|
Super-Cannes
(Super-Cannes), trad. di Monica Pareschi, I Canguri/Feltrinelli pp.
376, £ 35000
Per gli amanti dell’autore
inglese, questa sua ultima fatica tradotta e pubblicata (fortunatamente)
molto velocemente dalla Feltrinelli, non potrà non essere un tuffo in
un accogliente e rassicurante ambiente, nello stile mai essenziale e mai
barocco del miglior Ballard, nel suo indagare nella psiche umana
amplificando reazioni e comportamenti dell’uomo stesso.
Un’opera che si pone nella stessa
direzione di Cocaine Nights, ma molto più corposa (non solo in
senso quantitativo), molto più studiata e più completa, sia come
caratterizzazione dei personaggi che come complessità della storia.
Ballard, usando i suoi paradossi e
i suoi eccessi letterari, ci porta dentro Eden-Olympia, un complesso
residenziale in Costa Azzurra dove lavorano migliaia di persone. Paul
Sinclair insieme alla sua giovane moglie vi arrivano perché lei ha
accettato di prendere il posto di pediatra (nonostante ad Eden-Olympia
non vi siano tracce di bambini) lasciato vacante da un suo ex-collega ed
ex-amante, che si è macchiato di una serie di delitti prima di essere a
sua volta ucciso. Questo gesto apparentemente insano al’interno di un
ambiente dove tutto è pianificato alla perfezione, sembra non aver
turbato più di tanto le abitudini degli abitanti del Centro
tecnologico. Ed è proprio la tecnologia che prende il posto dei
rapporti interpersonali, il lavoro che prende il posto del divertimento,
la psicopatia concessa a dosi sempre maggiori dallo psichiatra del
Centro, il dottor Wilder Penrose, agli abitanti di Eden-Olympia a fare
da protagonisti assoluti della storia. Una storia sempre tesa, che
prende l’attenzione del lettore durante le quasi 400 pagine in cui
Paul Sinclair, l’unico a non lavorare né all’interno né fuori del
Centro perché reduce da un brutto incidente aereo, lentamente insegue e
scopre una verità sempre più assurda, tiesce a sciogliere i nodi del
mistero. Un mistero che prende sempre più le sembianze di una pazzia
pura, che lo psichitra vede come modello per il nuovo millennio in un
delirio di onnipotenza che vorrebbe racchiudere nelle mura di cinta del
Centro il mondo intero.
E l’epilogo (che, non temete, non
svelo anche se non lo ritengo così importante rispetto all’economia
del libro) non è altro che la logica fine di una storia che deraglia
spesso verso il crimine puro commesso da persone che si giustificano
semplicemente con l’esigenza di trovare sfogo ad una esistenza troppo
ordinata e pianificata. Ma questo è, forse, il piano di lettura più
superficiale del romanzo di Ballard, di cui riporto l’incipit. Non
posso farne a meno:
"La prima persona che
incontrai a Eden-Olympia fu uno psichiatra, e forse il fatto che sia
stato proprio uno specialista in malattie mentali a farmi da guida in
questa ‘città intelligente’ sulle colline sopra Cannes non fu
affatto un caso. Adesso mi rendo conto che sui palazzi di uffici del
parco tecnologico incombeva una specie di follia, come uno stato di
guerra non dichiarata. Certo è che per la maggior parte di noi il
dottor Wilder Penrose si rivelò un amabile Prospero, lo psicopompo
capace di portare i nostri sogni più tenebrosi alla luce del giorno.
Ricordo il suo sorriso entusiasta quando ci salutammo, e gli occhi
sfuggenti che mi indussero a diffidare della sua mano tesa. Solo quando
riuscii finalmente ad apprezzare quest’uomo labile e pericoloso
riuscii a pensare di ucciderlo."
Roberto Sturm
L'isola di cemento (Concrete
island, 1974)
Anabasi, Trad. Massimo Bocchiola,
£.20000
Sull'onda del successo de "L'impero del
sole", agli inizi degli anni Novanta anche Ballard sembra avere trovato
finalmente una meritata considerazione anche in Italia. Concrete island
riassume molti dei motivi di Ballard: l'evento straniante che produce una
fuoriuscita dalla società tecnologica (in questo caso, un incidente
automobilistico); la definizione di pochi, essenziali elementi; una rete di
rapporti in continua evoluzione tra i protagonisti. La narrazione si svolge
tutta su una grossa "isola" spartitraffico all'incrocio fra tre
autostrade nel centro di Londra: dopo l'incidente, quasi ignorato dal flusso
incessante di veicoli, Maitland si vede costretto a una permanenza di diversi
giorni sull'isola di cemento, con la sua flora ipertrofica e i suoi rifiuti
umani. Dapprima incredulo del proprio isolamento, al termine della sua
avventura si concederà il lusso di dilazionare il rientro dalla moglie e dal
figlio: è divenuto a tutti gli effetti il dominatore dell'isola. Rispetto ad
altre opere di Ballard, la mancanza del novum fantascientifico
indebolisce l'impatto della narrazione, sottrae in parte credibilità
all'esistenza di un'isola come un sedimento a riva dello scorrere della
civiltà tecnologica. Rimane da sperare che la diffusione di libri come questo
possa indurre nuovi lettori ad avvicinarsi all'universo SF di Ballard.
