Microlampi

Super-Cannes (Super-Cannes), trad. di Monica Pareschi, I Canguri/Feltrinelli pp. 376, £ 35000

Per gli amanti dell’autore inglese, questa sua ultima fatica tradotta e pubblicata (fortunatamente) molto velocemente dalla Feltrinelli, non potrà non essere un tuffo in un accogliente e rassicurante ambiente, nello stile mai essenziale e mai barocco del miglior Ballard, nel suo indagare nella psiche umana amplificando reazioni e comportamenti dell’uomo stesso.

Un’opera che si pone nella stessa direzione di Cocaine Nights, ma molto più corposa (non solo in senso quantitativo), molto più studiata e più completa, sia come caratterizzazione dei personaggi che come complessità della storia.

Ballard, usando i suoi paradossi e i suoi eccessi letterari, ci porta dentro Eden-Olympia, un complesso residenziale in Costa Azzurra dove lavorano migliaia di persone. Paul Sinclair insieme alla sua giovane moglie vi arrivano perché lei ha accettato di prendere il posto di pediatra (nonostante ad Eden-Olympia non vi siano tracce di bambini) lasciato vacante da un suo ex-collega ed ex-amante, che si è macchiato di una serie di delitti prima di essere a sua volta ucciso. Questo gesto apparentemente insano al’interno di un ambiente dove tutto è pianificato alla perfezione, sembra non aver turbato più di tanto le abitudini degli abitanti del Centro tecnologico. Ed è proprio la tecnologia che prende il posto dei rapporti interpersonali, il lavoro che prende il posto del divertimento, la psicopatia concessa a dosi sempre maggiori dallo psichiatra del Centro, il dottor Wilder Penrose, agli abitanti di Eden-Olympia a fare da protagonisti assoluti della storia. Una storia sempre tesa, che prende l’attenzione del lettore durante le quasi 400 pagine in cui Paul Sinclair, l’unico a non lavorare né all’interno né fuori del Centro perché reduce da un brutto incidente aereo, lentamente insegue e scopre una verità sempre più assurda, tiesce a sciogliere i nodi del mistero. Un mistero che prende sempre più le sembianze di una pazzia pura, che lo psichitra vede come modello per il nuovo millennio in un delirio di onnipotenza che vorrebbe racchiudere nelle mura di cinta del Centro il mondo intero.

E l’epilogo (che, non temete, non svelo anche se non lo ritengo così importante rispetto all’economia del libro) non è altro che la logica fine di una storia che deraglia spesso verso il crimine puro commesso da persone che si giustificano semplicemente con l’esigenza di trovare sfogo ad una esistenza troppo ordinata e pianificata. Ma questo è, forse, il piano di lettura più superficiale del romanzo di Ballard, di cui riporto l’incipit. Non posso farne a meno:

"La prima persona che incontrai a Eden-Olympia fu uno psichiatra, e forse il fatto che sia stato proprio uno specialista in malattie mentali a farmi da guida in questa ‘città intelligente’ sulle colline sopra Cannes non fu affatto un caso. Adesso mi rendo conto che sui palazzi di uffici del parco tecnologico incombeva una specie di follia, come uno stato di guerra non dichiarata. Certo è che per la maggior parte di noi il dottor Wilder Penrose si rivelò un amabile Prospero, lo psicopompo capace di portare i nostri sogni più tenebrosi alla luce del giorno. Ricordo il suo sorriso entusiasta quando ci salutammo, e gli occhi sfuggenti che mi indussero a diffidare della sua mano tesa. Solo quando riuscii finalmente ad apprezzare quest’uomo labile e pericoloso riuscii a pensare di ucciderlo."

Roberto Sturm

 

L'isola di cemento (Concrete island, 1974) Anabasi, Trad. Massimo Bocchiola, £.20000

 

Sull'onda del successo de "L'impero del sole", agli inizi degli anni Novanta anche Ballard sembra avere trovato finalmente una meritata considerazione anche in Italia. Concrete island riassume molti dei motivi di Ballard: l'evento straniante che produce una fuoriuscita dalla società tecnologica (in questo caso, un incidente automobilistico); la definizione di pochi, essenziali elementi; una rete di rapporti in continua evoluzione tra i protagonisti. La narrazione si svolge tutta su una grossa "isola" spartitraffico all'incrocio fra tre autostrade nel centro di Londra: dopo l'incidente, quasi ignorato dal flusso incessante di veicoli, Maitland si vede costretto a una permanenza di diversi giorni sull'isola di cemento, con la sua flora ipertrofica e i suoi rifiuti umani. Dapprima incredulo del proprio isolamento, al termine della sua avventura si concederà il lusso di dilazionare il rientro dalla moglie e dal figlio: è divenuto a tutti gli effetti il dominatore dell'isola. Rispetto ad altre opere di Ballard, la mancanza del novum fantascientifico indebolisce l'impatto della narrazione, sottrae in parte credibilità all'esistenza di un'isola come un sedimento a riva dello scorrere della civiltà tecnologica. Rimane da sperare che la diffusione di libri come questo possa indurre nuovi lettori ad avvicinarsi all'universo SF di Ballard.

