IL MARE D'INVERNO
Marcello Bonati

(a James G. Ballard)

 
1

Questa sera ho deciso di fare una passeggiata sul lungomare.

L'acqua è calma, immobile come un predatore che stia puntando la sua vittima, e la luna vi si riflette in tutta la sua pienezza.

Voglio trovare qualcuno, questa volta.

Questa località è formata da cinque grandi alberghi: lo Splendor, nel quale sono insediato io, il Royal, l'Impero, il Miramare e il Tudor.

E so, con assoluta certezza, che qui c’è almeno un’altra persona oltre me.

Una sera ho visto distintamente le luci del salone grande del Royal accendersi, per rimanere così fino al mio ingresso affannato; in quell'istante, un attimo prima che le luci si spegnessero, avrei potuto giurare di aver visto una donna in due pezzi nero sdraiata su un divano di raso rosa.

Quando lo raggiunsi a tentoni, però, non trovai nessuno. Lo stesso risultato diedero le mie successive e frenetiche ricerche.

Quattro giorni dopo quell'evento - me ne stavo sulla terrazza grande della mia dimora -, sentii il rumore di una moto di grossa cilindrata che giungeva dall’entrata della città.

Appoggiai il bicchiere, infilai gli occhiali da sole, e vidi una donna completamente nuda, tranne per un enorme paio d’occhiali neri, che con una brusca frenata fermava proprio davanti all'entrata del mio hotel il bolide rosso fiamma che cavalcava.

Mi precipitai in strada, trovai il bolide, ma di lei nessuna traccia.

Ora sono sdraiato sulla spiaggia e faccio scivolare fra le dita granelli di sabbia, cercando di evocare la sua immagine.

Non riesco a ricrearla completamente, solo alcuni elementi: lo sguardo e i seni, ciascuno proveniente da due momenti separati nel tempo.

L’aria è fresca. Qualche metro alla mia destra si forma un mulinello vorticante che si ferma subito.

Sorrido leggermente quando scopro che la scia luminosa della luna forma un tratto d’unione perfetto tra lei e me.

Un'increspatura nell'acqua, un baluginio distinto.

2

Sul lungomare quella mattina non incontrai nessuno.

Erano parecchi giorni che non vedevo anima viva. Le case, gli alberghi e la spiaggia sembravano diversi così deserti. Non servivano più a niente e molte notti le loro immagini mi si presentavano nei sogni, enigmatiche come sfingi sogghignanti.

Mi fermai appoggiando entrambe le mani al parapetto che dava sulla spiaggia a fissare l’orizzonte.

La linea di demarcazione fra mare e cielo sembrava vacillante.

Sorrisi debolmente riprendendo il cammino, con le mani nelle tasche del largo camicione di seta che indossavo.

Quando giunsi in fondo al viale, decisi di saltare giù sulla sabbia. Mi rotolai verso la battigia ridendo.

Mi sedetti a gambe incrociate, coi palmi delle mani a lambire l’acqua, osservando i baluginii del sole sulle piccole onde di quel mare così maledettamente calmo. Sole che sparì improvvisamente dietro una coltre di nubi; dopo aver alzato lo sguardo feci una smorfia e mi alzai.

La radio gracchia qualche canzonetta sgangherata. Ripensando a quella mattina mi tornano alla mente le dolci sensazioni di allora, rese nitide dal desiderio di ricordare, dalla loro lontananza nel tempo.

Mi sono sistemato nell’albergo principale del centro, sono ormai parecchi mesi che non esco più.

Mi trovo, come spesso accade ultimamente, nella mia stanza preferita, la più piccola, a scrivere.

Ogni tanto, durante la giornata, vago per i saloni e le stanze più grandi senza un apparente motivo.
 
3

L'avrei rivista.

Questa sensazione pervadeva tutto me stesso; era come se, dentro di me, ci fosse il ricordo di ciò.

Comunque avevo deciso di non fare assolutamente nulla per facilitare l'evento.

Stazionavo nei pressi della piscina olimpionica dell’hotel: era completamente asciutta e sul suo fondale potevo vedere una moltitudine di oggetti, come paurosi mandala risalenti a un tempo onirico.

Nella cantina dell'hotel avevo trovato una bottiglia di Rum di ottima qualità, che stavo sorseggiandolo diluito con della Coca-cola; sfogliavo distrattamente una rivista patinata, in cui spiccavano i corpi nudi di bambini dai quattordici anni in giù.

L'aria era completamente immobile, sentivo la mancanza di qualcosa d’indefinito. Mi alzai e, lentamente, mi avviai verso l'atrio, dove c’era un impianto stereo che avevo assemblato con i pezzi trovati in vari negozi della città. Lo accesi. Le casse, otto enormi casse, erano disposte in modo che la musica si potesse sentire sia dalla piscina che all'interno. Il volume altissimo non rappresentava un problema; al limite, lei avrebbe potuto sentire.

