L'intervista

Per gentile concessione della ShaKe

Intervista ripresa dal n. 11 di Decoder,

Rivista Internazionale underground

Incontriamo J.G. Ballard nella sua casa di Shepperton. Per noi Ballard è una specie di punto di riferimento letterario e teorico, siamo cresciuti sui suoi libri e conoscerlo personalmente è stato molto appagante. La sua casa è molto semplice, una villetta a schiera con stanze non molto grandi (tipo post-working class) un giardino incolto sul retro. Vive solo e l’arredamento è semplice. Sui muri bianchi del suo piccolo studio solo tre fotografie: i suoi figli, l’attuale fidanzata e una foto di lui e William Burroughs. Ci accoglie con simpatia e ci mette in mano un bel bicchierone di whisky. Dopo venti minuti siamo tutti abbastanza carburati...

Qual è il tuo rapporto con il cinema?

Data la situazione dell’industria cinematografica in Inghilterra, che ormai è morta... se fossi del tempo di Graham Greene, che aveva lavorato con Buñuel, probabilmente avrei fatto più film, ma direi che sono stato fortunato perché ho lavorato con due grandi registi come Cronenberg e Spielberg, che tra l’altro hanno fatto adattamenti abbastanza fedeli... per esempio in L’impero del sole Spielberg ha svolto un lavoro di traduzione della pagina scritta veramente minuzioso, facendo emergere lo spirito e l’atmosfera originale. Naturalmente molto materiale doveva essere tagliato, ma da parte mia lo guardavo filmare e prendere in esame parti del libro che io stesso avrei tralasciato. Molti giornalisti mi hanno dimostrato la loro ostilità contro Spielberg; uno dei reporter del "New York times" mi ha detto: "Perché hai permesso a quello di filmare il libro?"... neanche l’avessi dato a un registucolo. In realtà ha fatto un lavoro coscienzioso interpretandolo perfettamente dal punto di vista psicologico. È un film artistico ma con un’epica hollywoodiana, uno strano paradosso...

Sono abbastanza esigente sui film di fantascienza, per esempio non mi è piaciuto 2001 quando è uscito. Dottor Stranamore era bellissimo, film spiritoso, troppo intelligente, troppo ricco, troppo tutto, surrealista a un livello e realista dall’altro. Mi è sembrato che Kubrik tornasse alla fantascienza vecchia maniera, a delle vecchie cose, non era riuscito a creare per il programma spaziale quello che era riuscito a fare sull’olocausto nucleare. Tra l’altro è stato presentato nel 1969, lo stesso anno dell’allunaggio. Mi diede l’idea di un filmato pubblicitario della PanAm. La scena di apertura degli ominidi non mi è sembrata convincente... penso che i suoi film seguenti abbaiano sofferto dei suoi problemi personali, tipo che non voleva più uscire di casa, oppure per Full Metal Jacket di averlo filmato all’Island of Dog... non era convincente, si è comprato tutte quelle palme che sono morte alla prima gelata. Il colore del cielo era completamente differente da quello che la gente si ricordava dai telegiornali dell’epoca, quei blu, quei verdi dei tropici...

Spielberg invece è come me, ha cominciato con la fantascienza, un certo tipo di fantascienza. Duel è stato scritto da un grande della fantascienza Richard Matheson; la maggior parte dei suoi racconti brevi erano ambientati al tempo presente, cosa che non è facile, e che gli creò problemi. Spielberg ha continuato, dopo Duel ha fatto un altro grande film come Lo squalo e poi Incontri ravvicinati, poi è inciampato con E.T., che comunque era un film mirato a un pubblico infantile, ma il suo miglior film è, secondo voi...? (risa da parte nostra). A proposito, tra i migliori inglesi nel settore del cinema mi tolgo tanto di cappello davanti a Jeremy Thomas, che ha prodotto tutta una serie di film difficili, come Il pasto nudo, sempre di Cronenberg, Il tè nel deserto e L’ultimo imperatore di Bertolucci. Sta combattendo perché in Inghilterra Crash il film esca non tagliato, perché crede che sia un capolavoro.

Non ti pare che tutta la voglia di censura, che abbiamo sperimentato anche in Italia, sul film Crash derivi da una grande paura della "modernità"?