Franco Ricciardiello

La gentilezza delle donne (The kindness of women, 1991) Rizzoli, Trad. Andrea Terzi

 

"A Shanghai ogni pomeriggio dell'estate del 1937, prendevo le bici e andavo sul lungomare per vedere se la guerra era cominciata." Mi capita raramente di dirlo, ma questo libro me lo tira fuori a forza: meraviglioso. Oh, certo, Ballard a molti non piace (di solito o lo si ama o lo si odia, con poche sfumatura intermedie). Ma a me piace, e tanto mi basta. Togliamo però subito di torno ogni possibile fonte di equivoci. Questo libro non è fantascienza. È la storia, fortemente autobiografica, della vita di un certo James Ballard, scrittore (anche se la sua attività appare solo sullo sfondo), dall'adolescenza in un campo di prigionia giapponese fino all'università in Inghilterra, alle vacanze in Spagna, alla morte della moglie, all'ossessione per gli incidenti stradali, al "successo" cinematografico. Una specie di seguito a "L'impero del sole", se vogliamo: un meccanismo che si chiude con le ultime scene del libro, dedicate appunto alle riprese del film di Spielberg. Non è fantascienza, insomma. Ma è una chiave fondamentale per leggere tutta l'opera di Ballard, spicchi di fantascienza inclusi, scritta dopo la quadrilogia degli elementi, dopo l'abbandono dell'immaginario junghiano a favore di quello freudiano. Ed è anche un libro che può aiutare, perché no, ad orizzontarsi nel mondo moderno, con descrizioni meravigliose come quelle delle vacanze sul Mediterraneo. Un libro che amo, come quasi tutto quello che Ballard ha scritto.

Mirko Tavosanis

 

Terra Bruciata (The Burning World) Urania n. 788, Mondadori, trad. M. Benedetta Castiglione, £ 900

Terza parte della tetralogia degli elementi: il fuoco.

Suddiviso in tre parti molto ben distinte, ha come struttura portante quella del ricordo, ovvero si sviluppa in modo tale che nella terza riaffiorino mano a mano tutti gli elementi che erano comparsi nella prima, e si erano trasformati in maniera decisamente notevole nella seconda.

Una grandiosa siccità che colpisce la terra è la catastrofe che fa da elemento basilare, e, come in tutta la produzione di Ballard, sono le conseguenze di questa catastrofe nei mondi interiori gli elementi di maggior rilievo artistico.

Mentre tutti si affrettano a lasciare la cittadina per dirigersi verso il mare, Charkes Ransom, il protagonista, decide di restare, trovandosi a vivere in un'atmosfera surreale, in cui i punti di riferimento sono Philip Jordan, "figlio adottivo del fiume", Chaterine Austen, figlia del precedente direttore dello zoo, che vive sola in una casa presso il fiume, Quilter, il "figlio deficiente della vecchia che viveva sulla chiatta", il reverendo Howard Johnstone, Richard Foster Lomax e sua figlia Mirandam, possessori di un'enorme quantità d'acqua, e la comunità dei pescatori, misteriosi, compatti, misterici.

Senza stare a narrare i fatti, annotiamo che, nell'insieme dei primi capitoli, si viene a creare un quadro in cui cominciano ad affiorare quei segni di mutamento che, alla fine, porteranno i personaggi a vivere in un mondo decisamente lontanissimo da quello di una tranquilla cittadina di provincia, un mondo di suggestione, di sentimenti violenti, di sovvertimento delle normali regole di convivenza.

Per giungere a ciò, però, ci deve essere prima un allontanamento e una successiva riunione.Ransom intraprende un viaggio insieme a Catherine, Philip e suo padre, e la vecchia Quilter, fino al mare, dove scoppiano disordini per la mancanza d'acqua.

Segue la parte centrale del romanzo, dove viene descritta la vita strenua dei sopravvissuti riuniti in una comunità autosufficiente da ogni punto di vista.È questa l'unica parte del romanzo in cui non si faccia riferimento a situazioni di violenza e di esistenza troppo diverse dalla norma.

Poi, nella terza parte, il gruppo fa ritorno a Larchmont; il motivo di questo ritorno è il fattore basilare: "Dapprima Ranson aveva creduto di voler tornare anche lui al passato...per ricollegarsi ai fili erosi della sua precedente esistenza, ma adesso sentiva che la bianca distesa del fiume li portava tutti nella direzione opposta, per inserirli in zone del futuro dove i problemi irrisolti del passato sarebbero apparsi levigati e smussati, indeboliti dal tempo come immagini in uno specchio appannato." (pag.134).

L'isolamento di Richard Lomax, il miliardario folle diventato un androgino e detestato dalla sua stessa figlia, le tensioni fra lui e gli altri, soprattutto sulla proprietà dell'acqua, si scatenano verso la fine sotto forma di un gesto vandalico del primo, che distrugge e spreca inutilmente la riserva del prezioso elemento, con conseguente suo assassinio da parte del camionista Whitman.

