LA DIGNITA' DELLA VOLPE

Vittorio Curtoni

 
 
 
Illustrazione di Andrea MaioranaA volte mi prende l'angoscia mentre cammino tra queste strade che conosco tanto bene e che sono, fondamentalmente, rimaste inalterate; come se il soffio del tempo, nella mia piccola città di provincia, fosse troppo debole per riuscire a scavalcare le mura medievali e combinare qualcosa di concreto con la realtà.

Anche se questa non è esattamente realtà. Una buona approssimazione, niente di più. A uso e consumo degli intrepidi esploratori che come me, in altre parti del mondo, stanno tastando il terreno per vedere cosa accadrà. Cosa potrebbe accadere.

"Un progetto grandioso!" ha esclamato Rupert, il giorno che sono stato convocato per firmare il contratto. "Lei è un uomo fortunato. Sta per prendere parte a una cosa enorme. Ma vedrà, se ne renderà conto da solo. Mi ringrazierà di averle offerto questa occasione."

Rupert dice che hanno bisogno, luogo per luogo, dell'esperienza personale di chi il posto lo conosce da sempre. Gli autoctoni, come li chiama lui. Gente che sappia dove cercare i cambiamenti perché conosce bene la situazione attuale. A un estraneo, sostiene, dati potenzialmente significativi potrebbero dire nulla. L'idea ha una sua logica, certo; e la prospettiva era così affascinante.

All'inizio. Prima che il quadro, superata l'euforia iniziale, si chiudesse in questa fissità da sconcertante déjà vu.

"Cambierà, cambierà, non si preoccupi" mi assicura Rupert. "Siamo solo ai primi passi. Aspetti che introduciamo qualche variante significativa e se ne accorgerà."

Continuo ad aspettare. Da più di una settimana, ormai. La delusione striscia sotto la mia porta, e io non ho una scopa tanto robusta da riuscire a farla scappare.

Stamattina ho fatto una cosa folle. Il dottor Rupert non me lo ha esplicitamente proibito, ma il senso di certe sue indicazioni è anche troppo ovvio. "Non si lasci coinvolgere in situazioni personali" mi ha detto i primi giorni, nel periodo d'addestramento. "Non è questo che ci interessa. Il suo punto di vista è importante, anzi è una delle cose principali che vogliamo, ma i suoi sentimenti devono restare fuori. Dati concreti. Ci riporti dati concreti, e avrà fatto il suo dovere."

Il mio dovere. Ridicolo. Per chi mi ha preso? Per un burattino?

E così stamattina le mie gambe, da sole, mi hanno portato in via Alberoni, davanti al portone del mio palazzo, che è sempre lo stesso, sempre identico; e sono salito fino al quarto piano e mi sono fermato. Quella porta era diversa. Non era più la mia. E sulla targhetta sopra il campanello c'era un altro cognome.

Sconvolgente. Un trasloco? O sono morto?

Rupert me lo ha letto in faccia quando sono rientrato dalla simulazione. E' un ometto piccolo, tarchiato, coi capelli arruffati. Penso dimostri cinquant'anni da quando ne aveva trenta. Ma i suoi occhi sanno sempre frugarmi nel cervello e nell'anima, se davvero ne possiedo una.

"Allora" mi ha detto mentre mi toglievo il casco e staccavo gli elettrodi da braccia, mani, gambe e viso "qualche novità?"

Ho annaspato. Mi sembrava importante coprire la mia fuga solipsistica. Provavo la stessa identica sensazione di quando, al liceo, un insegnante carogna mi interrogava a tradimento e tutti, l'intera classe, potevano cogliermi in flagrante nella mia totale impreparazione. "C'è una colonia su Marte." La prima cosa che mi è venuta in mente; una mancanza di originalità sconcertante. Che imbecille.

Rupert ha sorriso con quella sua aria bonaria che di solito prelude alle pugnalate più dolorose. "Questo me lo aveva già detto ieri, se non sbaglio. Nient'altro?"

