Io & Ballard

Paolo Bertetti

A volte può essere un male leggere certi scrittori nella prima adolescenza. E a volte, leggere per prime certe opere può essere fuorviante. Può capitare che uno si costruisca una certa idea dell’autore, un’idea alla quale rimace pervicacemente attaccato, nonostante che le ulteriori letture e la pratica critica lo inducono a conclusioni diverse. Razionalmente sai che è così, ma emotivamente è un’altra faccenda. A me con Ballard sono capitate entrambe le cose.

Ballard l’ho scoperto sulle pagine della Storia della fantascienza del Sadoul, nell’autunno del 1975. Per me, giovane lettore tredicenne che da pochi mesi aveva incominciato a leggere con assiduita libri di Fantascienza, il volume del critico francese era un vero tesoro, una guida preziosissima per capire il genere e per sapere cosa leggere. Scoprire poi che esisteva una fantascienza "impegnata", "letteraria", addirittura "sperimentale" solleticava i miei avanguardistici furori adolescenziali. A soli tredici anni abbandonai i razzoni e i mostri spaziali: improvvisamente "New wave" divenne la mia parola d’ordine, e Le Guin, Disch, Zelazny, Delany e, ovviamente, Ballard, i miei autori preferiti (curiosamente, a Dick ci arrivai soltanto di lì a qualche mese; ma questa è un’altra storia).

Non ricordo bene quale fu la prima opera di Ballard che acquistai, probabilmente Foresta di Cristallo, che però affrontai molto dopo. Di sicuro il primo libro ballardiano che lessi fu I segreti di Vermilion Sands. E che impressione fu. Rimasi letteralmente conquistato da quell’immaginario estetizzante, dai surreali sport e dalle improbabili espressioni artistiche ospitati nella futuribile località turistica ai margini del deserto che titolava la raccolta. Scultori di nuvole, gite in barca nel deserto, scogliere di sabbia cristallizzate, animali onirici, artisti e enigmatiche figure femminili, e poi la decadenza della stazione turistica, la città dimenticata, le ville vuote sommerse dalle sabbie. Non ho mai più riletto Vermilion Sands, troppo forti furono le sensazioni all’epoca, e troppo intenso il ricordo, magari fallace. Il rischio di scoprire una realtà meno inebriante dei ricordi mi ha sempre trattenuto.

Vermilion Sands è però un’opera del tutto particolare nella produzione ballardiana, un "sobborgo estivo della mia mente", lo definiva, un libro nel quale l’autore dava sfogo alla sua vena più esetetizzante (se non persino decadente), dipingendo una serie di quadri di gusto surrealista. Un libro nel quale si affaccia l’analista dei "miti del futuro prossimo", ma dove meno si avverte il lato più inquietante e dell’autore, quello dell’indagatore delle ossessioni e delle apocalissi psichiche connesse con la civiltà tecnologica.

E questo è il Ballard che ho imparato ad amare da ragazzino. Che piacere ritrovarlo (innervato dalle problematiche di cui si è detto) in Deserto d’acqua, in Foresta di Cristallo, in Ultime notizie dall’America o in antologie come Incubo a quattro dimensioni o Giorno senza fine. E che delusione, all’epoca, quando apparve Condominium, per molto tempo l’unico romanzo "sperimentale" (come si diceva allora) di Ballard a uscire in Italia, con la sua ambientazione urbana e alienata così distante dalle suggestioni delle mie prime letture.

Non sono certo considerazioni critiche le mie, lo sò che Ballard è un autore assai più complesso e allo stesso tempo assai coerente, tanto che a rileggere bene i vecchi racconti degli anni ‘60 già possiamo trovare in nuce il Ballard piu’ recente e che anzi, riletti alla luce delle opere successive, proprio quei racconti rivelano aspetti e tensioni prima inavvertite.

Ma, da lettore e da appassionato, non riesco a non provare un po’ di nostalgia per le estati assolate di Vermilion Sands.