Il quindicesimo capitolo può ricordare il bellissimi Tre donne di Altman, con un'atmosfera di immobilità, di paranoia stagnante, in cui sembra, appunto, che le acque siano completamente immobili, che tutto sia perfettamente secco e asettico: "Il mondo senza tempo in cui Quilter viveva, adesso, era anche il suo universo, e soltanto il muoversi e il lento mutare dell'ombra che il tetto rotto proiettava davanti a lui gli ricordava la traiettoria del sole." (pag.166).

La signora Quilter muore, Philip Jordan va a cercare suo padre; fino al culmine in cui l'autore giunge alfine a completare il suo mosaico, giunge nel luogo segreto, al termine del suo cammino verso lo spazio interno: "Con sorpresa, Ranson si accorse che la sua ombra non si allungava più sulla sabbia, come se, dopo tante peripezie, il suo viaggio si fosse concluso e lui fosse finalmente arrivato in quel paese interiore che aveva custodito in sè per tanti anni.La luce diminuiva e tutto si oscurava.La polvere si era fatta opaca, e i cristalli della superficie apparivano morti e appannati.Un immenso manto crepuscolare si allargava sulle dune, quasi che tutto il mondo esterno avesse cessato di esistere.Solo più tardi Rnsom si accorse che era iniziato a piovere." (pag.168).

"La cosa migliore che abbia mai scrito Ballard", come dice Cammarota, rivela una grande capacità di scrivere in modo scorrevole, e una maestria direi tuttora insuperata, per lo meno nel nostro campo, nel descrivere situazioni di connotazione decisamente surreale, di trasformazione di un ambiente dalla normalità alla surrealtà per mezzo di elementi credibili e verificabili.

Altri contributi critici: "La parola nuda: aspetti del sincronismo apocalittico nella tetralogia degli elementi di J.G.Ballard", di Domenico Cammarota, "J.G.Ballard-vol.1°", Intercom press, '81, a cura di Pippo Marcianò, pag.37; "Shangai a Piccadilly", di Riccardo Valla, "Urania" n.1040, ed.Mondadori, ’87, pag.138; recensione alla quadrilogia degli elementi, di Gian Filippo Pizzo, "Future shock" n.3 (v.s.), ’87, pag.6; "Immagini del futuro", di James G.Ballard, "J.G.Ballard", ed.ShaKe, ’94, pag.51; "Il quadruplice simbolismo di Ballard", di D.Pringle, idem , pag.212

Ballard ne ha detto: "I miei primi tre o quattro romanzi, che sono più esplicitamente fantascientifici, sono stati tutti influenzati pesantemente dal Surrealismo (Max Ernst, Dalì) e anche da pittori simbolisti come Gustave Moreau"

Marcello Bonati

 

Un gioco da bambini (Running Wild) , Trad. Franca Castellenghi Piazza Milano: Edizioni Anabasi, 1992 L. 15000

All'estrema periferia di Londra, in un villaggio residenziale tra i più riservati, è accaduto qualcosa di inspiegabile: trentadue persone, i proprietari delle lussuose abitazioni e i loro domestici, sono state uccise nel giro di pochi minuti, apparentemente senza che tentassero di difendersi. Soltanto i loro figli, tredici ragazzi dagli otto ai diciassette anni, sono sfuggiti alla strage. Di loro nessuna traccia
E' questo l'intreccio, o per meglio dire la situazione di partenza dell'ultimo romanzo di James G. Ballard, Un gioco da bambini (Running Wild nell'originale); la narrazione infatti inizia alcuni mesi dopo, quando lo psichiatra Richard Greville, voce narrante del romanzo, viene chiamato dalla polizia a collaborare alle indagini. Una collaborazione che porta Greville ad esplorare minuziosamente non tanto la vita delle persone uccise, quando il luogo fisico, lo spazio architettonico nel quale si è consumata la tragedia.
Quest'ultimo è un complesso residenziale che è una sorta di monade, un ambiente isolato da tutto e da tutti, senza radici e senza collegamenti col mondo esterno. Sotto l'occhio elettronico delle telecamere che sorvegliano costantemente il residence, scorrono esistenze in apparenza serene, in realtà oppresse e soffocate dallo loro stessa obbligatoria felicità.
In omaggio alla tradizione del romanzo giallo non accenneremo neppure alla soncertante soluzione raggiunta dallo psichiatra al termine della sua indagini; d'altra parte, non è certo la suspance l'elemento più rilevante del romanzo. Ballard ha iniziato ormai da tempo un percorso trasversale e obliquo rispetto ai generi letterari convenzionali; già i suoi romanzi di sf più maturi erano in effetti biografie interiori, repertori di ossessioni insieme private e collettive. Poi è venuta la stagione dei veri e propri romanzi autobiografici, quelli che più hanno contribuito a lanciarlo presso il grande pubblico: L'impero del sole (da cui Steven Spielberg ha tratto un film di grande impatto visivo) e La gentilezza delle donne. Un gioco da bambini si legge invece come un thriller, debitore - nella macabra precisione di certi dettagli - più al cinema "nero", vecchio e nuovo, che alla tradizione del giallo all'inglese. Ma è un thriller tutto ballardiano, a cominciare dalla risonanza che si instaura tra la psiche dei personaggi e lo spazio abitativo nel quale sono inseriti e che finisce per diventare il vero protagonista della vicenda.
Naturalmente un tentativo di questo tipo non è esente da rischi, anche per uno scrittore di questa tempra; e infatti i punti deboli del romanzo si manifestano proprio nei momenti di attrito fra le esigenze interne al genere e le peculiarità dell'autore. Ma si tratta di debolezze appena avvertibili, smagliature di un romanzo che ha dalla sua un'abilità di scrittura e un'intelligenza narrativa non comuni.

