Vento di quiete

Roberto Sturm

a James G. Ballard

 

Sotto il vulcano

John Randall uscì dalla veranda del Motel quando ancora il chiarore dell'alba era meno di una fioca luce dietro l'orizzonte. Indifferente al paesaggio circostante, lo psicologo spostò lo sguardo verso il vulcano che si stagliava, come una tetra torre di cristallo nel deserto, a est dell'immensa pianura di pietra lavica, fino a quando, dopo un caleidoscopico gioco di colori che sembrava preso dalla migliore tradizione dei pittori surrealisti, la luce fiammeggiante del sole non gli oscurò la vista.

Il pennacchio pigro e scuro del vulcano rivelava, fin dal giorno in cui erano arrivati, attività all'interno delle viscere della terra. Randall indossò le lenti a specchio, fissate su una montatura metallica molto in voga in quel periodo, e fece per sedersi a terra per osservare il sole nascente.

-John!- Fu la voce di Teresa a chiamarlo.

Si voltò con espressione disgustata verso la neurologa, osservandone i dolci lineamenti e le forme sinuose, come soprammobili in stile avanguardia snelli e affusolati, modellate dall'abito nero lungo e attillato. Le spalline, troppo generose, rivelavano dalla scollatura il piccolo seno sodo della dottoressa.

Erano tre notti di seguito, da quando cioè si erano stabiliti nel Motel abbandonato, che lei dormiva nella camera di Hudson, tradendo di fatto il loro tacito accordo che prevedeva una notte a testa.

La sua espressione di disgusto svanì quando Teresa, avvicinandosi, gli chiese: -Randall, ma che è successo al terreno, stanotte?-

Lo psicologo abbassò il viso verso terra, notando alcuni piccoli crateri che sembravano formati da schegge di una meteorite impazzita.

-Cosa c'è?- sopraggiunse Hudson cingendo la vita di Teresa con un gesto goffo, come a ribadire il suo predominio sulla donna.

-Non lo so,- Randall rialzò il viso. -Forse il vulcano.- Disse vago.

Il suo sguardo incrociò quello del neuropsichiatra, sempre più assente e spento. Gli occhi spiritati, sembrava un anima in pena in attesa del Giudizio Universale.

-Lo hai visto stamattina?- chiese alla dottoressa Puertos fissando Hudson.

-Sì, sta migliorando- disse poco convinta mentre un'impercettibile smorfia le piegava le labbra.

Bill Hudson cominciò a vagare senza una meta, come un puledro che avesse smarrito la strada, apparentemente disinteressato al loro discorso. Si comportava sempre così quando John e Teresa cominciavano a parlare del suo stato di salute.

-Guardalo là,- lo indicò Randall con un cenno della testa –E’ sempre più distante.-

-Basta con queste diagnosi sommarie, ti assicuro che sta migliorando, Randall. Smettila di farti condizionare dai tuoi pregiudizi,- gli rispose la neurologa chiaramente urtata.

Questi scambi d’opinione erano divenuti quotidiani da quando la situazione di Hudson si era aggravata.

-Deformazione professionale, intendi dire? No, la mia è solo un'obiettiva valutazione dei sintomi,- ribatté Randall, per niente intimorito dal comportamento aggressivo della neurologa. -E che mi dici delle tre notti consecutive passate con lui?- le gridò.

La dottoressa Puertos si voltò appena: -E' Bill che ha più bisogno di me, in questo momento- disse, continuando a seguire il neuropsichiatra con gli occhi, come fosse ipnotizzata da quella figura che prendeva sempre più le pose di uno schizofrenico.

-Vuoi dire che ha bisogno di un supporto umano?- la sua voce uscì roca ma tagliente.

Hudson inciampò in una delle numerose buche del terreno e Teresa si mosse verso il neuropsichiatra senza rispondergli.

Un'altra giornata era iniziata, là sotto il vulcano.

 

Il Motel abbandonato

Randall fece una ricognizione intorno al Motel. La zona circostante era come chiazzata da migliaia di crateri, miniature del vulcano rovesciato, e lo psicologo non riuscì a trovare altra spiegazione al fenomeno se non l'attività sotterranea delle viscere più profonde.

