Qual è la strada per lo spazio interiore

J. G. Ballard

New Worlds - maggio 1962

Uno sventurato sottoprodotto della corsa allo spazio tra Russia e America e dell'immensa pubblicità riversata sugli astronauti in gara, è probabilmente l'identificazione ancor più stretta, nella mente del pubblico, della fantascienza con i razzi e con le pistole a raggi di Buck Rogers. Se la SF ha mai avuto una possibilità di sfuggire a questa identificazione (dalla quale derivano in gran parte i suoi mali presenti) presto tale occasione sarà svanita e il riuscito atterraggio dell'uomo sulla Luna dovrebbe sancire definitivamente questa immagine. Invece di salutare l'apparizione dell'eroe in tuta spaziale con un brontolio di disapprovazione, i lettori comuni saranno delusi quando non troveranno i classici parafernalia (cervelli robotici e hyperdrive), così come molti spettatori rimangono annoiati a morte se un western non contiene almeno una bella sparatoria. C'è stato qualche tentativo di western senza pistole, ma sembravano storie di boscaioli. Uno dei miei timori come lettore di fantascienza è che nel prossimo futuro i prodotti più seri, attualmente l'unica ragion d'essere della SF, possano essere relegati, a meno che non si rilanci drasticamente il genere, nello stesso limbo anemico occupato dagli altri generi letterari languenti, come i racconti di fantasmi e le storie investigative.

Ci sono svariate ragioni per cui non credo che la space opera possa più fornire la fonte principale di ispirazione. Per prima cosa, nel suo complesso è principalmente giovanilistica, anche se non è tutta colpa dei lettori. Mort Sahl ha definito il centro di lancio di Cape Canaveral "Disneyland Est" e, che ci piaccia o meno, il termine riassume l'atteggiamento di tanti verso la fantascienza e sottolinea gli stretti margini creativi che impone uno sfondo gremito di razzi e di balzi interplanetari.

Un poeta del calibro di Ray Bradbury può accettare le attuali convenzioni rivistaiole è trasformare un argomento cosi trito come Marte in un mondo originale e incantevole, ma il genere non può affidare la sua sopravvivenza al continuo emergere di scrittori del calibro di Bradbury. L'interesse insito nelle storie di razzi e pianeti, con le loro dimensioni limitate dal punto di vista fisico e psicologico e le asfittiche relazioni umane, è troppo debole per rendere possibile una forma narrativa autosufficiente posta su queste basi. Semmai, il successo dei voli dell'uomo nello spazio sancirà come modello per la fantascienza le limitate esperienze psicologiche degli equipaggi (accuratamente, anche se involontariamente, anticipate dagli scrittori SF).

Dal punto di vista visuale, nulla può uguagliare la space opera quanto ad ampi scenari e algida bellezza, come dimostra un qualsiasi film o fumetto, ma quanto a forma letteraria essa necessita di idee più complesse e più argomentate a sostegno. Una nave spaziale non basta. (Curiosamente, alla luce dell'attuale pletora di astronauti, l'unico elemento autentico della vecchia space opera è il dialogo legnoso e appiattito. Ma se non possiamo rimproverare più di tanto il comandante Shepard per il suo "Ragazzi, che cor sa", il sonno senza sogni del maggiore Titov dopo la sua prima notte nello spazio è stato il maggior tonfo dopo la caduta di Icaro; quanti autori di fantascienza devono aver desiderato scrivergli il copione!)

Ma la mia vera obiezione al ruolo centrale oggi occupato dalle storie nello spazio è che hanno un fascino limitato. Diversamente dal western, la SF non può basare la sua esistenza, se non vuole perdere terreno, sul piacere accidentale che può garantire a un vasto pubblico di non specialisti. Come molti media specialistici, ha bisogno di un seguito fedele e perspicace, che vi cerca piaceri specifici, come il pubblico dell'arte astratta o della musica seriale. La vecchia guardia della space opera, anche se forma la spina dorsale dell'uditorio attuale della SF, da sola non può tenere invita il genere. Come molti puristi, non sopportano bruschi cambiamenti nella dieta. Ma, a meno che la fantascienza non si evolva, prima o poi altri mezzi espressivi prenderanno il Sopravvento, strappandole questo unico privilegio di essere la vetrina del futuro.

Troppo spesso negli ultimi tempi, quando ho cercato qualcosa di intellettualmente eccitante, mi sono rivolto alla pittura o alla musica piuttosto che alla SF e sicuramente questa è la sua maggiore pecca attuale. Per attrarre il lettore critico la fantascienza deve mutare radicalmente contenuti e atteggiamento. La SF da rivista nata negli anni Trenta sta cominciando a sembrare fuori moda al lettore generico, come l'architettura pseudo-aerodinamica di quegli anni. Non è solo perché i viaggi nel tempo, la psionica e il teletrasporto (che comunque non hanno nulla a che vedere con la Scienza e che hanno implicazioni tanto strabilianti che ci vuole del genio per sfruttarle decentemente) contribuiscono a datare la SF, ma perché il lettore generico è abbastanza intelligente da capire che la maggioranza delle storie è basata su minime variazioni sul tema e non su trovate innovative.