Ho scosso la testa. Dopo la visita a casa mia, cioè a quella che è oggi casa mia, ho sprecato due ore a passeggiare in città, a guardare le vetrine dei negozi, entrare in quel paio di centri commerciali così lucidi, scintillanti, che sono la maggiore novità di tutta Piacenza.

"Facciamo quattro chiacchiere." Rupert mi ha indicato la poltroncina imbottita davanti alla sua scrivania, nell'angolo a destra del laboratorio; e si è accomodato a sua volta, appoggiando i gomiti sul piano e unendo le mani a cattedrale, con quella pomposità che a volte sfoggia senza ritegno.

Sapeva tutto. Era così ovvio. Il mio imbarazzo non aveva limiti.

"Può darsi che a lei non sembri, ma a volte sappiamo essere anche magnanimi" ha esordito. Dal tono, la predica non sarebbe stata breve; ma forse il tasso di sgradevolezza non avrebbe raggiunto i livelli che temevo. "Lei e gli altri soggetti che stiamo utilizzando avete una possibilità rara, un'occasione che normalmente non è concessa ai semplici mortali. Anziché andare in cerca delle radici nel vostro passato, potete frugare nel futuro. Giusto?"

"In una simulazione di futuro" ho puntualizzato, nell'inerme tentativo di giustificare almeno in parte quel che avevo fatto.

"Ha ragione. Una simulazione di futuro. Un modello sperimentale che possiamo variare a nostro piacere. Ma ai fini pratici, mi creda, è esattamente la stessa cosa, perché le nostre simulazioni sono precise e coerenti fino al millimetro. Ormai se ne sarà accorto."

E come no. La prima volta che la sonda mi ha proiettato in avanti di quarant'anni, sono rimasto senza fiato. Più reale della realtà.

"Io posso immaginare cosa lei abbia fatto stamattina." Un sospiro pesante, quasi un ansito, dalle labbra di Rupert: il suono di chi ha il peso del mondo intero sulle spalle, ed è così stanco, così stanco. "Succede sempre, dopo la prima settimana. E' un dato statistico che ormai conosciamo benissimo. La curiosità prende il sopravvento, e il soggetto va alla ricerca di se stesso... Di quel che potrà trovare di se stesso nel futuro. Guardi, io non voglio nemmeno sapere esattamente dove lei sia stato, con chi abbia cercato di parlare. Non fa differenza e non mi interessa."

Sventolando le mani in un gesto che sembrava voler spolverare l'aria, Rupert mi ha fissato negli occhi, trapassandomi. Io ero la farfalla, e lui lo spillo che mi inchiodava al velluto della bacheca.

"Quello che lei non sa, quello che non le abbiamo detto sin dall'inizio proprio perché volevamo controllare le sue reazioni, è che dalle nostre simulazioni vengono cancellati tutti i dati relativi ai nostri soggetti. In altre parole, è completamente inutile che lei vada a cercare tracce di se stesso. Non le troverà. Non troverà sua moglie, i suoi nipoti, i suoi amici. Non esistono. In quel particolare futuro, non sono mai esistiti. Lei è un elemento estraneo, non possiede più un contesto. Mi spiego?"

Dietro i vetri della finestra alle sue spalle era primavera. Una giornata dolce, pacata. L'universo cospirava con Rupert per darmi un'illusione di tranquillità che io, semplicemente, non potevo accettare.

"E perché?" ho chiesto di scatto, rinunciando ai benefici della bonomia. Non mi sono mai tirato indietro quando è stato necessario mettermi in discussione.

"Un espediente operativo. Una comodità. Un mezzo per ottenere reazioni più esatte dai nostri osservatori. Lei si affiderebbe a qualcuno che pensa solo a sprecare tempo per ricostruire la storia del proprio futuro? A noi non sembra molto logico."

Aveva ragione. Era addirittura ovvio.