È la paura del cambiamento, del futuro, ma io ho sempre scritto sul "cambiamento", questo a partire dagli anni Cinquanta, quando vennero introdotti tutti questi elementi della modernizzazione: la televisione, i media di massa, i supermercati. Quando poi hanno aperto la M1 (la prima tangenziale intorno a Londra) la gente partiva da posti lontani per guidarci sopra; mi sembra che uscisse addirittura una rivista che parlava di quell’esperienza. Fu l’inizio dell’americanizzazione dell’Inghilterra, un periodo meravigliosamente esaltante: la tangenziale come formula operativa per certo stile di vita. Sentivo un irresistibile bisogno di scriverci sopra. "Cambiamento": ecco la cosa che fonda la fantascienza, ma in quel tempo, quarant’anni fa, era impossibile farsi pubblicare.

Ho perseverato per dieci anni. Poi, naturalmente, è successo l’inevitabile... quello che ieri sembrava buttare giù il tempio è stato accettato.. come quello che sta succedendo adesso con il film, che è censurato, ma in fin dei conti è roba popolare...

Così, a un certo punto, negli anni Settanta i critici cominciarono a dire che il mio lavoro era un remake di roba degli anni Venti, che non era niente di nuovo, così ho mollato con la fantascienza vera e propria e ho fatto Crash, Condominium e Isola di cemento.

Quando l’ho scritto Crash di certo non lo pensavo nei termini di una novella morale, esploravo alcune tendenze, vicine al confine con la psicopatia, che parevano iscriversi nel mondo che osservavo. Senz’altro la situazione post assassinio dei Kennedy, la sensazionalizzazione della violenza stava diventando un elemento dell’immaginario popolare. Vedevi quelle immagini durante le sfilate di moda mandate sui televisori, c’erano film come quelli di Giacometti, Mondo cane, sembrava di vivere in un mondo ri-valutato invece che in un mondo senza valori. E da quel feeling ho tirato fuori Crash.

La prima cosa di cui questo paese, l’Inghilterra, non ha bisogno è il passato... Wahrol quando è stato a Roma ha detto: "Ecco cosa succede quando una città rimane in giro per troppo tempo". C’è troppo passato qui, dobbiamo entrare nel futuro. Infatti l’unico paese al mondo che ha avuto problemi con Crash il film è stata l’Inghilterra, noi rimaniamo un’isoletta che non riesce a fronteggiare le sfide poste da questo film. La maggior parte della gente che lo condanna non l’ha nemmeno visto, compreso il nostro ministro al patrimonio culturale Virginia Bottomley. La nostra fuga verso la nostalgia rappresenta una profonda debolezza, è una paura che sta alla base della cultura britannica. Sono i giovani che devono fare qualcosa per cambiare la situazione. Il "lord" che rilascia le censure ha settant’anni, in realtà solo pochi più di me, però io vedo un sacco di film che la gente della mia età normalmente non vede, lui forse è andato al cinema un paio di volte in un anno e questo tizio è il responsabile dell’uscita dei film di una delle maggiori metropoli mondiali.

Dove è uscito ed è andato bene, tipo in Canada dove è stato primo in classifica, e non ha provocato né panico nelle strade, né aumento degli incidenti, per quanto ne sappiamo. Dovrebbe uscire anche negli Usa con la New Line. Ted Turner, che è il distributore ha avuto un momento di panico ma si è ripreso... solo questa isola, la Gran Bretagna, sarà "Crash free" e, al suo interno, Westminster, resterà asettica. Nel frattempo sarà sempre possibile assistere ai film dei vari Stallone e Schwartzenegger, dove nei primi cinque minuti muoiono cento persone sotto il fuoco di un mitragliatore. Dov’era il ministro Bottomley quando facevano vedere questi film?

A Cannes, al festival del cinema, ho notato le differenze culturali fra i vari intervistatori. Gli americani e gli inglesi chiedevano a Holly Hunter: "Cosa ci fai un questo film da pervertiti?" Lei, da combattente qual è, gli ha tenuto testa: "Piantatela!" I francesi dicevano invece: "È chiaro! Non c’è niente da spiegare. Per il guidatore francese la guida è un’espressione di potenza, d’aggressività, di sessualità. Queste cose per noi francesi sono scontate per questo è così pericoloso guidare in Francia... e in Italia".

Sai qualcosa della situazione italiana oltre al nostro spericolato ed erotico stile di guida? Cosa ne pensi di Berlusconi e del rapporto tv e politica?