Franco Ricciardiello
La gentilezza delle donne (The
kindness of women, 1991)
Rizzoli, Trad. Andrea Terzi
"A Shanghai ogni pomeriggio dell'estate del
1937, prendevo le bici e andavo sul lungomare per vedere se la guerra era
cominciata." Mi capita raramente di dirlo, ma questo libro me lo tira
fuori a forza: meraviglioso. Oh, certo, Ballard a molti non piace (di
solito o lo si ama o lo si odia, con poche sfumatura intermedie). Ma a me
piace, e tanto mi basta. Togliamo però subito di torno ogni possibile fonte
di equivoci. Questo libro non è fantascienza. È la storia, fortemente
autobiografica, della vita di un certo James Ballard, scrittore (anche se la
sua attività appare solo sullo sfondo), dall'adolescenza in un campo di
prigionia giapponese fino all'università in Inghilterra, alle vacanze in
Spagna, alla morte della moglie, all'ossessione per gli incidenti stradali, al
"successo" cinematografico. Una specie di seguito a "L'impero
del sole", se vogliamo: un meccanismo che si chiude con le ultime scene
del libro, dedicate appunto alle riprese del film di Spielberg. Non è
fantascienza, insomma. Ma è una chiave fondamentale per leggere tutta l'opera
di Ballard, spicchi di fantascienza inclusi, scritta dopo la quadrilogia degli
elementi, dopo l'abbandono dell'immaginario junghiano a favore di quello
freudiano. Ed è anche un libro che può aiutare, perché no, ad orizzontarsi
nel mondo moderno, con descrizioni meravigliose come quelle delle vacanze sul
Mediterraneo. Un libro che amo, come quasi tutto quello che Ballard ha
scritto.
Mirko Tavosanis
Terra Bruciata (The Burning
World) Urania n. 788, Mondadori, trad. M. Benedetta Castiglione, £ 900
Terza parte della tetralogia degli elementi: il
fuoco.
Suddiviso in tre parti molto ben distinte, ha come
struttura portante quella del ricordo, ovvero si sviluppa in modo tale che
nella terza riaffiorino mano a mano tutti gli elementi che erano comparsi
nella prima, e si erano trasformati in maniera decisamente notevole nella
seconda.
Una grandiosa siccità che colpisce la terra è la
catastrofe che fa da elemento basilare, e, come in tutta la produzione di
Ballard, sono le conseguenze di questa catastrofe nei mondi interiori gli
elementi di maggior rilievo artistico.
Mentre tutti si affrettano a lasciare la cittadina
per dirigersi verso il mare, Charkes Ransom, il protagonista, decide di
restare, trovandosi a vivere in un'atmosfera surreale, in cui i punti di
riferimento sono Philip Jordan, "figlio adottivo del fiume",
Chaterine Austen, figlia del precedente direttore dello zoo, che vive sola in
una casa presso il fiume, Quilter, il "figlio deficiente della vecchia
che viveva sulla chiatta", il reverendo Howard Johnstone, Richard Foster
Lomax e sua figlia Mirandam, possessori di un'enorme quantità d'acqua, e la
comunità dei pescatori, misteriosi, compatti, misterici.
Senza stare a narrare i fatti, annotiamo che,
nell'insieme dei primi capitoli, si viene a creare un quadro in cui cominciano
ad affiorare quei segni di mutamento che, alla fine, porteranno i personaggi a
vivere in un mondo decisamente lontanissimo da quello di una tranquilla
cittadina di provincia, un mondo di suggestione, di sentimenti violenti, di
sovvertimento delle normali regole di convivenza.
Per giungere a ciò, però, ci deve essere prima
un allontanamento e una successiva riunione.Ransom intraprende un viaggio
insieme a Catherine, Philip e suo padre, e la vecchia Quilter, fino al mare,
dove scoppiano disordini per la mancanza d'acqua.
Segue la parte centrale del romanzo, dove viene
descritta la vita strenua dei sopravvissuti riuniti in una comunità
autosufficiente da ogni punto di vista.È questa l'unica parte del romanzo in
cui non si faccia riferimento a situazioni di violenza e di esistenza troppo
diverse dalla norma.
Poi, nella terza parte, il gruppo fa ritorno a
Larchmont; il motivo di questo ritorno è il fattore basilare: "Dapprima
Ranson aveva creduto di voler tornare anche lui al passato...per ricollegarsi
ai fili erosi della sua precedente esistenza, ma adesso sentiva che la bianca
distesa del fiume li portava tutti nella direzione opposta, per inserirli in
zone del futuro dove i problemi irrisolti del passato sarebbero apparsi
levigati e smussati, indeboliti dal tempo come immagini in uno specchio
appannato." (pag.134).
L'isolamento di Richard Lomax, il miliardario
folle diventato un androgino e detestato dalla sua stessa figlia, le tensioni
fra lui e gli altri, soprattutto sulla proprietà dell'acqua, si scatenano
verso la fine sotto forma di un gesto vandalico del primo, che distrugge e
spreca inutilmente la riserva del prezioso elemento, con conseguente suo
assassinio da parte del camionista Whitman.