Si chinò a raccogliere un po' di terra sbriciolata all'interno di un piccolo cratere, che si fece passare tra le dita, cercando di spiegarsi almeno il comportamento attuale di Teresa.

Come sembravano lontani i tempi in cui lui, psicologo, la dottoressa Teresa Puertos, neurologa, e il dottor Bill Hudson, neuropsichiatra, avevano deciso di studiare insieme alcune forme di malattie mentali e nervose più gravi. Mediante una stretta collaborazione, coordinando le loro diagnosi, i loro pareri e le loro terapie, erano riusciti a ottenere risultati impensabili su pazienti che sembravano ormai prossimi a un inevitabile intervento chirurgico che avrebbe causato deficienze mentali irreversibili.

Il loro ménage a trois di livello professionale si era successivamente esteso anche a livello sentimentale.

La dottoressa Puertos era di origine ispano-portoghese - capelli e occhi scuri, carnagione chiara con leggere efelidi che le ricoprivano il volto e le braccia, labbra carnose -, una bellezza sui generis, quasi luminosa, che aveva colpito entrambi. Il triangolo era cominciato quasi per scherzo, come conseguenza a una battuta di Randall, ma era decollato immediatamente con la giovane donna che sembrava la più entusiasta della loro avventura trasgressiva.

Improvvisamente, dopo circa tre mesi, Hudson aveva cominciato a dare segni d’instabilità mentale, trascinando la loro relazione professionale e sentimentale in un apparente stato di stallo. Decisero di chiudere lo studio medico e di prendersi un lungo periodo di vacanza girando senza una meta precisa, sperando che le condizioni del neuropsichiatra migliorassero.

Hudson, effettivamente, era il punto di equilibrio del loro rapporto, professionalmente a metà tra la neurologa e lo psicologo e caratterialmente l'unico che tendeva a mediare tra le diverse posizioni.

Non appena si era manifestata la sua malattia, infatti, i problemi erano sorti immediatamente, e proprio sul suo caso. Teresa parlava di depressione di natura ansiosa che stava facendo regredire Hudson allo stato infantile mentre John aveva diagnosticato una distimia di origine depressiva che stava facendo regredire progressivamente Hudson verso una condizione pre-natale.

-E' la vita il suo male,- aveva sentenziato Randall.

-Non dire sciocchezze, John,- gli aveva risposto Teresa.- E' anche colpa nostra, lo abbiamo sottoposto a troppo stress, sempre sotto pressione per mediare le nostre diverse posizioni sui pazienti.-

-Non credo,- replicava Randall, aggrottando le sopracciglia in segno di disapprovazione. -E' successo dopo qualche mese dall'inizio della nostra relazione, non è vero?-

Così mentre Teresa bombardava Hudson con dosi massicce di antidepressivi a base di triciclici, per cercare di estraniarlo dal processo depressivo di carattere ansioso, Randall riteneva che un minimo di amilsupride, sostenuto da un'adeguata psicoterapia, potesse sortire effetti migliori e meno devastanti. Bisognava combattere il suo senso di disagio, di alienità rispetto al mondo e non la sua ansia.

-Fra poco dipenderà completamente dai farmaci- rimproverava spesso a Teresa per farla desistere.

-Senza i farmaci fra poco si troverà in sala operatoria per una lobotomia parziale di deprivazione sensoriale,- ribatteva lei che intanto aveva preso decisa in mano le redini della malattia di Hudson.

Entrambi accusavano l'altro di non valutare obiettivamente la patologia del neuropsichiatra.

-Tu vorresti curare sempre a parole, non è vero?-

-Io vorrei evitare bombardamenti a tappeto quando sono inutili e controproducenti. Soltanto questo.-

I loro visi si contraevano sempre più, ogni giorno più tesi, come maschere di statue che da un momento all'altro sarebbero crollate senza Hudson che assemblava e riorganizzava le loro diagnosi e le loro terapie.

Randall si rialzò, abbandonando quei pensieri. Gli venne in mente di non aver visitato ancora l'interno del Motel, a parte la stanza che aveva occupato al suo arrivo, e decise di fare un giro all'interno.

Improvvisamente sentì un rumore, come dei rantolii soffocati: si avvicinò furtivo e scoprì il neuropsichiatra disteso a terra, che spingeva la testa contro uno dei buchi del terreno, come volesse entrarci a forza.