Avere un magnate della televisione come politico è una bella storia di questi tempi. È molto stimolante. La gente non vuole avere un politicante di vecchio stampo. Finora, nel mondo occidentale, la maggior parte dei politici erano avvocati o gente esperta di legge... ma oggi, chi vuole avere un avvocato come presidente? Vogliamo qualcuno che sia post-McLuhan e che venga dal mondo dei media.

Come ho già ripetuto molte volte nel passato: "Prima o poi tutto si trasforma in televisione". Ci vorrà un po’ prima che comprendiate a cosa sta portando questo cambiamento... due o tre anni e allora vedrete.

Tenete presente però che è molto difficile per un estraneo come me giudicare un evento del genere. Penso immediatamente all’elezione di Ronald Reagan a presidente degli Stati Uniti. Un attore di Hollywood, un uomo non molto intelligente, che non riesce neppure a separare la realtà dai film. Per lui la realtà sono ricordi tratti da vecchie pellicole. La presidenza di Reagan ha soddisfatto la necessità degli americani di riscoprire se stessi, dopo l’incubo dell’assassinio dei Kennedy, l’epoca di Nixon e del Watergate, e il Vietnam. Reagan ha permesso agli americani di ritornare alle origini della loro mitologia popolare, Hollywood e così via. Di spendere, spendere, spendere, far aumentare il debito nazionale, prendere a prestito montagne di soldi dall’estero. Nell’era Reagan in Usa è ritornata la ricchezza. Penso che gli americani non abbiano mai capito le critiche mosse loro dagli europei. Rimasi sorpreso anch’io... ho scritto di Reagan già negli anni Sessanta, avvertendo che avrebbe potuto diventare presidente. E quando lo è diventato ho pensato: questa è la realizzazione di una logica che esiste da molto tempo. In America c’è l’idea che tutto sia mitologico, fantastico. La realtà non esiste! Dimenticatela! Solo i film di Hollywood sono reali. E quando Reagan è stato eletto ho pensato che forse era giusto così. E forse anche Berlusconi è necessario per gli italiani. Adesso non voglio fare troppe analogie storiche. Ma potrei farne una con il periodo di Weimar in Germania, o forse ci troviamo adesso nel periodo di Weimar. Per le nazioni arriva sempre il momento del cambiamento. Forse Berlusconi è quel momento, forse no.

Probabilmente non è l’uomo giusto, ma sicuramente è un segnale.

L’Italia non è come l’Unione Sovietica, intendo l’ex Unione Sovietica, la Russia di oggi, dove c’è un livello della qualità della vita molto basso. C’è caos economico e la situazione è pericolosa. Quando la gente muore veramente di fame è pronta a tutto. L’Italia settentrionale è invece ricca. E se il timore è quello di un regime totalitario che s’impossessi dei mass media e che trasformi l’Italia in un nuovo stato fascista, penso proprio che ciò non succederà. La peggior cosa che potrà succedere è che l’Italia venga trasformata in un gigantesco telequiz, che banalizzi tutto.

Ogni volta che vengo in Italia rimango stupito da come sta bene la gente, non solo i ricchi, ma in generale tutti, il che è una buona cosa. La prima volta che ci sono stato, alla fine degli anni Quaranta e in seguito negli Cinquanta... era ovvio che ci fosse un sacco di gente ricca a Milano, a Torino, Roma, ma se ne vedeva un sacco di povera; oggi non è più così e senz’altro ce n’è meno che in Inghilterra. Da noi grandi settori della popolazione sono poverissimi, specialmente se ci si allontana da Londra. Se andiamo nelle Midland o nel Nord, l’estrema povertà e la polarizzazione tra ricchi e poveri è estremamente tangibile. Ci sono quelli che non hanno nessuna speranza e futuro e che sono in una situazione sfavorevolissima rispetto al resto della popolazione. Questo è molto pericoloso... ma è un’altra storia...

Qual è il ruolo del romanziere nel tardo Ventesimo secolo e nell’era dell’economia dell’informazione e cosa accade quando l’economia è totalmente dipendente dai flussi informativi?

