Abbracciando l'alieno
[Embracing the Alien]

Geoffrey A. Landis

Illustrazioni di Fabio Germanà

Queste cose le scrivo nel linguaggio umano. Il fatto stesso che scriva nel loro linguaggio la dice lunga su quanto in basso io sia caduto.

Che timra c'è nel mettere per iscritto i fatti di altri, geroglifici neri incisi al laser su sottili rettangoli bianchi? Non è il nostro metodo. Il vero popolo non fa altro che condividere direttamente, respirare nell'aria della nostra comunione di branco, condividere i propri suoli e lasciar fondere le nostre esperienze, senza interpretazione, senza parole.

Ma i grandi padri-branco ci hanno istruito ad abbracciare la differenza, a radicare con gli stranieri per far crescere rigoglioso il nostro seme. L'universo è grande e noi siamo piccoli, se abbiamo paura del cambiamento saremo distrutti, ci hanno detto i padri-branco, e così sono stato inviato per attraversare l'universo in compagnia di predatori dallo strano odore e con delle forme strane. Ho finito con l'adottare i loro modi, col pensare i loro pensieri e con lo svolgere le loro azioni.

Ma a capirli non ci riesco.


La nave degli umani viaggia a velocità inimmaginabili. La loro curiosità è fremente, intensa ma transitoria, scattano da un luogo ad un altro come insetti impollinatori, sempre sostando ma mai fermandosi a conoscere un qualsiasi posto nella sua completezza. Io ho visto meraviglie senza fine, alcune minacciose, altre inermi. Non hanno alcun senso del branco, nessun altro senso della sopravvivenza della specie al di là di se stessi. Temo che un giorno in tutta innocenza sveglieranno qualcosa molto più grande di loro che li distruggerà senza neppure che riescano a capire il pericolo. In precedenza avrei detto che non sarebbero riusciti a concepire una tale minaccia. Ma ora ho visto, ho visto che comprendono la minaccia, l'abbracciano perfino. A dir la verità sembra che accettino la distruzione della specie. Abbracciano l'alieno.

Pensavo di capirli. Ora temo di non riuscirci.


Torri è il nome che ho preso tra gli umani. Sono sillabe che sono facili da pronunciare per loro, senza alcun significato nel loro linguaggio. Nella vera lingua si avvicina nella pronuncia alla parola che indica 'solo'.

City of Anchorage è una nave della curiosità umana, e il mio compito consiste nello stare a bordo ad osservarli. City of Anchorage è stata allo stesso tempo una grossa nave e molte altre piccole. Il nucleo meccanizzato traghetta con essa le stazioni scientifiche, ognuna di esse una piccola nave. Lascia andare queste stazioni per raccogliere dati nei luoghi di interesse sulle superfici planetarie o in orbita in prossimità di siti astrofisici, poi torna a svanire nella topologia invisibile della spazio FTL.

Sei stazioni sono state sganciate. La stazione con cui sono osservatore era la successiva. Come nome aveva Anchorage Station Seven, ma gli umani si riferivano ad essa solo con il nome Igloo. La nostra discesa doveva essere un'area di spazio insolita con designazione ammasso del Presepio. I telescopi a gravità degli umani vi mostravano della massa, ma i loro telescopi ottici non mostravano niente. Calcolavano che la primaria dell'ammasso fosse un oggetto ad alta densità, forse un buco nero. Gli umani, come sempre curiosi per sommi capi rispetto a qualsiasi cosa pensino sia inusuale, desideravano sganciare stazioni scientifiche nel sistema per investigare ulteriormente.

Attraverso il grosso boccaporto vedevo solo il vuoto dello spazio, punteggiato di stelle lontane. Il capitano della nave, Ringelman, si trovava col tecnico Varju nella nostra stazione.

Varju era il membro di una specie che non aveva alcun nome per se stessi fino a che gli umani non li chiamarono gli strisciati, nome che faceva riferimento ad una coloritura superficiale grigio-violetto invisibile al mio spettro visivo. Era l'unico altro non umano sulla nave. Per me Varju appariva quasi come un umano, con due gambe poco più lunghe di quelle degli umani, due braccia e un segno infrarosso sui tre-dieci celsius che pulsava caldo e freddo col ritmo sincopato di un cuore a tre camere. La sua razza era stata incontrata dagli umani circa due secoli prima che gli umani incontrassero noi e si erano assimilati agli umani velocemente ed interamente, in maniera così completa che pensavo a lui come ad un altro umano, solo leggermente diverso dagli altri nella forma e nelle dimensioni. Anche il pronome che aveva scelto di usare, lui, lo faceva come emulatore degli umani, anche se non era della loro casta d'inseminazione. Il suo branco veniva da una stella ancor più lontana dal branco madre della stella degli umani e così la sua gente e la nostra non si erano mai incontrate, tranne che sulle navi umane. Non erano per noi né predatori né prede. Varju ed io mantenevamo un rapporto distante ma cordiale.

"La primaria di questo sistema è senza dubbio un buco nero," disse Varju. Come gli umani anche la sua gente perseguiva la conoscenza ai soli fini della conoscenza, usando la curiosità metodica che chiamano scienza e divertendosi spesso a mettere in mostra ciò che conoscevano. "Non si rintraccia nessun disco di accrescimento attorno all'orizzonte degli eventi. Potrebbe essere un indizio di grande età."

"Meglio non andare troppo vicino," disse il pilota della nostra stazione. Era un'umana di nome Stakowski. Era sempre in servizio, ma quando la stazione era ancorata al nucleo della nave non aveva impegni primari ed era possibile trovarla o al livello scientifico o nel suo guscio di pilotaggio. "Sono cose che hanno la cattiva reputazione di inghiottire le navi."

"I buchi neri sono oggetti astrofisici piuttosto affascinanti," disse Varju. I viticci dietro al collo si arrotolavano e si srotolavano lentamente mentre parlava. "Se si riuscisse ad avvicinare l'orizzonte degli eventi di un buco nero, il tempo rallenterebbe. All'interno dell'orizzonte degli eventi, stando alla teoria, il tempo e lo spazio invertono i propri ruoli."

"Tutto quello che so io," disse il pilota, "è che non vorrei essere quella che prova la cosa."

"Potete puntarci un telescopio?" chiese il Capitano Ringelman.

Io lo vedevo chiaramente e per un attimo mi sorprese che gli umani non ci riuscissero. "E' proprio là," dissi.

"Non vedo niente," disse lei.

"Sarebbe più visibile se riusciste a vedere nello spettro infrarosso," dissi con un leggero tono di scusa, in quanto gli umani non vedono molto bene oltre ad un stretto spettro e non amano che gli venga ricordato. Varju si volse verso lo schermo di visione dietro di lui e parlò al computer. "Spettro infrarosso centro cinque micron compressione tre..." una pallida sbavatura divenne visibile nel centro dello schermo del computer mentre Varju continuava senza pausa "...magnificazione dieci, contrasto più dieci." La sbavatura pallida si allargò fino a riempire la maggior parte dello schermo, mostrando un disco nero con una corona rosso scuro attorno ad esso, simile al sole degli umani coperto dalla loro grossa luna.

"Cos'è che stiamo vedendo?" chiese il pilota.

Varju rispose con un'aria distante e distratta. "State vedendo il calore del gas interstellare mentre cade nel buco nero."

Una forma ondeggiante blu rossastra iniziò a luccicare nel bordo del disco. Varju aggrottò le ciglia, un movimento facciale che apparentemente aveva imparato dagli umani, anche se senza una pelle flessibile sul suo viso il gesto mi appariva più come un segno di guerra. "Qualcosa sta accadendo sull'orizzonte degli eventi."

"Che cos'è?" chiese il capitano.

Varju appariva perplesso e un po' intimorito. I viticci sul collo erano tutti ritti. "Non lo so."

Guardai fuori dell'oblò e vidi... qualcosa. Chiusi gli infra-occhi, poi gli occhi cromatici ma non riuscivo a decifrare ciò che vedevo. Potevo anche sentirlo, come un campo elettrostatico che mutava lentamente. "I miei organi sensoriali raccolgono qualcosa. Un'energia di qualche tipo."

"Bene," disse il capitano. Sorrideva. "Avete qualcosa da investigare. Si prepari a far scendere la stazione."


Il capitano mi fece scendere a cercare Jared Brown, il suo primo ufficiale e il comandante della nostra stazione. Il suo nome era stato citato per avere un sovratono divertente, dato che il nome era in opposizione alla colorazione della sua pelle. Una sottigliezza umana quasi invisibile contro il bagliore infrarosso della loro temperatura corporea, ma fu spiegato che una chiarezza del pigmento della pelle era abbastanza inusuale.