"Quindi, adesso che ha fatto la sua mossa, la smetta, per favore. Non servirebbe a niente. Sarebbe solo di danno. Ci sono stati alcuni casi in cui i soggetti hanno insistito, e purtroppo siamo stati costretti ad allontanarli... Licenziarli. Lei non vorrà rinunciare all'ottimo stipendio che le versiamo, penso."

Mai. I soldi e la curiosità sono le due molle principali che mi hanno convinto ad accettare. Anche se tutto continua a essere così noioso, monotono, ripetitivo.

"Benissimo." Rupert si è alzato, tendendomi la mano. "Non credo ci sarà bisogno di tornare sull'argomento. Lei è una persona di buon senso. So che non mi deluderà."

Mi ha accompagnato alla porta. Quasi mi aspettavo una pacca sulla spalla, ma ha avuto il pudore di non arrivare a tanto.

"Ah" ha aggiunto, prima di lasciarmi per tornare alle sue macchine "oggi introdurremo una grossa variante nei dati della sonda stocastica. Domani lei dovrebbe trovare differenze molto significative. Mi raccomando, occhi aperti. E' un momento importante per noi."

Non posso raccontarlo a Franca. Non sono autorizzato a discutere con lei del mio lavoro quotidiano. E' una delle clausole del contratto. Una delle più ferree.

Per mia moglie, per tutte le persone del mio piccolo universo, io sono impegnato in una ricerca sulle prospettive di sviluppo del lavoro telematico nella nostra provincia. Mi paga una multinazionale dell'informatica. Segreti, coperture, menzogne: una ragnatela che in questa manciata di giorni ha già cominciato a erodere il tessuto del nostro rapporto.

"Mattinata pesante?" mi chiede quando rientro. Io ho pranzato fuori; lei sta mordicchiando un panino davanti al televisore. Un telefilm americano con omicidi, sbirri, inseguimenti. La celebrazione delle immagini rituali del nostro presente. Tanto identico al nostro futuro.

"Niente di particolare. Le solite cose."

Lei si gira di scatto, preme un pulsante del telecomando, abbassa il volume degli spari. Ha smesso di masticare e ha un'espressione molto intensa. "Vorrei che un giorno o l'altro tu mi raccontassi qualcosa di più" dice. "Non mi parli mai del tuo lavoro. Mi sento esclusa."

Trascendente assurdità delle situazioni false: lei si sente esclusa, e sono io a dovermi nascondere dietro la cortina fumogena delle bugie. Certo, comunichiamo meno; e le mie paure le posso raccontare solo a me stesso. Non ho spalle su cui piangere. Rupert si limita a dare istruzioni, e i suoi assistenti hanno per me lo stesso interesse che l'entomologo ha per l'insetto.

Sono così isolato nel mio futuro simulato.

"Ma sono solo cifre. Diagrammi, proiezioni statistiche. Cosa vuoi che ti racconti?"

Franca resta delusa, mortificata. Come sempre. E il momento della sua attenzione passa. Il volume si alza; gli occhi tornano allo schermo. Qualcuno, un tossico imbottito di eroina, ha ucciso il figlio di un tenente della polizia di Los Angeles, e adesso naturalmente dovrà pagare. La splendida morale del contrappasso televisivo.

Che è poi una costante inalterabile, uno di quei dati che paiono destinati a rimanere fissi nel tempo sino a cementarsi con l'eternità. Di qui a quarant'anni, se la sonda stocastica sta facendo bene il suo lavoro, la gente sarà ancora incollata al televisore. Come oggi. Come vent'anni fa.

Le differenze? Banali: grandi schermi a parete, piatti dopo la scomparsa del tubo catodico; immagini tridimensionali; suono avvolgente. Tutto questo è già nell'aria, è appena dietro l'angolo. Chiunque lo può immaginare.

Ecco cosa mi sconcerta nel futuro che di giorno in giorno mi spingo a visitare, per riferirne a Rupert o a qualcuno dei suoi assistenti: la banalità. La mancanza di fantasia. In quarant'anni non si è fatto, non si sarà fatto niente di significativo per variare gli assetti basilari della vita quotidiana. Molta tecnologia in più, e la solita noia di questo inizio di millennio.