Non faccio parte della generazione del pc, probabilmente ne sapete più voi di me. A 69 anni ti posso dire che ho passato quasi 50 anni a scrivere e a pensare come essere uno scrittore. I miei primi scritti sono stati fatti quando ero a scuola e quello era il momento culminante dello "scrittore" del Ventesimo secolo. A quel tempo gli scrittori godevano ancora di vendite alte e rappresentavano la coscienza sociale, avevano un’enorme autorità morale e un grande pubblico. Erano la coscienza della parte colta della civiltà occidentale, tutti, quelli seri, quelli semiseri e quelli popolari. Adesso ogni cosa è cambiata. Ho assistito al declino di questo ruolo dello scrittore. Naturalmente si scrive ancora letteratura, ma poca gente la legge. E ha avuto dei su e giù, ma è praticamente diventata un passatempo per la minoranza e questi intellettuali non hanno più alcun rilievo per la società nel suo complesso, mentre invece molti scrittori della fine del secolo hanno avuto un peso enorme in questo paese, come George Bernard Shaw o H.G. Wells che avevano un’ enorme influenza durante la guerra, per esempio sul morale della gente. Al contrario, oggi, il romanziere viene sempre più marginalizzato. La cosa triste è che scrivere sta diventando una forma regionale e mi dispiace dover constatare quanti romanzi italiani, francesi, tedeschi vengono tradotti in inglese: pochissimi. Può darsi, però, che, invece di provocare la morte del romanziere, l’era del computer possa riportarlo indietro alla stessa importanza di cui godeva cinquanta o cento anni fa. Può darsi però che l’accesso ai pc possa rendere allo scrittore un enorme pubblico, un pubblico intelligente, colto, e soprattutto giovane, che non ha mai letto romanzi, ma che lo farebbe se fossero disponibili in formato digitale. Secondo me la moltiplicazione dell’elaborazione dei dati in tutte le sue forme, attraverso gli home computer, potrebbe ridare al romanzo la sua popolarità. Quindi lo scrittore verrà trascinato da quest’onda informatica. Fra trent’anni, quando la realtà virtuale diverrà accessibile ai più, cosa che sono certo che sarà, sarà una rivoluzione, sempre che la r.v. assuma la forma descritta oggi dai suoi ricercatori.

Se la fantascienza è la letteratura del Ventesimo secolo... possiamo affermare che la r.v. sarà quella del Ventunesimo?

È difficile per un romanziere come me visualizzare la fiction, rispetto al fumetto, il film e la tv. È difficile per un romanziere come me immaginare che la fiction si estingua, perché la mia intera esistenza è trascorsa leggendola e scrivendola. Mi è impossibile pensare di vederla. D’altra parte, c’è gente in America, dove la fuga dal romanzo è stata più estrema, specialmente gli insegnanti nelle facoltà di lettere, che dicono che ci sono studenti che non hanno mai letto da adolescenti e ne hanno perduto la capacità e l’abilità di drammatizzare la scrittura nel teatro della propria mente. È una capacità che hanno perduto. A meno che la impari quando sei giovanissimo non la imparerai più. Ci sono questi ragazzini che giocano a Street Fighter II, 7, 8, 9 anni, che poi passano a videogiochi più avanzati... non riusciranno mai a leggere un racconto. Penso che ci sarà sempre un pubblico per i racconti scritti, ma la maggior parte dei romanzi verranno adattati alla r.v., ne sono sicuro. Probabilmente il romanzo come lo conosciamo oggi diventerà una curiosità da specialista.

Come si svilupperà la società in quanto macchina, con l’uso di nanotecnologie, droghe, letteratura e, ovviamente, la tv, i computer, se questi diventano soggetti letterari in se stessi?