Tornai alla mia sdraio, ripresi la rivista e decisi: quella sera sarei andato a cena al Royal.

La luce della mia stanza era l’unica che si potesse vedere dal mare; fantasticai di barche a vela che passando ad alcune miglia dalla costa potessero vederla.

L’idea di uscire mi terrorizzava. Fuori c’erano solo fantasmi di nulla, freddo, buio e paura.

Alla fine mi costrinsi: fuori era completamente buio. Il cielo era coperto dalle nubi. Mi addentrai cautamente per le strette vie del quartiere, temendo di incespicare o incontrare chissà che.

Avrei dato qualsiasi cosa perché si fosse accesa una luce all’interno del Royal. Avevo studiato il percorso durante il giorno, ma non riuscivo a capire perché avessi voluto raggiungerlo di notte. Sapevo solo che dovevo farlo.

Quando svoltando l’angolo ne intravidi il profilo, sospirai rilassato. Avrei chiesto aragosta e champagne, quella sera. Cento valletti variovestiti mi avrebbero servito danzando.

4

Da quella stanza, il chiarore della mia si stagliava nitido.

Non avevo ancor voluto accendere nulla, e rimasi per qualche ora sul balcone a guardare.

Il mare era calmissimo, si sentiva solamente il suono quasi impercettibile dell’aria; l'aria che sta quasi ferma, ma che non lo è mai del tutto.

Avrei voluto avere un telecomando d’improbabile gittata per accendere il mio stereo.

Lei non c'era.

Quella sera non c'era.

Non era in nessuna delle stanze, in nessuna delle sale; cominciavo ad avere fame.

Accesi l’illuminazione e scesi nell’immensa sala da pranzo. Mi sedetti ad un tavolo singolo con vista sul mare, apparecchiato con gusto: bei fiori gialli nel mezzo, tovagliolo ripiegato con cura, le posate nella loro esatta disposizione, i tre bicchieri perfettamente puliti.

Dalla carta appresi che il menù del giorno non comprendeva l'aragosta e così mi rassegnai a dover ordinare dell’altro; lepre in salmì mi parve la cosa migliore.

Voltatomi per vedere se arrivava qualcuno a servirmi, vidi che in un tavolo centrale una ragazzina rossa stava protestando vibratamente col cameriere per qualcosa che aveva trovato nel piatto; sorrisi.

Ad un mio cenno arrivò un cameriere vecchio e azzimato a cui finalmente potei dare la mia ordinazione.

Fu un pasto davvero soddisfacente, anche per la presenza della signorina rossa seduta a un tavolo a qualche metro da me che cenò col piatto appoggiato sopra le gambe spalancate, intingendo ogni singolo boccone prima di portarselo alle labbra.

Era di una buona misura di seno.

Quando ripresi la via del ritorno, la luce che avevo prudentemente lasciata accesa m’indicò la via.

5

Il lungomare era coperto di foglie.

Quella mattina il mare era un po’ agitato, così pensai di andare al molo. C’erano degli scogli sopra cui avrei potuto bagnarmi con gli spruzzi di acqua salata.

Indossavo un paio di calzoni corti e una maglietta con una tasca in cui tenevo le sigarette.

Al molo notai che le onde s’infrangevano contro gli scogli con forza.

Alla fine ero discretamente fradicio, e la mia immaginazione andò a seni svettanti che trasparivano da magliette bianche bagnate. Sorrisi divertito.

Sarei andato al cinema quella sera; proiettavano "Emmanuelle 10", e non me lo sarei voluto perdere per nulla al mondo.

Le insegne luminose lampeggiavano ammiccanti, ed alcuni fotogrammi della pellicola si succedevano nella locandina a fianco; le attrici erano decisamente molto belle, e le loro capacità acrobatiche notevoli.

Accanto a me c'era una ragazzina sui quindici anni, con addosso solamente una maglietta bianca sulla quale spiccava, in un rosso acceso, la scritta "Fuck Me". Le allungai un braccio attorno alla vita, lei sorrise.

Non ricordo nessun altro di quel cinema (saremo stati un centinaio) oltre una donna sui trentacinque che ad un certo punto attirò la mia attenzione, accucciandosi nel corridoio centrale ad espletare i suoi bisogni fisiologici.

6

Ma era sempre l’immagine di lei, nuda sul divano, nella sua auto, che mi tormentava. Non riuscivo a pensare ad altro.

Non sapevo che fare, era troppo tempo che non la vedevo. Cominciai a nascondermi dietro qualche palazzo, dentro qualche sala d’Hotel, dubitando di poterla incontrare di nuovo.

Alla fine pensai che la cosa migliore fosse trasferirmi al Royal. Presi tutta la mia roba e mi trasferii dove l’avevo vista le uniche due precedenti volte.

Mi sistemai in una singola al terzo piano, nonostante altre stanze più lussuose.