Fabio Nardini

[Recensione pubblicata su Isaac Asimov Science Fiction Magazine (Telemaco) n. 2, febbraio 1993]

 

Il paradiso del diavolo (Baldini e Castoldi, 1998), £30000

Non è facile ambientare una storia forte, inquietante e a tratti crudele sulle spiagge incantate di un atollo sperduto del Pacifico; quella che potrebbe suonare come una scommessa narrativa è stata invece l’idea che ha mosso la fantasia di James G. Ballard, autore non certo nuovo a simili esperimenti.

La dottoressa Barbara Rafferty è una veterana in fatto di cause in difesa degli animali minacciati dall’uomo; l’ultima crociata a cui ha scelto di votarsi corpo e anima riguarda gli albatros che vivono sull’isola di Saint Esprit, non lontano da Tahiti. I grandi uccelli già resi celebri dalla letteratura (da Baudelaire a Poe a Coleridge e tanti altri) sono in pericolo, dal momento che le autorità militari francesi hanno deciso di riprendere i test atomici. Neil è un adolescente timido e curioso, amante del nuoto. Decide di seguire la dottoressa Rafferty in quella che gli appare un’impresa con poche probabilità di riuscita. Ma è come soggiogato dal fascino ambiguo di questa donna, che ben presto riunisce intorno a se un gruppo di persone disposte a servire la causa degli albatros.

Una volta sull’isola Barbara comincia a cambiare gli obiettivi della spedizione. Fino a quel momento aveva fatto di tutto per attirare l’attenzione dei media su Saint Esprit, ma ormai non le basta più: l’isola deve diventare una riserva per tutte le specie in pericolo, senza interferenze da parte del mondo esterno. L’isolamento voluto dalla dottoressa trasforma l’isola in un grande laboratorio, dove però le cavie diventano i membri stessi della spedizione. Chi è davvero in grado di resistere alle condizioni dure imposte dall’isola, una volta tagliata fuori da tutto e da tutti? È questo il nuovo, terribile paradiso partorito dalla mente di Barbara, che non esita a portare a compimento il proprio piano ricoprendo il ruolo della natura mater et matrigna, che colpisce inflessibile, senza rimorsi, le forme di vita più deboli e indifese. Neanche Neil riesce a sottrarsi totalmente all’influenza di Barbara, pur avendo più volte rischiato la propria vita in quel mondo claustrofobico dominato dal sogno mortifero della dottoressa Rafferty.

Il paradiso del diavolo è un romanzo che rovescia gli stereotipi dell’ambientalismo e dell’animalismo di maniera, mettendo a nudo meccanismi psicologici più brutali e profondi. Ma non si tratta solo delle classiche buone intenzioni di cui è lastricata, secondo il detto, la via dell’inferno: nelle pagine di questo libro si è come di fronte ad una regressione alla dimensione istintuale, dove l’elemento femminile prevale su quello maschile in virtù di una superiorità biologica che spinge per la conservazione della vita in grado di resistere alla prepotenza della natura, eliminando tutto ciò che può essere d’ostacolo o, in qualche modo, dissipativo di preziose energie.

Ed emerge, a questo proposito, uno dei talenti maggiori dello stile di Ballard: l’occhio analitico, quasi da documentarista delle passioni e degli stati d’animo, indaga sul mistero della coscienza umana affidandosi ad una scrittura agile, precisa, rapida come poche altre hanno saputo essere nel corso del Novecento. Il nuovo millennio incalza, e Ballard decide di andare ancora, tenacemente, controcorrente. Ci racconta una storia dura e lo fa alla sua maniera, senza fronzoli e senza pause di riflessione. Lo fa senza falsi pudori, ma questo non significa cinismo: di Ballard non possiamo che continuare ad apprezzare lo sguardo lucido e irriverente con cui sa guardare nelle pieghe più sottili dell’esistenza umana.

 

Fabrizio Chiappetti

 

Essi ci guardano dalle torri – Urania n. 371 del 14 febbraio 1965 – Mondadori

Passaporto per l’eternità – Urania n. 399 – 29 agosto 1965 – Mondadori.

