Io & Ballard

Antonio Folli

Quando mi capitò di mettere mano a "Deserto d'acqua", avevo già letto parecchia fantascienza. In modo, cosa che mi capita tuttora, abbastanza disordinato. Avevo iniziato con Simak - con i romanzi del quale ho adesso un rapporto solo, diciamo, affettivo - poi passai all'hard sf (Clarke e simili), alla sf avventurosa (Cordwaire Smith, Harness) e via via a tutti gli altri sottogeneri. Cose da appassionati, insomma.

Di quelli che considero grandi scrittori del genere, Ballard è stato il primo. Prima di Philiph K. Dick, Ursula Le Guin e Samuel Delany, per intenderci. O anche Robert Silverberg.

Dello scrittore inglese ho apprezzato inizialmente la qualità della scrittura, non così frequente nella fantascienza, e la sua capacità di sviscerare un singolo argomento e portarlo fino in fondo. Anche se, per esempio, i romanzi delle catastrofi hanno inizi e finali aperti - e in cui l'idea, l'ipotesi di fondo non si modifica con il proseguire della storia - è evidente come queste opere siano in verità compiute perché l'autore è riuscito ad esporre tutto quello che era nelle sue intenzioni. Questo è rintracciabile in quasi tutta la sua produzione, e che lo rende molto riconoscibile.

Forse era il momento giusto, ma quella volta, con questo nuovo autore, mi ero ritrovato a possedere la sensazione di aver letto qualcosa di coinvolgente e di … utile, diciamolo. Capacità di interpretare la nostra condizione estrema di esseri viventi. Non uomini, ma esseri viventi.