Il quindicesimo capitolo può ricordare il
bellissimi Tre donne di Altman, con un'atmosfera di immobilità, di
paranoia stagnante, in cui sembra, appunto, che le acque siano completamente
immobili, che tutto sia perfettamente secco e asettico: "Il mondo senza
tempo in cui Quilter viveva, adesso, era anche il suo universo, e soltanto il
muoversi e il lento mutare dell'ombra che il tetto rotto proiettava davanti a
lui gli ricordava la traiettoria del sole." (pag.166).
La signora Quilter muore, Philip Jordan va a
cercare suo padre; fino al culmine in cui l'autore giunge alfine a completare
il suo mosaico, giunge nel luogo segreto, al termine del suo cammino verso lo
spazio interno: "Con sorpresa, Ranson si accorse che la sua ombra non si
allungava più sulla sabbia, come se, dopo tante peripezie, il suo viaggio si
fosse concluso e lui fosse finalmente arrivato in quel paese interiore che
aveva custodito in sè per tanti anni.La luce diminuiva e tutto si oscurava.La
polvere si era fatta opaca, e i cristalli della superficie apparivano morti e
appannati.Un immenso manto crepuscolare si allargava sulle dune, quasi che
tutto il mondo esterno avesse cessato di esistere.Solo più tardi Rnsom si
accorse che era iniziato a piovere." (pag.168).
"La cosa migliore che abbia mai scrito
Ballard", come dice Cammarota, rivela una grande capacità di scrivere in
modo scorrevole, e una maestria direi tuttora insuperata, per lo meno nel
nostro campo, nel descrivere situazioni di connotazione decisamente surreale,
di trasformazione di un ambiente dalla normalità alla surrealtà
per mezzo di elementi credibili e verificabili.
Altri contributi critici:
"La parola nuda: aspetti del sincronismo
apocalittico nella tetralogia degli elementi di J.G.Ballard", di Domenico
Cammarota, "J.G.Ballard-vol.1°", Intercom press, '81, a cura di
Pippo Marcianò, pag.37; "Shangai a Piccadilly", di Riccardo Valla,
"Urania" n.1040, ed.Mondadori, ’87, pag.138; recensione alla
quadrilogia degli elementi, di Gian Filippo Pizzo, "Future shock"
n.3 (v.s.), ’87, pag.6; "Immagini del futuro", di James G.Ballard,
"J.G.Ballard", ed.ShaKe, ’94, pag.51; "Il quadruplice
simbolismo di Ballard", di D.Pringle, idem , pag.212
Ballard ne ha detto:
"I miei primi tre o quattro romanzi, che sono più esplicitamente
fantascientifici, sono stati tutti influenzati pesantemente dal
Surrealismo (Max Ernst, Dalì) e anche da pittori simbolisti come
Gustave Moreau"
Marcello Bonati
Un gioco da bambini
(Running Wild) , Trad.
Franca Castellenghi Piazza Milano: Edizioni Anabasi, 1992 L. 15000
All'estrema periferia di Londra, in un villaggio
residenziale tra i più riservati, è accaduto qualcosa di inspiegabile:
trentadue persone, i proprietari delle lussuose abitazioni e i loro domestici,
sono state uccise nel giro di pochi minuti, apparentemente senza che
tentassero di difendersi. Soltanto i loro figli, tredici ragazzi dagli otto ai
diciassette anni, sono sfuggiti alla strage. Di loro nessuna traccia
E' questo l'intreccio, o per meglio dire la situazione di partenza dell'ultimo
romanzo di James G. Ballard, Un gioco da bambini (Running Wild
nell'originale); la narrazione infatti inizia alcuni mesi dopo, quando lo
psichiatra Richard Greville, voce narrante del romanzo, viene chiamato dalla
polizia a collaborare alle indagini. Una collaborazione che porta Greville ad
esplorare minuziosamente non tanto la vita delle persone uccise, quando il
luogo fisico, lo spazio architettonico nel quale si è consumata la tragedia.
Quest'ultimo è un complesso residenziale che è una sorta di monade, un
ambiente isolato da tutto e da tutti, senza radici e senza collegamenti col
mondo esterno. Sotto l'occhio elettronico delle telecamere che sorvegliano
costantemente il residence, scorrono esistenze in apparenza serene, in realtà
oppresse e soffocate dallo loro stessa obbligatoria felicità.
In omaggio alla tradizione del romanzo giallo non accenneremo neppure alla
soncertante soluzione raggiunta dallo psichiatra al termine della sua
indagini; d'altra parte, non è certo la suspance l'elemento più
rilevante del romanzo. Ballard ha iniziato ormai da tempo un percorso
trasversale e obliquo rispetto ai generi letterari convenzionali; già i suoi
romanzi di sf più maturi erano in effetti biografie interiori, repertori di
ossessioni insieme private e collettive. Poi è venuta la stagione dei veri e
propri romanzi autobiografici, quelli che più hanno contribuito a lanciarlo
presso il grande pubblico: L'impero del sole (da cui Steven Spielberg
ha tratto un film di grande impatto visivo) e La gentilezza delle donne.
