Due donne in riva al lago

Vittorio Curtoni

PRESENTAZIONE

Correva l'anno 1968. Il primo fandom italiano, per quanto già in stato di pre-agonia, riusciva ancora a creare cose interessanti. In particolare, "Sevagram", la fanzine allestita da Riccardo Valla che è forse il risultato migliore prodotto in quel periodo dagli appassionati italiani: sagace, competente, informatissima. Un più che degno preludio alla vita e all'opera del Riccardone nazionale.

  Tra le altre cose, "Sevagram" ospitava il celeberrimo articolo di James Ballard Which Way to Inner Space?, ovvero Da che parte è lo spazio interno?, uno dei rari manifesti della fantascienza, una dichiarazione d'intenti e obiettivi per la New Wave inglese. In quell'articolo, Ballard diceva che al momento il soggetto più stimolante per un racconto che gli frullasse per la testa era l'indagine sui rapporti tra un uomo e una ruota da bicicletta. Solo che, a quanto mi risultava, quel racconto lui non lo aveva mai scritto. Decisi di provvedere io.

  Ottenni da Valla l'indirizzo di Ballard (Riccardo era in contatto col grande autore inglese) e gli scrissi. Ballard, perfetto gentleman, mi rispose autorizzandomi a scrivere il racconto. Mi sarebbe piaciuto pubblicare qui il testo della sua breve (ma quanto emozionante per me) lettera, però ahimè non sono riuscito a ritrovarla nella confusione che regna tra le carte del mio studio: o è andata persa per sempre, o è solo momentaneamente smarrita. Dovrete fidarvi sulla parola.

  E così scrissi Due donne in riva al lago, che fu pubblicato sul numero 153 della rivista romana "Oltre il Cielo". La data di copertina dice novembre-dicembre 1969, ma ricordo che in realtà il fascicolo uscì più tardi, nei primi mesi del 1970: "OiC" aveva vita difficile, e la sua periodicità non era esattamente regolare.

  Sono anni che non rileggo questo racconto. Non l'ho riletto nemmeno prima di spedirlo a "Intercom"; mi sono limitato a fotocopiare il testo e inviarlo a Roberto Sturm. Me lo rileggerò ora in edizione telematica. Spero abbia retto almeno parzialmente al trascorrere dei decenni. A differenza di tanti altri miei racconti sui quali in tempi recenti sono tornato a lavorare per l'edizione in nuove antologie, non mi è parso giusto apportare modifiche a questo: era un omaggio a Ballard, alle sue idee, alla fertilissima rivoluzione che ha saputo organizzare all'interno della fantascienza, e gli omaggi non si toccano.

Vittorio Curtoni


Questo racconto è per Sandra, Pigi e Gianni

Osservando minuziosamente il paesaggio: un ponte in costruzione alle sue spalle. Pilastri d’acciaio brunito sorreggono la enorme mole di cemento interrotta bruscamente a circa due terzi della estensione totale. Un cartello verde, decorato con figurine anatomicamente perfette d’angeli, pende, scolorito dal vento, dalla sommità del terzo pilone partendo da destra.

Una lente d’ingrandimento si divertirebbe volentieri a scoprire le facce libidinose degli angeli. Uno di essi e Cassius Clay, e stringe tra le mani nere e paffute un lecca-lecca totalmente rosso. Di fronte a questo s’arrampica su una liana grigio cenere, composta per lo più di sterchi di vacca, l’angelo Jagger, ruotando veloce con la mano libera la testa del fratello giallo a lui vicino.

Ma in alto, alla sommità del cartello, l’angelo reggicartiglio ha il viso irriconoscibile, slavato dalla pioggia. Soltanto i suoi occhi hanno resistito alla violenza del tempo, e cercano inquietamente il resto del corpo. Le mani ancora enormi si protendono in un gesto protettivo verso il cartiglio, in cui campeggiano lettere a caratteri gotici in colore bruno, e dicono: In costruzione. Pericolo.

 

Descrizione rigorosa dell’uomo.

Egli è steso sulla sabbia a pancia in giù. Indossa soltanto un paio di pantaloni gialli a scacchi blue, con risvolto. La schiena è invece completamente nuda, esposta ai raggi del sole che campeggia col suo morbido disco nel cielo vuoto di nubi.