Era fuori turno anche se non ancora nel suo orario di sonno.

Il nucleo della nave umana è più grande di quanto sia necessario, con stanze intere dedicate ad attività specializzate per la socializzazione. Lo trovai in mensa che sorseggiava una mistura di etanolo e acqua. E' una combinazione chimica velenosa per noi, ma necessaria alle funzioni di metabolismo in alcuni, ma non tutti, gli umani. Stava seduto ad un tavolo con un visore personale divertendosi con un qualche tipo di immagini bi-dimensionali. Qualcun altro, una donna, era entrato proprio prima di me. La conoscevo, lei e Brown avevano fatto una danza di corteggiamento per molti giorni. Il capitano non aveva specificato l'urgenza così afferrai l'opportunità di osservare gli umani, la mia missione principale.

Lei aveva posato la testa sulle proprie mani e l'osservava in silenzio. Dopo un momento lui sollevò lo sguardo. Non potevo interpretare la sua espressione.

Apparentemente lei riusciva a farlo. "Sembri.. triste?" disse. "Malinconico?"

"Solo un po' di nostalgia, credo." Sospirò..

"Ti va di parlare?"

In silenzio Brown girò il visore in modo che lei potesse vedere le fotografie. "Ricordi del college."

"Amici?"

"Qualcuno che conoscevo."

"Ah," il tono di lei era neutro in modo studiato. "Come ti è venuta in mente ora?"

"Il buco nero," disse. "Il fatto che siamo così vicini ad uno di essi mi ha fatto ricordare di lei. Stava sul Beagle quando è entrato nel sistema Cygnus X-1."

"Ah," disse. Il disastro del Cygnus X-1 era ben noto a tutti noi dello spazio, lo conoscevo anch'io. Non c'era bisogno che dicesse altro.

"E' morta come voleva vivere, facendo il lavoro che amava," disse. Scosse la testa e sorrise. "Proprio fortunata, eh? Quanti di noi riescono ad avere una possibilità del genere? Mi è stato detto che il suo rapporto preliminare su Cygnus X-1 sia ancora un classico nel campo." Fece una pausa. "Aveva proprio un grosso talento per la fisica. Sarebbe potuta..." Brown si fermò di nuovo, in cerca delle parole. "Non lo so. Aveva un tale talento, un potenziale così grande. Ma non riuscì mai ad avere una vera possibilità per vedere dove l'avrebbe potuta condurre."

Scosse la testa e sollevò la bevanda. "Forse è meglio così. Forse è meglio morire giovani, senza essere ancora delusi. Mi era stato offerto un posto sul Beagle. Se le cose fossero state diverse, ci sarei potuto essere sopra anch'io."

"Pensi che avresti potuto cambiare qualcosa?"

"Salvare la spedizione? No di certo. Sarei potuto morire con lei."

Si fecero silenziosi per un momento e considerai che fosse il momento appropriato per annunciare la mia presenza.

Brown alzò lo sguardo. "Mi spiace. Mi cercavate?"

"Siamo pronti a scendere appena potete. Il capitano vi vuole sul ponte."

Si sollevò. "Bene, bene. Le dica che sono per strada."


C'eravamo solo noi quattro nella stazione a prepararci per la discesa: Brown, ora comandante della stazione, io e Varju e Stakowski nel suo guscio di pilotaggio. Il nostro peso crollò mentre la City of Anchorage rallentò la rotazione e poi di colpo la nota bassa della stazione che permeava tutto cambiò di timbro. Ci eravamo separati dal nocciolo della nave. Il nostro pilota stabilizzò la stazione e nello schermo osservammo la rotazione del nocciolo della nave. Brown controllò le funzioni, io e Varju controllammo Brown e, di sicuro, Stakowski fece i suoi controlli personali. Ci trovavamo in orbita e perfettamente funzionanti. Brown prese la radio. "E' bello da qua, gente. Ci vediamo fra due settimane. Non fate tardi, mi raccomando."

"Ci saremo," fu la risposta. "Fate un buon lavoro."

E di colpo la City of Anchorage luccicò e scomparve.

Eravamo soli.

Osservai il buco nero nell'oblò. Non avevo nessun compito che richiedesse un'azione immediata e rimasi ad osservarlo, affascinato, mentre Brown e Varju mettevano in ordine gli strumenti di osservazione. Sembrava che oscillasse leggermente nella forma, i poli da schiacciati si facevano allungati e viceversa e ad ogni orbita il nodo di energia turbinante sul bordo dell'orizzonte degli eventi sembrava essere più luminoso che mai. E continuava ad aumentare.

Di colpo realizzai che non è che si facesse più luminoso, ma più vicino. Si avvicinava alla stazione orbitante. Forse era a causa dei motori a velocità maggiore della luce. E possibile che una nuvola di gas attacchi una nave? Non lo so. Gli altri riuscivano a vederlo? Non so neppure questo.

Il pulsare basso e costante dei nostri motori si fermò di colpo e il trillo di diversi allarmi risuonò per tutta la stazione. Varju e Brown nuotavano sopra le loro consolle. "Che cos'era quello?" Chiese Brown.

Illustrazione di Fabio Germaną"Sovraccarico improvviso del sistema di potenza," replicò il pilota. Si trovava alla consolle di un computer, connessa a qualche routine diagnostica del sistema elettrico della nave. "I sistemi di propulsione si sono spenti automaticamente. Non scorgo nessun danno visibile ai motori. Non emettono potenza, e basta."

"Da che cosa è causata?"

Il pilota scosse la testa. "Non lo so. Proprio non lo so. I sistemi di supporto vitale sono ancora operativi. Siamo a terra ma non siamo morti." Si sciolse dal seggiolino, si spinse via dal banco con una spinta a spirale verso l'alto, si afferrò ad una barra e si spinse testa in avanti dal guscio di pilotaggio.

"Varju," chiese Brown. "Che succede?"

Varju si muoveva forsennatamente alla sua stazione, passando lo schermo da una camera all'altra con una velocità tale che non riuscivo neppure a riconoscere le immagini. Scosse la testa, un altro gesto imparato dagli umani. "Nessuna informazione."

"Qualche segno di vita?"

"Negativo," disse Varju. "A meno che non sia vivo lo stesso campo di energia." Fece una pausa, poi continuò in modo lento. "Una forma di vita che si sia evoluta attorno ad un buco nero sarebbe molto diversa da qualsiasi cosa conosciamo. Avrebbero percezioni molto diverse dello spazio e del tempo."

"C'è qualcosa alla radio?"

"No."

"Trasmettiamo." Attese che mettessi in linea l'antenna ad alto guadagno. "Pronto? Benissimo. Qui è Jared Brown dalla stazione terrestre Igloo. C'è qualcuno?"

"Niente." Mi fece sorridere il fatto che sembrava che si aspettasse che questa cosa, un migliaio di anni luce dal suo pianeta natale, parlasse e capisse l'inglese.

"Varju? C'è niente?"

"Un alto flusso gravitazionale nel campo d'energia, una dimostrazione di schemi di flusso inusuale. Un legante coesivo di uno stato di bassa entropia... signore, questo campo di energia potrebbe mostrare segni di vita intelligente."

"Provi un'altra frequenza. Provi diverse frequenze," Brown attese mentre Varju rattoppava il sistema.

"C'è nessuno? Abbiamo dei problemi. C'è nessuno?"

Una voce parlò di colpo. L'intonazione era insolita, ma era facilmente comprensibile. Era un linguaggio umano, l'inglese.

"Umano Brown. E' stranamente bello vederti ancora una volta."

Riconobbi di colpo la voce. I suoni armonici erano differenti, ma il ritmo era identico a quello della voce del primo ufficiale.

"Si identifichi. Come fa a conoscermi."

Lavorando furiosamente Varju mise qualcosa sullo schermo, forse la traccia visiva dal segnale radio. Sullo schermo appariva come un intreccio complesso di luce colorata circondato da un'aurea luminosa che ondeggiava freneticamente.

"I nomi per me hanno scarso significato," disse la voce. "Chiamami... colui che sta fuori. O, forse, colui che ama la vita."

"Ci ha danneggiati," disse Brown.

"Non credo che realizziate esattamente in che pericolo vi troviate."

"Siamo pienamente coscienti dei pericoli dei buchi neri, grazie. Non abbiamo alcuna intenzione di avvicinarci molto."