Un gioco da bambini si legge invece come un thriller, debitore - nella
macabra precisione di certi dettagli - più al cinema "nero",
vecchio e nuovo, che alla tradizione del giallo all'inglese. Ma è un thriller
tutto ballardiano, a cominciare dalla risonanza che si instaura tra la psiche
dei personaggi e lo spazio abitativo nel quale sono inseriti e che finisce per
diventare il vero protagonista della vicenda.
Naturalmente un tentativo di questo tipo non è esente da rischi, anche per
uno scrittore di questa tempra; e infatti i punti deboli del romanzo si
manifestano proprio nei momenti di attrito fra le esigenze interne al genere e
le peculiarità dell'autore. Ma si tratta di debolezze appena avvertibili,
smagliature di un romanzo che ha dalla sua un'abilità di scrittura e
un'intelligenza narrativa non comuni.
Fabio Nardini
[Recensione pubblicata su Isaac Asimov Science
Fiction Magazine (Telemaco) n. 2, febbraio 1993]
Il paradiso
del diavolo (Baldini e Castoldi, 1998), £30000
Non è facile ambientare una storia forte,
inquietante e a tratti crudele sulle spiagge incantate di un atollo sperduto
del Pacifico; quella che potrebbe suonare come una scommessa narrativa è
stata invece l’idea che ha mosso la fantasia di James G. Ballard, autore non
certo nuovo a simili esperimenti.
La dottoressa Barbara Rafferty è una veterana in
fatto di cause in difesa degli animali minacciati dall’uomo; l’ultima
crociata a cui ha scelto di votarsi corpo e anima riguarda gli albatros che
vivono sull’isola di Saint Esprit, non lontano da Tahiti. I grandi uccelli
già resi celebri dalla letteratura (da Baudelaire a Poe a Coleridge e tanti
altri) sono in pericolo, dal momento che le autorità militari francesi hanno
deciso di riprendere i test atomici. Neil è un adolescente timido e curioso,
amante del nuoto. Decide di seguire la dottoressa Rafferty in quella che gli
appare un’impresa con poche probabilità di riuscita. Ma è come soggiogato
dal fascino ambiguo di questa donna, che ben presto riunisce intorno a se un
gruppo di persone disposte a servire la causa degli albatros.
Una volta sull’isola Barbara comincia a cambiare
gli obiettivi della spedizione. Fino a quel momento aveva fatto di tutto per
attirare l’attenzione dei media su Saint Esprit, ma ormai non le basta più:
l’isola deve diventare una riserva per tutte le specie in pericolo, senza
interferenze da parte del mondo esterno. L’isolamento voluto dalla
dottoressa trasforma l’isola in un grande laboratorio, dove però le cavie
diventano i membri stessi della spedizione. Chi è davvero in grado di
resistere alle condizioni dure imposte dall’isola, una volta tagliata fuori
da tutto e da tutti? È questo il nuovo, terribile paradiso partorito dalla
mente di Barbara, che non esita a portare a compimento il proprio piano
ricoprendo il ruolo della natura mater et matrigna, che colpisce inflessibile,
senza rimorsi, le forme di vita più deboli e indifese. Neanche Neil riesce a
sottrarsi totalmente all’influenza di Barbara, pur avendo più volte
rischiato la propria vita in quel mondo claustrofobico dominato dal sogno
mortifero della dottoressa Rafferty.
Il paradiso del diavolo è un romanzo che rovescia
gli stereotipi dell’ambientalismo e dell’animalismo di maniera, mettendo a
nudo meccanismi psicologici più brutali e profondi. Ma non si tratta solo
delle classiche buone intenzioni di cui è lastricata, secondo il detto, la
via dell’inferno: nelle pagine di questo libro si è come di fronte ad una
regressione alla dimensione istintuale, dove l’elemento femminile prevale su
quello maschile in virtù di una superiorità biologica che spinge per la
conservazione della vita in grado di resistere alla prepotenza della natura,
eliminando tutto ciò che può essere d’ostacolo o, in qualche modo,
dissipativo di preziose energie.
Ed emerge, a questo proposito, uno dei talenti
maggiori dello stile di Ballard: l’occhio analitico, quasi da documentarista
delle passioni e degli stati d’animo, indaga sul mistero della coscienza
umana affidandosi ad una scrittura agile, precisa, rapida come poche altre
hanno saputo essere nel corso del Novecento. Il nuovo millennio incalza, e
Ballard decide di andare ancora, tenacemente, controcorrente. Ci racconta una
storia dura e lo fa alla sua maniera, senza fronzoli e senza pause di
riflessione. Lo fa senza falsi pudori, ma questo non significa cinismo: di
Ballard non possiamo che continuare ad apprezzare lo sguardo lucido e
irriverente con cui sa guardare nelle pieghe più sottili dell’esistenza
umana.
Fabrizio Chiappetti
Essi ci guardano dalle torri
– Urania n. 371 del 14 febbraio 1965 – Mondadori
Passaporto per l’eternità
– Urania n. 399 – 29 agosto 1965 – Mondadori.
