L'io, l'altro, l'alieno



Pino Blasone

A volte mi viene da pensare che forse, se Socrate fosse vissuto oggi, invece
di "Conosci te stesso" avrebbe detto: "Conosci l'alieno che è in te".
Luce d'Eramo, in Io sono un'aliena, 1999

Fenomenologia dell'alieno

Se è vero che la proiezione di un io individuale nasce precocemente nell'essere umano, da un sé presumibilmente indifferenziato sospinto di fronte allo specchio della realtà esterna, è implicito che la percezione dell'identità personale tramite un processo di graduale esclusione generi quella dell'alterità. La relazione fra l'io e l'altro viene così a essere incipit e zero-uno del nostro affacciarsi sul sociale. Ma, vale la pena di rammentarlo, tale rapporto può essere di attrazione o repulsione, di affinità o diversità, di prossimità o distanza. Ciò, a secondo che l'alterità sia avvertita come garanzia e promozione nei confronti di una precaria sussistenza e benessere, oppure quale estraneità e perfino minaccia.

Nella maggioranza dei casi, si suppone, almeno inizialmente il sentimento e il conseguente atteggiamento verso gli altri è di semplice indifferenza. Tuttavia, quando per qualche motivo prima o poi la presenza dell'altro si rivela per noi fonte inevitabile di disagio o contrasto, allora si sveglia in fondo all'animo una terza modalità di ricezione del mondo, da genericamente impersonale e anonimo che era fattosi ormai composto di individui identificabili a loro volta. E' quella che possiamo definire fenomenologia dell'alieno. Di solito, il primo intruso il quale interviene a turbare l'equilibrio appena ricomposto dall'infante con l'alterità scarsamente differenziata della madre non è altri che una figura dai contorni ancora incerti e già inquietanti. Un "terzo incomodo" chiamato padre, ipostasi della trascendenza traumatica del mondo rispetto ai confini fluttuanti ma rassicuranti del sé primordiale.

Sulla scia della tradizione culturale occidentale, un antico mito greco è stato assunto dalla moderna psicanalisi per simboleggiare più o meno efficacemente la problematicità dei rapporti con la figura estroversa e impositiva del padre, sfuggente ad ogni tentativo autonomo di introiezione o assimilazione. Come risaputo, la leggenda di Edipo. Dopo aver ucciso senza saperlo il padre Laio, egli si imbatte nel mostro della Sfinge che infesta i dintorni della città di Tebe, dove il sempre inconsapevole Edipo contrarrà nozze e commetterà quindi incesto con la madre Giocasta. Ora, la composita Sfinge è allegoria stessa e archetipo difforme dell'alienità. Proiezione di una madre alienata dal padre, sulla scorta di una lettura di Carl Gustav Jung, essa va sconfitta e eliminata per poter raggiungere il proprio recondito scopo: il ricongiungimento con la madre e la sua sottomissione a un io già sufficientemente sviluppato quale quello di un nostalgico bambino, che si senta spodestato, emarginato o addirittura esiliato dall'ingerenza del padre.

A cose fatte - per fortuna, riferendoci alla nostra realtà effettuale di norma si fa per dire -, la presa di coscienza da parte di un io maturo farà sì che la riconquista della "cittadella di Tebe" schiuda uno scenario ben più drammatico dell'Eden di un preteso sé integrale irrecuperabile. Ma lasciamo che gli eventi precipitino verso il destino stabilito, o che le cose seguano il naturale corso. Poniamo invece a fuoco il personaggio-cerniera della Sfinge: per un terzo donna, per un altro leone e per il resto uccello rapace o angelico che sia. Fantasma aurorale del nostro inconscio collettivo, l'attendibile etimologia indo-europea del nome - la "costrittrice" - accenna al compito di mettere alle strette o alla prova l'eroe condensando in insidie i sibillini dettami di un contesto magico-oracolare, per meglio prepararlo all'incombente rovina e successivo riscatto.