Poco lontano, la dottoressa Puertos osservava la scena in silenzio.

In quel momento, il vulcano emise un boato sordo, soffocato e una raffica di vento caldo lo investì in pieno viso.

Randall si allontanò senza farsi vedere.

 

Lo psicologo si tolse gli occhiali a specchio ed entrò nel Motel dalla porta principale, dove troneggiava una vecchia insegna al neon che mancava della M iniziale.

Nella reception c'era un vecchio banco in legno chiaro. Dietro di esso, le caselle per le chiavi delle stanze e i messaggi personali erano desolatamente vuote. Attaccate alle pareti, riproduzioni malconservate di quadri di Dalì erano contrapposte a stampe futuriste. Randall si avvicinò a una riproduzione de La persistenza della memoria in cui spiccavano gli orologi molli, una delle metafore del Tempo del pittore surrealista spagnolo che lo avevano sempre più inquietato, e li tastò come se avessero consistenza, come volesse accertarsi che non si stessero deformando in quel preciso istante.

Prese le scale che salivano al primo piano e si diresse verso il corridoio che portava alle stanze: nella penombra, mulinelli di polvere illuminati dai raggi del sole che filtravano attraverso le serrande sembravano seguire precise traiettorie geometriche. Le porte erano socchiuse e Randall ne aprì una a caso, ma fu investito da un prepotente odore di muffa che, per un attimo, lo fece indietreggiare. Al secondo tentativo entrò risoluto: i letti sfatti, con ancora le lenzuola in fondo al letto, la stanza era illuminata debolmente dalla luce esterna. John si avviò alla finestra per fare più luce e poi cominciò a frugare. Nel cassetto di un comodino notò un piccolo block-notes con i fogli ingialliti dal tempo pieni di appunti indecifrabili mentre dentro l'armadio, nel lato più buio della stanza, trovò una coperta pesante, ormai invasa dalle tarme, un cuscino senza federa e un paio di lenzuola di ricambio. Aprì uno dei cassettoni del comò dove erano sparse, alla rinfusa, alcune copie del New York Times di quindici anni prima. In bagno, oltre agli asciugamano, per terra vide, appena fuori dalla vasca, una rivista di moda. Randall si avvicinò, incuriosito dallo stato di conservazione del giornale, ma quando guardò la data si accorse che era appena di una settimana prima.

-Quattro giorni prima del nostro arrivo c'era qualcuno qui,- mormorò a se stesso.

Riappoggiò la rivista a terra per andare ad avvertire la dottoressa Puertos e mentre scendeva vide, dietro il banco della reception, vecchi giornali pornografici sparsi disordinatamente sul pavimento, con uomini e donne fotografati durante l'amplesso orrendamente mutilati da un preciso lavoro di forbici.

"Hudson!" Pensò Randall. E si fiondò all'esterno, temendo che Teresa potesse essere in pericolo, ma appena fuori urtò violentemente contro qualcuno.

-Mi scusi,- disse chinandosi verso la persona che aveva scaraventato involontariamente a terra.

Gli rispose una specie di mugugno.

Osservando attentamente quel viso da ebete, Randall non poté fare a meno di notare sulla fronte dell'uomo le inconfondibili cicatrici di una lobotomia parziale.

 

Il deltaplano di cristallo

L'uomo dal viso ebete era scomparso in un baleno. Dimostrando un'agilità insospettabile, si era rialzato da terra barcollando ma poi aveva stupito John con il suo scatto.

Né la dottoressa Puertos né tantomeno Hudson si erano accorti di nulla. Randall li vide appartati, i visi quasi a contatto, la neurologa aveva la gonna del vestito arrotolata sui fianchi ed era seduta sopra il neuropsichiatra. La cadenza dei loro movimenti rivelava, senza possibilità d’equivoco, la loro attività. Terminato l'amplesso con due gemiti all'unisono, i due si sedettero sopra il muretto di pietra lavica al loro fianco e Teresa si portò il braccio nel neuropsichiatra al grembo. Gli sguardi fissi verso il vulcano, che in quel momento pulsava di maggiore attività, sembravano abitanti dell'antica Pompei cristallizzati dall'ultima, fatale eruzione.