Temo di non capire.

Rupert sembra nervoso, stralunato. La fissità dei suoi cinquant'anni ha lasciato il posto a una vecchiaia improvvisa nelle spalle cadenti, nel mento che quasi ciondola sul petto. Sono a un passo dalla compassione.

"Niente?" mi chiede, sibilando quel suo italiano tanto perfetto da dare l'impressione della lingua di nascita.

"Niente di niente" gli rispondo.

"Ma nemmeno un minimo cambiamento? Un rimpasto di governo? Una politica estera..."

"No. Da quel che ho potuto appurare, no. Cos'è questo fattore nuovo che avete introdotto?"

"Oh, per favore. Non mi faccia domande idiote. Sa benissimo che non glielo posso dire." Adesso è offeso, e io provo una sensazione strana: come se lui stesse recitando. Fingendo a mio beneficio. Il che è ridicolo, ma l'impressione è forte, e inquietante.

"E' sicuro che i programmatori della sonda non si siano sbagliati?"

Rupert sbuffa. "Controllerò, è ovvio. Anche se la sola idea mi sembra assurda. Domani. Vedremo cosa succederà domani."

Ma non cambia mai nulla. Tre settimane, e il ritmo delle varianti è diventato frenetico: una ogni due giorni, più o meno. Dati altamente significativi introdotti nella programmazione della sonda per modificare le coordinate del futuro, per dare una scrollata ad alto tasso d'energia a questo mondo immobile.

E invece: le solite cose, la consueta sonnolenza. Tecnologie molto più avanzate delle nostre, e nient'altro. L'apatia dei nostri giorni ripetuta all'infinito tra quarant'anni. Il rito domenicale del calcio, le alternanze di governo tra una destra e una sinistra consolidate in blocchi coerenti, la pigrizia sorniona della provincia che non si smuoverà mai dal suo guscio.

Voglio dire, è questo il futuro che ci aspetta? Questa stupida, irritante ripetizione di un presente anemico di idee e pulsioni costruttive? C'è ancora gente che ammazza per soldi. In Africa continuano a sgozzarsi. La mafia è al potere in Russia, solo che adesso ha nomi e sigle molto rispettabili. C'è una colonia umana su Marte, ma è come se non esistesse. Nessuno ha mai scoperto chi abbia ucciso John Fitzgerald Kennedy, o chi abbia messo le bombe sui treni in Italia. Il passato è nebuloso quanto lo è oggi per noi; e le molte facce del denaro sono sempre lì, non meglio camuffate, non più digeribili.

Io vago in questo deserto che dovrebbe essere il mio domani, prendo appunti, riferisco. E mi viene la nausea.

"Vogliamo individuare i fulcri, i nodi di sviluppo del tempo" mi ha detto Rupert all'inizio. "Mettere il dito sulla piaga, se preferisce. Sulle molte piaghe cancerogene del nostro mondo. Costruire un futuro migliore, quando avremo scoperto quali siano gli input giusti."

Le ultime parole famose.

Però ha smesso di agitarsi. O di recitare, se le mie impressioni erano esatte. Io torno, gli riferisco che non ci sono cambiamenti; niente di significativo, per lo meno. E lui annuisce, mi guarda, si stropiccia gli occhi. Dice che domani qualcosa succederà. Deve succedere. Poi domani diventa ieri, e siamo sempre qui nella stessa melma.

Rupert mi ha mentito. E' successo stamattina, mentre in un bar virtuale di un futuro virtuale bevevo un caffè che sembrava invece molto concreto, al punto di dover aspettare che si raffreddasse un po' per non ustionarmi.

Al banco, vicino a me, c'era un uomo sulla sessantina. Aveva chiesto un aperitivo, e il barista sonnolento, tardo di riflessi, glielo stava versando in una coppa ovoidale. Il materiale di questi bicchieri non è più il vetro, ma una sorta di plastica mutante dai colori molto vivaci. Rupert mi ha chiesto di indagare. Devo ricordarmi di farlo.