Sono molto ottimista verso il futuro anche se non ne vedrò molto, alla mia età. Ma penso che i miei figli vivranno in un mondo più interessante, radicalmente differente dall’odierno. Ci troviamo esattamente nella stessa posizione in cui si trovava la Gran Bretagna nel 1939, quando, non so com’era in Italia, avevamo una televisione pubblica molto limitata, circa 20.000 apparecchi televisivi, proprio prima della guerra. C’erano programmi molto limitati, trasmessi dagli studi di Alexander Palace e penso che adesso ci troviamo in una situazione simile. Per quanto riguarda il panorama elettronico siamo appena all’inizio, non siamo neanche a metà, abbiamo appena cominciato. Dopo la Seconda guerra mondiale, in tutto il mondo occidentale, la tv in dieci anni ha ucciso i film di Hollywood o li ha messi in serio pericolo. Ha ricreato completamente l’intera società occidentale e da allora ha sempre mantenuto questa posizione. Solo una minoranza insignificante di popolazione va al cinema. La gente vede i film in tv o in videocassetta, e ha cominciato a comprare pc e videocamere. Tutto il processo di trasformazione della casa in studio televisivo sta muovendosi rapidamente e si accelererà sempre più. Sempre più gente lavorerà a casa e vedremo l’avvento del divano elettronico, del divertimento digitale casalingo e di sistemi di memorizzazione complessi che domineranno la vita di tutti. I giornali verranno faxati o stampati via fax, o trasmessi dallo schermo tv e i giornali assumeranno un nuovo formato. Non ci sarà bisogno di stampare tutto il giornale, e si potrebbe ricevere un giornale solo con degli indici. Questi potrebbero essere aggiornati continuamente come un canale tv, che trasmetta notizie 24 ore al giorno. L’idea di una pubblicazione datata 10 dicembre 1996, che costituisce un oggetto a se stante, potrebbe finire e i giornali potrebbe essere tutti in formato elettronico con la possibilità di selezionare gli argomenti che si desiderano. Voglio solo le notizie sull’hockey su ghiaccio, oppure solo quelle dell’hockey su ghiaccio americano, o notizie sui film. L’utente sceglierà gli argomenti che potrebbero esser stampati su fax che si accumulerebbero via via sul tavolo. Una volta che gli utenti saranno informati delle enormi banche dati a cui hanno accesso, la gente intraprenderà una specie di nuova istruzione, inizierà ad andare a caccia in queste enormi banche dati... che tipo di cosmetici e quali farmaci usava Marilyn Monroe? Qual è la montagna più alta dell’Indonesia e come arrivarci in cima? L’intero pianeta... qualsiasi informazione sarà disponibile a chiunque e da casa. L’informazione è quello di cui oggi abbiamo fame, perché viviamo ancora in un monopolio che ci dà un accesso molto limitato. Ci sono pochi canali tv, possiamo acquistare un numero limitato di testate. È come recarsi in un’enorme biblioteca e sentirsi dire che si possono consultare solo dieci libri al giorno. Tutto cambierà.

E quale sarà la possibilità della gente di alterare questo meccanismo?

Non c’è bisogno perché tutti avranno a disposizione tutto. Oggi si può entrare in biblioteca e portarsi a casa qualsiasi libro. Ci saranno giganteschi cataloghi accessibili dalla tv e dai quali poter attingere ciò che si vuole e interagirci. I Getty del futuro non faranno musei fisici ma solo elettronici... non ci sarà bisogno della Tate Gallery, non c’è bisogno di costruirla di cemento e mattoni e intravedo già musei di ogni tipo costruiti da ricchi, musei di opere tecnologiche o artistiche. Un museo di labbra di star del cinema, musei di qualsiasi cosa e nei quali sarà possibile camminare mediante lo spazio virtuale. Lo stesso sarà vero per ogni genere di esperienza, perché le possibilità sono illimitate. Dipende solo dall’hardware e dal software... una volta superato quel punto la gente andrà avanti da sola. La r.v. sarà più convincente della realtà quotidiana.

È forse per quello che la gente si sta distaccando sempre più dalla politica?