Infastidito, Randall rientrò dentro il Motel per cercare tracce della presenza dell'uomo. Lo scontro fortuito con quell'estraneo l'aveva comunque rassicurato sulla pericolosità di Hudson.

La sua attenzione fu però attirata da un flebile rumore, come di un motore lontano. Incuriosito, uscì a scrutare l'unica strada che portava al Motel, dove in quei tre giorni non era passata anima viva, ma solo quando alzò lo sguardo notò un puntino appena al di sopra del cratere del vulcano.

Socchiudendo gli occhi e indossando gli occhiali da sole per difendersi dalla luce intensa, vide un deltaplano senza ali librato in volo che si stava avvicinando ma poco dopo si accorse che era provvisto di due ali di cristallo e che il motore era montato su un telaio cromato, scintillante sotto i raggi del sole.

Due minuti più tardi il deltaplano atterrò a un centinaio di metri dal Motel.

 

Il dottor Anderson si tolse il vecchio casco di cuoio e gli anacronistici occhiali da aviatore prima di tendergli la mano. La tuta attillata, sembrava un redivivo Barone Rosso alla ricerca della sua vittima sacrificale. Intorno ai quarantacinque, strinse vigorosamente la mano di Randall.

-Anderson. Dottor Bruce Anderson.-

Il diamante incastonato nel suo incisivo superiore destro scintillò spettrale sotto la luce del sole.

-Piacere. John Randall,- disse lo psicologo incuriosito da quella figura così bizzarra.

-Non sapevo che qualcuno si fosse stabilito nel vecchio Motel, la settimana scorsa ancora...- Anderson lo squadrò, studiandolo attentamente.

-Non ci siamo stabiliti qui, siamo solo di passaggio,- disse Randall a disagio sotto quello sguardo. -Il mio amico ha fatto di tutto per fermarsi quando ha visto il vulcano.-

Entrarono nella reception del Motel e Bruce si avviò verso una nicchia, nascosta dietro una poltrona, da dove estrasse due bicchieri e una bottiglia di bourbon.

-E i vostri amici adesso...-

-Sono fuori, a fare un giro,- disse precipitosamente Randall, interrompendo Anderson come per impedirgli di continuare.

Si sedettero a bere e il dottor Anderson gli disse che era un chirurgo che aveva lasciato il lavoro dopo quasi vent'anni passati all'obitorio a sezionare cadaveri.

-Ero stanco di quella vita,- continuò Anderson, un tic nervoso che gli piegava l'angolo destro della bocca gli lasciava in vista il diamante incastonato nel dente.

-E voi di cosa vi occupate?-

-Abbiamo uno studio medico. Curiamo malattie mentali,- disse Randall togliendosi gli occhiali.

-Siete medici anche voi, allora.-

Prima che Randall potesse rispondere una voce tuonò alle sue spalle: -Io e il dottor Hudson siamo medici. Lui non è medico, è solo uno psicologo- Teresa additò Randall. -Sta tentando di sanare il suo senso d’inferiorità nei nostri confronti cercando di distruggere Hudson. Ma io non glielo permetterò.-

-Dottor Anderson, la dottoressa Puertos e il dottor Hudson, i miei colleghi di lavoro,- fece Randall non scomponendosi minimamente e ignorando volutamente le parole provocatorie di Teresa.

Anderson si alzò quasi impercettibilmente dalla sedia con un leggero cenno del capo. –Piacere,- disse spogliando con gli occhi la figura solare della neurologa.

Hudson prese la dottoressa Puertos per le spalle, cercando di trascinarla all'esterno.

-Scusatemi,- disse la neurologa non riuscendo a liberarsi dalla stretta del neuropsichiatra. Tirando la porta dietro le sue spalle, Teresa spense quel barlume di luce crepuscolare che aveva invaso la stanza.

-Stavo dicendo che il vulcano sembra catalizzare l'attenzione della classe medica. Prima di voi, altri medici hanno sostato in questa zona per diverso tempo prima di ripartire senza preavviso.- Il viso di Anderson si scurì a queste ultime parole.