Comunque, quest'uomo ha cominciato a bere; e distrattamente, come per noia, si è girato verso me. Prima non mi aveva nemmeno guardato. E' rimasto con la coppa a mezza strada dalle labbra e un'espressione attonita negli occhi.

Io non capivo. Non sapevo cosa fare.

"Qualcosa che non va?" gli ho chiesto. A volte ho anche paura: io, una spia reale mandata a sondare questo mondo ipotetico che non sa di essere l'invenzione di una tecnologia delirante. Certi giorni penso che qualcuno mi scoprirà, si accorgerà della mia presenza, e deciderà di farmela pagare cara. Probabilmente, una morte virtuale è dolorosa come ogni altra possibile morte. O così mi raccontano i miei terrori inconfessati.

"Mi scusi, ma lei... Lei è assolutamente identico a com'era mio zio una cinquantina di anni fa." L'uomo ha scosso la testa, perplesso. Un altro sorso del suo aperitivo, e un sorriso lento che si faceva strada sul viso raggrinzito. "No, non proprio identico. Quasi. Ma la somiglianza è straordinaria. Anche se naturalmente è impossibile..."

Ha lasciato la frase in sospeso. Io l'ho guardato, l'ho studiato, ho vivisezionato con gli occhi gli strati di tempo accumulati sui suoi tratti; e sotto, dolorosamente, è rispuntato il volto di mio nipote. Vittorio, il figlio di mia sorella. Il ragazzo che oggi ha vent'anni.

Agire. Reagire. Qualcosa dovevo inventare, anche se dentro ero di ghiaccio e il mio stomaco si contorceva come una serpe calpestata dallo stivale di un cacciatore.

Ho finto una risata, la più sonora possibile. "Capita, sa? E' successo anche a me, più di una volta. Lo sa cos'è? E' il passare degli anni. I ricordi cambiano la vera faccia del passato. E il desiderio, soprattutto il desiderio. Immagino che questo zio le fosse simpatico."

"Sì, molto. Sicuro. Mi scusi, non volevo infastidirla."

Vittorio ha appoggiato il bicchiere sul banco, mi ha rivolto un cenno, ha girato sui tacchi ed è uscito. Così, senza aggiungere altro.

Avrei potuto inseguirlo. Fermarlo, attaccare discorso. Farmelo amico. Chiedergli cosa ne fosse stato di suo zio. Cosa accadrà di me. Ma mi è mancato il coraggio. Tutto qui.

Questo futuro ipotetico sta cominciando a toccarmi troppo da vicino. E Rupert, Rupert... Una bugia per bloccare a priori ogni mia curiosità e non intralciare il lavoro di osservazione che devo fare per lui? Un errore nella programmazione della sonda?

Non gli ho detto niente. Non glielo dirò mai.

Soffoco i rigurgiti d'ansia. E' indispensabile. Lo devo fare, a prescindere dal prezzo che pagherò. Se tengo ancora alla mia dignità di essere senziente.

"Lei mi deve una spiegazione" comincio. Non lo guardo, non punto l'indice. E' già abbastanza difficile senza movimenti scenici complicati. "Non sono un imbecille. Ho diritto a una risposta."

Rupert mi scruta a occhi socchiusi. C'è qualcosa, dietro la sua maschera di bonomia, che ispira brividi antichi. Il rettile, il vecchio nemico. Ma può darsi che io stia esagerando. Ultimamente, tendo a ingigantire. Forse per crearmi un fantasma di contrappunto al nanismo del futuro in cui mi proiettano.

"Certo che non è un imbecille. Questo lo so anch'io. Non scegliamo imbecilli per il nostro progetto." E' così paterno, così comprensivo. Emana un'aura di buona volontà che potrebbe garantirgli un posto in prima fila nel paradiso di qualunque religione. Come lo odio quando fa così.

"La crisi del primo mese." Abbassa la testa in un cenno d'assenso che è un sospiro, quasi un ansito erotico. Suppongo di avere soddisfatto sue inconfessate pulsioni. "Congratulazioni. Lei si sta rivelando un soggetto molto efficiente."