 

Queste vecchie antologie di racconti di Ballard, che datano ormai più di 35 anni, raccolgono i suoi primi racconti che l’autore stesso definisce "forse i soli di fantascienza pura che abbia mai scritto".

Le caratteristiche e l’evoluzione dello scrittore inglese lo porteranno infatti, col tempo, ad esplorare diversi tipi di letterature, etichettate di fantascienza solo per comodità delle case editrici.

Il dibattito se Ballard sia o no uno scrittore di fantascienza, all'interno degli appassionati di tale genere, infatti, non si è mai sopito.

Entrambe le antologie contengono racconti che esprimono magistralmente gli obiettivi della New Wave, la corrente letteraria che alla fine degli anni cinquanta, inizi sessanta, contribuì in maniera fondamentale a rinnovare una fantascienza che stentava a trovare nuovi stimoli e nuove strade creative. Proprio Ballard fu uno degli ispiratori di questa corrente, affermatasi soprattutto in Gran Bretagna: un suo testo, Qual è la strada per lo spazio interiore, fu infatti preso come manifesto dagli autori che si riconoscevano in essa.

Nella prima antologia di cui parliamo, Essi ci guardano dalle torri, il racconto che dà il titolo alla raccolta è senza dubbio un tipico esempio di come l’autore inglese riesca a capovolgere, alla fine, le aspettative del lettore, giocando su paradossi e inversioni di ruoli che coinvolgono la psiche dei protagonisti.

Notevoli anche Il tempo si guasta e L’astronauta scomparso, dove Ballard esprime tutto il suo presentimento negativo verso il progetto spaziale che si fermò moltissimi anni dopo con il terribile incidente dello Shuttle.

Passaporto per l’eternità contiene quattro racconti in cui sono racchiuse tutte le peculiarità dell’autore inglese che ritroveremo più avanti, anche nei suoi romanzi.

Paradossi temporali, Tredici verso centauro, di nuovo questo sentore di fallimento verso la corsa spaziale in uno dei suoi racconti più apprezzati, La rete di sabbia, un assaggio di "realtà virtuale" in Passaporto per l’eternità e un’incursione nel bellissimo I segreti di Vermilion Sands, col racconto I mille sogni di Stellavista che può dare una buona idea della qualità di quello che è considerato uno dei pilastri delle opere dell’autore inglese.

Per fortuna i titoli di queste vecchie antologie, ormai introvabili se non nelle bancarelle dell’usato, sono stati ripubblicati, alcuni anche più di una volta, in successive antologie.

Racconti imperdibili per avere una visione d’insieme di uno degli autori più discussi e più amati, senz’altro più importanti, della letteratura contemporanea.

Roberto Sturm

 

Fine millennio: istruzioni per l’uso – Baldini & Castoldi, pp. 423, lire 32.000

 

Non è un caso che uno degli autori inglesi più visionari e controversi del dopoguerra sia uno scrittore di fantascienza.

Questo massiccio volume è la raccolta completa dei saggi e degli articoli scritti da Ballard nell’arco di trentacinque anni, dal 1962 al 1995. Riesco proprio a immaginarmelo, questo distinto signore quasi settantenne, in un’anonima villetta alla periferia di Londra, con il consueto tumbler di whisky in mano, tra le riproduzioni di quadri di Delvaux, seduto sotto una finta palma tropicale di metallo. E’ proprio qui dinanzi a me, mentre ridacchia del nostro stupore quando vediamo, nella lista dei suoi libri preferiti, i racconti di Hemingway accanto alle Pagine Gialle di Los Angeles.

"Io penso che in televisione ci debbano essere più violenza, non meno. Sesso e violenza sono infatti due potenti catalizzatori di cambiamento sociale, in un’epoca in cui del cambiamento sociale abbiamo un disperato bisogno": affermazioni come questa sono una perfetta esemplificazione di quella ironia terminale di cui Ballard è un vero maestro, e che quasi quarant’anni fa l’ha portato a sovvertire le regole del genere fantascientifico, e a interrogarsi sul significativi della moderna era pop post-Hiroshima: la guerra del Vietnam, la morte di Marilyn Monroe e l’assassinio di Kennedy, i voli spaziali, la colonizzazione del nostro Inconscio realizzata dai mass media.

Con le sue "mitologie del futuro prossimo" Ballard è stato uno dei primi (e pochi, assieme a Dick e Burroghs) a renderci conto del processo di implosione che ha risucchiato l’universo immaginativo della fantascienza nel regno della nostra percezione quotidiana. Perché se è vero che oggi la fantascienza la viviamo, senza più aver bisogno di leggerla, allora ha certamente un senso la domanda che si pone l’autore: "il futuro ha ancora un futuro?"