Queste vecchie antologie di racconti di Ballard,
che datano ormai più di 35 anni, raccolgono i suoi primi racconti che l’autore
stesso definisce "forse i soli di fantascienza pura che abbia mai
scritto".
Le
caratteristiche e l’evoluzione dello scrittore inglese lo porteranno
infatti, col tempo, ad esplorare diversi tipi di letterature, etichettate di
fantascienza solo per comodità delle case editrici.
Il
dibattito se Ballard sia o no uno scrittore di fantascienza, all'interno
degli appassionati di tale genere, infatti, non si è mai sopito.
Entrambe le
antologie contengono racconti che esprimono magistralmente gli obiettivi
della New Wave, la corrente letteraria che alla fine degli anni
cinquanta, inizi sessanta, contribuì in maniera fondamentale a rinnovare
una fantascienza che stentava a trovare nuovi stimoli e nuove strade
creative. Proprio Ballard fu uno degli ispiratori di questa corrente,
affermatasi soprattutto in Gran Bretagna: un suo testo, Qual è la strada
per lo spazio interiore, fu infatti preso come manifesto dagli autori
che si riconoscevano in essa.
Nella prima
antologia di cui parliamo, Essi ci guardano dalle torri, il racconto
che dà il titolo alla raccolta è senza dubbio un tipico esempio di come l’autore
inglese riesca a capovolgere, alla fine, le aspettative del lettore,
giocando su paradossi e inversioni di ruoli che coinvolgono la psiche dei
protagonisti.
Notevoli
anche Il tempo si guasta e L’astronauta scomparso, dove
Ballard esprime tutto il suo presentimento negativo verso il progetto
spaziale che si fermò moltissimi anni dopo con il terribile incidente dello
Shuttle.
Passaporto
per l’eternità contiene quattro
racconti in cui sono racchiuse tutte le peculiarità dell’autore inglese
che ritroveremo più avanti, anche nei suoi romanzi.
Paradossi
temporali, Tredici verso centauro, di nuovo questo sentore di
fallimento verso la corsa spaziale in uno dei suoi racconti più apprezzati,
La rete di sabbia, un assaggio di "realtà virtuale" in Passaporto
per l’eternità e un’incursione nel bellissimo I segreti di
Vermilion Sands, col racconto I mille sogni di Stellavista che
può dare una buona idea della qualità di quello che è considerato uno dei
pilastri delle opere dell’autore inglese.
Per fortuna
i titoli di queste vecchie antologie, ormai introvabili se non nelle
bancarelle dell’usato, sono stati ripubblicati, alcuni anche più di una
volta, in successive antologie.
Racconti
imperdibili per avere una visione d’insieme di uno degli autori più
discussi e più amati, senz’altro più importanti, della letteratura
contemporanea.
Roberto Sturm
Fine
millennio: istruzioni per l’uso – Baldini & Castoldi, pp. 423,
lire 32.000
Non è un
caso che uno degli autori inglesi più visionari e controversi del
dopoguerra sia uno scrittore di fantascienza.
Questo
massiccio volume è la raccolta completa dei saggi e degli articoli scritti
da Ballard nell’arco di trentacinque anni, dal 1962 al 1995. Riesco
proprio a immaginarmelo, questo distinto signore quasi settantenne, in un’anonima
villetta alla periferia di Londra, con il consueto tumbler di whisky
in mano, tra le riproduzioni di quadri di Delvaux, seduto sotto una finta
palma tropicale di metallo. E’ proprio qui dinanzi a me, mentre ridacchia
del nostro stupore quando vediamo, nella lista dei suoi libri preferiti, i
racconti di Hemingway accanto alle Pagine Gialle di Los Angeles.
"Io
penso che in televisione ci debbano essere più violenza, non meno. Sesso e
violenza sono infatti due potenti catalizzatori di cambiamento sociale, in
un’epoca in cui del cambiamento sociale abbiamo un disperato
bisogno": affermazioni come questa sono una perfetta esemplificazione
di quella ironia terminale di cui Ballard è un vero maestro, e che
quasi quarant’anni fa l’ha portato a sovvertire le regole del genere
fantascientifico, e a interrogarsi sul significativi della moderna era pop
post-Hiroshima: la guerra del Vietnam, la morte di Marilyn Monroe e l’assassinio
di Kennedy, i voli spaziali, la colonizzazione del nostro Inconscio
realizzata dai mass media.
Con le sue
"mitologie del futuro prossimo" Ballard è stato uno dei primi (e
pochi, assieme a Dick e Burroghs) a renderci conto del processo di
implosione che ha risucchiato l’universo immaginativo della fantascienza
nel regno della nostra percezione quotidiana. Perché se è vero che oggi la
fantascienza la viviamo, senza più aver bisogno di leggerla,
allora ha certamente un senso la domanda che si pone l’autore: "il
futuro ha ancora un futuro?"