Efficiente? La conversazione non segue i binari che avevo previsto. Immaginavo dinieghi, accuse, rimproveri, minacce di licenziamento. Questo, mai.

Non è la prima volta che Rupert mi prende in contropiede.

Si avvicina a me, mi si ferma di fronte. La macchina è alle mie spalle: il simulatore di realtà virtuale collegato alla sonda stocastica. Il mio personale, esclusivo biglietto d'ingresso nel futuro.

"Questo è il nostro decimo tentativo" dice. "E' stata la sonda a scegliere la sua città, come tutte le altre. Non mi chieda perché. Non lo so. La logica di una macchina tanto complessa va molto oltre le mie capacità di comprensione. Anche se l'ho progettata io."

Un momento di satori. L'illuminazione qui, in questo ambiente asettico, tra bianchi e neri troppo netti, col sole della primavera che filtra dalle finestre e ci piove addosso di sghembo, trasversale, ambiguo. Mancano i grigi, il vero colore dell'esistenza; ma non servono, in questo preciso istante, al mio cervello.

"E' successo da per tutto" gli dico. E' un'affermazione, non una domanda. Non mi aspetto risposte, solo conferme. "A tutti. Sta ancora succedendo. Qui e da voi in America e dove vuole lei. Un futuro bloccato. Non ci sono veri sviluppi, non succede niente, per quante varianti possiate introdurre..."

Rupert annuisce. Se fossi un cavallo, probabilmente mi regalerebbe uno zuccherino, o una carezza. La bestia intelligente va sempre premiata.

"Non sappiamo cosa fare. C'è un blocco nel tempo." Apre le mani a ventaglio, spazza l'aria che ci divide. E' così sincero, così totalmente vero nella nudità di questa confessione. Perché a me sembra del tutto falso? Perché ho incontrato mio nipote?

"E' assurdo, sa? In teoria, fornendo alla sonda stocastica i dati necessari sul nostro presente, dovremmo essere in grado di mandare lei e gli altri soggetti sperimentali nel tempo che vogliamo. Senza limitazioni. In effetti, non è possibile. Quarant'anni da oggi sono il limite massimo. Al di là di questo, il simulatore si ferma. E' come se non ricevesse più un input coerente."

Si mette a passeggiare avanti e indietro nel laboratorio. Su e giù davanti ai miei occhi. Un'attività cinetica che, sospetto, ha il solo scopo di distrarmi dal senso vero delle sue parole; un movimento ipnotico, il flauto dell'incantatore di serpenti.

Devo stare attento a non lasciarmi raggirare.

"E questo" dice, estraendo le mani dalle tasche del camice bianco che oggi indossa "potrebbe anche essere concepibile. Forse non ci si può spingere in proiezioni coerenti del futuro oltre un certo limite. Quarant'anni potrebbero essere una barriera finale. Abbiamo accettato l'idea."

Si ferma all'altro lato della stanza, si volta a guardarmi. I suoi capelli sono più arruffati che mai. Sarebbe quasi ridicolo, non fosse per il suo cervello.

"Ma il dato sconcertante è che se tentiamo una simulazione da qui a vent'anni non otteniamo niente. Il nulla, se mi spiego. Il soggetto si trova nel vuoto. Buio, assenza di colori, di suoni, di sensazioni tattili. Tutto quello che lei può immaginare. Una specie di nirvana. Se vuole i dati precisi..."

Si gratta la testa, pensoso. Pare Geppetto alle prese con un Pinocchio che sta tenendo di riserva le proprie bugie, in attesa del momento migliore per spararle.

"Per l'esattezza, questo intervallo buio inizia tra venti anni tre mesi e ventidue giorni e termina tra ventun anni e sei mesi e tredici giorni. Prima e dopo non ci sono problemi. Ma quello spazio di tempo è terra di nessuno."

"Allora" chiedo "secondo lei è questo che blocca gli effetti delle modifiche? Questa specie di buco nero piazzato nel tempo a vent'anni da oggi?"