Finora la politica è stata gestita, con successo devo ammettere, come un ramo della pubblicità. I politici credono in quello che dicono, credono di vivere nel mondo reale. John Major, primo ministro inglese, è una vittima delle sue stesse campagne, quanto lo fu Ronald Reagan dei suoi ricordi basati su film del dopoguerra. La legittimità dei politici in questo paese ha raggiunto il fondo, e forse anche in Italia. La ragione sta nel fatto che la gente si è accorta che le decisioni più importanti non vengono prese in politica, bensì nel panorama dei consumi o in quello dell’informazione che sono governati e gestiti da una logica totalmente diversa. Sono loro che formano veramente la nostra società. I media governano tutto. Non voglio sembrare irriverente... ma credo che il fallimento della Ford Sierra quando uscì sul mercato è stato più rilevante della perdita di un seggio da parte del governo nelle elezioni comunali. Questa cosa manda scosse sismiche attraverso il parlamento, si parla immediatamente delle elezioni del primo ministro, ma un’automobile importante il cui lancio sul mercato venga percepito come un fiasco ha un effetto a cascata, in termini di domanda da parte dei consumatori, ma anche in termini economici, in termini di migliaia di lavoratori della catena di montaggio che vengono messi in cassa integrazione. Una multinazionale come la Ford potrebbe decidere che l’Inghilterra non è più la nazione dove investire tre miliardi di dollari, e che forse è meglio Taiwan o qualche altra parte. Se osserviamo il declino postbellico dell’Inghilterra, vediamo che è stato governato più dai media che dalla politica in senso stretto. Il fatto è che non ci siamo mai ripresi dall’aver perso la Seconda guerra mondiale e di non aver tratto dei vantaggi come i tedeschi o i giapponesi che hanno avuto la reindustrializzazione finanziata dagli americani e dal colpo di spugna al debito estero. Siamo ancora inchiodati a un sistema anacronistico, parte monarchia, parte burocrazia. Le scelte decisive vengono invece fatte nelle concessionarie e nei supermarket... Quelle sono le scelte che davvero fanno spostare i gusti delle gente. Dove abbiamo delle società consumiste dinamiche, come l’Italia, la Francia, la Germania, gli Usa e in testa a tutti il Giappone... là l’immaginario sociale diventa dinamico e procura un’energia che fluisce in tutto, dai computer, ai modelli di vacanza... l’Inghilterra ne è lontanissima. Il tipo di decisioni che il governo prende influenzano a malapena la nostra società. Possono decidere sul costo del denaro, sugli interessi bancari, l’entrata o l’uscita dalla Cee, ma non possono assolutamente galvanizzare la società verso una direzione positiva. Al contrario, in Giappone e Usa, i politici sono deboli, l’economia di consumo è potentissima, è l’entertaintment che guida l’economia.

Come si manifesta la rabbia sociale nella società consumista? Con rivolte di piazza? Cos’ha a che fare con la Ford Sierra?

Il fallimento della Sierra è semplicemente un esempio di gente che vota con i piedi, è come il fallimento di un’opera teatrale perché la gente non ha comprato i biglietti al botteghino, che è il posto dove la gente vota di questi tempi. Al giorno d’oggi manifestare nelle strade non serve; se non ti piace un programma tv, spegni, se non ti piace un prodotto non lo compri. Questa tipo di scelta fa muovere enormi ondate nel panorama del consumo che influenzano quasi ogni aspetto e trend della vita, dalla chirurgia plastica, alla scelta del luogo di vacanza, fino all’assunzione di una cameriera filippina, tutto. Comportamenti, donazioni in beneficienza...

Cambiamo argomento... molto del tuo lavoro ha a che fare con le donne...

Ah sì? Mi hanno accusato del contrario...

Ti sottoporresti a un cambio di sesso?

Preferirei tornare a essere un giovanotto. In realtà al cambio di sesso non c’ho mai pensato. Ho un figlio e due figlie, e ho sempre enormemente ammirato le donne, ma essere una donna è come giocare col nero agli scacchi, non ci sono dubbi, esistono ancora enormi pregiudizi sul genere femminile. Gli uomini hanno enormi vantaggi, come il bianco negli scacchi che fa la prima mossa. Questa situazione potrebbe cambiare, ma forse il problema è che ci sono troppi uomini. Siamo alle soglie di un enorme cambiamento. Do per scontato che nei prossimi venti o trent’anni sarà possibile per i genitori stabilire il sesso dei propri bambini.

Lo fanno già adesso...