I giorni successivi passarono senza che nulla di particolare accadesse, in una quiete che andava assuefacendo la mia mente. Leggevo Sartre ed ascoltavo musica. Avevo portato con me anche l'impianto stereo. Avevo ripulito il fondo della piscina che avevo poi riempito con dell’acqua, così dal terzo giorno potei fare alcune nuotate che rafforzarono il mio tono muscolare.

Di lei però ancora nessuna traccia; solo una ragazzina sui tredici anni, un giorno, venne a chiedermi se poteva fare una nuotata nella piscina; era simpatica, e così glielo concessi.

Poi volle che le facessi ascoltare un disco. Si sedette sulle mie ginocchia, tutta gocciolante. Alla fine mi dette un bacio sulla guancia, se ne andò e non la rividi più.

Un giorno, mentre come al solito stavo ai bordi della piscina sorseggiando una birra ghiacciata, la vidi di nuovo.

Sfrecciò su un'Harley proprio davanti al cancello; aveva un gran mantello nero allacciato alla vita da una grossa cintura che le svolazzava tutto attorno.

Quando fui sulla strada, però, lei era già solamente un puntino lontano che scomparve in un attimo.

Ancora una volta non ero riuscito a vederle il colore degli occhi; pensai di seguirla con la mia Mustang, ma poi realizzai che sarebbe stato inutile.

Quella sera rimasi tutto il giorno al balcone della mia stanza, a guardare se non si fosse accesa qualche luce, da qualche parte, che rivelasse la sua presenza, in modo che io avessi potuto recarmi da lei cavalcando una folle onda di frenetiche emozioni, una qualche ansiosa ondata d’entusiasmante velocità.

Quella notte riuscii a dormire molto poco, immagini di lei mi assalirono ovunque.

7

Qualche giorno dopo, mentre passeggiavo per la via principale, mi urtò un ragazzotto; c'era sicuramente spazio sufficiente per entrambi, anche se molti erano in giro a vedere le vetrine; si scusò, ed io gli dissi che non doveva preoccuparsi.

Mi invitò a salire su da lui, mi disse che aveva una sorellina simpatica che mi avrebbe fatto conoscere; era bella davvero, sui dodici anni. Se ne stava nella vasca a fare il bagno; quando entrammo, lei si alzò. Il fratello uscì, ed io rimasi col lei – mi disse di chiamarsi Alice -, e giocammo per un po’.

Quando lui tornò a portarmi una birra ghiacciata, lei se ne stava impalata, muovendosi al ritmo della musica che usciva da una radio a transistor. Rise insieme a lei proprio nel momento in cui io raggiungevo l’orgasmo.

Subito dopo mi sentii molto depresso; era stata la prima volta che avevo fatto una cosa simile. Da piccolo mi avevano inculcato bene in mente che non stava bene fare certe cose, ed io mi ero sempre limitato a sfogliare quelle riviste.

Poi, all’improvviso, la depressione passò, ed o mi sentii come prima.

8

Una sera cominciò a piovere.

Chiuso in una delle stanze più interne dell’Hotel, mi ritrovai a pensare a una ragazza che molto tempo prima si era accosciata sulla mia bocca e vi aveva lasciato la sua urina.

Mentre pensavo alle sue piccole labbra gocciolanti, alla mia lingua che era andata ad asciugarle mi riscossi. Decisi che sarei uscito a bagnarmi.

Appena uscito, rivolsi il viso in alto, con la bocca aperta verso il cielo, come a rivivere l’esperienza fatta anni prima.

I vestiti addosso cominciarono a darmi fastidio, così li strappai, continuando il mio vagare completamente nudo. E fu proprio in quel momento che incontrai lei.

Era seduta su un tronco spezzato, come stesse montando ancora la sua moto.

"Ma che fai nella pioggia tutto nudo?" rise forte.

Io la guardai, non sapendo assolutamente cosa fare e cosa dire.

Lei si alzò e mi disse di seguirla.

La seguii nella notte di pioggia per sentieri sconosciuti. Alla fine arrivammo a un’altura dalla quale si poteva osservare tutta quell’incredibile città. Aveva smesso di piovere.

"D’inverno qui c’era un sacco di gente," mi disse indicando il paesaggio circostante "mentre adesso ci siamo solo io e te. Sai perché?"

La guardai, ancora grondante. Si era tolta la maglietta e una goccia le si era fermata sul capezzolo senza decidersi a cadere. "No, credo di no".

"Tu da dove vieni? Quale sogno spezzato ti ha condotto qui?"

"Non ti capisco."

I nostri sguardi tornarono alla città, dove ancora stava piovendo. Avrei voluto dirle della cena al suo Hotel, della ragazzina al cinematografo, della bambina della vasca ma non riuscii a dire niente. E forse è stato meglio così, continuare a lasciarla pensare che questo sia un luogo fantastico della mia e della sua mente.

Poi, lentissima, la notte passò. Una delle più lunghe della mia vita.