Fabio Zucchella
Recensione
pubblicata sul n. 23 di Pulp
La mostra delle atrocità (The
atrocity exibition), Rizzoli 1990, £ 24000, Trad. di A. Caronia
Con L'impero del Sole - forse la miglior
opera di Spielberg - il nome di James G. Ballard cominciò a circolare anche
presso i non interessati alla fantascienza. Era il 1987: quel film riprendeva
un romanzo autobiografico dello scrittore, e decretava (sia pure
tardivamente) la fama per uno degli autori più importanti del ’900, e non
solo nel campo della narrativa fantastica.
Nato a Shangai nel 1930 da genitori inglesi,
Ballard era approdato in patria nel '46 dopo essere stato rinchiuso in un
campo di concentramento. Studiò medicina; ebbe esperienze artistiche
(pittura): eventi che avrebbero poi influenzato il suo modo di scrivere. I
primi racconti apparvero alla fine degli anni '50. Nel 1962 uscì il suo
famoso articolo Come si arriva allo spazio interno?, che sanciva
uno scardinamento delle tecniche del fantastico per giungere a un nuovo
ritratto dell'uomo contemporaneo.
Naturalmente nel 1987, all’uscita del film di
Spielberg, in Italia Ballard era già ben noto a un gruppo di fanta-lettori
che, in verità, non è mai stato particolarmente vasto. Tanto per
incominciare, il suo primo romanzo tradotto in Italia, Il vento dal nulla
(Urania n. 288, 1962), era passato quasi inosservato. Narrava della
nostra atmosfera impazzita che - forse per effetto di un fenomeno solare -
prendeva a "ruotare" attorno alla Terra a velocità folle
travolgendo ogni cosa, per poi finalmente acquietarsi. Personalmente, ricordo
che questo libro mi lasciò insoddisfatto, proprio per l’assenza di una
motivazione plausibile per l’evento descritto. Non ero, evidentemente,
pronto a recepire la novità; e comunque in quel testo le potenzialità dell’autore
erano alquanto in nuce. Ma con Deserto d’acqua (sempre su Urania,
1963: qui una volta tanto occorre ringraziare il curatore Carlo Fruttero, che
seppe "veder bene") le cose mutarono di colpo: si gettavano alle
ortiche i canoni sacri della tematica catastrofica; il mare sommergeva buona
parte delle terre del pianeta ma non venivano fornite sufficienti
giustificazioni del contesto; inoltre il disastro non era più - come nella
fantascienza consueta - uno scenario esotico per gesta avventurose o
drammatiche, né tanto meno uno spunto per un’opera ammonitoria sui rischi
del dissesto ambientale o degli eccessi tecnologici. L’inondazione globale
diveniva un pretesto o meglio un’allegoria, una amplificazione del nostro
paesaggio reale e psichico già compromesso: e i personaggi della storia non
potevano far altro che assecondare istinti inconsapevoli, immersi nello
scenario regredito a era geologica primordiale, e inducente una regressione
mentale in essi stessi: non restava che l’abbandono, la fuga.
Buona parte della produzione ballardiana
successiva variava in mille sfaccettature questo tema portante, che si giovava
ampiamente di un background junghiano (ma in anni successivi il metro di
misura si sposterà su Freud). Seguirono infatti un altro paio di memorabili
romanzi, nonché una lunga serie di magnifici e visionari racconti in cui le
psicologie dei protagonisti venivano dissezionate, di solito in un’atmosfera
gelida. Poi, ancora, una svolta spiazzante.
Le prime avvisaglie c’erano già state con il
racconto Terminal (The Terminal Beach, 1964; Urania n. 764,
1978) e con qualche altro racconto pubblicato su Gamma ai primi anni
’70: la narrazione si frammentava come schegge di specchi che riflettessero
- deformandole - le loro stesse immagini; il risultato era una letteratura
cupa, a entropia emotiva zero, spesso ermetica. Tuttavia in Italia si dovette
attendere il 1992 per reperire in libreria uno dei testi certamente più
significativi di Ballard, La mostra delle atrocità (1969,
successivamente riveduto e ampliato), edito da Rizzoli nell'attenta traduzione
di Antonio Caronia, che si era adoperato nel tempo perché il libro apparisse
anche da noi. Il Financial Times aveva definito l’opera "una
devastante poesia della violenza"; lo scrittore William S. Burroughs
scriveva nella prefazione: "È un libro intenso e inquietante. Le radici
non sessuali della sessualità qui sono esplorate con una precisione
chirurgica. Un incidente d'auto può essere più stimolante di un'immagine
pornografica... La linea di demarcazione fra paesaggio interno e paesaggio
esterno è definitivamente crollata: i terremoti possono essere originati da
sconvolgimenti sismici all'interno della mente umana".
La mostra delle atrocità
è una raccolta di racconti ma anche un romanzo,
in quanto mosaico di frammenti legati tra loro, e romanzo
"autobiografico"; contenutisticamente esso rappresenta un risultato
estremo dell'evoluzione ballardiana (l’anno dopo verrà Crash, dove
il connubio delle pulsioni erotiche con il paesaggio tecnologico "di
morte" è amplificato fino al delirio). Ad ogni modo, ne La mostra
delle atrocità prosegue l’attenuazione - se non la scomparsa - di
elementi fantascientifici tradizionali, operazione già da tempo avviata dall’autore.