Guardiano di un altrove vagheggiato e ingannevole, che nella storia del nostro complesso immaginario viene a confondersi con la Terra Promessa originaria o la favolosa Età dell'Oro, il mostro alieno fin dall'aspetto fisico assomma e tradisce in sé le contraddizioni scaturite dall'impatto con un reale differenziato e diversificato. Lo stesso si trova a confrontarsi con un io decaduto dalla presunzione di pienezza del sé primigenio. Grazie al miraggio di sanare l'irrimediabile frattura, esso lo espone a un duplice rischio: quello di soccombere, o divenire un io ulteriormente degradato e degenere. Né si può sottrarsi a quest'ultima alternativa, al costo di accettare il male minore. Si impone di toccare il fondo, per poi risalire alla superficie della coscienza del bene e del male, pronti a affrontare le incognite del mondo.

Ma ciò va compiuto con intelligenza. Ed è proprio questa la chance e insieme il lascito che la Sfinge offre al povero Edipo. Forse per la prima volta nelle vicende dell'immaginario, non assistiamo qui a una gara di forza o abilità bensì di perspicacia. A tal fine maieutico, il demone camuffa la propria ferina brutalità con una umanissima veste enigmistica. Nello stesso momento in cui la natura diventata aliena oppone enigmi all'uomo, gli suggerisce il metodo razionale per risolverli - quasi gli consegna le chiavi per la decodifica -, dopo di che scompare dalla scena in quanto soggetto celandosi definitivamente nell'oggettività apparentemente sorda e muta dell'universo circostante, rifluendo attraverso i recessi e giochi di specchi dell'inconscio.

Alienità e alienazione

Quando anni fa il filosofo Gilles Deleuze e lo psicologo Félix Guattari (L'Anti-Edipo, 1972) sferravano una requisitoria contro l'interpretazione freudiana a loro dire familistica del mito di Edipo, comprensibilmente anch'essi trascurarono i banali tranelli tesi dalla Sfinge agli sprovveduti viandanti giunti in vista delle mura di Tebe. Ma non guasta soffermarsi a riflettere, alla luce delle precisazioni dell'odierna filologia, su queste tracce di un cammino sapienziale rimaste impresse da millenni nella narrazione (cfr. Massimo Izzi, Dizionario dei mostri, vol. I, 1997). "Quale animale ha una voce sola, quattro piedi all'inizio, poi due, e finisce con tre?". Tale, a quanto pare, il primo indovinello sottoposto a Edipo. Il nostro eroe non esita a rispondere che si tratta dell'uomo, il quale da piccolo cammina carponi, su due gambe da adulto, da anziano si sostiene grazie a un bastone. Non dandosi per vinta, la Sfinge incalza: "Quali sono le due sorelle, di cui l'una genera l'altra e la seconda, a sua volta, genera la prima?". "La giornata e la notte", replica Edipo. Tanto basta, perché la Sfinge ferita nell'amor proprio - bontà dei mostri di una volta! - rinunci a divorare il viandante e si getti nell'abisso dall'alto di una rupe.

Una variante più tarda fonde i quesiti in un'unica sequenza: "Qual è l'animale che al mattino cammina a quattro zampe, a mezzogiorno con due e alla sera con tre?". La sintesi tende chiaramente a equiparare età della vita umana e fasi cicliche della natura, in base a un arcano ritmo ternario. Ma così si perde di vista l'univocità di fondo postulata all'inizio della versione più antica, larvata allusione alla tendenziale unicità del sé nella diversità di esperienze dell'io alle prese con un reale in perenne mutazione che continua a attentare alla sua coesione. Eppure a questo punto si comprende la portata del rebus della Sfinge: metafora non tanto di un'alienità in agguato nel mondo, quanto della progressiva inarrestabile alienazione messa in atto ai nostro danni dalla penuria e dalla morte, di pari passo con le metamorfosi e corruzioni del corpo. Agli esordi della civiltà europea, la greca Tebe è mitico luogo di innesto della scrittura alfabetica. Nel cifrario onirico dell'inconscio, se sovrapponiamo l'alfa dell'identità e la beta dell'alterità alla sagoma della Sfinge, ecco stagliarsi l'ombra di una fatidica lettera omega.