Fabio Zucchella

Recensione pubblicata sul n. 23 di Pulp

 

La mostra delle atrocità (The atrocity exibition), Rizzoli 1990, £ 24000, Trad. di A. Caronia

 

Con L'impero del Sole - forse la miglior opera di Spielberg - il nome di James G. Ballard cominciò a circolare anche presso i non interessati alla fantascienza. Era il 1987: quel film riprendeva un romanzo autobiografico dello scrittore, e decretava (sia pure tardivamente) la fama per uno degli autori più importanti del ’900, e non solo nel campo della narrativa fantastica.

Nato a Shangai nel 1930 da genitori inglesi, Ballard era approdato in patria nel '46 dopo essere stato rinchiuso in un campo di concentramento. Studiò medicina; ebbe esperienze artistiche (pittura): eventi che avrebbero poi influenzato il suo modo di scrivere. I primi racconti apparvero alla fine degli anni '50. Nel 1962 uscì il suo famoso articolo Come si arriva allo spazio interno?, che sanciva uno scardinamento delle tecniche del fantastico per giungere a un nuovo ritratto dell'uomo contemporaneo.

Naturalmente nel 1987, all’uscita del film di Spielberg, in Italia Ballard era già ben noto a un gruppo di fanta-lettori che, in verità, non è mai stato particolarmente vasto. Tanto per incominciare, il suo primo romanzo tradotto in Italia, Il vento dal nulla (Urania n. 288, 1962), era passato quasi inosservato. Narrava della nostra atmosfera impazzita che - forse per effetto di un fenomeno solare - prendeva a "ruotare" attorno alla Terra a velocità folle travolgendo ogni cosa, per poi finalmente acquietarsi. Personalmente, ricordo che questo libro mi lasciò insoddisfatto, proprio per l’assenza di una motivazione plausibile per l’evento descritto. Non ero, evidentemente, pronto a recepire la novità; e comunque in quel testo le potenzialità dell’autore erano alquanto in nuce. Ma con Deserto d’acqua (sempre su Urania, 1963: qui una volta tanto occorre ringraziare il curatore Carlo Fruttero, che seppe "veder bene") le cose mutarono di colpo: si gettavano alle ortiche i canoni sacri della tematica catastrofica; il mare sommergeva buona parte delle terre del pianeta ma non venivano fornite sufficienti giustificazioni del contesto; inoltre il disastro non era più - come nella fantascienza consueta - uno scenario esotico per gesta avventurose o drammatiche, né tanto meno uno spunto per un’opera ammonitoria sui rischi del dissesto ambientale o degli eccessi tecnologici. L’inondazione globale diveniva un pretesto o meglio un’allegoria, una amplificazione del nostro paesaggio reale e psichico già compromesso: e i personaggi della storia non potevano far altro che assecondare istinti inconsapevoli, immersi nello scenario regredito a era geologica primordiale, e inducente una regressione mentale in essi stessi: non restava che l’abbandono, la fuga.

Buona parte della produzione ballardiana successiva variava in mille sfaccettature questo tema portante, che si giovava ampiamente di un background junghiano (ma in anni successivi il metro di misura si sposterà su Freud). Seguirono infatti un altro paio di memorabili romanzi, nonché una lunga serie di magnifici e visionari racconti in cui le psicologie dei protagonisti venivano dissezionate, di solito in un’atmosfera gelida. Poi, ancora, una svolta spiazzante.

Le prime avvisaglie c’erano già state con il racconto Terminal (The Terminal Beach, 1964; Urania n. 764, 1978) e con qualche altro racconto pubblicato su Gamma ai primi anni ’70: la narrazione si frammentava come schegge di specchi che riflettessero - deformandole - le loro stesse immagini; il risultato era una letteratura cupa, a entropia emotiva zero, spesso ermetica. Tuttavia in Italia si dovette attendere il 1992 per reperire in libreria uno dei testi certamente più significativi di Ballard, La mostra delle atrocità (1969, successivamente riveduto e ampliato), edito da Rizzoli nell'attenta traduzione di Antonio Caronia, che si era adoperato nel tempo perché il libro apparisse anche da noi. Il Financial Times aveva definito l’opera "una devastante poesia della violenza"; lo scrittore William S. Burroughs scriveva nella prefazione: "È un libro intenso e inquietante. Le radici non sessuali della sessualità qui sono esplorate con una precisione chirurgica. Un incidente d'auto può essere più stimolante di un'immagine pornografica... La linea di demarcazione fra paesaggio interno e paesaggio esterno è definitivamente crollata: i terremoti possono essere originati da sconvolgimenti sismici all'interno della mente umana".