"Sta qui il pericolo." Sorprendentemente la voce rideva. "No, Ufficiale Brown. Non sto facendo altro che terminare ciò che avete iniziato molto tempo fa. Chiamatelo... darvi un'opportunità."

Il pilota Stakowski si trovava nel suo guscio di pilotaggio, ma col portello del boccaporto aperto sulla zona scientifica. Osservava le consolle. "Potremmo avere dei problemi qui," urlò. "L'orizzonte degli eventi del buco nero oscilla e le oscillazioni possono crescere in ampiezza. Non dovrebbe accadere. Il campo gravitazionale variabile sta trasformando in caotica la nostra orbita." Digitò la tastiera e scannò rapidamente lo schermo. "La nostra eccentricità orbitale sta crescendo. E' difficile da prevedere. Se la risonanza aumenta........."

"Questo è impossibile," disse Varju. "Nessuna forza possibile può generare onde gravitazionali di potenza capace a spostare l'orbita di una stazione di dieci milioni di chilogrammi. L'energia necessaria sarebbe enorme."

A bassa voce, quasi a se stesso, Varju continuò, "...naturalmente se una forma di vita si è evoluta attorno ad un buco nero, potrebbe controllare un'energia enorme."

Brown si allungò per prendere la radio, ma era già troppo tardi. Potevo ora sentire il passaggio delle onde gravitazionali, milioni di dita minuscole che allungavano lentamente e poi comprimevano i miei arti, i miei organi interni.

La stazione fece un suono come quello di un generatore che va giù di giri e gli allarmi iniziarono a suonare come iniziò a crescere la tensione sulla conchiglia strutturale della stazione.

"E' troppo tardi," disse Stakowski. La voce era calma e professionale. "Su questa orbita la nostra periassi sfiora l'orizzonte degli eventi e non riesco a mantenere accesi i motori. La stazione non ce la farà, saremo allungati come spaghetti. E' questo..."

Il disco di oscurità si allungò; i confini dell'oscurità si distorsero, tremolarono. Non c'era senso di movimento e pochissimo tempo per la paura. Avevo la sensazione di venire allungato e compresso allo stesso tempo e poi ci fu un improvviso scricchiolare duro e fulmineo quando la nuvola di plasma si scaricò contro la stazione. I viticci dietro il collo di Varju si indurirono. La macchia di fronte a noi si allargò e poi di colpo la stazione era altrove.

Sciami di granelli di polvere ionizzata brillavano attorno alla stazione, poi scomparvero. Nel visore c'era un pianeta blu con nuvole bianche e continenti irriconoscibili verdi e marroni contro il blu degli oceani. Lontano era visibile una cometa che si stagliava contro le stelle.

"Che diavolo?" fece Brown.

"Impossibile," mormorò Stakowski. Resettò tutti gli interruttori automatici di circuito e le luci e i pannelli di controllo ritornarono in vita. "Impossibile....... a meno che.......... no, è inconcepibile." Stakowski e Varju discussero per un momento, con frasi veloci per me troppo basse e tagliate da poterle seguire. Poi lei si volse verso di noi e parlò di nuovo. "L'unico modo che posso immaginare," disse "è nelle onde gravitazionali. Sembra impossibile, ma un'onda gravitazionale potrebbe aver cancellato esattamente la distorsione di marea del campo gravitazionale proprio quando abbiamo sfiorato l'orizzonte degli eventi e ci ha evitato di essere spaccati. In teoria è possibile, ma..." Fece una pausa. "Be', comunque è possibile in teoria."

"Ma dove siamo?" chiese Brown.

Si strinse nelle spalle. "Potremmo essere dovunque. In un campo gravitazionale come questo? Lo spaziotempo è instabile." Controllò i suoi strumenti. "Una stella di tipo G due, sequenza principale. Sette pianeti principali più asteroidi visibili, forse altri sull'altro lato della stella. Uno dei pianeti è un mondo delle dimensioni della Terra con un'atmosfera di ossigeno-azoto respirabile."

Anche Varju era stato a controllare i suoi strumenti. Guardò verso Brown. "Non posso calcolare la nostra locazione galattica. Il computer non riesce a far coincidere gli schemi della stella coi segnalatori galattici standard di riferimento. Cerco di iniziare una ricerca estesa del data base."

"Bene. Continua a cercare. Signor Torri, la... cosa d'energia ci è venuta dietro?"

"No," dissi.

"Nessuna potenza dei motori?"

"I motori funzionane benissimo," disse il pilota. "Sono tornati in linea come se non fossero mai stati fuori uso quando ho resettato dopo che abbiamo colpito il buco." Non che questo potesse farci niente di buono. Solo la nave madre aveva il motore FTL. Se non fossimo stati là per essere raccolti...

"Bene," disse Brown. Aprì un cannello da bevanda e fece un lungo e lento sorso di etanolo diluito dalla scorta che aveva portato con se a bordo. Sembrava che lo calmasse. "Allora entriamo in orbita."


Il pianeta era molto simile al nostro branco madre, molto simile alla Terra degli umani, anche se le masse terrestri erano strane, con continenti allungati che scavalcavano i poli nord e sud alternanti e continenti insulari nell'oceano che c'era in mezzo. Dietro ad esso un'immensa cometa baluginava con l'incandescenza della ionizzazione dell'ossidrile in un vento stellare.

Brown fissò fuori, "Quel pianeta," disse, la voce appariva perplessa. "Qualcosa... appare stranamente familiare."

Varju lo fissò con interesse. "Avete visto questo mondo in precedenza?"

Brown scosse lentamente la testa senza distogliere gli occhi dal visore. "No. No. Ma comunque... qualcosa... il colore, le nuvole..."

"Signore?" disse il pilota Stakowski.

Scosse la testa come per liberarsi di tutto. "Sì?"

"Signore, c'è qualcos'altro di peculiare riguardo a questo sistema. Se osserva lo schermo..." Sfiorò la sua tastiera. Un'immagine delle orbite dei vari oggetti nel sistema solare apparve nello schermo principale. Cinque erano orbite paraboliche che originavano molto lontano dal sole. "Può vedere che attualmente ci sono cinque comete nel sistema solare interno.

"E' una situazione proprio insolita," disse Varju. "Di solito ci si aspetta di trovare al massimo una cometa, o forse due, nel sistema solare interno in un certo momento."

"Che c'è da dire?" chiese Brown.

"Be', questa cometa qui..." Il pilota si fermò.

"Che c'è da dire sulla cometa?" chiese Brown, il tono indicava irritazione.

"La traiettoria," Replicò Stakowski. "Va diretta verso il pianeta."

"Quanto manca all'impatto?"

"Tredici ore circa," replicò Varju.

"C'è vita sul pianeta?"

"C'è vita in abbondanza sul pianeta," disse Varju. "Nessun segno di vita intelligente, comunque."

"Una tragedia," disse Brown, "ma che cosa ha a che vedere con noi? Torri, pensa che potremmo distruggere la cometa prima dell'impatto?"

Lavorai un po' alla mia stazione, che aveva anche una diagnostica completa sulle armi insufficienti della stazione umana. "No. Se i motori funzionassero potremmo cercare di dargli una spinta, naturalmente. Senza motori, niente."

Varju riprese a parlare. "Signore, osservi. Qua, sul continente grande." Varju portò un display sullo schermo principale. Il pianeta apparve come una griglia sullo schermo. Mentre Varju manipolava i controlli della sua consolle, l'immagine ruotava e un'area venne magnificata finché non apparve il contorno di un'area in una zona vicino al centro. Una griglia a reticolo lampeggiava per segnare il centro del contorno. "E' una veduta col telescopio ad infrarossi, ma contorni a microonde o in millimetri appaiono identici. Un campo di energia complesso. Solo uno. E... non è che coincida perfettamente, ma sotto molti è aspetti è simile all'anomalia energetica presso il buco nero."

"Niente sulla radio?" chiese Brown. "Nessun tentativo di comunicazione questa volta?"

Mi detti da fare alla mia stazione. "Niente. Nessuna emissione radio di nessun tipo tranne statica solare."

"Sembra che se dobbiamo lasciare questo posto," disse, "dovremmo incontrare questo... fenomeno. Stakowski?"

"L'area è soprattutto giungla," disse. "C'è una spianata all'incirca a due chilometri a sud-est del campo di energia di Varju che è sufficientemente larga per atterrare con la stazione."

"Ma pensa che possa far uscire quest'ammasso di ferraglia dall'orbita e farlo atterrare senza rompere niente?"

"Di sicuro," disse lei.

Si strinse nelle spalle. "E allora sia fatto."