Il peccato originale e radice del travaglio del ripudiato Edipo - Laio aveva cercato di ucciderlo, per scongiurare il responso che dalla sua nascita sarebbe derivata la propria morte violenta - risiede nella vocazione a infrangere il ciclo ripetitivo del succedersi delle generazioni, con l'emergere di una "moderna" irripetibile individualità. Questo, il monito nascosto nelle parole della Sfinge, difficilmente prive di nesso col resto della storia e dell'intera epopea tebana. L'uccisione del padre e l'incesto con la madre sono incidenti di percorso e manifestazioni di un desiderio e tentativo maldestro, da parte dello stesso Edipo: esentarsi da un fato che lo vuole relegato in una identità senza sbocco, per reinserirsi nell'ordine familiare riproduttivo e garantito che lo aveva escluso e emarginato. Ma così facendo egli non fa che potenziare la volontà di affermazione del proprio io, finendo col peggiorare una situazione cui riterrà di rimediare in parte, infliggendosi la punizione-rimozione dell'accecamento.

In senso beninteso catartico, tali amare considerazioni dovrebbero servire a farci riconciliare con la categoria dissociativa dell'alieno. L'io, l'altro, l'alieno, sono in effetti forme elementari della coscienza le quali coesistono in noi e andiamo enucleando, applicandole di volta in volta sia alla realtà intima sia a quella esteriore. Intuibilmente, soprattutto a quest'ultima in un'accezione sessuale, sociale o etnica (su alienazione, oggettivazione e alterità, si legga il sempre valido Jean-Paul Sartre, in Critica della ragion dialettica, 1960). Essendo la più remota dal sé angusto delle origini e conflittuale con esso, è più facile che la terza forma venga impiegata a ragione o a torto. Spesso e arrischiatamente, a torto, sull'onda della paura della sua forza disgregante. Ma è anche quella maggiormente suscettibile di indurci a rimettere in discussione il nostro io e la sua aderenza a una condivisione di valori e codici di gruppo, rendendolo meglio adatto a fronteggiare situazioni inedite e elastico per resistere all'usura del tempo.

Paradossalmente, è quella che al limite o all'emergenza può guidarci alla rifondazione e edificazione di un sé di ordine superiore, insinua l'esempio del Buon Samaritano nella parabola evangelica sulla strada da Gerico, revisione umanizzata e salvifica se non provvidenziale del modello dell'alieno. Là dove a un vano egocentrismo supplisce un afflato comunitario, dilatato a comunione con l'Assoluto. Ne consegue la spiazzante soluzione di sfumare la distinzione fra altro e alieno, ribaltando anzi i termini della dinamica. Alla verifica dei fatti, lo straniero infedele risulta più "prossimo" e pio di connazionali e correligionari del viandante bisognoso di soccorso. Qui il discorso sconfinerebbe su un terreno, che si presta a speculazioni a carattere religioso o utopico-politico. Tanto vale proseguire con poche citazioni riprese dalla trasfigurazione del presente e del passato verso il futuro, operata dalla fantascienza: genere narrativo in cui la letteratura sugli alieni - terrestri o meno che siano - ha trovato ampia e varia espressione, non senza qualche pericolo di riciclare uno scomodo archetipo in evasivo stereotipo.

Verso un'identità globale?