-Non credo sia questo. Penso che il vulcano, o meglio la zona circostante, richiami l'attenzione di persone con problemi mentali. Ha visto com'è ridotto Hudson?-

-Sì,- disse Anderson riempiendosi di nuovo il bicchiere. -Effettivamente non ha una buona cera.-

-Da quando ci siamo fermati qui il suo stato è peggiorato. Credo che i buchi che si sono formati la scorsa notte sul terreno abbiano influenzato il suo stato di salute. A proposito, lei conosce l'origine di questo fenomeno?-

-No,- rispose Anderson. –E’ successo qualche altra volta ma...-

-Ma?- lo spronò Randall.

-Pensandoci bene,- continuò Anderson con occhi guardinghi -è accaduto ogni volta che qualcuno che si era stabilito qui si è come volatilizzato. Qualche giorno prima, di preciso non ricordo... E dopo la loro comparsa, dei buchi, intendo, è sempre arrivato Joseph...-

-Joseph?- disse lo psicologo socchiudendo gli occhi.

-Allora non lo avete ancora incontrato.-

-No, non abbiamo visto ancora nessuno, oltre a lei naturalmente.-

-Joseph è l'ex portiere del Motel. Un malato di mente ormai inoffensivo, l'hanno lobotomizzato qualche anno fa. Vive nascosto da queste parti e ogni tanto ricompare. I crateri sul terreno devono avere qualche significato per lui,- disse Anderson mentre un lampo maligno gli attraversava il viso.

 

Il cimitero di lamiere

-L'ho visto poco fa, quasi me ne ero dimenticato,- disse Randall notando sul volto di Anderson un moto di soddisfazione. -C'era qualcuno fuori del Motel e io l'ho urtando gettandolo a terra. Aveva due cicatrici in fronte e nessuna voglia di farsi vedere. Doveva essere lui,- concluse martoriandosi i capelli con la mano libera dal bicchiere.

-Sì, è probabile, non è troppo incline alle pubbliche relazioni. Ogni tanto fa delle apparizioni improvvise e fulminee, poi scompare di nuovo.-

-E' sparito dietro il Motel senza che riuscissi a vedere dove andasse. Mi ha preso alla sprovvista, quasi spaventato.-

Anderson si alzò, invitando Randall a seguirlo.

-Se è da queste parti, lo rivedremo presto. Venite,- lo esortò Bruce. -Vi mostrerò cosa mi ha spinto a stabilirmi da queste parti. Ve lo sarete già chiesto, immagino, non è vero?-

Randall si alzò dalla sedia facendo un gesto vago col capo, senza confessare al chirurgo che non si era affatto posto la domanda. La sua mente era presa da altri pensieri in quel momento, dalla strana figura dell'ebete.

-E' solo una passeggiata,- gli disse Anderson, uscendo dal Motel e facendo attenzione ad evitare le buche del terreno che a Randall sembravano aver acquistato profondità. –Vedete,- indicò davanti a lui -dietro quell'enorme duna di sabbia, saranno un paio di chilometri, non di più.-

Camminarono fianco a fianco, il sole del primo pomeriggio a picco su di loro.

-Che mi dite di... Joseph?- chiese Randall, riportando il discorso dove più gli premeva cercando di mostrare il maggior disinteresse possibile.

-Non vi preoccupate troppo. Come vi dicevo, è innocuo. Era il portiere del Motel, quando ancora era aperto. Tentò di violentare alcune ospiti. Entrava e usciva dal carcere, fino a quando non è riuscito nel suo intento... A quel punto la lobotomia è stata inevitabile, un intervento per eliminare la sua aggressività sessuale. Dopo l'operazione, ha continuato a vagare in questa zona, come se il Motel esercitasse su di lui un richiamo irresistibile.-

-O il vulcano,- mormorò Randall notando come i piccoli crateri a terra diminuissero di dimensione mano a mano che si allontanavano dal vulcano.

-Come?- disse Anderson con aria interrogativa.