Anche il linguaggio è plasmato allo scopo: asettico, tagliente, quasi
respingente, alieno da ogni letterarietà e anzi teso alla proposizione di
modalità espressive di solito ritenute inadatte alla narrativa. Il tutto
confluisce in una dirompente e interminabile analisi di ossessioni
contemporanee in cui si rincorrono e si incrociano, come idee fisse,
l'assassinio di Kennedy "considerato come una gara automobilistica in
discesa", la morte reiterata di Marilyn Monroe ("Lui ricordò la Vestizione
di Ernst: la pelle scavata di Marilyn, seni di pomice scolpita; cosce
vulcaniche, un viso di cenere: la vedova di Vesuvio"), la rinoplastica
della regina Elisabetta ("Le tecnologie della scienza moderna, la
chirurgia estetica in particolare, offrono all'immaginario del pubblico
televisivo uno strumento formidabile con cui smontare e rimodellare i suoi
sogni ad occhi aperti")... E inoltre le fantasie sessuali collegate a
Ronald Reagan, le torture della guerra nel Vietnam, la stimolazione sessuale
attraverso notiziari di atrocità ("Sono stati condotti studi per
determinare gli effetti dell'esposizione prolungata a notiziari tv riguardanti
torture inflitte ai Viet Cong: a) combattenti maschi; b) ausiliarie; c)
bambini; d) feriti. In tutti i casi si è registrato un forte aumento
nell'intensità dell'attività sessuale...") In definitiva: la messa a
nudo del nostro corpo, lo scambio tra le nostre viscere e il nuovo paesaggio
massmediale-tecnologico ("le icone neuroniche sulle autostrade
spinali"). I personaggi appaiono oggetti privi di dolore e amore,
trasportati alla deriva da una corrente di immagini e sensazioni impazzite,
che fissano il sesso nel metallo, i sentimenti nell’inorganico, la vita nel
nulla; lo scenario è un patchwork di oggetti figli della odierna
tecnologia, quegli stessi che per Ballard vanno a formare i nuovi segni
zodiacali del nostro immaginario. A che servirebbero, a questo punto,
tematiche espressamente fantascientifiche? La catastrofe è già ovunque,
quindi in noi. Non per nulla l’Autore fu tra i primi ad annunciare la
"morte" della fantascienza.
Vittorio Catani
Foresta di
cristallo, 1966
Di giorno uccelli fantastici volavano per la foresta pietrificata e coccodrilli tempestati di gioielli scintillavano come salamandre araldiche sulle sponde del fiume cristallino.
Di notte l’uomo illuminato sfrecciava tra gli alberi, le braccia come ruote dorate, la testa come una corona spettrale…
Considerato da molti il migliore romanzo di
Ballard, "Foresta di Cristallo" è probabilmente l’opera in cui l’esposizione narrativa del concetto di inner space raggiunge i livelli più elevati.
Il dottor Sanders si reca in Africa Centrale per raggiungere un amico, in seguito ad una lettera di aiuto. Giunto lì non trova un mondo ordinario, ma si ritrova in un ambiente surreale, "congelato" da una strana malattia, che ha il potere di intrappolare piante, animali, oggetti e persone in cristalli, rendendoli "senza tempo" in una stasi di eternità.
I protagonisti del romanzo, Sanders e gli altri personaggi principali, vivono una situazione di difficoltà psicologica, dovuta agli accadimenti della propria vita: questa difficoltà ed i tormenti irrisolti ad essa legati, si sviluppano parallelamente allo sbigottimento provato davanti alla forza misteriosa che congela il mondo attorno a loro. Nel volume di critica "Nei labirinti della fantascienza", il collettivo "Un’ambigua utopia" scrive: "lo sconvolgimento dell’ambiente rimanda a, anzi è, lo sconvolgimento della psiche. Ancora una volta il rifiuto del "nuovo mondo" significa soltanto incapacità di capire la trasformazione e la sua origine".
Lo sviluppo narrativo del romanzo, apparentemente catalogabile come "avventura", diventa allora racconto del faticoso viaggio di ogni protagonista verso uno stato di risoluzione dei propri conflitti interiori, aiutato dall’esplorazione di questa strana foresta.
L’azione, che si svolge lenta e misurata, metafora del percorso graduale che ogni persona deve affrontare per liberarsi dalla prigionia di un problema psichico, è supportata da un linguaggio asciutto, freddo e allo stesso tempo teso e distaccato, che valorizza ogni singola frase come un tassello di un puzzle di immenso fascino.
Marco Mocchi
Deserto
d'Acqua (The Drowned World)
Prologo alla
recensione (se mai ne è esistito uno).
Era il 1984
(o il 1985? Mah!) e tornavo da Lucca Comics. I viaggi erano soprattutto per
via ferroviaria, normalmente scomodi e non troppo celeri. Presi quindi la
direzione del Tirreno, una linea secondaria, composta da tanti trenini
destinati alla pensione.