"Noi pensiamo di sì." Si ferma a lato della scrivania, si appoggia con la sinistra al piano lucido. Sembra in cerca di un equilibrio non troppo precario. "Non abbiamo la più pallida idea sulla natura di questa interruzione del continuum temporale, ma riteniamo che sia responsabile dell'immobilità del futuro. E non sappiamo come scavalcarla."

"Perché non provate con qualcosa di molto drastico? Non so, una guerra nucleare, qualcosa del genere. Nelle varianti che state sperimentando, voglio dire."

Adesso sorride. Franco, cordiale. Schifosamente falso. "Un'idea davvero brillante. Lei vale fino all'ultima lira che le paghiamo. E' esattamente il tipo di cosa che stiamo cercando di organizzare. Tra un mese, un mese e mezzo. Se avremo successo, lei potrebbe avere un'esperienza molto traumatizzante, ma sarà una grande vittoria. Anche per lei. E la prepareremo a dovere, s'intende. La sanità mentale dei nostri soggetti è la cosa alla quale teniamo di più."

Ma certo, penso, alzandomi, avviandomi alla porta dopo la più veloce delle strette di mano. Però il vostro controllo è imperfetto. Forse questo vuoto temporale vi sta fregando più di quanto possiate immaginare. Mio nipote esiste nel vostro stramaledetto futuro simulato, e invece non dovrebbe esserci. Come la mettiamo?

Perché è evidente, lampante che Rupert non sa del mio incontro. Non se lo immaginerebbe mai. Sì, potrebbe essere solo un errore di programmazione, una banalissima svista; è la spiegazione più ovvia. Forse la più vera. Ma io mi chiedo a quanti altri esploratori come me sia successo, e che significato abbia.

Come minimo, rappresenta una falla nella supposta perfezione della sonda. Ma del resto, se nemmeno Dio, coi mezzi che aveva a disposizione, è riuscito a creare un universo immune da difetti, in cosa potrebbe sperare questo ometto americano in perenne bilico sui cinquant'anni?

Ho fatto un sogno. Uno di quei rari sogni tanto coerenti che non hai difficoltà a ricordarli.

Franca e io avevamo fatto l'amore. Era estate, e dopo il coito lei dormiva nuda sotto un lenzuolo, nel soffio dolce dell'aria condizionata. Io, ancora sveglio, sollevavo il lenzuolo e ammiravo il suo culo. Che mi è sempre piaciuto.

Poi mi ritrovavo all'esterno. Un caldo da morire. Era giorno. Stavo andando al cinema. Poteva anche essere mattina, ma io comunque andavo al cinema. Non me ne fregava niente dell'ora, di questo sono certo.

Poi arrivava in bicicletta uno che non vedo da non so quanti anni. Uno che ha fatto il liceo con me, e oggi è avvocato. Sergio.

Mi raggiunge e mi dice: "Riscrivere il passato non basta. Orwell e Dick si sbagliavano. Quello che bisogna riscrivere è il futuro. Imporgli le coordinate che vogliamo noi. Te ne sei reso conto o no, idiota?"

E io: "Ma sto solo esplorando, sondando..."

E lui: "Vai a farti fottere, cretino. Cosa credi di sondare? Il futuro che immagini tu? Povero imbecille."

Adesso è quasi l'alba. Franca dorme, in pigiama, sotto le coperte. Non è nuda, e l'aria condizionata è spenta. Fa ancora troppo freddo. Non si suda.

Io sto qui, davanti al computer acceso sul mio word processor, nella stanza di questa casa che è mia: sogni, pensieri, frantumazioni del reale. Passato e presente e futuro. Credo di avere compreso qualcosa.