-O il vulcano, dicevo. Sono convinto che abbia una parte molto importante nello scatenare le menti più deboli.-

-Può darsi,- disse il chirurgo poco convinto. -So che di Joseph, Joseph Mason, mi sembra, ne parlarono anche i giornali, all'epoca, innescando la polemica che se l'intervento chirurgico fosse stato eseguito prima, quella poveretta non sarebbe stata violentata. Da quel momento si parlò sempre più frequentemente della lobotomia quale strumento di prevenzione del crimine.-

-Certo,- disse Randall ricordando qualcosa che comunque non usciva dal vago. -Infatti oggi ne vediamo i risultati. Basta un esame del DNA per rendere inoffensivi i potenziali criminali- disse John caustico.

-Mi perdoni, signor Randall, ma credo che il timore della dottoressa sia quello di vedere il vostro amico lobotomizzato,- gli disse Anderson con aria falsamente complice.

-Lo sta curando con ansiolitici che non stanno sortendo alcun effetto, se non quello di renderlo sempre più dipendente. Forse fra poco la lobotomia sarà inevitabile, se non cambierà terapia.-

All'improvviso, superata la grande duna di sabbia, uno spettacolo imprevedibile si presentò davanti ai suoi occhi. In mezzo a tante altre piccole dune, le lamiere di decine di automobili scintillarono sotto la luce del sole, simili a pezzi di scacchi cromati.

-Ma che ci fanno qui?- disse Randall sorpreso.

-Ha visto che meraviglia?-

Gli occhi fiammeggianti, Anderson sembrava uno scienziato pazzo di fronte alla sua ultima scoperta, una scoperta che avrebbe distrutto l'intero pianeta.

-Questo è il mio piccolo tesoro,- continuò Anderson invasato, il tic delle labbra accentuato. -Qui mi rifornisco di benzina e trovo i pezzi di ricambio per il mio deltaplano. Le scorte sono praticamente infinite, e io potrò continuare a esplorare questo piccolo paradiso dimenticato. Questa zona è interessantissima, ci sono macchie di vegetazione molto rigogliose che sembrano aver messo le proprie radici su un terreno sabbioso, quasi desertico. E' uno spettacolo unico, dovrebbe vederlo, Randall.-

-Ma com’è possibile che queste automobili siano qui?- chiese John osservando quella scacchiera surreale.

-Anni fa era un cimitero di vecchie automobili, poi lo hanno abbandonato. Io l'ho ritrovato,- Anderson urlò le ultime parole.

Un riflesso li colpì da una duna vicina.

-E' Mason,- disse Anderson. -Ci sta seguendo.-

-Lo ha visto?- disse Randall un po' a disagio.

-No, ma so che è lui.-

Un boato arrivò dalla direzione del vulcano mentre la terra, sotto i piedi di Randall, tremò leggermente.

-Adesso torniamo al Motel,- disse Randall sempre più a disagio mentre una raffica di vento, una sola raffica di vento di tempesta, lì investi.

Anderson si voltò come un automa, nello sguardo perso chissà dove aleggiò una vena di pazzia pura.

-Sì, torneremo domani.-

Randall abbassò lo sguardo: i crateri a terra avevano aumentato ancora la loro dimensione.

Si avviarono verso il Motel lasciandosi alle spalle quello spettrale cimitero di lamiere.

 

Dune di sabbia

Trovarono la dottoressa Puertos e il dottor Hudson seduti a terra, di fronte all'entrata di servizio del Motel.

Il neuropsichiatra emise un gemito soffocato quando li vide, poi tornò a fissare il vulcano.

-Riesce ancora a parlare Bill?- disse Randall rivolgendosi alla dottoressa.

Teresa lo ignorò. Lo sguardo perso, sembrava aver imboccato anch'essa una strada senza ritorno.

-C'è stato qualcuno qui durante la vostra assenza. Un lobotomizzato. Ha spaventato Hudson,- disse la neurologa improvvisamente.

-Mason,- mormorò Randall tra le labbra.

-L'hai mandato tu, vuoi farci impazzire, vero? Sei invidioso di noi- riprese Teresa senza spostare lo sguardo da terra.

-Che c'è Teresa, qualcosa non va?- Randall si chinò verso la dottoressa.

-Sei tu che non va,- gridò furibonda. -Cosa hai intenzione di farci, eh? Stai attento,- agitò minacciosamente un pugno verso Randall. -Non l'avrai vinta facilmente.-

Prese Hudson per un braccio e si ritirò verso il Motel.

