| Quando mi capitò di mettere
mano a "Deserto d'acqua", avevo già letto parecchia
fantascienza. In modo, cosa che mi capita tuttora, abbastanza disordinato.
Avevo iniziato con Simak - con i romanzi del quale ho adesso un rapporto
solo, diciamo, affettivo - poi passai all'hard sf (Clarke e simili), alla
sf avventurosa (Cordwaire Smith, Harness) e via via a tutti gli altri
sottogeneri. Cose da appassionati, insomma.
Di quelli che considero grandi scrittori
del genere, Ballard è stato il primo. Prima di Philiph K. Dick, Ursula Le
Guin e Samuel Delany, per intenderci. O anche Robert Silverberg.
Dello scrittore inglese ho apprezzato
inizialmente la qualità della scrittura, non così frequente nella
fantascienza, e la sua capacità di sviscerare un singolo argomento e
portarlo fino in fondo. Anche se, per esempio, i romanzi delle catastrofi
hanno inizi e finali aperti - e in cui l'idea, l'ipotesi di fondo non si
modifica con il proseguire della storia - è evidente come queste opere
siano in verità compiute perché l'autore è riuscito ad esporre tutto
quello che era nelle sue intenzioni. Questo è rintracciabile in quasi
tutta la sua produzione, e che lo rende molto riconoscibile.
Forse era il momento giusto, ma quella
volta, con questo nuovo autore, mi ero ritrovato a possedere la sensazione
di aver letto qualcosa di coinvolgente e di … utile, diciamolo.
Capacità di interpretare la nostra condizione estrema di esseri viventi.
Non uomini, ma esseri viventi.
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