Il suo viso affonda nella sabbia, bocca ed occhi ancora chiusi. I capelli sono neri, ma sembra talora che un riflesso argenteo li faccia brillare, come se avesse dei lustrini. Le mani stanno pacificamente appoggiate sullo strato fragile della sabbia, con le palme aperte. Brevi tracce di sporco gli rigano le unghie, a scatti.

Il suo viso ancora non può vedere, perché giace sempre nella sabbia, e tuttavia di fronte a lui, affondata anch’essa in quello sterminato mare d’oro, è una ruota di bicicletta. I suoi raggi sono arrugginiti, e lo stesso il cerchione, le viti, i bulloni. Soltanto il pneumatico sembra preservato dall’azione della ruggine, anche se appare chiaramente sgonfio, quasi privo di vita.

Lentamente egli si pone le domande.

 

Ricordando anzitutto il lago. Lo specchio d’acqua irradiava pigramente la propria verde essenza tutt’intorno. C’era una calma così totale, in quel lontano tempo in riva al lago, da sentirsene inebriati. Certamente per colpa della brezza leggera che cantava monotone melodie sul viso, o forse per quel silenzio impenetrabile, che neppure le parole potevano spezzare.

"E così," diceva la donna più giovane, "dopo tutto sei finita qui."

Ma in fondo l’altra restava indifferente nell’abbraccio dell’acqua, senza preoccuparsi di nascondere il corpo, che nudo galleggiava sulle onde. Senza libidine.

 

In un primo momento, dopo aver visto la spiaggia, il mare, il ponte, egli si rifiutò di credere all’esistenza di quel momento. Chiuse semplicemente gli occhi più forte di prima, e continuò a ripetersi che tutto quello non poteva realmente esistere. Così quando li riaprì credette di essere in un posto diverso, ma dovette ancora percepire il rumore lontano della risacca d’oro della sabbia, e quel frammento rugginoso di realtà affondato come lui in un determinato continuum. L’afferrò la concretezza esistenziale.

 

Seduto ora sulla spiaggia, mentre una delle sue mani brancica inconsultamente alla ricerca d’una presa sulla ruota, si ripete con metodica precisione il cogito ergo sum, cogito ergo sum, cogito ergo sum. Sua netta impressione: caldo il sole, freddo il vento, però. Oggettivamente guardando le cose non gli resta da concludere che l’inesistenza del vento stesso, e tentando quindi d’applicare ad esso la cartesiana formula farlo esistere.

Immagina d’essere il venti e di pensare. Quindi d’esistere.

 

Brevemente l’angelo reggicartiglio esamina con lucidità i visi dei suoi colleghi. Ridotte a pure funzioni pittoriche, essi si agitano incompostamente alla ricerca d’una realtà effettuale evidentemente impossibile in partenza. Se avessero un cervello e se ne stessero cupamente seduti sulla veranda di una qualche vecchia casa di campagna, probabilmente s chiederebbero da dove vengono e cosa fanno e chi sono.

Mentre in un lampo atono si perde nel nulla il ponte.

 

Ancora sul lago.

Restarono a nuotare finché non venne buio, e quando ormai nel cielo si spandeva il chiarore latteo di Selene le loro mani nude accesero un fuoco vermiglio. Sopra ci misero un grande tegame di rame, dove bollirono invano chiedendo pietà i resti ormai straziati di un pollo e qualche bistecca.

Divorarono tutto con gusto primitivo, mangiando la carne senza pane. Ancora nude, non sentivano freddo né caldo, perché c’erano vento e fuoco. La donna più giovane si tormentava senza un motivo il morbido capezzolo del suo seno destro, ed osservando le nudità dell’altra le veniva una gran voglia di ridere.

Tutto questo fino alle undici di sera.

 

Un gran rombo improvviso alle sue spalle. Mentr’egli s volta con ponderata sveltezza, lo accecano i fari in pieno giorno della jeep che avanza ballonzolando sulla sabbia, e le grida dell’uomo lo raggiungono a sprazzi.

"Se ne vada, disgraziato," gli urla. "Se ne vada in fretta. Dobbiamo costruire."