-Stai lontano, Randall. Noi saliamo in camera e tu non disturbarci, Hudson sta guarendo, hai capito? Non riuscirai a lobotomizzarlo, non te lo permetterò,- disse senza abbassare il tono della voce.

-Mi sembra che la situazione stia degenerando,- disse Anderson non appena furono scomparsi dietro la porta. -Manie di persecuzione, attacchi di panico immotivati. Non sta bene neanche lei.-

Randall non rispose. La luce stava spegnendosi a poco a poco e l'aria raffreddandosi. Il paesaggio sembrava mutato sotto quella luce, il gioco delle ombre sembrava aver cambiato la conformazione di tutta la zona.

Anche le sue prospettive erano cambiate rispetto a poco prima.

Teresa, Bill, lui stesso... Che fine avrebbero fatto?

-Mason,- la voce di Anderson lo scosse.

Alzò gli occhi e vide una figura piegata sul busto sfrecciare verso la grande duna.

-Di nuovo Mason. Ma che vorrà?- si chiese Randall in un moto d’inquietudine.

-Cerca me,- disse Anderson con voce ferma. -Sono stato io ad effettuare l'intervento di lobotomia su di lui. Sono qui anche per questo.-

 

L'indomani mattina, Randall si alzò presto. Non era riuscito a riposare durante la notte perché dalla camera accanto, dove si erano sistemati Teresa e Bill, erano giunti incessanti i gemiti della coppia accompagnati dal continuo cigolare della rete del loro letto.

Sembrava che, finalmente, i due avessero cessato la loro attività ma ormai era troppo tardi per prendere sonno, almeno per lui.

Appena uscito, tra l'oscurità del primissimo mattino, vide il deltaplano di Anderson. Senza la luce del sole, sembrava un comune giocattolo per bambini lasciato da una parte per mancanza d’interesse.

-Mi fermerò anch'io qui stanotte- gli aveva detto il chirurgo la sera precedente. -Ormai è troppo tardi per volare.-

Si era ritirato in una stanza promettendogli che il giorno successivo sarebbero tornati al cimitero di lamiere.

-Potremo avere delle sorprese,- aveva concluso prima di ritirarsi.

Apparentemente senza un motivo, Randall si avviò verso la grande duna. La temperatura era ancora bassa e l'umidità penetrava tra le maglie del suo giaccone.

I crateri a terra avevano modificato ancora il loro aspetto, dilatando la loro dimensione. Bisognava fare attenzione perché ormai mettere un piede fuori posto poteva significare slogarsi una caviglia.

Randall camminò in compagnia dei suoi tetri pensieri che, lentamente, sembravano mutare la sua fisionomia interiore.

Arrivato alla duna, vide Anderson, il portamento ieratico, sul punto più alto.

-Anderson,- gridò Randall.

Il chirurgo si voltò lentamente, come un sacerdote che officiasse la sua ultima funzione, gli occhi iniettati di una totale insanità.

-Visto Randall, gliela avevo promessa la sorpresa,- disse indicando le auto.

Lo psicologo sporse il busto in avanti: le dune si erano spostate e avevano semisommerso buona parte delle automobili. I primi raggi di luce fiammeggiante illuminarono una scena ancora più inquietante di quella che Randall aveva visto il pomeriggio precedente: le carcasse di quei mezzi meccanici sembravano insetti che uscissero fuori dalla sabbia, un esercito crudele che si apprestasse all'ultimo assalto.

-C'è stato vento stanotte,- disse Anderson mentre un lampo maligno gli attraversava gli occhi.

 

Vento di quiete

Tornarono al Motel a mattino inoltrato, dopo che Anderson, per tutto il tempo, aveva magnificato a John la straordinaria bellezza del suo cimitero

-E' stupefacente come quella zona si trasformi continuamente,- disse Anderson mentre camminavano facendo attenzione alle buche che avevano assunto dimensioni pericolose anche lontano dal vulcano. -Il vento sposta la sabbia, che ridefinisce senza sosta quella porzione di paesaggio. E' una scoperta continua, una meraviglia per lo sguardo. Capisce adesso- prese Randall per un braccio, -perché sono qui?-

-E Mason?-

Anderson si rabbuiò, la sera precedente aveva lasciato cadere l'argomento. -Credo che Joseph trami una vendetta, che voglia, in qualche maniera, privarmi del mio paradiso. E' una specie di sfida la sua, penso che sia un modo come un altro per dare un senso alla sua vita. Quando ho saputo che si aggirava da queste parti- gesticolò con le mani, -non ho potuto fare a meno di venire qui.- Concluse il chirurgo assumendo sempre più un'espressione da malato di mente.