Sì, ma sarà una cosa di massa e la pressione della domanda fermerà qualsiasi tipo di legislazione che cerchi di limitarla. I genitori decideranno realmente il sesso dei nascituri e fra cinquanta o cento anni sarà possibile anche determinarne certe importanti caratteristiche. Sarà possibile eliminare non solo pericolose malattie ereditarie, ma saremo in grado di scegliere i geni dell’altezza, delle capacità sportive o matematiche e elementi del carattere... selezionare persone di carattere aggressivo o passivo. Se prendiamo il sesso, già quello potrebbe avere enormi e inaspettate ripercussioni perché nelle ipotesi degli studiosi, e questo è certamente vero per l’Asia o l’Africa, la maggior parte dei genitori sceglierebbe figli maschi per ragioni economiche... nel Terzo mondo avrebbero tantissimi maschi e, a causa di ciò, enormi vantaggi economici. Accadrebbe di meno qui. Ma pare che anche la maggior parte dei genitori del Primo mondo, europei o americani sceglierebbe figli maschi, il 60%, il che porterebbe immediatamente a enormi problemi sociali. La presenza di maschi aggressivi, particolarmente robusti, potrebbe portare tensioni socioeconomiche e potrebbe verificarsi la creazione di un’enorme sottoclasse maschile, l’aumento del crimine e roba del genere. In certe enclavi, poniamo in uno o due stati negli Usa, o nelle aree più avanzate d’Europa, dove i genitori hanno scelto femmine, assisteremmo a un decrescere del crimine e qui la stabilità sociale sarebbe più alta. Sarebbe una società più accogliente e non traumatica. Nel futuro molta gente potrebbe capire che il problema nel mondo non è di avere pochi delfini o panda, ma troppi uomini e questo potrebbe causare un’enorme rivoluzione sociale. È imprevedibile, potremmo trovarci davanti a una società dove solo il venti percento della popolazione sia composto da maschi...

Cosa ne pensi della censura sulla pornografia?

Nell’Europa del Nord riescono tranquillamente a convivere con una libertà illimitata, per quanto riguarda il sesso. Io sono libertario, anche se non penso che sia giusto permettere di collegarsi a un canale di snuff movies, dove ammazzano veramente la gente, oppure dove ci sia violenza sui bambini. I crimini sono crimini e come tali vanno puniti. Ma penso che alla tv inglese ci dovrebbe essere più sesso e violenza. Invece di censurare il sesso e la violenza in realtà censurano le notizie. Mi ricordo i telegiornali degli anni Sessanta, ai tempi del Vietnam o delle guerre del Congo o del Biafra, dove venivano mostrate riprese drammatiche tutte le sere e sono certo che ciò abbia contribuito a fermare la guerra nel Vietnam. Oggi non fanno più vedere roba del genere. Come ho detto più volte è sbagliato che non ci venga permesso di vedere le vittime di un disastro aereo, anche se non credo che la telecamera dovrebbe soffermarsi morbosamente sui corpi mutilati. Allo stesso tempo, non far mai vedere le vittime di un disastro aereo significa che non viene mai data la possibilità alla società di esprimere riprovazione o dolore. È sbagliato e la gente dovrebbe essere in grado di sfogarsi contro aeroporti amministrati male o linee aeree scadenti. La censura in questo paese sta acquistando forza, ma è come una diga che tenti di trattenere il mare, una volta che arriva la marea. Non si può fare come in Urss o nei paesi del blocco orientale e ci sarà sempre quel tipo di domanda, perché c’è una sparuta minoranza che si diverte così. Secondo me più libertà c’è, meglio è. Questi film splatter e queste copie ultrascadenti di film dell’orrore non verrebbero fatte se la gente potesse aver accesso alle cose vere. Alla lunga la censura diverrà inconcepibile e ciascuno di noi dovrà stabilire dei propri standard morali e decidere come affrontare la curiosità naturale verso gli aspetti più devianti del comportamento umano.

 

Sfide della modernità

Riflessioni di Primo Moroni

La grande polemica e lo scandalo, per noi scandaloso, sull’uscita del film Crash, rischia di mettere il bavaglio anche a J.G. Ballard autore del romanzo omonimo uscito in Italia nel 1990, con grande ritardo rispetto al mercato inglese (l’edizione originale è addirittura del 1973) e che al tempo ebbe in sorte di finire sugli scaffali dei remainder.

Ballard è considerato nei paesi di lingua anglosassone uno dei più grandi scrittori contemporanei e una delle firme più prestigiose di "The Guardian", ma in Italia è uno scrittore che vende poco e perlopiù in edicola.

Ma quali sono i temi centrali della sua scrittura e perché egli stesso viene talvolta censurato (come accaduto tra gli altri per La mostra delle atrocità, che nella sua prima edizione americana del 1970, fu totalmente distrutta dall’editore Doubleday, preoccupato per le possibili conseguenze legali di uno dei testi compresi nel libro: Ecco perché voglio fottere Ronald Reagan)? La radicalità di Ballard sta nel fatto di estremizzare la modernità, una modernità che diventa mitologia – e proprio per questo condivisa dai giovani – portando alle più radicali conseguenze situazioni già esistenti nel nostro quotidiano.

