LETTORI SOTTO LA TENDA DELLA VOLPE: PERPLESSI

Vittorio Curtoni



Questa postfazione è da leggere rigorosamente dopo il racconto
La dignità della volpe
 
 
 
Come ho scritto in Retrofuturo, questo è un racconto nato su commissione. Franco Forte, con Giuseppe Lippi, stava mettendo assieme un'antologia di racconti italiani per un Millemondi di Mondadori; mi telefonò e mi chiese una storia legata all'attualità dell'Italia, qualcosa del tipo "diamo una sbirciatina dietro l'angolo per vedere cosa ci può aspettare". Dapprima tentai di rifilargli un racconto che non ho mai completato, una storia spaziale con background sessuale che prima o poi mi deciderò a terminare; ma Franco, giustamente, nicchiò, e così mi trovai a dovere ripartire da zero, e con una qualche idea in linea con le sue richieste. Quale sesso spaziale? L'Italia, la nostra amata odiata patria, nell'immediato futuro...

Una cosa che ho scoperto con gli anni, e che mi dà un piacere smodato, è questa: se un editore (o un editor, non fa differenza) mi chiede un racconto, il mio cervello entra in una sua modalità automatica e riesce, in un arco di tempo piuttosto ristretto, a partorire un'idea nuova. Qualcosa che non mi era mai passato prima per la testa. Un giorno, due, tre al massimo, e ho pronto il plot. Poi qualche giorno per scrivere, e oplà!, è fatta.

In questo caso c'era un tema abbastanza preciso. E siccome da un po' coltivavo l'idea di scrivere un racconto ambientato nella mia piccola sonnolenta tranquilla città, Piacenza, ho cominciato a chiedermi: cosa cambierà nel futuro a Piacenza? Niente è stata l'immediata risposta. Insomma, io ho vissuto prima in provincia, e ormai risiedo in città da trent'anni, e al di là dell'invasione di banche e boutique, e degli aggiornamenti tecnologici, non ho mai visto cambiare un accidenti di niente. Di certo non il clima generale, l'atmosfera, l'aria tutto sommato demodé (un po' da primo dopoguerra, ma aggiornata), alquanto decadente. E così ho partorito il concetto che sta alla base del racconto. Poi dicono che la fantascienza è una narrativa staccata dalla realtà!

C'erano, e ci sono ancora, due elementi giocosi che mi piacciono nel racconto. Il primo era lo sconfessamento (amorevolissimo, questo è sottinteso) del mio padre spirituale Philip Dick, che in più di un romanzo ha ipotizzato la necessità di modificare il passato per ristrutturare il futuro: certo, Phil, avrai ragione anche tu, ma se invece bastasse masturbare il presente per ottenere il futuro che si vuole? Così ho fatto un omaggio implicito a Phil, perché se rovesci le tesi di qualcuno significa che hanno il loro bravo peso, e questo mi dà una vera sensazione di pace dello spirito. Troppo l'adoro.

Il secondo divertimento mio sta nel fatto di avere ripreso un gadget che mi ero inventato negli anni Ottanta (in un racconto che si intitola Fronte del tempo), la sonda stocastica, unendola a una macchina della realtà virtuale, anche perché la r.v. è, di recente, uno dei marchingegni narrativi che più mi arrapano; e, soprattutto, ho trovato delizioso tornare sul personaggio di Rupert, che nella prima storia era un omino dolce, per bene, con famiglia a Washington e nostalgia di casa, e invece qui risulta essere un bel figlietto di buona donna. Si vede che gli anni trascorsi sono stati negativi per la sua tempra morale... Okay, so che al lettore cose come questa dicono meno che zero; però l'autore ci si può divertire, e a me è successo.

Ci sono due punti della storia che mi fa piacere chiarire, visto che ne ho l'occasione.