Quando la stazione ebbe atterrato e scemarono i disturbi dei motori d'atterraggio, Brown ed io ci apprestammo ad uscire mentre Varju scannava la zona. Una squadra di tre elementi, uno per ogni razza a bordo. Il pilota rimase nel suo guscio, sarebbe rimasta là fino a che non saremmo tornati indietro sani e salvi.

Illustrazione di Fabio GermanąControllai la mia arma, un piccolo fucile a raggi di plasma. Non è che fosse il meglio per un pianeta sconosciuto, ma gli umani esplorano con un incallito disinteresse per la sicurezza e tendono a guardare con sospetto ad armamenti più pesanti portati da coloro che si trovano nelle loro navi scientifiche. Sono gli animali più dannosi e più pericolosi sul loro stesso pianeta natale e non si attendono pericoli dagli altri. Tranne che da altri umani.

Brown non aveva armi, ma portava una grossa radio per comunicare con la stazione (noi, naturalmente, avevamo tutti le radioline della tuta) e Varju portava un assortimento vario di equipaggiamenti scientifici.

Sembra tutto a posto," disse Brown. "L'atmosfera dovrebbe essere a posto nel caso si presenti un'emergenza, ma comunque lasciamoci le tute funzionanti. Pronti?"

Noi eravamo pronti. Varju aprì la chiusura e saltammo su di un nuovo mondo.

Avevamo già fatto tutti quanti parte di squadre d'atterraggio e sapevamo cosa fare. Eravamo atterrati sul limitare di una foresta verde piena di felci e strani alberi torreggianti. Varju avanzò sorvegliando i sui strumenti. Io attesi un attimo per vedere cosa poteva accadergli. Niente. Saltai giù, corsi fino ad un posto dove potevo vedere dietro alla stazione, mi accucciai e mi guardai attorno velocemente, il fucile spianato e pronto. Avrei desiderato odorare l'aria in cerca di pericolo, ma naturalmente la tuta me lo impediva. Brown saltò giù con calma e guardò verso la cometa, che appariva immensa e gelida nel cielo azzurrino.

Varju continuò a sorvegliare con un cromatografo a gas. "Simile alla Terra, un po' più di diossido di carbonio." Mise giù lo strumento. "Sembra che ci siano soprattutto foreste di alberi legnosi. Molte poche piante da fiore." Guardò nella direzione opposta. "Qualche tipo di grosso animale nelle vicinanze, penso."

Di colpo potevo udire anch'io il rumore. Improvvisamente una testa gigantesca sul tipo di quella dei rettili attaccata ad un collo a forma di serpente si innalzò sopra gli alberi.

Puntai immediatamente la mia arma. Era solo un piccolo raggio al plasma ma un colpo ben indirizzato poteva mettere fuori combattimento la bestia e salvarci la vita.

"No!" urlò Brown.

Come il mio fucile iniziò a scaricare Brown mi colpì di lato al braccio. Il lampo blu scuro passò di lato. Non c'era tempo per un secondo colpo. Brown ed io rimanemmo perfettamente immobili.

L'animale, la cui testa da sola era enorme come noi due assieme, abbassò la testa per osservarci, drizzò la testa da un lato in modo sorpreso per guardarci con un piccolo occhio nero, poi con l'altro. Dopo un lungo momento la bestia soffiò e la testa si ritrasse nel sottobosco.

"Erbivoro," disse Varju con calma.

"Proprio una fortuna," dissi. Questo era un problema di sopravvivenza, ero arrabbiato. "Primo Ufficiale Brown, perché avete deviato il mio colpo?"

"Perché ho riconosciuto quell'animale!" disse Brown. "Varju?"

"Proprio così," disse Varju. Anche lui sembrava che conoscesse qualcosa che io non conoscevo. "Un rappresentante dei saurischi, il più grande animale da terra sul pianeta. Alamosaurus, a giudicare dalle dimensioni e dalla forma della testa. Appartenente alla fine del cretaceo nella storia della Terra."

"Allora questo pianeta è..."

Ci fu un segnale di richiamo dal collegamento radio. Brown l'accese.

La voce nella radio era distorta, ma il tono di paura della voce di Stakowski arrivava chiaramente. "Ho identificato lo spettro della stella dagli archivi del computer!" disse Stakowski. "So cosa è successo! Siamo stati spostati indietro nel tempo di circa settanta milioni di anni."

Un ronzio. Voltai la testa per seguire il moto di un insetto.

"Il pianeta su cui ci troviamo è la Terra."

L'insetto mi si posò sulla spalla. Era un insetto molto grosso, forse velenoso. Sollevai la mano per schiacciarlo.

"Non far del male a nessun animale che incontri. Un cambiamento nella storia a questo punto potrebbe avere gravi conseguenze milioni di anni in avanti."

Mi fermai di colpo e gentilmente cacciai via l'insetto dalla mia spalla.

Brown mise il microfono in trasmissione. "Sì," disse seccamente. "Ce l'eravamo immaginato."

Mettemmo via le armi.

Brown guardò su una bussola magnetica. "Da questa parte, credo."

Varju guardò verso la cometa. "Sessantacinque milioni di anni nel passato."

Brown sollevò le sopracciglia. "Sì?"

"E quella cometa," indicò, "impatterà nel giro di dodici ore. La catastrofe causata dalla collisione coprirà il pianeta con una spessa coltre di polvere e fumo. Il freddo distruggerà ogni forma di vita sul pianeta che sia più grande di un vraln...più grande di un coniglio. Darà un colpo di spugna. E fornirà alla sua specie la possibilità di prendere il comando."

"Così questa cometa pronuncerà la fine dei dinosauri," dissi. Sapevo cosa fossero i dinosauri. Avevo studiato la storia degli umani, i miei ospiti strani ma amabili, e quella del loro pianeta.

Brown annuì, "Ed un inizio per noi."

I miei compagni mi sorprendevano. Spazio e tempo sono uguali e in principio tutti sappiamo che se è possibile il volo spaziale, così deve essere possibile il viaggio nel tempo, ma la realtà sembrava non averli disturbati per niente. Il primo ufficiale Brown apparentemente non mostrava alcun timore nella sua posizione, nessun senso di improprietà nel ritrovarsi assieme agli avi del loro branco più antico.

"Avanti," disse Brown.

Procedemmo nella direzione indicata da Varju, attraverso un sottobosco intricato verso degli alberi distanti. Alle mie spalle scorgevo Varju che analizzava coi suoi strumenti scientifici, fermandosi occasionalmente ad esaminare aree di interesse insolito. Nonostante il dimostrato pericolo sembrava non essere troppo vigile.

"Questo pianeta non è diverso da alcune parti del mio mondo," dissi. E pericoloso allo stesso modo per l'incauto, pensai, ma tenni per me i miei pensieri.

"Avete animali come quelli?" chiese Brown.

"Non grossi così, primo ufficiale Brown. Ma un po' più feroci."

Varju stava ancora scannando l'area, indifferente. Senza guardar su disse, "Questa è un'opportunità magnifica per osservare l'evoluzione della biosfera..."

Proprio in quel momento ci fu un'altra chiamata dalla nave. Il pilota Stakowski aveva trovato qualcosa che pensava fosse interessante e voleva l'opinione di Varju.

Trovammo una parete quasi completamente di roccia nuda che immaginai fosse la posizione meglio difendibile che potessimo trovare. Brown collegò uno schermo video portatile.

"Ho fatto dei calcoli," disse Stakowski, "basandomi sull'ipotesi che il grappolo di comete che abbiamo osservato sia caduto nel sistema solare a causa di una perturbazione nella nube di Oort a causa di qualche oggetto massiccio. Basandomi sui risultati del calcolo ho computato la locazione probabile attualmente dell'oggetto e ho condotto una ricerca usando i telescopi a lunga gittata."

"E allora?" chiese Brown.

"E' sullo schermo." Si vedeva uno spazio vuoto con delle stelle sparse, evidentemente una veduta al telescopio modificata al computer. Un rettangolo lampeggiante al centro indicava la locazione di ricerca.

"Ebbene?" chiese Brown. "Non ci vedo niente." Ci fu una pausa. "Adesso si. Un buco nero?"

"Penso di sì. Simile a quello nell'ammasso del Presepio, forse di massa leggermente più ridotta."

"E lei crede che potrebbe essere quello stesso?"

"Be'... da un buco nero ci potrebbe aspettare che nel tempo guadagni massa."

"Possiamo usarlo per riportare l'Igloo al suo tempo?"