Certamente il ponte alle sue spalle. Piantato lì a più di metà, necessita d’una logica conclusione. Da un punto di vista matematico ciò è giusto, ma da un punto di vista etico il problema si presenta molto complesso, per le intime connessioni che ha con la ruota, lui, e tutto il resto.

 

Appena sveglio, lo prese il desiderio implacabile di dare una motivazione logica a tutto.

"Se sono qui," pensò, "ci deve essere un motivo.

Così si diede a cercare con piglio deciso il perché della sua determinata presenza in quel luogo, in quel momento. Osservò minuziosamente l’orologio che aveva al polso, fermo ormai da molte ore; guardò la spiaggia, il mare, la ruota.

Essenzialmente nulla lo legava alle altre cose. Se un uomo in un certo istante si trova in un certo luogo è solo perché è così, niente di più. Ma se invece lui non avesse voluto trovarsi lì, in un altro posto piuttosto, lo avrebbe potuto?

 

Naturalmente ancora il lago. Perché anche se la sera è scesa e le due donne non nuotano più nelle sue acque, ciò non vuol dire ch’esso sia diminuito d’importanza. Un lago forse di montagna, contornata da una breve spiaggia, di ciottoli tondeggianti, dove ancora s’innalza al cielo il fumo delle sigarette delle due donne.

Le due donne, nude, in riva al lago. Sono le undici di sera. Chiacchierano blandamente, lasciando che un sottile strato di vento notturno porti via le parole e le disperda lontano. Hanno gli occhi chiusi, e stanno sdraiate sul tappeto non troppo morbido dei ciottoli non aguzzi. Soltanto adesso un brivido di freddo s’insinua nelle loro pelli, a tradimento.

La più giovane ha smesso di tormentarsi il capezzolo. Pensa.

 

Prendendosi con pervicacia la testa tra le mani, l’ossessione sempre ripetentesi del ricordo e delle supposizioni non lo abbandona. Soprattutto lo indispone la ruota arrugginita piantata davanti a lui, affondata per metà nella sabbia.

Una ruota da bicicletta arrugginita, col pneumatico appassito. Una ruota abbandonata o messa lì da chissà quali remotissime ere, certo in funzione della sua presenza d’oggi, di questo preciso momento che involvendosi ed evolvendosi sfuma nell’attimo stesso della definizione. Qualcosa la lega a lui, la stessa cosa che lo lega a lui, la stessa cosa che lo lega ad essa, la intima essenza del loro reciproco rapporto.

 

Dietro di lui, appena un poco oltre le sue spalle, il cartello verde col cartiglio a caratteri gotici è caduto sulla spiaggia. Nessuno ha osservato il suo modico volteggiare, quasi allampanato, mentre s’abbandonava al gioco delle correnti.

E pilastri, ponte, cemento, cartello appaiono-scompaiono, scompaiono-appaiono, in una successione di corti lampi atoni moderatamente visibili. Il ponte è tuttora in costruzione.

 

L’omone scese con un ultimo grido dalla jeep, lasciando il motore acceso. Gli si piantò davanti con aria feroce, costringendolo ad alzare il capo per guardarlo.

"Allora, se ne vuole andare o no?" Vedeva con la coda dell’occhio il ponte, ma gli sembrava lontano.

"Perché tanta insistenza? Dovrete lavorare un bel po’ prima d’arrivare fino a me."

Quello scuoteva la testa con decisione, e pestava col piede la sabbia davanti a lui, per ribadire il concetto che gli usciva dalla bocca.

"Dobbiamo costruire qui, signor mio. Qui. Qui."

 

Succede che alle undici di sera alla giovane donna viene voglia di nuovo di gettarsi nell’acqua. Con uno sguardo in tralice controlla il corpo della sua compagna e fa un passo esitante verso il lago. Getta il mozzicone di sigaretta nello specchio tranquillo, e se ne resta lì a fissare quella quiete, con un indefinito desiderio di congelarsi a contatto della fredda acqua.

"Ancora un bagno?" mormora perplessa l’altra. "Per carità! Ho sonno."

 

Parlando In termini di dinamica: se io ho due corpi ad una distanza R l’uno dall’altro, posso determinare la reciproca attrazione tramite l’equazione esprimente l’universale legge di gravità. L’uno esercita sull’altro un’attrazione pari a quella esercitata dall’altro sull’uno.