La mostra delle atrocità è una raccolta di racconti ma anche un romanzo, in quanto mosaico di frammenti legati tra loro, e romanzo "autobiografico"; contenutisticamente esso rappresenta un risultato estremo dell'evoluzione ballardiana (l’anno dopo verrà Crash, dove il connubio delle pulsioni erotiche con il paesaggio tecnologico "di morte" è amplificato fino al delirio). Ad ogni modo, ne La mostra delle atrocità prosegue l’attenuazione - se non la scomparsa - di elementi fantascientifici tradizionali, operazione già da tempo avviata dall’autore. Anche il linguaggio è plasmato allo scopo: asettico, tagliente, quasi respingente, alieno da ogni letterarietà e anzi teso alla proposizione di modalità espressive di solito ritenute inadatte alla narrativa. Il tutto confluisce in una dirompente e interminabile analisi di ossessioni contemporanee in cui si rincorrono e si incrociano, come idee fisse, l'assassinio di Kennedy "considerato come una gara automobilistica in discesa", la morte reiterata di Marilyn Monroe ("Lui ricordò la Vestizione di Ernst: la pelle scavata di Marilyn, seni di pomice scolpita; cosce vulcaniche, un viso di cenere: la vedova di Vesuvio"), la rinoplastica della regina Elisabetta ("Le tecnologie della scienza moderna, la chirurgia estetica in particolare, offrono all'immaginario del pubblico televisivo uno strumento formidabile con cui smontare e rimodellare i suoi sogni ad occhi aperti")... E inoltre le fantasie sessuali collegate a Ronald Reagan, le torture della guerra nel Vietnam, la stimolazione sessuale attraverso notiziari di atrocità ("Sono stati condotti studi per determinare gli effetti dell'esposizione prolungata a notiziari tv riguardanti torture inflitte ai Viet Cong: a) combattenti maschi; b) ausiliarie; c) bambini; d) feriti. In tutti i casi si è registrato un forte aumento nell'intensità dell'attività sessuale...") In definitiva: la messa a nudo del nostro corpo, lo scambio tra le nostre viscere e il nuovo paesaggio massmediale-tecnologico ("le icone neuroniche sulle autostrade spinali"). I personaggi appaiono oggetti privi di dolore e amore, trasportati alla deriva da una corrente di immagini e sensazioni impazzite, che fissano il sesso nel metallo, i sentimenti nell’inorganico, la vita nel nulla; lo scenario è un patchwork di oggetti figli della odierna tecnologia, quegli stessi che per Ballard vanno a formare i nuovi segni zodiacali del nostro immaginario. A che servirebbero, a questo punto, tematiche espressamente fantascientifiche? La catastrofe è già ovunque, quindi in noi. Non per nulla l’Autore fu tra i primi ad annunciare la "morte" della fantascienza.

Vittorio Catani

Foresta di cristallo, 1966

Di giorno uccelli fantastici volavano per la foresta pietrificata e coccodrilli tempestati di gioielli scintillavano come salamandre araldiche sulle sponde del fiume cristallino.

Di notte l’uomo illuminato sfrecciava tra gli alberi, le braccia come ruote dorate, la testa come una corona spettrale…

Considerato da molti il migliore romanzo di Ballard, "Foresta di Cristallo" è probabilmente l’opera in cui l’esposizione narrativa del concetto di inner space raggiunge i livelli più elevati.

Il dottor Sanders si reca in Africa Centrale per raggiungere un amico, in seguito ad una lettera di aiuto. Giunto lì non trova un mondo ordinario, ma si ritrova in un ambiente surreale, "congelato" da una strana malattia, che ha il potere di intrappolare piante, animali, oggetti e persone in cristalli, rendendoli "senza tempo" in una stasi di eternità.

I protagonisti del romanzo, Sanders e gli altri personaggi principali, vivono una situazione di difficoltà psicologica, dovuta agli accadimenti della propria vita: questa difficoltà ed i tormenti irrisolti ad essa legati, si sviluppano parallelamente allo sbigottimento provato davanti alla forza misteriosa che congela il mondo attorno a loro. Nel volume di critica "Nei labirinti della fantascienza", il collettivo "Un’ambigua utopia" scrive: "lo sconvolgimento dell’ambiente rimanda a, anzi è, lo sconvolgimento della psiche. Ancora una volta il rifiuto del "nuovo mondo" significa soltanto incapacità di capire la trasformazione e la sua origine".

Lo sviluppo narrativo del romanzo, apparentemente catalogabile come "avventura", diventa allora racconto del faticoso viaggio di ogni protagonista verso uno stato di risoluzione dei propri conflitti interiori, aiutato dall’esplorazione di questa strana foresta.

L’azione, che si svolge lenta e misurata, metafora del percorso graduale che ogni persona deve affrontare per liberarsi dalla prigionia di un problema psichico, è supportata da un linguaggio asciutto, freddo e allo stesso tempo teso e distaccato, che valorizza ogni singola frase come un tassello di un puzzle di immenso fascino.

Marco Mocchi

Deserto d'Acqua (The Drowned World) 

Prologo alla recensione (se mai ne è esistito uno).

Era il 1984 (o il 1985? Mah!) e tornavo da Lucca Comics. I viaggi erano soprattutto per via ferroviaria, normalmente scomodi e non troppo celeri. Presi quindi la direzione del Tirreno, una linea secondaria, composta da tanti trenini destinati alla pensione.

