A volte può essere un male leggere certi scrittori
nella prima adolescenza. E a volte, leggere per prime certe opere può
essere fuorviante. Può capitare che uno si costruisca una certa idea dell’autore,
un’idea alla quale rimace pervicacemente attaccato, nonostante che le
ulteriori letture e la pratica critica lo inducono a conclusioni diverse.
Razionalmente sai che è così, ma emotivamente è un’altra faccenda. A
me con Ballard sono capitate entrambe le cose.
Ballard l’ho scoperto sulle pagine della Storia
della fantascienza del Sadoul, nell’autunno del 1975. Per me,
giovane lettore tredicenne che da pochi mesi aveva incominciato a leggere
con assiduita libri di Fantascienza, il volume del critico francese era un
vero tesoro, una guida preziosissima per capire il genere e per sapere
cosa leggere. Scoprire poi che esisteva una fantascienza
"impegnata", "letteraria", addirittura
"sperimentale" solleticava i miei avanguardistici furori
adolescenziali. A soli tredici anni abbandonai i razzoni e i mostri
spaziali: improvvisamente "New wave" divenne la mia parola d’ordine,
e Le Guin, Disch, Zelazny, Delany e, ovviamente, Ballard, i miei autori
preferiti (curiosamente, a Dick ci arrivai soltanto di lì a qualche mese;
ma questa è un’altra storia).
Non ricordo bene quale fu la prima opera di Ballard che
acquistai, probabilmente Foresta di Cristallo, che però affrontai
molto dopo. Di sicuro il primo libro ballardiano che lessi fu I segreti
di Vermilion Sands. E che impressione fu. Rimasi letteralmente
conquistato da quell’immaginario estetizzante, dai surreali sport e
dalle improbabili espressioni artistiche ospitati nella futuribile
località turistica ai margini del deserto che titolava la raccolta.
Scultori di nuvole, gite in barca nel deserto, scogliere di sabbia
cristallizzate, animali onirici, artisti e enigmatiche figure femminili, e
poi la decadenza della stazione turistica, la città dimenticata, le ville
vuote sommerse dalle sabbie. Non ho mai più riletto Vermilion Sands,
troppo forti furono le sensazioni all’epoca, e troppo intenso il
ricordo, magari fallace. Il rischio di scoprire una realtà meno
inebriante dei ricordi mi ha sempre trattenuto.
Vermilion Sands è però un’opera del tutto
particolare nella produzione ballardiana, un "sobborgo estivo della
mia mente", lo definiva, un libro nel quale l’autore dava sfogo
alla sua vena più esetetizzante (se non persino decadente), dipingendo
una serie di quadri di gusto surrealista. Un libro nel quale si affaccia l’analista
dei "miti del futuro prossimo", ma dove meno si avverte il lato
più inquietante e dell’autore, quello dell’indagatore delle
ossessioni e delle apocalissi psichiche connesse con la civiltà
tecnologica.
E questo è il Ballard che ho imparato ad amare da
ragazzino. Che piacere ritrovarlo (innervato dalle problematiche di cui si
è detto) in Deserto d’acqua, in Foresta di Cristallo, in Ultime
notizie dall’America o in antologie come Incubo a quattro
dimensioni o Giorno senza fine. E che delusione, all’epoca,
quando apparve Condominium, per molto tempo l’unico romanzo
"sperimentale" (come si diceva allora) di Ballard a uscire in
Italia, con la sua ambientazione urbana e alienata così distante dalle
suggestioni delle mie prime letture.
Non sono certo considerazioni critiche le mie, lo sò
che Ballard è un autore assai più complesso e allo stesso tempo assai
coerente, tanto che a rileggere bene i vecchi racconti degli anni ‘60
già possiamo trovare in nuce il Ballard piu’ recente e che anzi,
riletti alla luce delle opere successive, proprio quei racconti rivelano
aspetti e tensioni prima inavvertite.
Ma, da lettore e da appassionato, non riesco a non
provare un po’ di nostalgia per le estati assolate di Vermilion Sands.