Già privilegiata da miti e parabole, varcati ingloriosamente gli stadi del barbaro, del folle e del selvaggio, manovrando fra extraterrestri e extracomunitari (certe assonanze del linguaggio rimandano a più o meno inconfessabili associazioni mentali), nella finzione letteraria la nozione di alieno spazia dalla simulazione di affinità al dissimile inverosimile. Sempre tenendo conto del cauto parere di un "non addetto ai lavori": "Gli alieni come specchio delle nostre stesse esperienze sono assai numerosi nella fantascienza" (Gregory Benford, in Alieni e conoscibilità: il punto di vista di uno scienziato), citato nella raccolta di racconti La sentinella da Arthur C. Clarke (1983), autore che ha molto meditato sul tema dell'alieno. Appellandosi al senso comune, si può tranquillamente ammettere che essi siano la norma. Comunque si noterà, non a caso gli "sperimentatori" sono volentieri viandanti, girovaghi, esploratori, navigatori di più specie. Può darsi che sia una conferma di un paradosso caro al filosofo Deleuze: pensare è un po' viaggiare. S'intende, l'enunciato non è meccanicamente reversibile.

Esempi estremi, Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon (The Dreaming Jewels, 1950), Solaris di Stanislaw Lem (1961), Halo di Tom Maddox (1991). L'alienità vi è rappresentata come quanto di più diversificato dalla figura umana o da ogni altra immaginabile, appunto per questo mettendo a nudo l'essenza di proiezioni dell'inconscio e traguardi della coscienza. Con gli alieni del primo romanzo, calati da distanze siderali e occultati tra noi, la psiche di un ragazzo giudicato particolarmente "difficile" riesce a instaurare una complice comunicazione. In merito, l'autore informa: "Si rese conto che il mondo dei cristalli non era più nobile di quello normale. Era semplicemente diverso. Quelle astrazioni autosufficienti di ego erano i cristalli, che seguivano i loro gusti, vivevano le loro esistenze totalmente aliene, pensando con una logica e secondo scale di valori inconcepibili per un essere umano". Solaris è invece un pianeta "abitato" da un oceano magmatico e organico. Metafora di un inconscio esteso più che individuale o collettivo, esso è in grado di dar corpo illusorio a pensieri e ricordi riposti negli ignari visitatori. Nel 1972, dal libro il regista russo Andrej Tarkovsky trarrà un film omonimo.

Quanto all'io narrante del romanzo di Maddox, si tratta di una super-intelligenza artificiale incorporea, dal nome borgesiano e cabalistico Aleph. Erede di gran lunga più evoluto e sofisticato di Hal 9000 in 2001: Odissea nello spazio, al contrario di quest'ultimo egli si auto-analizza e interroga sulla sua singolare e solitaria condizione. Nel fanta-saggio Out of control (1994) a un'entità ancor più realistica e onnicomprensiva, la "mente-alveare", Kevin Kelly attribuisce capacità che trascendono e sovrastano le nostre singole identità: "Noi esseri umani non saremo coscienti di ciò su cui la mente rifletterà. Questo non perché non siamo abbastanza intelligenti, ma perché il progetto di una mente non permette alle parti di capire il tutto. I pensieri particolari della mente globale - e le sue azioni susseguenti - saranno fuori controllo e oltre la nostra comprensione". Va da sé che terreno di coltura e veicolo di una tale rivoluzione sarebbe la rete telematica: "La Rete è un emblema di multipli. Da essa nasce un essere-sciame, un essere distribuito. Il sé si diffonde attraverso l'intera Rete, in modo che ogni parte possa dire: io sono l'Io".