Con me, proprio per parare la noia del viaggio, mi ero portato un vecchio Urania originale scovato per caso in uno scatolone di un trasloco, probabilmente proprietà di un lettore occasionale di fantascienza.

La copertina di Karel Thole era (è) bellissima, molto pittorica (la statua di un angelo in primo piano, bianca, immersa in un'atmosfera monocromatica e fascinosa), usurata ai lati e forse ancora più bella per questo, ancora più esplicita dell'atmosfera esotica e decadente del testo. Ricordo ancora - e qui termino - un terribile assordante attraversamento dell'Appennino su una di quelle carrozze locomotrici che ancora utilizzavano la nafta come carburate (quelle a righe bianche e azzurre, per intenderci). Alla fine il rumore, come il tempo, che si annullò nella lettura del romanzo, trasfigurato dalla vegetazione in continua espansione, un caldo sempre più afoso e opprimente e motori di mezzi anfibi.

Non ricordo l'ora del mio ritorno a casa.

La recensione

In un futuro prossimo (forse il passato), a causa di una catastrofe astronomica, la vita sulla Terra si è modificata radicalmente. La temperatura del pianeta - diventata insopportabilmente calda in modo repentino - è in continuo aumento e costringe gli esseri umani, assai ridotti di numero e ormai sterili, a sopravvivere attorno circolo polare artico. Tutto quello che era memoria dell'uomo - edifici, cose, terreni - viene inesorabilmente assorbito da una giungla tropicale e coperto dall'acqua paludosa, innalzatasi a causa dello scioglimento dei ghiacci, riproponendo così una situazione ambientale assai simile a quella del periodo fra l’era Paleozoica e l’era Triassica.

Limite settentrionale di quella che noi consideriamo attualmente fascia temperata dell'Europa (poi si scoprirà che ci troviamo dalle parti di Londra). Il dottor Kerans, biologo, è testimone e insieme parte di questo maestoso cambiamento.

In tale contesto l'autore innesta l'idea che fungerà da leit-motiv per tutto il libro, introducendo il concetto di viaggio a ritroso nel tempo ancestrale non solo fisico, ma anche e soprattutto mentale. Il protagonista, come altre figure del romanzo, sogna il suo ritorno ad uno stato primitivo, di rettile, e il suo desiderio preponderante è quello di seguire il caldo e il sole. Alla fine questa sua insopprimibile tendenza si realizzerà veramente e la sua integrazione col nuovo mondo si completerà, fra ostacoli e circostanze concomitanti.

Dei suoi romanzi questo, insieme a "Foresta di cristallo", è quello dove la sua vena fantastica si evidenzia e raggiunge livelli mai più raggiunti. Si delinea la sua attitudine all'utilizzo di pochi personaggi "simbolici" (un teatro nel romanzo), al ristabilire la società più consona all'uomo, che è quella tribale, incentivate e amplificate dal suo tipico stile obiettivo, senza empatia, in base al quale i questi personaggi si definiscono attraverso le loro azioni e, specificatamente, nel modo in cui si rapportano al nuovo ambiente (che si rivela sempre più ostile e sottilmente intrigante). Da notare, poi, quanto costoro ricordino curiosamente gli eroi un po' bidimensionali delle storie d'avventura degli anni '50. Eroi perché dichiarino fino in fondo le loro convinzioni e le loro attitudini. A fronte del biologo introverso e apatico, conosceremo allora il colonnello Riggs, sempre pronto all'azione ed intenzionato a far valere con tutte le sue forze la predominanza dell'attività umana, oppure la sua variante impazzita incarnata da Kenal e i suoi coccodrilli addomesticati. Oppure Beatrice, delicata figura femminile alla Edgar Allan Poe, che sembra estrapolata direttamente dall'antologia Vermillion Sands.

E poi l'acqua, portatrice questa volta di morte e entropia, che comanda i destini e le menti (come nel capitolo del prosciugamento della laguna: si osservi come reagisce Kerans all'avvenimento, che dovrebbe avere in verità un'accezione positiva) degli uomini.

Al di là dell'elemento fantascientifico (Ballard non approfondisce l'argomento, anzi lo delega ad una spiegazione affrettata), il romanzo si mantiene di qualità elevata per la capacità di coinvolgere il lettore e il parteggiare continuamente per il Kerans apatico e fatalmente destinato all'annientamento, e che tuttavia è colui che incarna l'uomo del futuro - di quel futuro (Così se ne andò dalla laguna e rintrò nella giungla. Dopo pochi giorni si era completamente perduto seguendo le lagune verso sud in mezzo alla pioggia e al calore crescenti, attaccato da alligatori e d pipistrelli giganti, un secondo Adamo alla ricerca dei paradisi perduti del sole rinato ), un paradiso, appunto, in cui la madre natura ritorna a essere padrona, dopo essere stata dissanguata e abbruttita dai suoi figli più illuminati.

Questo, in fondo, è l'assunto che contraddistingue tutti i suoi romanzi cosiddetti "delle catastrofi".

Antonio Folli

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