"Negativo. Le forze di marea vicino all'orizzonte degli eventi farebbero a pezzi la nave. In ogni caso, senza propulsione FTL ci vorrebbero venti anni per arrivare là."

"Hmmmf," fece Brown. "Bene, prosegua col suo lavoro." Brown ripiegò il video e l'antenna ad ombrello nei contenitori e proseguimmo.

Varju si fermò e aggrottò la fronte per la concentrazione, i viticci induriti, ad analizzare entrambi i lati del sentiero. "Interessante," disse. Scosse lo strumento e l'osservò di nuovo. "Sembra che stia rilevando un..."

Una nota rimbombante bassa, una specie di cinguettio risonante e vibrato, provenne da dietro la linea degli alberi. Mi girai su me stesso per afferrare il fucile poi lasciai ricadere deliberatamente la mano lungo il mio fianco. C'era un ordine di sopravvivenza del branco di non uccidere niente qui. Si tratta del branco umano, a dire la verità, ma la sopravvivenza di un branco alleato ha la precedenza su qualsiasi individuo, non ha importanza chi esso sia. Almeno fino a che non viene dissolta l'alleanza. Mi cercai una copertura.

"Che cos'è stato?" chiese Brown.

"Hadrosaurus," disse Varju.

Riuscii a vedere il calore del loro corpo riflesso dalle foglie degli alberi prima di vedere gli animali. Scivolarono fuori dagli alberi con passi sorprendentemente silenziosi per animali così grossi, una mandria di una quindicina di elementi.

"Che mi venga un colpo," disse Brown. "Dinosauri col becco a papera e mantelli di pelle color porpora. Ora ho visto proprio tutto."

Ci superarono di corsa sulle due zampe, alti il doppio di un umano, correndo con un curioso moto ondeggiate, testa in giù e il collo allungato di fronte a loro. Il 'mantello' era un lembo di pelle che sventolava da una cresta sulla testa che assomigliava ad un pennone e si allungava libero sopra le ossa piatte delle spalle. Gli hadrosaurus non ci degnarono neppure di uno sguardo mentre ci superarono di corsa, col sangue che pulsava in macchie di calore attraverso la pelle. Svanirono silenziosamente nella foresta dietro di noi. Erano veloci e in un attimo non rimase nient'altro di loro che gli sbuffi di aria calda dalla loro respirazione faticosa.

Dietro di loro il bosco frusciava ancora. "E a quanto sembra anche un grosso teropode," disse Varju.

"Un che cosa?"

Il ruggito rimbombante si ripeté e i rami si mossero. Un albero cadde in avanti verso la spianata dove ci trovavamo e di colpo una forma a sangue caldo gigantesca si sollevò a metà da dietro gli alberi.

In un attimo un'enorme testa si alzò al di sopra dei rami più alti degli alberi. Non era certo un rettile gentile che mangiava piante. Anche la mia conoscenza inadeguata degli animali terrestri estinti poteva riconoscere questo qua. Era il re delle lucertole giganti: un tirannosauro. Si spostò di lato e un occhio gigantesco guardò verso il basso. La bocca aperta mostrava grossi denti a forma di spada e il dinosauro ruggì di nuovo.

Io e Brown guardammo in alto impauriti.

"Un dinosauro gigante e carnivoro."

"Non spari!" Urlò Brown. "Corra!"

L'ombra del dinosauro ci piombò addosso. Ci voltammo e ci mettemmo a correre. Con uno schianto rumoroso un altro albero si frantumò e cadde. Il ruggito tornò a ripetersi. Mi guardai alle spalle. La bestia stava immobile in cima agli alberi caduti, la testa voltata verso di noi ad osservarci.

Corremmo. Un grosso masso bloccava il sentiero; Brown tagliò attorno ad esso a sinistra, io e Varju scartammo sulla destra attraverso una fenditura sulla facciata della parete d'arenaria rossa.

Il tirannosauro guardò a sinistra, vide Brown e con una mossa convulsa ruotò su se stesso per seguirlo. Si spostava con una velocità incredibile per una bestia così grossa, correndo con la coda dritta dietro di sé e la schiena quasi orizzontale.

Mi arrampicai sulla facciata rocciosa e mi voltai per guardare. Dal nuovo angolo era chiaro che l'altro sentiero arrivava ad un punto morto sulla facciata della parete, con nessuna nicchia sufficiente a nascondersi e rocce per cercare di salire. Allungai la testa per vedere Brown.

Si guardava a destra e a sinistra, ma non vedeva una via d'uscita. L'ombra del tirannosauro si sollevò sopra di lui. Guardò in alto.

Il tirannosauro roteò la testa in basso.

Illustrazione di Fabio GermanąBrown rimase impietrito su un grosso masso, la sua testa nella palla del casco viso a viso col tirannosauro. La testa della bestia era grossa quasi quanto Brown. Rimase perfettamente immobile e il tirannosauro lo annusò, poi aprì la bocca mostrando denti appuntiti e lunghi circa quindici centimetri. Una lingua simile a quella di un serpente uscì dalla sua bocca e lo leccò, una volta, due, di nuovo. Con un suono frustrato e lamentoso molto simile a un miagolio, il tirannosauro si girò attorno con un unico movimento aggraziato.

Saltò su un'alta roccia che affiorava, sollevò la testa e gonfiò la sacca della gola. Poi fece uscire un canto, con una nota lunga e bassa gorgheggiante che si trasformò in un tubare trillante. Drizzò la testa e si pose in ascolto per un lungo momento, ma solo il silenzio gli rispose. Saltò a terra e scomparve nella foresta.

Io e Varju ci incontrammo con Brown e osservammo il dinosauro che scompariva. La mia mano si allungava continuamente verso il fucile, ma ogni volta si fermava senza estrarre l'arma. Non capivo.

Varju lo spiegò con calma. "Individua la preda dall'odore. Brown non ha alcun odore, per questo non era una preda. Allorché ha realizzato che non era commestibile ha perso il suo interesse per lui."

"Non me lo sarei mai immaginato," disse Brown guardando ancora verso l'animale scomparso. Non sembrava per niente scosso dall'incontro. "Mai. Chi avrebbe mai pensato che un tirannosauro ha delle macchie color oro e marrone come quelle di un leopardo?" Brown scosse la testa. "Avanti," disse.

Continuammo attorno al masso. La radio suonò e il primo ufficiale si arrestò, aprì l'antenna ad ombrello e l'accese. "Qui Brown."

Il pilota Stakowski era appena comprensibile al di sopra di molte scariche. "State entrando nelle vicinanze del campo energetico anomalo," disse. "Posso ancora captare il vostro segnale, ma potrei non riuscire più a raggiungervi."

"State suggerendo di tornare?" chiese Brown.

"No," rispose. "Tutt'altro. Solo... state attenti."

"Ci staremo," rispose Brown. "Chiudo."

Guardai nel cielo mentre Brown ripiegava l'antenna. La cometa si stagliava contro il blu. Sembrava che fosse diventata ancor più grossa.

Avanzammo.


Continuammo fino ad un costone e guardammo giù verso una valle. Il campo energetico anomalo di Varju era un grumo lanuginoso di luce che fluttuava lentamente nell'aria, un reticolo finissimo di membrana che lentamente si spostava all'interno di esso, che brillava di luce ma non di calore.

Varju lo scannerizzò e scosse la testa. "Strano. Interessante. Campi di energia altamente organizzati. L'intensità è rimarchevole."

"E' vivo?" chiese Brown. "E' intelligente?"

"E' pericoloso?" chiesi io?

"Non lo so," disse Varju.

Illustrazione di Fabio GermanąIl campo di energia lampeggiò in modo più brillante e si sentì una voce. "Saluti, viaggiatori." Ero sorpreso. Avevo sentito bene? Non era il linguaggio umano, era proprio il mio. Mi voltai per tradurre agli altri, ma anche loro avevano capito. Cosa mai può parlare tre lingue allo stesso momento?

"Questo pianeta è pericoloso," disse. "Perchè siete venuti?"

Brown si schermò gli occhi per difendersi dal bagliore. "Siamo viaggiatori pacifici che sono stati spediti qui per caso. Chi siete?"

"I nomi non sono importanti. Sono uno che controlla e ama la vita. Chiamatemi... l'Esterno."

Il campo di energia lampeggiò di nuovo in modo più brillante. Feci una smorfia e mi buttai in una posizione di combattimento. Brown si gettò su un ginocchio col braccio destro che si schermava il viso. Varju rimase fermo e non fece niente. All'apparenza i suoi occhi erano meno sensibili agli estremi di luminosità.