Ma è altrettanto ovvio, in questo contesto c'è scarso posto per l'altro, dato l'inconveniente che la protesi di un sé ipertrofico e identitario avrebbe in ultima istanza metabolizzato consapevolezza e libero arbitrio individuali. E' come se la sopra denigrata Sfinge avesse infierito su Edipo, sbranandolo dopo che egli ha risolto i famigerati indovinelli. Insomma, siamo all'assurdo di un ballo in maschera in cui l'alieno mima la parodia del sé. Viceversa, perfino i mostri arcaici possedevano una loro lealtà e coerenza. Probabilmente perché, generati dall'inconscio collettivo, non pretendevano di interpretare l'"intelligenza collettiva" se non a fini iniziatici. Per giunta, il saggio di Kelly contamina in maniera strumentale la psicologia gestaltista del Massachusetts Institute of Technology con echi del pensiero francese di Deleuze o Pierre Lévy. Confidiamo che il competente "ideologo californiano" abbia voluto provocare scalpore e fra le righe metterci sull'avviso, contro un'ipotesi di egemonia platonico-tecnocratica.

Ricorrenza dell'identico

Un scenario decisamente catastrofico era invece proiettato nel 2013 da Jack London in La peste scarlatta (1912). Qui il ruolo dell'alieno impersonale e indifferente è recitato da una incontrastabile epidemia, spietata selettrice darwiniana, la quale si accanisce contro "la nostra gloriosa, colossale civiltà, effimera come una schiuma". Né le previsioni sono migliori sulla sorte dei pochi fortunosi e imbarbariti superstiti, presentendo il narratore i disastri del suo secolo: "Tutto si ripeterà. Gli uomini aumenteranno e poi si combatteranno. E solo così, col ferro e col sangue, tornerà a evolversi un giorno lontano la nuova civiltà. E a che pro? Solo per finire come l'altra. Passeranno migliaia e migliaia di anni, ma poi finirà. Tutto finisce. Rimangono solo le forze cosmiche e la materia". Questa cupa suggestione esercitata dal concetto nicciano dell'"eterno ritorno dell'identico", recepito come inconscia predisposizione a incorrere negli stessi nefasti errori, non risparmierà neppure Philip K. Dick in Le tre stimmate di Palmer Eldritch (1964).

Se il medesimo motivo è stato attualmente rielaborato dal subliminale mediterraneo Claudio Asciuti in La notte dei pitagorici (1999), va dato altrimenti atto a un certo cinema - da Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg (1977) a Cocoon di Ron Howard (1985) - di aver contribuito a convertire diffidenza e ostilità innate nei riguardi degli alieni antropomorfi in curiosità e perfino aspettativa, sebbene su un piano del tutto ipotetico e astratto. Ciò, fino agli eccessi del cosiddetto contattismo, movimento persuaso di poter stabilire proficui contatti con forme intelligenti di vita provenienti da altri mondi, di civiltà ovviamente più avanzata della nostra anche dal punto di vista etico. A volte, la delusione da parte dell'altro trasferisce ingenue attese sul simulacro dell'alieno. D'altro canto, non dico immedesimarsi in lei… Ma chi non ha mai simpatizzato almeno per un attimo con la perversa e barricadiera imitazione robotica della scontata eroina Maria, nella celebre pellicola Metropolis di Fritz Lang (1926)?

Forse in nessun caso, però, una tale ambiguità di atteggiamento è stata riflessa e resa come nel capolavoro di Dick, Cacciatore di androidi (Do androids dream of electric sheep?, 1968; nella trasposizione filmica di Ridley Scott: Blade Runner, 1982). In un avvenire nemmeno remoto, su questa terra si aggirano alieni conformati dagli uomini a loro immagine e somiglianza ma sfuggiti al loro controllo. Fino al punto, che è ormai arduo distinguerli dai prototipi. I replicanti costituiscono pertanto una potenziale minaccia. Da parte degli umani, si delibera di individuarli e preventivamente eliminarli. Il protagonista del romanzo è fra gli incaricati dell'ingrato e necessario compito, addestrati a riconoscere i loro obiettivi e a agire senza pietà. Pur eseguendo puntualmente il suo mandato, l'umanità che egli va rilevando nelle sue vittime diviene causa di crescente imbarazzo e ammirazione. Tanto più, che essa stride con la propria disumanità indotta. Ne deriva un'acuta crisi e ricerca esistenziale. L'esito è che il persecutore, quasi "folgorato sulla via di Damasco", scopre di essere lui stesso un alieno.