Anche Anderson aveva seri problemi psichiatrici, pensò Randall sentendosi improvvisamente svuotato di tutte le forze.

Ad un tratto sentì un groppo alla gola, una strana sensazione di oppressione. Era circondato da persone malate: Hudson, Mason, Anderson e adesso anche Teresa.

La voglia di scappare si fece largo dentro di lui, un irrefrenabile desiderio di fuga lo pervase.

All'improvviso, un boato interruppe i suoi pensieri. Randall guardò verso il vulcano il cui pennacchio scuro e stanco rivelava la consueta attività.

-Mason,- un urlo si strozzò in gola al chirurgo. -Le mie automobili, le sta bruciando.-

Randall si voltò verso la duna, una colonna di fumo nero saliva verso il cielo.

Anderson si piegò sul busto e cominciò a correre come un forsennato verso il cimitero. Quella posizione riportò alla mente dello psicologo la figura di Mason, sia quando lo aveva visto scappare dopo averlo urtato che quando lo aveva visto correre mentre era insieme ad Anderson.

Prima che potesse fare ulteriori congetture, un altro urlo lacerò l'aria.

Era Teresa.

Randall corse verso il Motel e arrivò senza fiato.

-John, guarda Hudson,- indicò verso il vulcano. -Mi sono svegliata e Bill non era accanto a me,- disse la dottoressa Puertos con occhi completamente spiritati.

Quasi alla sommità del vulcano, sulla parete est, una figura stava salendo verso la vetta.

-E' Hudson non vedi? Fai qualcosa, imbecille- gridò la neurologa.

Randall assistette immobile agli eventi, ignorando le urla incoerenti della donna: ormai non poteva fare più niente, Bill era troppo lontano.

Dopo qualche minuto, arrivato alla cima, Hudson si buttò, senza esitazioni, dentro il cratere.

Il vulcano, la lava come un tiepido liquido amniotico, accolse il neuropsichiatra come una madre che rivede suo figlio dopo averlo creduto morto.

La bocca del vulcano, come l'utero di una madre troppo apprensiva, riportò Hudson verso i verdi giardini della sua preesistenza, come un redivivo Adamo che avesse ritrovato il suo paradiso perduto.

Ci fu un boato più intenso del solito e la terra tremò: il vento si alzò improvviso, un vento di quiete questa volta, che trasportava la sabbia oltre la duna a ricoprire i crateri che si erano formati sul terreno.

Randall si voltò verso la dottoressa Puertos. La gonna arrotolata ai fianchi, Teresa era sdraiata a terra, gli occhi chiusi, un uomo le sovrastava il corpo con movimenti inequivocabili.

Un raggio di sole colpì il viso di quella figura e rimandò un riflesso verso lo psicologo.

-Anderson- gridò Randall ricordando il diamante nel dente del chirurgo.

L'uomo alzò il viso e lanciò un ghigno verso John: le due ferite ai lati della fronte lo colpirono come due fulmini.

In quello stesso momento, una serie di esplosioni a catena decretò la fine del paradiso di Anderson, del suo cimitero di lamiere.

Randall, troppo scosso, non fece neanche caso al gemito di piacere che al momento delle esplosioni si disegnò sulle labbra dell'uomo che sovrastava la neurologa, lasciando in vista il diamante incastonato nell'incisivo superiore destro che scintillò sotto la luce fiammeggiante dell'incendio.

Contemporaneamente la dottoressa Puertos, conficcando le unghie sulla schiena di quell'amante passionale, emise un grido di piacere.

-Randall,- disse mentre la luce fiammeggiante si rispecchiò anche nei suoi occhi deliranti.

Il vento calò di colpo.

I crateri a terra non c'erano più, la sabbia li aveva completamente ricoperti.

 

Luglio/Agosto 1995