuale o "transreale" non sarà la Terra Promessa, di cui per la verità pochi favoleggiano. Ma non si sa mai. Se rinunceremo al vitello d'oro dell'egotismo individuale o di gruppo, gli sgherri del faraone in carica non ce la faranno a varcare il Mar Rosso, per riacciuffarci e ricondurci alla dimensione unica prospettata anni fa dal filosofo Herbert Marcuse in un saggio ammonitore. Un errore di calcolo può capitare a tutti, e anche una situazione programmata può sfuggire di mano!

Se poi prediligete a oltranza l'ascetica tradizione orientale, magari praticata con frequenti esercizi di self-building, non resta che attendere quando il nostro centro di gravità interiore coincida con il non-centro della Grande Ragnatela. Saremo allora pronti a spogliarci di ogni falsa identità e a immergerci un'ultima volta in essa, nella speranza che il Màndala Nero torni a riflettere un cielo azzurro e a coincidere con un mondo nel frattempo non troppo deteriorato o eclissato. Pure questa è una soluzione di rispetto. Sarebbe quella della notte di luna nuova anziché di plenilunio, come recitavano le magiche e sibilline Upanishad indiane. O la più moderna e mistica Noche oscura, del nostro San Giovanni della Croce. Di questo passo, non va taciuta una sbalorditiva ipotesi sussurrata nell'ambito del "platonismo tecnologico" d'oltreoceano. Che non sia il mondo virtuale proiezione di quello reale, bensì il contrario. Forse perché ripiegati sul nostro ombelico, nella nostra caverna mal illuminata non ce ne saremmo finora accorti. In un repertorio di luoghi poco comuni relativi all'immaginario mediatico avanzato, possiamo anche prendere in considerazione il paradosso alla Calderòn de la Barca che la realtà sia un'allucinazione consensuale, mentre The Web is a real thing. Questo annuncio di un empireo riscoperto suona da contrappunto alla trovata pubblicitaria "Il mondo in punta del tuo mouse", innalzando l'infosfera fin sopra il settimo cielo o immergendola nelle profondità marine come il continente scomparso di Atlantide.

Dando per scontato l'apologo platonico della caverna, nemmeno poteva mancare il solito mito greco da invocare a eventuale supporto, questa volta con una dose in più di disinvoltura. Non si sa bene dove e quando una tessitrice di nome Aracne era talmente brava, da osare sfidare Atena/Minerva a una gara di tessitura. Va da sé che per poco ma la dea della scienza, della tecnica e delle arti, vinse. Diva casta e temibile, tant'è che si guarniva del capo mozzo di Medusa, capace ancora di pietrificare quanti si illudessero di scherzare impunemente coi poteri da lei stessa concessi. Vista l'attenuante della giovane età, l'empia e sventata perdente fu mutata in repellente ragno. Ora, immaginate che la tela di Aracne sia questo mondo imperfetto e deperibile così come lo conosciamo. E la divina opera di Atena, invece, quella che noi erroneamente abbiamo denominato Grande Ragnatela, rimasta a lungo ripiegata in un armadio di cui si era persa la chiave o, meglio, non era stata ancora fabbricata. Una tale chiave sarebbe intuibilmente l'odierno elaboratore elettronico, munito di modem. Insomma, un po' come dire che Omero era un nick-name. Di chi? Ovvio. Della virtuosa e scaltra webmaster Penelope! Al di là di facili battute, Arachne è intitolato un bel romanzo breve di Lisa Mason edito negli U. S. A. nel 1990 (tradotto in Cyberpunk, antologia a cura di Piergiorgio Nicolazzini, Editrice Nord, Milano '94). Ciberspazio e inconscio collettivo, sovrapposti e coincidenti, costituiscono la fitta ragnatela in cui tenta di districarsi la protagonista della vicenda ambientata in un disastrato futuro.

Più sottile e implicito, il platonismo di ipertestualisti della prima ora nonché teorici dell'ipertestualità. Da parte loro, sostanzialmente si contesta la logica sequenziale che presiede al pensiero e alla scrittura tradizionali. Ascoltate Vannevar Bush: "L'assurdità di gran parte di quella che viene sfoggiata come filosofia classica è dovuta all'applicazione assoluta, spesso egocentrica, delle regole che hanno avuto inizio con Aristotele, a premesse che non sono mai state definite in modo preciso e che, in realtà, è impossibile definire". Si capisce meglio la polemica, leggendo l'allievo Ted Nelson: "Noi pensiamo in ipertesto. Abbiamo parlato in ipertesto per tutta la vita senza mai accorgercene. Di solito è solo scrivendo che dobbiamo prendere le idee e metterle giù nella sequenza richiesta dalla lingua scritta. Scrivere è un processo che trasforma l'albero del pensiero in uno steccato". Di rincalzo, l'ennesimo filosofo e programmatore Pierre Lévy sviluppa e aggiorna un vecchio motivo platonico: "La scrittura, simulando la parola, avrebbe minato le basi dell'antica cultura orale. L'informatica, dal momento che pretende di riprodurre il pensiero logico nato dalla scrittura, contribuisce all'istituzione di un altro pensiero". Un pensiero altro ma che, come capita in questi casi, torna in fondo a pensare se stesso (cfr. Hyperbook - Hypermac di Carlos A. Scolari, e Atlante del Ciberspazio a cura di M. A. Garcìa, Alessandro Salibra Bove e Roberto Terrosi, Synergon 1995).


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