In altre parole, la fantascienza sta diventando accademica. Storicamente, questo tipo di virtuosismo accademico è un sicuro segno di declino e può anche succedere che il vero ruolo che la SF ricoprirà in futuro sia quello di un passatempo marginale ed eclettico, simile ad altri divertimenti barocchi come il teatro Grand Guignol e la narrativa esoterica, e che le sue poche riviste si trovino soggette a sterzate editoriali opportunistiche, in base all'ultima mania popolar-scientifica.

Se ripudiamo questa possibilità, convinti che la SF possa svolgere un ruolo sempre più importante come interpretazione creativa del mondo, dove possiamo trovare una nuova fonte di idee? Innanzitutto penso che la SF debba volgere le spalle allo spazio, ai viaggi interstellari, alle forme di vita extraterrestre, alle guerre galattiche e a quel cocktail delle suddette idee che occupa i nove decimi delle riviste di settore. Sono convinto che H.G. WeIIs abbia avuto un'influenza disastrosa sul successivo sviluppo della fantascienza. Non solo le ha fornito un repertorio di idee che ha praticamente monopolizzato il genere negli ultimi 50 anni, ma ne ha anche tracciato i lineamenti stilistici: trame lineari, narrazione giornalistica, una gamma limitata di situazioni e personaggi. I lettori di fantascienza, che ne siano consapevoli o meno, sono stanchi. Questi elementi cominciano a sembrare sempre più obsoleti in confronto all'evoluzione degli altri settori della letteratura.

Mi son chiesto spesso perché la SF non dimostri lo stesso slancio sperimentale che ha caratterizzato pittura, musica e cinema durante le ultime quattro o comunque decadi, arti che hanno imboccato con convinzione la strada di una maggiore profondità spirituale, sempre più intente alla creazione di nuovi stati della mente e di nuovi livelli di consapevolezza, alla costruzione di inedite simboliche rispetto alle quali quelle vecchie cessano di essere valide. Di conseguenza, penso che la fantascienza si debba sbarazzare delle sue attuali forme narrative e delle sue trame troppo esplicite per esprimere sottili interazioni ditemi e personaggi. Scappatoie come la macchina del tempo o la telepatia, per esempio, esimono l'autore dal prendersi la briga di descrivere indirettamente le interrelazioni tra spazio e tempo. E per un curioso paradosso gli impediscono di usare la sua immaginazione, lasciandogli una ristrettissima libertà di movimento all'interno degli angusti limiti che gli impongono.

I maggiori progressi dell'immediato futuro avranno luogo non sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra; è lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. L'unico pianeta veramente alieno è la Terra. In passato la SF ha propeso verso le scienze fisiche - astronautica, elettronica, cibernetica - ma l'enfasi dovrebbe slittare verso le scienze biologiche, soprattutto sulle loro manipolazioni narrative e creative, implicite nel termine science fiction. La precisione, ultimo rifugio di chi non ha fantasia, non importa un accidente. I non ci serve più scienza ma più fantascienza e l'introduzione dei cosiddetti "articoli d'informazione scientifica" nelle riviste è un banale tentativo di rivestire con panni più rispettabili i vecchi stracci di Buck Rogers.

Più precisamente, mi piacerebbe vedere la SF diventare astratta e cool, inventare da zero situazioni inedite e contesti che illustrino trasversalmente i suoi temi. Per esempio, invece di trattare il tempo come una specie di pirotecnica rotaia panoramica, mi piacerebbe che fosse usato per quel che è, come una delle prospettive della personalità e che fossero elaborati concetti quali zona temporale, tempo pr6fondo, tempo archeopsichico. Vorrei trovare più idee psicoletterarie, più concetti metabiologici e metachimici, sistemi crono-biologici personali, spazi-tempi e psicologie sintetici, quei semimondi remoti e cupi che scorgiamo nei dipinti degli schizofrenici, una completa poesia speculativa, fantasia della scienza.

Credo fermamente che solo la fantascienza sia equipaggiata per diventare la letteratura di domani e che sia il solo mezzo espressivo dotato di un adeguato vocabolario di idee e situazioni. Gli standard che si propone sono più elevati di quelli di ogni altro genere letterario; d'ora in poi, credo, il lavoro più duro toccherà non a scrittori e redattori, ma al lettore, su cui ricadrà il peso di accogliere uno stile narrativo più obliquo, temi accennati, simboli e gerghi personali. La prima vera storia, quella che intendo scrivere io se non lo farà nessun altro, parlerà di un uomo privo di memoria che, sdraiato su una spiaggia, fissa una ruota arrugginita di bicicletta e cerca di estrapolare l'essenza assoluta della loro relazione reciproca. Se vi sembra astratto e poco convenzionale, tanto meglio, perché la SF dovrebbe utilizzare una dose maggiore di sperimentalismo; e se vi suona noioso, be', almeno sarà un nuovo tipo di noia.

Come commento finale, mi viene in mente lo scafandro col quale Salvador Dalì tenne una conferenza alcuni anni fa a Londra. L'operaio mandato a ispezionare la tuta gli chiese quanto si proponesse di scendere e, con espressione fiorita, il maestro esclamò: "Fino all'inconscio!", al che l'operaio rispose assennatamente: "Ho paura che non potremo scendere tanto!" Cinque minuti più tardi, si dice, Dalì a momenti soffocava entro il casco.

E questa tuta intern-spaziale che ancora ci manca ed è compito della fantascienza costruirla!

per gentile concessione della ShaKe