"La mia luminosità vi da fastidio?" chiese la cosa d'energia. "E' qualcosa che non è sotto il mio controllo cosciente. Proverò..." Lampeggiò e si attenuò un po'. Potemmo guardare di nuovo nella sua direzione, anche se con qualche difficoltà.

"Cosa siete?" chiese Brown. "Che cosa volete da noi? Come fate a parlare la nostra lingua?"

"Io non posso 'parlare' nessun linguaggio," rispose. "I vostri cervelli contengono campi elettromagnetici. Modulo questi campi e lo percepite come linguaggio."

"Perchè siete qui?" chiese Brown.

"Potrei chiedere la stessa cosa a voi," disse.

"Ma questo non è il vostro mondo."

"No," disse. "Sono... un osservatore. La mia forma non è di quelle che evolvono su un pianeta o che abbiano molto interesse alla vita planetaria. Siamo venuti dalle regioni energetiche del centro galattico, dove tipi di vita organica come i vostri non sopravvivono."

"Da un buco nero?" chiese Varju, cercando ancora di soddisfare la curiosità invece di chiedere all'essere di riportarci al nostro tempo. Ma io rimasi in silenzio. In fondo raccogliere informazioni sarebbe anche potuto risultare utile.

"Ah," disse l'essere d'energia. "Ci capite."

"Dunque dovreste essere estremamente vecchio, per come misuriamo il tempo," disse Varju.

"Milioni di anni," disse. "Miliardi, chi può dirlo? Il tempo ha poco significato dove viviamo. Per molti milioni di anni ho girato per le stelle del disco galattico, visitando la desolazione fredda e scura ai bordi della galassia, osservando la strana vita che cresce sui pianeti, fredda e dura."

"Uno scienziato allora, come noi," disse Varju. "Ci sono molti altri come voi qui?"

"Oh no," disse la cosa. "Solo io. Per la maggior parte la mia gente ha lasciato questo spaziotempo. Ci sono altri luoghi per esistere, universi con stati di energia quantistica più alti e la mia gente vi ha migrato. Un giorno li raggiungerò, ma non ora. Anche in un milione di anni non mi sono ancora stufato della diversità della vita. Questo è uno dei mondi più insoliti che abbia mai visitato."

Brown sorrise. "Ci fa piacere. Questo pianeta è casa mia."

"E' vero?," disse. "Molto strano. Non sarei venuto se avessi saputo che questo pianeta aveva vita intelligente. Ma quella che ho sentito non era la vostra astronave?"

Brown guardò verso Varju. "E' esatto," disse. "Siamo arrivati da sessantacinque milioni di anni nel futuro."

"Sul serio?" chiese l'esterno. "Siete venuti nel vostro passato?"

Notai che non sembrava sorpreso all'impossibilità che Brown aveva appena espresso. Forse, come aveva sottinteso Varju, l'essere poteva seguire strade sia attraverso il tempo che attraverso lo spazio.

"Non avere paura del pericolo di tornare al proprio passato? O... sì. Siete qui per la paura. Ma non è necessaria. Correggerò l'errore."

"Errore?" chiese Varju.

"Perchè," un tentacolo di luminosità brillò in alto verso la cometa, "quella cometa. Siete di sicuro qui per arrestarne l'impatto con questo pianeta, per fermare la grande distruzione. La rimetterò al suo posto. Non lascerò che questo mondo stupendo venga distrutto."

"No..." disse Brown, "la cometa si è schiantata sessantacinque milioni di anni fa. Lontano nel passato. Se la cometa venisse deviata, la razza umana, la mia razza, non esisterebbe."

"E a me cosa rappresenta?" disse l'essere. "Ho preso la mia decisione. Non vedo alcuna ragione per distruggere la fredda bellezza di questo mondo."

"Ma è il corso naturale degli eventi," disse Brown. "L'evoluzione."

"Mi avete messo di fronte ad un dilemma," disse. "Vedete, ho già interferito con gli avvenimenti. Solo il mio interessamento a questi pianeti ha causato l'approccio del buco nero a questo sole. Non ci sarebbe alcuna cometa se non fosse per il mio errore."

"Questo dimostra gli aspetti insoliti del sistema," disse Varju. "Un risultato del passaggio del buco nero."

"Nel deviare la cometa," disse, "riparerò il danno che ho fatto inavvertitamente."

"E così ci distruggerete," disse Brown.

L'essere fece un giro lampeggiante complicato della sua luminosità che interpretai come un'alzata delle spalle. "Ciò che non esiste non può essere distrutto. Voi venite da un futuro, ma non dall'unico futuro possibile. Io semplicemente causerei il fatto che la vostra specie non esisterebbe."

"Non essere mai nati," disse Brown. "Ma come la dite, suona sempre fatale."

"Dovete capire che non esistete realmente. Siete solo un'apparizione virtuale. Un effetto laterale del breve intervallo tra il momento in cui ho perturbato la nube di comete e quello in cui ho corretto il mio errore.

"Affinché uno viva altri devono morire. E' la legge della vita."

Per un momento l'Esterno brillò e rimase silenzioso, un mutare sfumato di colori screziati. I viticci dietro il collo di Varju, i suoi organi sensori elettromagnetici, si irrigidirono.

Fece un rumore leggero, quasi un sospiro. "Quale essere non sceglierebbe la sopravvivenza della propria specie? Così mi forzate a fare una scelta." Si fermò. "E così sia. Se volete che sia io a scegliere che viviate preparatevi a difendere il vostro caso. Umano Brown, avete con voi due che non sono della vostra specie. Vi nomino come gruppo di saggi per convincermi a cambiar parere. Ma attenzione. Il vostro voto deve essere all'unanimità per farmi condannare questo pianeta.

"Venite dal futuro. Da un futuro. Ve ne mostrerò un altro, il futuro che volete farmi uccidere."L'aura dell'essere-energia per un attimo si fece più luminosa e fummo costretti a girare lo sguardo. Quando la luminosità scemò vedemmo di fronte a noi un'altra creatura. Era un essere rettiloide, seduto dietro ad una scrivania di un qualche legno pesante scuro che scriveva con quella che sembrava una penna d'oca. Aveva all'incirca le dimensioni di un umano. Chiaramente era simile ai dinosauri che avevamo visto, seduto in modo eretto, con una lunga coda che era visibile ad un lato. Si volse e vidi che aveva una grazia delicata e sinuosa. Aveva una pelle verde chiaro, che sembrava quasi seta, più chiara verso la parte inferiore, macchiata con un fine arabesco di un arancio e un giallo delicati e un ciuffo di penne dietro al collo. Gli occhi erano grandi e blu, come zaffiri giganteschi, aveva delle piccole semi-lenti poggiate sul naso. Alzò lo sguardo dal suo lavoro e scrutò al di sopra dei suoi occhiali.

"Mi avete interrotto," disse l'essere dinosauroide, in modo stizzoso. "Ero a metà di una stanza e mi avete interrotto."

"Brown sorrise. "Mi spiace."

Fece un cenno con la mano artigliata. "Non ha importanza. La sinfonia ha atteso per tutta la vita, può aspettare benissimo per un altro po'. E poi forse era il momento di fare una pausa." Il dinosauroide si guardò attorno poi fissò Brown, girando leggermente la testa per guardare prima con un occhio poi con l'altro, drizzando la testa esattamente allo stesso modo del dinosauro precedente. "Dio bono, non ho mai visto niente come voi. E poi, che esseri siete?"

Varju si volse verso Brown. "Questo è insolito. Sembra che abbia una risposta xenofoba praticamente nulla."

"E questo è insolito?" Chiesi.

"Certo," disse Varju voltandosi verso di me. Aveva gli occhi che non si chiudevano mai. "Avevamo sempre ritenuto che la xenofobia fosse un istinto di sopravvivenza."

"Ma... la vostra stessa specie non presenta xenofobia." risposi, confuso. "Vi ho visto con gli umani. Li emulate. Parlate il loro linguaggio, pensate coi loro pensieri."

Varju mi osservò con occhi grandi e tristi. "Non lo sapete? Avete studiato la storia degli umani, non conoscete nulla della mia?"

"No."

"Quando li incontrammo fu subito guerra, Torri. Studiammo gli umani, studiammo la loro aggressione, studiammo la loro tecnologia e realizzammo che non avremmo avuto possibilità di vincere. Nel giro di un secolo ci avrebbero sterminati. Ma la xenofobia, la guerra, era codificata nei nostri geni. La nostra unica sopravvivenza stava nel rivedere il nostro codice genetico. Lo facemmo. Correggemmo la nostra xenofobia e ci arrendemmo agli umani chiedendo solo che ci dessero protezione, dato che ormai non ci saremmo potuti più proteggere." Fece una pausa. "Non sapete quanto ammiriamo la vostra razza, Torri? Sopravvivere accanto agli umani e rimanere se stessi!"