"E dunque," pensa, "questa ruota m’attira verso di sé come io l’attiro verso di me. Tolta essa io sarei più libero, meno vincolato a specifiche leggi fisiche di valore universale.

La scoperta lo inorgoglisce. Afferra decisamente la ruota con entrambe le mani, tentando di estrarla dalla massa di sabbia in cui è affondata. Suda, impreca, s’affatica – ma l’oggetto non cede.

 

Un uccello notturno lanciava il suo malinconico richiamo dai rami di uno degli alberi lì attorno. Infastidita, la donna più vecchia balzò in piedi, dandosi da fare attorno al fuoco per riattizzarlo.

"Sei sicura che verrà?" chiedeva all’altra. "Non vorrei aver aspettato tutto il giorno per niente."

Sguazzando nell’acqua gelida, cercando di mascherare una profonda sensazione di disagio sotto il riso, la giovane le rispose.

"Se non verrà, andremo noi," disse.

 

Con un rantolo la ruota cede. Affascinato egli guarda il corvo nero che essa nascondeva sotto di sé. Un nero corvo con le ali aperte su una nidiata d’uova pallide, i cui contorni affatto incerti sono delineati spietatamente dal calore ormai abbagliante del sole.

Un corvo sotto una ruota. Una ruota sopra un corvo. E lui che guarda tutto ciò, ignaro del ponte alle sue spalle. L’essenza, eccola – tutta lì.

 

"Aspetti un attimo," disse all’omone disceso dalla jeep. "Lei vorrebbe farmi credere di dover costruire il ponte qui, quando è almeno un chilometro dietro alle mie spalle. Crede di prendermi in giro?

L’omone ruggì.

"Un chilometro dietro di lei? Ma è pazzo, completamente pazzo! Guardi un po’ l’ultimo pilone di sostegno.

Lo sapeva già. Quell’assurdo pilone metallico affondava le sue radici morte nel suo ventre, penetrava dolorosamente nel suo corpo. Lui, povero essere umano, inerme, indifeso, faceva da base ad un pilone che faceva da base ad un ponte automobilistico in mezzo a una spiaggia.

"Mi levi di dosso quest’obbrobrio, per piacere. Mi fa male.

 

Avviarsi all’epilogo.

La donna più anziana consultò l’orologio. Era tardi. Erano già le dodici passate e loro erano ancora lì, ad aspettare. Chiamò l’altra.

"Esci, avanti. Non ho intenzione di restare un secondo di più in questo posto."

"Ma è presto! C’è ancora tanto tempo."

La ragazza si portò ansiosamente sulla riva del lago, vedeva a malapena il viso affilato dell’altra, ma sentiva con delirante nettezza la sua ferrea volontà di agire. Le spiaceva lasciare quel posto, quell’acqua, solo per una cosa talmente banale.

"sei una sporcacciona!" Gridò.

 

Inevitabilmente s’avvera la confluenza degli elementi. In questo momento egli sta ancora osservando il volo sicuro del corvo, che s’è alzato dopo essere restato a lungo a fissarlo nel viso, abbandonando su quel lembo di spiaggia le sue uova bianche. Da cui nasceranno milioni, miliardi di vite, per perpetrare l’universale gioco.

Essere o non essere, questo è il problema.

E ritorna ormai conscio alla primitiva posizione, lasciando che di nuovo il suo viso dai lunghi capelli neri s’affondi nell’oro della spiaggia, aprendo le mani all’antica posizione di rilassamento.

 

Il sole batteva a perpendicolo sul suo capo. Stava sdraiato con in ventre all’insù, mentre l’enorme pilone d’acciaio gli gravava sul corpo, si fondeva a poco a poco con le sue cellule, mescolando il vivente al morto, l’inorganico all’organico.

"Io so," disse all’omone che rideva del suo dolore, "che l’unica che ci tiene assieme è la realtà, il fluire degli eventi. Io so tutto questo e potrei anche provarglielo, ma non ne ho voglia.

"Non mi lascio incantare da fisime metafisiche! Lei vorrebbe che io le levassi dalla pancia il pilone, mettendomi magari al suo posto, solo per conoscere una pretesa realtà universale. Sta fresco!"