Alterità e ripetizione

La morale dell'apologo di Dick è talmente trasparente e incisiva, estensibile a ogni tipo di diversità vera o presunta qui ed ora e nella storia la quale ci ha preceduto, che si commenta da sola. "Umano, troppo umano", aggiungerebbe semmai il vecchio Nietzsche. E i su menzionati Deleuze e Guattari avrebbero potuto, più ancora che nelle allucinazioni di Howard Ph. Lovecraft da loro citato, trovarvi spunto o conforto per una discussa intuizione. Che l'interferenza dell'alieno può far sì che l'inconscio, da scena passiva su cui si replichi una spettrale tragedia, torni a fungere da officina la quale produca congegni utili a correggere le aberrazioni di un mondo recidivo a oltranza. In direzione inversa, niente è davvero sproporzionato per la misura virtuale del sé. Tutto sta a ridimensionare la finestra fra spazio interno e esterno, di un io con cui tocca rifare di continuo i conti. E a vincere le resistenze opposte dallo schermo complementare dell'altro, coi relativi condizionamenti e anacronismi. Così da scampare alla trappola della "ricorrenza dell'identico" e ai suoi rituali e ritornelli, variazioni secondarie incluse (né più né meno di Edipo, ai trabocchetti della Sfinge).

Impresa né facile né disperata, salvo le solite eccezioni "documentate" come per Dissipatio H. G., opera ultima di Guido Morselli (1977). In questo misconosciuto gioiello della narrativa dell'assurdo, in un ambiente urbano consumistico a noi ben noto, l'alieno il quale ha rimpiazzato ogni altro e in cui si imbatte uno spaesato forestiero è un improvviso inspiegabile nulla. Sussistono gli oggetti inanimati, svuotati di funzione, valore e significato. Gli uomini si sono eclissati nelle loro merci, che lo sconsolato sopravvissuto si affanna a accatastare come degno monumento in memoria. Dissipatio Humani Generis, appunto: "sparizione del genere umano", sarcastica evocazione del titolo di un antico testo dal sinistro contenuto apocalittico. Sia esso timore dell'irruzione del nulla o del caos, ancora una volta il deterrente dell'alieno irriducibile ci fa apprezzare l'idea di un alieno la cui reciprocità di conversione nell'altro lo renda quotabile nel listino aggiornato dei rapporti personali e interculturali, al di là di complessi di inferiorità o superiorità nei suoi confronti.

Latineggiando sulla scia di Morselli e per dirla col commediografo romano Terenzio, Humani nihil a me alienum puto: "Niente che sia umano reputo da me alieno". Detto per i logici informatici, in questo campo l'"o inclusivo" dovrebbe sempre godere di priorità rispetto all'"o esclusivo". Ma si può in margine annotare, nella mentalità occidentale un io che si ritiene unico e irripetibile, a forzosa somiglianza di un Dio personale, si colloca tra alienità e ripetizione: estremi da cui gelosamente rifugge. Di frequente anche la ripetizione è platonicamente vissuta come ridondanza e alterazione, anziché imitazione costruttiva di un modello o occasione di differenza e mutamento. Non necessariamente né ovunque è così. Si pensi alle icone o statue raffiguranti serialmente il Buddha, in alcuni templi orientali. Ciò sta attendibilmente a rappresentare una rifrazione del "non-io" del Risvegliato, che saturi spazio e tempo fino a bandire caos e nulla dai contorni del Nirvana. In confronto, la "mente globale" di Kelly sa di sospetta caricatura. Dal canto nostro, compensiamo lo horror vacui del soggetto con la sovrapproduzione in serie degli oggetti-feticci accumulati nel "cenotafio tecnologico" del racconto di Morselli. Dalle cattedrali ai supermercati, e agli empori virtuali degli acquisti on-line!
 



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