Con me,
proprio per parare la noia del viaggio, mi ero portato un vecchio Urania
originale scovato per caso in uno scatolone di un trasloco, probabilmente
proprietà di un lettore occasionale di fantascienza.
La copertina
di Karel Thole era (è) bellissima, molto pittorica (la statua di un angelo in
primo piano, bianca, immersa in un'atmosfera monocromatica e fascinosa),
usurata ai lati e forse ancora più bella per questo, ancora più esplicita
dell'atmosfera esotica e decadente del testo. Ricordo ancora - e qui termino -
un terribile assordante attraversamento dell'Appennino su una di quelle
carrozze locomotrici che ancora utilizzavano la nafta come carburate (quelle a
righe bianche e azzurre, per intenderci). Alla fine il rumore, come il tempo,
che si annullò nella lettura del romanzo, trasfigurato dalla vegetazione in
continua espansione, un caldo sempre più afoso e opprimente e motori di mezzi
anfibi.
Non ricordo
l'ora del mio ritorno a casa.
La
recensione
In un futuro
prossimo (forse il passato), a causa di una catastrofe astronomica, la vita
sulla Terra si è modificata radicalmente. La temperatura del pianeta -
diventata insopportabilmente calda in modo repentino - è in continuo aumento
e costringe gli esseri umani, assai ridotti di numero e ormai sterili, a
sopravvivere attorno circolo polare artico. Tutto quello che era memoria
dell'uomo - edifici, cose, terreni - viene inesorabilmente assorbito da una
giungla tropicale e coperto dall'acqua paludosa, innalzatasi a causa dello
scioglimento dei ghiacci, riproponendo così una situazione ambientale assai
simile a quella del periodo fra l’era Paleozoica e l’era Triassica.
Limite
settentrionale di quella che noi consideriamo attualmente fascia temperata
dell'Europa (poi si scoprirà che ci troviamo dalle parti di Londra). Il
dottor Kerans, biologo, è testimone e insieme parte di questo maestoso
cambiamento.
In tale
contesto l'autore innesta l'idea che fungerà da leit-motiv per tutto il
libro, introducendo il concetto di viaggio a ritroso nel tempo ancestrale non
solo fisico, ma anche e soprattutto mentale. Il protagonista, come altre
figure del romanzo, sogna il suo ritorno ad uno stato primitivo, di rettile, e
il suo desiderio preponderante è quello di seguire il caldo e il sole. Alla
fine questa sua insopprimibile tendenza si realizzerà veramente e la sua
integrazione col nuovo mondo si completerà, fra ostacoli e circostanze
concomitanti.
Dei suoi
romanzi questo, insieme a "Foresta di cristallo", è quello dove la
sua vena fantastica si evidenzia e raggiunge livelli mai più raggiunti. Si
delinea la sua attitudine all'utilizzo di pochi personaggi
"simbolici" (un teatro nel romanzo), al ristabilire la società più
consona all'uomo, che è quella tribale, incentivate e amplificate dal suo
tipico stile obiettivo, senza empatia, in base al quale i questi personaggi si
definiscono attraverso le loro azioni e, specificatamente, nel modo in cui si
rapportano al nuovo ambiente (che si rivela sempre più ostile e sottilmente
intrigante). Da notare, poi, quanto costoro ricordino curiosamente gli eroi un
po' bidimensionali delle storie d'avventura degli anni '50. Eroi perché
dichiarino fino in fondo le loro convinzioni e le loro attitudini. A fronte
del biologo introverso e apatico, conosceremo allora il colonnello Riggs,
sempre pronto all'azione ed intenzionato a far valere con tutte le sue forze
la predominanza dell'attività umana, oppure la sua variante impazzita
incarnata da Kenal e i suoi coccodrilli addomesticati. Oppure Beatrice,
delicata figura femminile alla Edgar Allan Poe, che sembra estrapolata
direttamente dall'antologia Vermillion Sands.
E poi
l'acqua, portatrice questa volta di morte e entropia, che comanda i destini e
le menti (come nel capitolo del prosciugamento della laguna: si osservi come
reagisce Kerans all'avvenimento, che dovrebbe avere in verità un'accezione
positiva) degli uomini.
Al di là
dell'elemento fantascientifico (Ballard non approfondisce l'argomento, anzi lo
delega ad una spiegazione affrettata), il romanzo si mantiene di qualità
elevata per la capacità di coinvolgere il lettore e il parteggiare
continuamente per il Kerans apatico e fatalmente destinato all'annientamento,
e che tuttavia è colui che incarna l'uomo del futuro - di quel futuro (Così
se ne andò dalla laguna e rintrò nella giungla. Dopo pochi giorni si era
completamente perduto seguendo le lagune verso sud in mezzo alla pioggia e al
calore crescenti, attaccato da alligatori e d pipistrelli giganti, un secondo
Adamo alla ricerca dei paradisi perduti del sole rinato ), un paradiso,
appunto, in cui la madre natura ritorna a essere padrona, dopo essere stata
dissanguata e abbruttita dai suoi figli più illuminati.
Questo, in
fondo, è l'assunto che contraddistingue tutti i suoi romanzi cosiddetti
"delle catastrofi".
Antonio Folli
|