 

Posandosi lieve su di lui, l’angelo reggicartiglio dal volto consumato e dalle grandi mani adunche gli gettò gli occhi sull’iscrizione. Lesse: In costruzione. Pericolo.

Non c’era nessuno ad ascoltarlo. Urlò ugualmente.

Niente. Non gli restava che piangere.

 

Vide appena il corpo già consumato della donna anziana. I suoi occhi erano attirati solo dalla ragazza, che gli mostrava i seni dall’alto della ruota.

"Siamo venute per fare l’amore" disse la donna anziana. "Dovrai possederci tutte e due prima che il sole cada dietro l’orizzonte. Non hai altra possibilità.

"Sorelle mie," pensò, "io vi conosco. Vi conosco da quando esisto. Vita, Morte, voi vi fondete in un tutto unico, e mi volete. Ma perché?

E però sapeva chiaramente di sbagliare. L’interpretazione troppo facile dei simboli gli procurava un nodo di disagio alla gola. No, certo non erano esse Vita e Morte, sarebbe stata un’idiozia.

 

Un breve lampo atono, e la pressione del pilone su di lui scompare. Rapido egli si alza, e fugge via, verso il lago, catarticamente teso verso di lui con le sue braccia liquide.

"Aspetti, aspetti!" gli grida dietro l’omone. "Lei non può assolutamente andarsene in questo modo. Farà crollare tutto il ponte.

"Me ne frego, amico mio. Si metta lei a sostenere quest’ultimo pilone. Il mio turno è finito.

 

Certo, gli viene da ridere. Ma l’altro si sta effettivamente sdraiando sulla spiaggia, là dove prima era lui, e tra poco ci sarà un altro lampo incolore, il ponte ricomparirà, l’uomo sosterrà tutto.

In un rapidissimo fluire di sensazioni, ancora corre.

 

"Il tuo nome, ragazza?"

"Che t’importa?"

Lei s’alzò dal suo abbraccio, con un sospiro di soddisfazione.

 

"Adesso prendi lei."

"Oh, no davvero. Non voglio."

"Era nei patti."

I Patti, i patti! Che importanza possono mai avere?

"Dimmi un po’ chi me li farà rispettare."

Lei gli carezzò come in estasi i capelli, mentre la vecchia proiettava ombre inconsuete con la ruota, e solo di sfuggita gettava occhiate a loro due, per vedere se avessero finito o no.

"Sarai costretto a rispettarli. Tu sei qui."

 

Fresca e salata l’acqua. Vi si getta con un ansito, respingendo indietro il tremito rabbioso che gli scuote le membra. Nuota veloce, con stile, lasciandosi dietro una scia incandescente di spuma.

Davanti a lui è la ruota. Essa galleggia con movimenti graziosi sull’acqua, mentre la ruggine scompare. L’afferra, la tasta, la rigetta lontano con uno scatto delle braccia. Niente gli fa più paura.

 

Sollevò la testa dalla sabbia, in un’altra sequenza. Il sole splendeva crudamente sulla sua testa. E c’era la ruota arrugginita piantata nel terreno, e seduto sopra di essa l’omone-la donna vecchia-la donna giovane-il corvo–lui stesso, fusi assieme in un unico ente.

Venne la luna, e fu notte. Il sole splendette solo per un poco, poi sparì, riapparve, sparì di nuovo.

Le automobili passavano rombando forte sul ponte dietro di lui, dal quale un angelo reggicartiglio s’affannava inutilmente a far notare quel cartello sbiadito dal tempo.

In costruzione. Pericolo.

 

"Io so," si disse, "che l’unica cosa che ci tiene assieme è la realtà, il fluire degli eventi. Ci costruiamo noi stessi il rapporto con le altre cose. IO ho creato la ruota, l’omone, la donna giovane e quella vecchia, il corvo, la spiaggia, il mare. Io posso annullarli.

Gli altri lo guardarono ridendo. Adesso se ne sta da solo, con il viso affondato nella sabbia, mentre davanti a lui la ruota proietta le sue ombre su quel tappeto dorato.

 

Il pilastro d’acciaio gli grava sul ventre. Sente un dolore enorme formarsi alla testa, penetrargli dentro fino alle sue ultime fibre. L’angelo reggicartiglio lo avverte.

 

"Basta!" gridò. "Cementatemi in una realtà! Per pietà."