Diffidate di gente
come JGB.
Oh sì, certo, mi
rendo benissimo conto che, usciti dal perimetro ristretto di questa casa,
nella accoppiata "Io e Ballard" è il secondo termine quello che
conta di più, molto di più. Purtroppo. Diciamocelo chiaro: non sono cose
che ci faccia piacere ammettere, ce l’avessero detto quando avevamo
quindici anni e grappoli di idee avremmo protestato fieramente, più
fieramente di quanto adesso, un po’ sfiatati, non ci riesce nemmeno di
fare. Ma da qui, solo nel mio studio, posso benissimo far finta di
esercitare un certo qual imperio sul binomio in questione, e dare spazio
all’"io" per spiegare il "Ballard", o almeno
"un Ballard", uno dei tanti Ballard che circolano nell’immaginario
e nell’anima contemporanea.
Per cui la mia
rivincita -di Pirro- consisterà nell’inscrivere JGB nella mia geografia
esistenziale, piuttosto che me nella sua, nell’usarlo come una cartina
tornasole di un soggetto mondanamente inutile -io, di cui giustamente a
chi legga queste righe non importa granché- e farlo reagire chimicamente
con le mie aspettative, le mie nozioni di letteratura, le mie letture.
Spero così che ne
esca un sinteticissimo manuale di cosa non fare, quando si legge,
di cosa non copiare, quando si scrive. Spero, così, di venire
perdonato per le pesanti irruzioni di quel soggetto meno interessante di
JGB: se appare, non è certo per auto-promozione.
Non è moltissimo
che leggo SF. Vent’anni. Discreta cifra, si dirà: solo qui a Genova
almeno due loschi figuri mi possono considerare, a ragione, un neofita. A
quindici anni leggevo Mallarmé, a ventuno Malzberg. Da Beckett a Benford.
Da Dos Passos a Del Rey. Ho perso qualcosa, mi sono guastato col crescere?
Non lo credevo, non lo credo. Ho iniziato con la trilogia (quando ancora
era una trilogia) di Asimov. Credevo fosse una lettura distensiva, ma
dovevo ancora scoprire che non esiste una lettura distensiva. Nessuno
legge, legge sul serio, per distrarsi. Inizialmente, sempre, avevo qualche
senso di colpa, ma me ne sono sbarazzato presto: da allora considero la SF
tra le forme conoscitive più intelligenti, quando è intelligente, del
secolo in cui ho vissuto quarant’anni. Oggi, coniugo con grande nonchalance
Dickens e Dick e la Dickinson, Wylie, Wyndham e Wilde e, quando sento
delle colleghe che parlano di recenti letture (insegno italiano) e citano
solo la Tamaro, e poi mi guardano storto perché ho un libro di racconti
di Brown da leggere in classe, non perdo nemmeno più tempo a domandarmi
chi, da qualche parte nella sua vita, abbia sbagliato qualcosa.
Anni dopo quell’esordio,
mi sono avvicinato a Ballard tramite Vermilion Sands, che sarebbe l’oggetto
reale di queste divagazioni (ma voglio arrivarci piano, come piano sono
arrivato a Ballard). Avevo già, in casa, il "Massimi" con la
trilogia apocalittica, intonso, e avevo leggiucchiato qualche racconto da
varie raccolte: male, come a volte capita di leggere male qualcosa. Ne
venivo da una scoperta folgorante, in termini di trama e vertigini: L’uomo
dei giochi a premio. Fu un’estate fortunata e infausta, quella dell’89.
Ricordo la scoperta di Dick e di Ballard (tardive, lo so), come si può
ricordare la scoperta da bambini della collezione di Tex in una vecchia
soffitta, come si può ricordare un sogno, una cicatrice, un tuffo che non
sembra mai finire. Incontrare JGB, per me, è stato incontrare LA
SCRITTURA, in un insieme di letture per le quali la scrittura mi sembrava
rappresentare l’ultima delle preoccupazioni. Bastavano, eccome, le
altre. Ed ecco che questo signore definisce Vermilion Sands, nella
prefazione, "un sobborgo esotico della mia mente", ecco che dà
vita a incipit come "Ogni sera d’estate, a Vermilion Sands,
le folli poesie d’amore della mia vicina volavano fino a me, attraverso
il deserto". Una scrittura densa, ora tesa e asciutta come una
cartella clinica, ora estenuata e decadente come un verso di Baudelaire.
