Io & Ballard

Andrea Marti

Diffidate di gente come JGB.

Oh sì, certo, mi rendo benissimo conto che, usciti dal perimetro ristretto di questa casa, nella accoppiata "Io e Ballard" è il secondo termine quello che conta di più, molto di più. Purtroppo. Diciamocelo chiaro: non sono cose che ci faccia piacere ammettere, ce l’avessero detto quando avevamo quindici anni e grappoli di idee avremmo protestato fieramente, più fieramente di quanto adesso, un po’ sfiatati, non ci riesce nemmeno di fare. Ma da qui, solo nel mio studio, posso benissimo far finta di esercitare un certo qual imperio sul binomio in questione, e dare spazio all’"io" per spiegare il "Ballard", o almeno "un Ballard", uno dei tanti Ballard che circolano nell’immaginario e nell’anima contemporanea.

Per cui la mia rivincita -di Pirro- consisterà nell’inscrivere JGB nella mia geografia esistenziale, piuttosto che me nella sua, nell’usarlo come una cartina tornasole di un soggetto mondanamente inutile -io, di cui giustamente a chi legga queste righe non importa granché- e farlo reagire chimicamente con le mie aspettative, le mie nozioni di letteratura, le mie letture.

Spero così che ne esca un sinteticissimo manuale di cosa non fare, quando si legge, di cosa non copiare, quando si scrive. Spero, così, di venire perdonato per le pesanti irruzioni di quel soggetto meno interessante di JGB: se appare, non è certo per auto-promozione.

Non è moltissimo che leggo SF. Vent’anni. Discreta cifra, si dirà: solo qui a Genova almeno due loschi figuri mi possono considerare, a ragione, un neofita. A quindici anni leggevo Mallarmé, a ventuno Malzberg. Da Beckett a Benford. Da Dos Passos a Del Rey. Ho perso qualcosa, mi sono guastato col crescere? Non lo credevo, non lo credo. Ho iniziato con la trilogia (quando ancora era una trilogia) di Asimov. Credevo fosse una lettura distensiva, ma dovevo ancora scoprire che non esiste una lettura distensiva. Nessuno legge, legge sul serio, per distrarsi. Inizialmente, sempre, avevo qualche senso di colpa, ma me ne sono sbarazzato presto: da allora considero la SF tra le forme conoscitive più intelligenti, quando è intelligente, del secolo in cui ho vissuto quarant’anni. Oggi, coniugo con grande nonchalance Dickens e Dick e la Dickinson, Wylie, Wyndham e Wilde e, quando sento delle colleghe che parlano di recenti letture (insegno italiano) e citano solo la Tamaro, e poi mi guardano storto perché ho un libro di racconti di Brown da leggere in classe, non perdo nemmeno più tempo a domandarmi chi, da qualche parte nella sua vita, abbia sbagliato qualcosa.

Anni dopo quell’esordio, mi sono avvicinato a Ballard tramite Vermilion Sands, che sarebbe l’oggetto reale di queste divagazioni (ma voglio arrivarci piano, come piano sono arrivato a Ballard). Avevo già, in casa, il "Massimi" con la trilogia apocalittica, intonso, e avevo leggiucchiato qualche racconto da varie raccolte: male, come a volte capita di leggere male qualcosa. Ne venivo da una scoperta folgorante, in termini di trama e vertigini: L’uomo dei giochi a premio. Fu un’estate fortunata e infausta, quella dell’89. Ricordo la scoperta di Dick e di Ballard (tardive, lo so), come si può ricordare la scoperta da bambini della collezione di Tex in una vecchia soffitta, come si può ricordare un sogno, una cicatrice, un tuffo che non sembra mai finire. Incontrare JGB, per me, è stato incontrare LA SCRITTURA, in un insieme di letture per le quali la scrittura mi sembrava rappresentare l’ultima delle preoccupazioni. Bastavano, eccome, le altre. Ed ecco che questo signore definisce Vermilion Sands, nella prefazione, "un sobborgo esotico della mia mente", ecco che dà vita a incipit come "Ogni sera d’estate, a Vermilion Sands, le folli poesie d’amore della mia vicina volavano fino a me, attraverso il deserto". Una scrittura densa, ora tesa e asciutta come una cartella clinica, ora estenuata e decadente come un verso di Baudelaire.