Il primo è un'obiezione che mi fece Emiliano Farinella, uno dei prodi artefici di Intercom, dopo avere letto il racconto: com'è possibile che Rupert non sappia dell'incontro del protagonista con suo nipote, incontro che in teoria non si potrebbe verificare? Le risposte sono molteplici. Le sunteggio in queste tre ipotesi: a) chi stava seguendo sul monitor le esplorazioni nel futuro del protagonista lo ha visto entrare in un bar, ordinare un aperitivo, e a quel punto si è distratto, ha pensato chi se ne frega?, e magari si è bevuto un aperitivo pure lui e si è perso l'incontro tra zio e nipote; b) non è affatto vero che in questo futuro simulato non esistano discendenti del, diciamo così, "esploratore": è solo una balla raccontata per calmare a priori i bollenti spiriti, sicché quell'incontro risulta perfettamente normale a chi gestisce l'esperimento, MA non possono sputtanarsi da sé; c) l'incontro costituisce un'anomalia incomprensibile all'interno dell'esperimento, una variabile impazzita della quale Rupert è al corrente, MA non ne vuole parlare perché non sa cosa dirne e non vuole trovarsi spiazzato.

All'interno di queste ipotesi, sono possibili diverse varianti che ognuno è libero di sviluppare da sé. Per quello che sono riuscito a immaginare io, la logica del racconto ne uscirà intatta. Un'altra delle cose che ho scoperto in questi anni, a furia di scrivere, è un sempre maggiore amore, una fortissima propensione per la sintesi: dico le cose essenziali, lascio il superfluo all'immaginazione del lettore. E mi sembra di fargli un regalo, non di privarlo di qualcosa; gli offro pane (e companatico, se ci riesco) da masticare di suo, senza dargli tutta la pappa pronta. A differenza dei chilometrici romanzi che da troppi anni vanno troppo di moda, le storie nelle quali ti dicono anche cosa uno mangi a colazione. E che cavolo, un po' di elasticità! Un po' di fantasia! Riempiteli voi, amati lettori, i buchi. Se ne vale la pena, certo. Io non lo so se i miei racconti valgano la pena; in ogni caso, per buona misura, lascio i buchi. Non siamo nell'era dell'interattività? Interagiamo anche con quello che leggiamo. Io lo trovo creativo (come autore e come lettore). Non so voi.

Il secondo punto è l'immagine finale della volpe, ripresa paro paro da un mio racconto degli anni Settanta, La volpe stupita. Mia madre, e le sue amiche che hanno letto la mia antologia, sono rimaste assai perplesse da queste due volpi. Che vogliono dire? Che c'entrano? Perché stanno nei titoli e negli epiloghi? A me pare così ovvio, scontato, che quasi mi vergogno a spiegarlo, ma se s'ha da fare, si faccia.

In primis, c'è un brusco spostamento d'inquadratura, di messa a fuoco della scena, che trovo gratificante a livello estetico: stai raccontando una cosa, ti trasferisci di brutto a un'altra che in astratto c'entra ben poco, e così sbalestri il lettore e gli dai da pensare. Questo di per sé è sempre, per quel che mi concerne, buono & santo. Poi, la volpe: un animale bellissimo, signorile, agile, elegante. Mi piace tanto, non so che farci. E com'è conciata, in entrambi i racconti, la nostra volpe? Molto molto male. Ridotta a frugare nei bidoni della spazzatura in questo, come ho visto coi miei occhi in un documentario che anni fa mi colpì al cuore; presumibilmente frullata di cervello, sbalestrata nei suoi rapporti con la realtà, nel racconto più antico. Insomma, costretta a subire, volente o nolente, le angherie che il genere umano, signore e padrone del pianeta, le impone.

Un discorso ecologista? Se volete, ma non solo. E' una vita che ho in mente l'estendersi fisiologico dell'assurdo alla realtà umana come lo racconta Albert Camus in Lo straniero, e a quello pensavo. E al fatto che l'homo sapiens non è nemmeno capace di non dico salvaguardare ma rispettare il patrimonio immenso, senza prezzo, di vita che ha attorno. E al fatto che la volpe è, per antonomasia, il più furbo, astuto, degli animali, e noi siamo riusciti a rimbecillirlo, a farlo mendicare nel nostro pattume... Esattamente come facciamo noi stessi, come fa il protagonista di questo mio racconto: si fruga nella merda e ci si accontenta.

C'è una qualche differenza tra lui e la volpe? No, nessuna.

A tanto ci siamo ridotti. E tanto volevo dire.


© Vittorio Curtoni 1999


Altre risorse

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Emiliano Farinella Intervista a Vittorio Curtoni
Mirko Tavosanis Vittorio Curtoni - La precessione dei modelli
AAVV
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