E gli umani ci sono costati cento miliardi di vite, pensai. Era un prezzo giusto?

"Fate le vostre domande, richiese l'essere d'energia.

"Com'è la vostra casa?" chiese Varju.

"E' un posto come qualsiasi altro, credo," rispose l'essere dinosauroide. "E' caldo e accogliente. Facciamo il possibile per renderlo bello, con giardini e foreste."

"Non avete città?" chiese Varju.

"No, no, naturalmente abbiamo le città. I migliori artisti del mondo gareggiano nel disegnare le nostre città. Torri di cristallo scintillante alte dieci chilometri... Spero di potervi mostrare una nostra città, sono così belle."

"Avete guerre?" chiese Varju.

"Guerre?" chiese l'essere dinosauroide. "Non riconosco la parola."

"Vi uccidete uno con l'altro?" disse Brown.

"Uccidere? Volete dire uccidere altri esseri intelligenti? Che pensiero stomachevole! Dio bono, no! Certo che no! Quale essere farebbe mai una cosa del genere?"

Varju ed io ci scambiammo uno sguardo.

"Solo un essere totalmente incivile, naturalmente," disse Varju.

L'essere di energia parlò. La voce era dolce. "Queste persone sono qui per decidere l'esistenza della vostra razza. Voi non siete reale. Siete solo una proiezione di ciò che potrebbe succedere da qui a dieci milioni di anni. Solo una probabilità."

"Ah," disse il dinosauroide. "E così, come disse il poeta, Tutto ciò che siamo o sembriamo non è che un sogno, dentro ad un altro sogno."

"Edgar Alla Poe," disse Varju. Vedendo la mia occhiata spiegò: "Un poeta della Terra del diciannovesimo secolo."

L'essere dinosauroide apparve sorpreso. "No, no... Gornak Trallik, un poeta del secolo del crepuscolo ambrato. Dalle canzoni delle città di zaffiro." Si fermò. "Un sogno io sono, dunque, ma se tutto ciò che sono è un sogno, debbo ringraziarvi per quella breve realtà che mi viene data. Anche un sogno può amare la vita, ed esserne grato."

"Questa è la terra dei vostri avi lontani," disse l'essere d'energia. "La cometa che vedete colpirà questo mondo con le fiamme. La maggior parte della vita che vedete attorno a voi morirà e tra essa anche i vostri avi lontani. Io posso evitare questa catastrofe. Ma se voi esisterete allora questo umano, il figlio di un possibile futuro diverso, non potrà esistere."

"La mia compagna..." disse il dinosauroide. "I miei amici e le covate... i miei figli..."

"Non esisterebbero," disse l'essere d'energia. Poi proseguì con un tono più amichevole, "non è che soffriranno. Non potrebbero soffrire, dato che non esisterebbero per niente."

"Allora lasciate che vi parli dei miei nipoti," disse il dinosauroide. "Di quell'ingegnosa combriccola di lucertole che non vedrete mai. Piccoli furfanti, di sicuro... ma gli vogliamo bene. Moru, è il maggiore, dice che vuole diventare un compositore famoso, proprio come il nonno. Continuo a dirgli che se vuole fare il musicista deve essere diligente e applicarsi tutti i giorni, ma preferisce starsene fuori con gli amici a giocare a palla Vorik." Scosse la testa con un movimento circolare a scatti. "Ah, i bambini. Ci sarà tempo per l'esercizio quando crescerà. Lasciamolo divertire. La piccina, Kira, è la più giovane, non è ancora uscita dal guscio e già sa cosa vuole diventare. Dice che sarà il pilota di una nave spaziale quando sarà grande. E ci scommetto che lo farà pure, ha l'intelligenza giusta. E sempre così seria." Allungò il collo e sospirò. "E' proprio un peccato che non potrete conoscerli. Ma per favore provate a pensare a loro, un giorno, e loro vivranno, per un po', nei vostri ricordi.""Lo farò," disse Brown."Avete delle flotte stellari?" chiese Varju.

"Oh, certo... fin da quando il motore a distorsione spaziotemporale è stato scoperto due millenni fa," disse. "Non ne vedo il motivo, per quanto mi riguarda... tutto questo viavai per lo spazio. I sauri dovrebbero essere soddisfatti della Terra, è un pianeta tanto bello. Ho viaggiato in lungo e in largo e non penso di aver visto che una frazione piccolissima delle cose magnifiche che ci sono da vedere."

"Difenda la sua causa per la sua gente," disse l'essere di energia.

Il dinosauro osservò attentamente Brown. Scosse di nuovo la testa con lo stesso strano movimento circolare. "Una forma di vita senza penne... discendente dei mammiferi... eppure proveniente dalla Terra! Molto strano. Ma anche la vostra razza ama la vita?"

"Certo," disse Brown.

Ci fu un lungo silenzio mentre il dinosauroide osservava Brown. Poi disse, "Non posso. Se la nostra esistenza deve avvenire a spese di un'altra allora è sbagliata. Faccia la sua scelta, se può. Io non posso e non potrò mai spingere alla distruzione di un altro."

"Ben detto," disse l'essere di energia. "e così vi faccio tornare al possibile a-venire."

"Mi spiace solo..." disse il dinosauroide ed esitò.

"Che non siete reale?" suggerì Varju.

"No. Accetto il dono della vita, anche se temporaneo. Mi spiace solo che ora non terminerò la mia sinfonia." Fece una pausa. "E ora scopro che è vero. Di tutte le parole tristi della lingua o della penna, le più tristi sono: sarebbe potuto essere."

L'essere di energia si illuminò e quando riuscimmo di nuovo a guardarlo il dinosauro era andato.

"John Greenleaf Whittier, un poeta della Terra del diciannovesimo secolo," disse Varju. Dopo una pausa aggiunse, "e anche, a quanto sembra, un poeta dinosauro."

"Deve comprendere," disse l'essere d'energia, "che voi non siete più reale dell'essere dinosauro. Dichiarate di venire dal futuro, ma dovete sapere che ci sono molti futuri, nessuno che sia più reale di un altro. Questo è l'adesso, il solo ora che esista. Fate la vostra scelta con saggezza."

"Dunque ci avete mostrato un futuro possibile," disse Varju, "ma non per questo l'unico futuro possibile.""Abbastanza giusto. Ma quello che vi ho mostrato è il futuro che verrà fuori se non permetto che queste creature periscano.""Conosco gli umani," disse Varju. "Hanno dei difetti. Ma hanno anche della grandezza. Devo votare per gli umani."

L'energia lampeggiò e sentii la sua attenzione volgersi verso di me. "E voi?"

Di colpo capii che con le parole potevo cambiare la storia, arrestare il morire di grandi branchi e sfidare la grandezza. Questo essere aveva del potere, un grosso potere. In quel momento ebbi paura e capii che dovevo scegliere le parole con estrema attenzione. "Quando la mia razza ha incontrato gli umani, non avevamo il viaggi a velocità superiore della luce," dissi. "I nostri branchi si erano diffusi per centinaia di soli ad un costo tremendo, ma senza guerra. Quando gli umani con le loro navi FTL arrivarono li accogliemmo con le armi. Gli umani sembrarono ritirarsi e noi copiammo le loro navi, una tecnologia a cui noi non avremmo mai pensato da soli, per unire un centinaio di branchi sparpagliati.

"E poi fummo colpiti dalle epidemie. Morirono cinquanta miliardi della gente vera nelle epidemie che portarono gli umani. Allora pensammo che deliberatamente avevano cercato di distruggerci.

"Molto ma molto dopo, realizzammo che non erano stati gli umani, ma la loro tecnologia, il viaggio FTL, ad ucciderci. I cento mondi avevano sviluppato cento epidemie, ad ognuna delle quali gli abitanti erano immuni, ma i mondi distanti non lo erano. I viaggi su navi spaziali che duravano secoli fungevano da quarantena.

"E dopo le epidemie le guerre civili. Tra i cento mondi sparpagliati c'erano dei branchi rinnegati, che non volevano unirsi agli altri. Erano stati separati troppo a lungo. Il FTL umano ci aveva portato una cosa nuova, la guerra tra i branchi. Interi mondi dovettero essere sterminati per riportare unità tra la nostra gente. Nel caos crebbero profeti e messia, tutti che predicavano eresie e divisione e altri ancora di noi morirono.