Potrei citare molte cose che amo di Ballard, altre che amo meno, ma su tutte mi rimane sempre la scrittura, quasi che le sue trame ipnotiche, i suoi personaggi eccessivi (e cioè COSA scrive) si facessero sempre e comunque d’un canto, rispetto a COME scrive. Lo so, è rischioso amare un autore per lo stile, si può finire in un dannunzianesimo postmoderno in cui il contenuto viene assorbito dalla voce. Non è così, per Ballard, ma continuo comunque, anche con l’ultimo nato (Super-Cannes) a lasciarmi sedurre da quella voce, da quella miscela inedita di barocco e di ospedaliero che agita le pagine di JGB.

In lui, davvero, sento Benn che dice come la poesia sia l’incontro tra una macchina da cucire e un ombrello in una sala operatoria, sento un surrealismo musicale, un Achillini, un Marino, un Ciro di Pers della frenesia urbana: un poeta barocco virato color acido, lisergico eppure così sobrio.

Per il resto, Vermilion Sands è una silloge di racconti che possiedono forte unità spaziale, discreta unità temporale, ed esplosiva varietà e disunità tematica. Nella citata prefazione, bugiarda come poche, JGB cerca di darne le coordinate, e si perde: "Dov’è Vermilion Sands? Credo che la sua sede spirituale si trovi da qualche parte, tra l’Arizona e la spiaggia di Ipanema, ma in questi ultimi anni mi sono compiaciuto di vederla spuntare un po’ dovunque, e soprattutto in qualche settore della città lineare, lunga cinquemila chilometri, che si stende da Gibilterra alla spiaggia di Glyfada lungo le coste settentrionali del Mediterraneo, dove ogni estate l’Europa si sdraia supina al sole." Al che, finisce per mentire, nascondendo come un giocoliere il vero spirito dei testi: "La posizione distesa, ovviamente, è tipica di Vermilion Sands e, spero, del futuro, non perché io immagini che nessuno abbia più da lavorare, ma perché il lavoro sarà il gioco supremo, e il gioco il supremo lavoro." Mente, perché i giochi dei villeggianti di Vermilion Sands sono sempre atroci, perché questa sua "intuizione personale del futuro" è venata, sotto la patina solare e vacanziera, dell’orrore di tutti quelli che poi saranno i suoi futuri universi concentrazionari. Universi netti, limpidi, puliti e invidiabili all’apparenza, fino a che qualcuno o qualcosa non ne scopre la natura nefasta.

A Vermilion Sands i piloti scolpiscono le nuvole, ci sono statue canore, piante che cantano. Il clima farebbe perdere il posto ai maggiori dell’Aeronautica che vediamo in televisione, tant’è instancabilmente estivo. Ma i piloti possono trascinare i rari uragani sulle ville dorate, e statue e piante possono far male, molto male. Et in Arcadia ego, sussurra la Morte. Come nell’Alcyone di D’Annunzio (ma non mi sentirei di protrarre più a lungo il paragone) si sceneggia la nascita e la morte estiva di un paesaggio, di più amori in questo caso e non solo di quello per Ermione. Abbondano i richiami culturali, iconografici, filmici, in una scrittura (ancora lei) che macera malinconia, tensione, impassibilità e decadenza con un passo dal quale è impossibile staccarsi.

Non so, non credo che Vermilion Sands sia il libro più bello di Ballard. So che è quello che me lo ha rivelato, dopo qualche tentativo infruttuoso, e gliene sono grato. Come sono grato a Nico Gallo di avermelo prestato, un’estate poco vermilioniana di undici anni fa. Ora lo possiedo in fotocopia, che tristezza: non sono mai riuscito a trovarlo.

Forse non l’ho mai veramente cercato.

E chiudo giustificando quando, all’inizio, parlavo di manuale di cosa non fare quando si legge, di cosa non fare quando si scrive. Diffido le persone sane di mente dal leggere Vermilion Sands, e Ballard in genere, e una ventina di altri autori, come li ho letti io. Facendomene travolgere. Diffido queste stesse persone, qualora vogliano scrivere, dal riversare le suddette letture nella loro scrittura. Prendete me: uscivo appena, a fine anni Ottanta, dagli specchi, dalle spade e dalle tigri di Borges. Sono finito nei padiglioni chirurgici, nei bisturi e nelle lamiere contorte di Ballard.

Morale: oggi scrivo molto. Verbali di consigli di classe, giudizi di temi, recensioni, traduzioni, e-mail e liste della spesa.

Queste ultime sono le mie cose più personali che riesca a scrivere.

Diffidate di gente come JGB.