In Condominium, un megaresidence diventa teatro, a causa di una serie di eventi straordinari, di una lotta post-moderna di bande di coinquilini coalizzati sulla base del piano del proprio appartamento (quasi a evocare con largo anticipo, estremizzandoli, i livori metropolitani legati alle esistenze perimetrate, alle difese dei microterritori urbani, ai localismi dei comitati di quartiere). In Isola di cemento un banale incidente proietta l’autista in una sorta di terra di nessuno, contornata da grandi autostrade che ne impediscono ogni via di uscita.

Ma è soprattutto nei quattro magistrali racconti (Vento dal nulla, Deserto d’acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo) che la metafora della modernità dispiegata e i suoi pericoli raggiungono tonalità quasi apocalittiche e primordiali. Le foreste di simboli che vi si sovrappongono diventano un’evidente archeologia del presente e del recente passato, e nella loro immediata simbiosi fondono le memorie "genetiche" dei tempi e delle ere scolpiti nelle tracce dell’inconscio collettivo. I protagonisti, sono posti di fronte a repentini, sconvolgenti eventi che modificano la loro relativa tranquillità quotidiana e sono costretti a dare risposte. Risposte drammatiche che ricercano dentro di loro e nelle immense risorse del proprio bagaglio di conoscenze e dei propri universi vitali. E se è vero che acqua, sabbia, cemento e cristallo sono elementi che si incontrano in tutta l’opera di Ballard – e che gli stessi hanno molteplici significati simbolici all’interno dei quali l’estetica ballardiana costruisce questo inno alle "infinite possibilità del presente" – altrettanto chiara risulta l’ambivalenza delle scelte legate ai dilemmi delle modernità ininterrotte di questo secolo morente. E qui siamo in tutta evidenza a Marshal Berman che rilegge il Marx della rivoluzione ininterrotta di sé e del rapporto mortale e vitale tra uomo, natura e tecnica, tra epistème e technè. Spesso, riconosce Berman, "il prezzo di una modernità in via di sviluppo e in espansione è la distruzione non solo di situazioni e ambienti tradizionali e premoderni, ma – e qui è la vera tragedia – anche di tutto quanto vi è di più bello e vitale nello stesso mondo moderno".

I personaggi di Ballard sono costantemente posti di fronte a questi dilemmi, costretti a sfidare forze materiali, economiche e tecnologiche spaventose, a morire a rinascere di sé e delle proprie appartenenze e convinzioni, come in Guernica di Picasso dove le figure lottano per tenersi in vita, proprio mentre urlano la loro morte.

C’è poi la scrittura e lo scavo dei personaggi e delle loro psicologie. Qui tutta la storia personale di Ballard (basti pensare all’Impero del sole) risulta nella sua complessità. Ma ciò che poteva essere rimosso come in incubo, un trauma originario, diventa invece materia vitale di una scrittura tesa a trasformare l’autore stesso in un raffinato psicologo delle situazioni estreme.

Si comprendono quindi le difficoltà di comprensione di queste universi estetici. È un segno dei tempi e della staticità di molte soggettività. Osservava Nietzsche: "C’è in giro una moltitudine di ‘piccoli suonatori di corno’, la cui soluzione al caso e alla difficoltà del moderno è cercare di ‘non vivere’ affatto: per loro ‘divenire mediocri’ è ormai l’unica morale che produce senso".

Qui sta la grandezza di Ballard e delle sue sfide, sfide contro le quali l’uomo cerca una nuova difficoltosa e avventurosa via per "ricollocarsi" in un tempo psichico interiore che spesso si dilata nell’allucinazione. E che la ricerca sia difficile lo testimonia, più di tutto, il suo stile che ricrea l’angoscia contemporanea del vivere (sbaglia totalmente Tullio Ketzich sul "Corriere della Sera" a definire la scrittura di Ballard come involuta). Ballard è sempre stato uno scrittore ripetitivo e ossessivo e, proprio in Crash, lo è come non mai. Qui, infatti, la franchezza sessuale e le lunghe descrizioni di ferite e mutilazioni, la strana e radicale unione tra carne e macchina (che Cronenberg riproduce solamente in maniera moderata) si esplicitano in una scrittura che è più medico-scientifica che letteraria, perfetta immagine di rapporti sociali totalmente disgregati e vissuti senza alcun sentimento: un incubo ad aria condizionata molto umida, qual è la nostra epoca.