Potrei citare molte
cose che amo di Ballard, altre che amo meno, ma su tutte mi rimane sempre
la scrittura, quasi che le sue trame ipnotiche, i suoi personaggi
eccessivi (e cioè COSA scrive) si facessero sempre e comunque d’un
canto, rispetto a COME scrive. Lo so, è rischioso amare un autore per lo
stile, si può finire in un dannunzianesimo postmoderno in cui il
contenuto viene assorbito dalla voce. Non è così, per Ballard, ma
continuo comunque, anche con l’ultimo nato (Super-Cannes) a
lasciarmi sedurre da quella voce, da quella miscela inedita di barocco e
di ospedaliero che agita le pagine di JGB.
In lui, davvero,
sento Benn che dice come la poesia sia l’incontro tra una macchina da
cucire e un ombrello in una sala operatoria, sento un surrealismo
musicale, un Achillini, un Marino, un Ciro di Pers della frenesia urbana:
un poeta barocco virato color acido, lisergico eppure così sobrio.
Per il resto,
Vermilion Sands è una silloge di racconti che possiedono forte unità
spaziale, discreta unità temporale, ed esplosiva varietà e disunità
tematica. Nella citata prefazione, bugiarda come poche, JGB cerca di darne
le coordinate, e si perde: "Dov’è Vermilion Sands? Credo che la
sua sede spirituale si trovi da qualche parte, tra l’Arizona e la
spiaggia di Ipanema, ma in questi ultimi anni mi sono compiaciuto di
vederla spuntare un po’ dovunque, e soprattutto in qualche settore della
città lineare, lunga cinquemila chilometri, che si stende da Gibilterra
alla spiaggia di Glyfada lungo le coste settentrionali del Mediterraneo,
dove ogni estate l’Europa si sdraia supina al sole." Al che,
finisce per mentire, nascondendo come un giocoliere il vero spirito dei
testi: "La posizione distesa, ovviamente, è tipica di Vermilion
Sands e, spero, del futuro, non perché io immagini che nessuno abbia più
da lavorare, ma perché il lavoro sarà il gioco supremo, e il gioco il
supremo lavoro." Mente, perché i giochi dei villeggianti di
Vermilion Sands sono sempre atroci, perché questa sua "intuizione
personale del futuro" è venata, sotto la patina solare e vacanziera,
dell’orrore di tutti quelli che poi saranno i suoi futuri universi
concentrazionari. Universi netti, limpidi, puliti e invidiabili all’apparenza,
fino a che qualcuno o qualcosa non ne scopre la natura nefasta.
A Vermilion Sands i
piloti scolpiscono le nuvole, ci sono statue canore, piante che cantano.
Il clima farebbe perdere il posto ai maggiori dell’Aeronautica che
vediamo in televisione, tant’è instancabilmente estivo. Ma i piloti
possono trascinare i rari uragani sulle ville dorate, e statue e piante
possono far male, molto male. Et in Arcadia ego, sussurra la Morte.
Come nell’Alcyone di D’Annunzio (ma non mi sentirei di
protrarre più a lungo il paragone) si sceneggia la nascita e la morte
estiva di un paesaggio, di più amori in questo caso e non solo di quello
per Ermione. Abbondano i richiami culturali, iconografici, filmici, in una
scrittura (ancora lei) che macera malinconia, tensione, impassibilità e
decadenza con un passo dal quale è impossibile staccarsi.
Non so, non credo
che Vermilion Sands sia il libro più bello di Ballard. So che è quello
che me lo ha rivelato, dopo qualche tentativo infruttuoso, e gliene sono
grato. Come sono grato a Nico Gallo di avermelo prestato, un’estate poco
vermilioniana di undici anni fa. Ora lo possiedo in fotocopia, che
tristezza: non sono mai riuscito a trovarlo.
Forse non l’ho mai
veramente cercato.
E chiudo
giustificando quando, all’inizio, parlavo di manuale di cosa non
fare quando si legge, di cosa non fare quando si scrive. Diffido le
persone sane di mente dal leggere Vermilion Sands, e Ballard in genere, e
una ventina di altri autori, come li ho letti io. Facendomene travolgere.
Diffido queste stesse persone, qualora vogliano scrivere, dal riversare le
suddette letture nella loro scrittura. Prendete me: uscivo appena, a fine
anni Ottanta, dagli specchi, dalle spade e dalle tigri di Borges. Sono
finito nei padiglioni chirurgici, nei bisturi e nelle lamiere contorte di
Ballard.
Morale: oggi scrivo
molto. Verbali di consigli di classe, giudizi di temi, recensioni,
traduzioni, e-mail e liste della spesa.
Queste ultime sono
le mie cose più personali che riesca a scrivere.
Diffidate di gente
come JGB.