Discretamente, decentemente, nel massimo silenzio possibile mi metto a battere sui tasti per scrivere la mia lettera di addio a Rupert. Chi lo sa, magari c'è una volpe che si aggira attorno al nostro condominio, frugando nei bidoni della spazzatura; e io di certo non la voglio disturbare. Ci mancherebbe. O forse questa volpe è solo un'immagine che ho visto una volta in televisione, nel mio oggi, nel mio presente, e la posso visualizzare dolce, tenera, mentre va in cerca di cibo nei nostri avanzi. Così umana. Così schifosamente equiparata al livello dei nostri rifiuti. Senza avere la minima colpa.

Quanto abbiamo contaminato tutto.

In ogni caso, io scrivo.

"Caro dottor Rupert,

"lei potrà anche pensare di avere imbrogliato me, e chissà quante altre persone, con queste simulazioni di futuro prodotte in maniera tanto convincente dalla sua sonda stocastica. Lei è libero di credere che tutti i suoi soggetti sperimentali, in Italia e nel resto del mondo, si siano convinti di esplorare un futuro che si rifiuta di dare segni di sviluppo rispetto al nostro presente. Nonostante le stravolgenti, a suo dire, modifiche che di giorno in giorno vengono introdotte nei dati della sonda.

"Ma se, esclusivamente per amore d'ipotesi, potessimo supporre che le varianti introdotte servano solo a conservare lo statu quo? Se potessimo immaginare che non esista il minimo blocco di qui a vent'anni? Che non ci sia alcun mistero? Che tutto sia molto limpido e ovvio, e cioè che voi state sperimentando su un futuro così completamente simile al nostro presente perché è questo il risultato che volete ottenere? Quali varianti? Quali dati sconvolgenti introducete? Non dubito che lo stiate facendo sul serio, ma al solo e unico scopo di non cambiare niente. Mai.

"Il mondo che ci attende tra quarant'anni deve essere rigorosamente identico al nostro. Tornare indietro nel tempo, viaggiare nel passato, per il momento non si può; e così, per cambiare il futuro non resta che agire sul presente. Quelle che voi state cercando, in realtà, sono soltanto situazioni cristallizzanti, grumi di eventi, idee, cose e persone che blocchino ogni progresso. La tecnologia, sì, quella si può lasciar avanzare, perché televisori e automobili ed elettrodomestici onnipotenti serviranno sempre a rimbecillire la gente. Come accade oggi. Come voi sapete bene.

"E' un gioco sporco, il vostro. Il potere..."

E mi fermo. Mi guardo attorno. Sta cominciando a spuntare la luce del sole. La volpe, se c'era, sarà già scappata. Magari ha la tana nei giardini pubblici dietro casa mia. Devo andare a cercare le sue tracce, uno di questi giorni. Per portarle in dono qualche ciotola di cibo meno indecente, più adatto alla sua dignità.

Adesso finirò questa lettera. Dirò a Rupert tutto quello che penso di lui e dei suoi schifosissimi capi. Poi la stamperò, a colori, così, per renderla ancora più buffonesca; la rileggerò, la ripiegherò, la infilerò in una delle mie buste con l'intestazione e la metterò in un cassetto della scrivania. Quello in alto, l'unico che si chiuda con la chiave. Così Franca non potrà leggerla.

E uno di questi giorni, magari dopo avere rintracciato la tana della volpe, forse la consegnerò a Rupert. Oppure la terrò per sempre nel cassetto, perché non me la sentirò di rinunciare a tutti quei soldi; e fra due o tre mesi, di ritorno da una delle mie esplorazioni alle lande di questo futuro desolato, scriverò un'altra lettera a me stesso per dirmi tutte le cose schifosissime che penso di me.


© Vittorio Curtoni 1998 - pubblicato per gentile concessione dell'autore
apparso per la prima volta in Strani Giorni (Millemondi Mondadori) a cura di Franco Forte
illustrazione di Andrea Maiorana

Altre risorse

Vittorio Curtoni Lettori sotto la tenda della volpe: perplessi - postfazione al racconto
Emiliano Farinella Intervista a Vittorio Curtoni
Mirko Tavosanis Vittorio Curtoni - La precessione dei modelli
AAVV
Su Vittorio Curtoni

 


IntercoM