"L'arrivo degli umani portò alla morte di undici su dodici delle persone vere allora vive, Anche gli avi radicati morirono. Dei cento mondi solo sedici ora prosperano. Ci vorranno secoli, forse millenni, prima che possiamo raggiungere di nuovo una gloria di questo tipo."

"Allora votate contro gli umani?" chiese. La sua voce sembrava fredda e priva di emozioni.

E così nel mio momento di timra feci la mia scelta. Urlai. "No! Gli umani hanno insegnato alla mia gente cose che noi non abbiamo neppure sognato! Senza l'aver incontrato gli umani, ci saremmo estesi sempre più all'esterno, conoscendo solo noi stessi, sterminando altre specie sui pianeti che ci occorrevano, senza mai conoscerle o cercare di comprenderle. Fino a che, un giorno, non avremmo incontrato una razza aliena con tecnologia superiore che ci avrebbe sterminato allo stesso modo. Quando incontrammo gli alieni con tecnologia superiore, furono gli umani. Quasi riuscirono a sterminarci, è vero, ma non per rabbia. Ci insegnarono come abbracciare l'alieno. Io voto per gli umani, oh celato! Ci hanno insegnato un concetto per noi alieno, un concetto che vale qualsiasi cosa conoscessimo prima. Amicizia, tra persone che sono differenti."

Dissi la verità, ma le mie ragioni espresse urlavano la verità. Gli umani ci avevano uccisi, questo è vero, a miliardi, ma il branco era sopravvissuto e, sopravvivendo, s'era fatto più forte. Ma la creatura dinosauro aveva detto che anche loro conoscevano il segreto del volo interstellare! Se a posto degli umani fosse arrivata la creatura dinosauro e se fosse venuta milioni di anni prima? Come avrebbero potuto, anche in innocenza, non distruggerci prima che esistessimo? In confronto a questo la minaccia umana era stata nulla, proprio nulla."Dunque avete vinto la vostra causa, umano," l'essere d'energia proferì. "Anche se va contro la mia natura permettere che avvenga tale distruzione. Scelgo di accettare il giudizio di tre.""Non ancora," disse Brown. La sua espressione era strana, illeggibile. "Avete detto che deve essere unanime.""Certo," disse l'essere d'energia. "C'è un altro voto. Avevo pensato che era solo una formalità. Umano?"

"Non è come morire, avete detto. Nessun dolore, nessun lutto. Significherebbe non esistere per niente." Sorrise. "Mi piace. L'umanità non è così grande. Date a quelle creature una possibilità per vedere cosa faranno. Deviate la cometa."

Avrei potuto ucciderlo, ma avrebbe cambiato la scelta? L'essere si sarebbe poi avvicinato a noi? L'essere di energia si sfuocò e per un attimo fu immobile e poi il momento della scelta fu superato.

"Avete fatto la vostra scelta e avete scelto contro i vostri stessi interessi." Fece una pausa. "Ma avete mostrano una compassione strana. L'ho ritrovata in specie antiche, quelle con una storia di milioni di anni ed oltre che non hanno alcuna paura dell'estinzione. Ma in specie giovani? Non lo comprendo, ma è strano, raro e prezioso. Penso di non avere scelta. Ritirerò la mia interferenza. La cometa cadrà com'è il suo destino."

"Ma..." disse Brown.

"Ho preso la mia decisione," disse l'essere d'energia, la voce come un basso tuono. "La vostra specie avrà la sua possibilità. Usatela bene. Forse un giorno ci rincontreremo, milioni di anni nel futuro. Addio." Con un suono che si faceva sempre più acuto fino a diventare ben presto ultrasonico, l'essere di energia si restrinse e si fece luminoso. Continuò a diventare sempre più luminoso al di là di ogni livello sopportabile fino a che mi chiesi se la roccia su cui era appollaiato non si sarebbe fusa. Quando anche Varju si schermò gli occhi e cadde in ginocchio l'energia si condensò nelle più piccole scintille e accelerò verso il cielo.

Fu una lunga camminata indietro fino alla stazione. Non incontrammo dinosauri.


Tornammo in orbita e nessuno di noi fu sorpreso quando la stazione fu attratta di nuovo nell'orizzonte degli eventi del buco nero. Guardammo di nuovo nelle profondità oscure dell'ammasso del Presepio.

Quando fu chiaro che eravamo tornati ed avevamo raggiunto un'orbita stabile, Stakowski uscì dal guscio di pilotaggio per affrontare Brown. "Brown? Dimmi, come facevi a sapere che ci avrebbe risparmiati?"

"Non sapevo niente di sicuro," disse Brown. "Era che mi sembrava..." si strinse nelle spalle, "l'unica cosa che doveva essere fatta. In quel momento." Si fermò per un attimo, e sorseggiò del nutrimento dalla sua soluzione di etanolo mentre la fissava, poi continuò tranquillamente, quasi a se stesso. "Avevano un potenziale così alto. Non è che noi stessi avessimo fatto di più."

Il pilota Stakowski gli rivolse uno sguardo penetrante ma non disse nulla.

"E mi chiedo ancora... come sarebbero stati? Se si fossero evoluti?"

"Credo che non lo sapremo mai, Jared," disse. Sembrava che non fosse arrabbiata per quello che aveva fatto l'ufficiale, per il fatto che un umano avesse scelto lo sterminio per tutti loro.

E poi la voce dell'esterno arrivò attraverso la radio. "Saluti di nuovo, umano Brown. E' da tanto tempo."

"Esterno?" disse Brown.

"I nomi hanno poca importanza," disse. "Una volta avevo quell'etichetta. Questo universo si sta espandendo, sta diventando freddo. Avevo pensato di unirmi ai miei compagni ma ho aspettato un altro po' per rivedere colui che ha mostrato compassione. Per dire, con le tue parole, addio."

"Ma li hai lasciati comunque morire," disse Brown. Sembrava arrabbiato, anche se era il branco che aveva scelto di salvare.

"Non potevo salvarli tutti," disse. "Ma quelli che ho potuto li ho portati via con me, su un pianeta simile per clima, molto lontano nel disco galattico. Tra quelli che ho portato c'erano coloro che col tempo sarebbero evoluti fino a diventare l'essere che hai incontrato. Per far sì che anche loro trovassero il loro destino."

Nel boccaporto la macchia di energia nell'orizzonte del buco nero si andava intensificando. Alla radio la voce scemava. "Un giorno li incontrerete. Per ora, addio."

Il campo di energia nel boccaporto crebbe oltre i bordi dello schermo e poi svanì nell'oscurità e nelle stelle.

"E' andato," disse sottovoce Varju.

"Penso che qui abbiamo finito," disse Brown. "E' venuto il momento di tornare a casa."

Orbitammo attorno al buco nero per altre due settimane finché la City of Anchorage non tornò a prenderci, ma raccogliemmo solo numeri e fatti senza utilità alcuna.

Secondo il suo programma la nave stellare umana ci riportò sulla Terra e, in seguito, tornò alla sua missione di raccogliere conoscenze senza alcuna utilità sulle stelle e sulle nuvole di polveri. Durante il viaggio di ritorno l'equipaggio umano discusse al suo interno le azioni del Primo Ufficiale Brown e per la maggior parte furono d'accordo sul fatto che non avrebbero agito allo stesso modo. Ma il primo ufficiale non fu punito per le sue azioni, non fu sollevato dal suo incarico e neppure, per quanto ne possa dire io, fu ripreso dal capitano per aver rischiato l'esistenza della sua specie.

E' vero: gli umani abbracciano l'alieno. La saggezza dei grandi padri-branco ci ha istruiti ad abbracciare l'alieno, ci ha detto che la nostra specie, il branco di tutti i branchi, inevitabilmente sarà costretto alla morte se non lo facessimo. Ma io ci penso e ci penso. Dovremmo abbracciare l'alieno anche a costo dell'auto distruzione? Anche noi saremo forzati un giorno a fare una scelta di questo tipo? E se scegliessimo in modo sbagliato?

Ho richiesto di lasciare questa missione, di ritornare al branco madre, condividere il terreno coi miei compagni di branco e meditare nella calda oscurità. Non posso restare tra questi esseri che non voglio comprendere.

Sto imparando a pensare come loro, e sono preoccupato. Sono preoccupato, sì, preoccupato per noi tutti.

Anche per gli umani.


titolo originale, Embracing the Alien
traduzione Italiana Susanna Cecchi
© 1995 Geoffrey A. Landis
collegamenti

Geoffrey A. Landis
The Thing
Buco nero