Io & Ballard

Franco Ricciardiello

Ho visto di recente a casa di Roberto Sturm una copia della prima edizione Urania di "Passaporto per l'eternità", antologia di 4 racconti di J.G.Ballard; rileggendo l'introduzione ho visto che definiva "La rete di sabbia" come "una delle più belle storie di fantascienza mai scritte." Io stesso ho pensato a lungo che fosse vero, perché The cage of sand è una di quelle storie che ti rimangono dentro per anni e anni, una delle consuete ambientazioni agorafobiche di Ballard: hotel abbandonati in un deserto rosso a causa della terra marziana trasferita per controbilanciare (!) il peso dei materiali trasportati su Marte.

Naturalmente, Ballard mette l'accento sul sentire del protagonista, su quell'inner space (spazio interiore, contrapposto all'outer space, lo spazio esterno) che è l'impronta della modernità sull'uomo.

Avevo forse 15 anni all'epoca in cui lessi per la prima volta Ballard e il suo "Passaporto per l'eternità"; il nome mi rimase impresso nella memoria e quando un amico mi prestò un'altra antologia, "Il giorno senza fine" (The day of forever, pubblicata nei Pocket Longanesi), la gustai con attenzione. Mi resi conto subito che Ballard andava assunto a piccole dosi: dopo un'intera raccolta di racconti la testa comincia a girare, lo stomaco è compresso e si prova un brivido a metà tra il morboso e il disgusto: perché Ballard non si rivolge alle nostre facoltà razionali, ma (come tutti i surrealisti) direttamente all'inconscio.

Per esempio, l'incipit del racconto che dà nome all'antologia (traduzione di Lella Costa: possibile che…?) colpisce come un pugno al plesso solare:

A Columbine Sept Heures c'era sempre il tramonto. Qui la splendida vicina di Halliday, Gabrielle Szabo, camminava nella sera, e il suo vestito di seta sollevava nuvole rosse di sabbia fine. Dal balcone di quell'albergo vuoto, vicino alla comunità degli artisti, Halliday guardava fuori, al di là del fiume prosciugato, verso le ombre immobili sul paesaggio deserto, il crepuscolo d'Africa, infinito e ininterrotto, che lo adescava con la promessa dei suoi sogni perduti. Le dune scure, con le creste toccate da quella luce spettrale, s'inseguivano come le onde di un mare di mezzanotte.

Ballard inizia quasi sempre le sua storie in media res, cercando di agganciare il lettore con un'immagine-esca; la sua scrittura è ricca di aggettivi (sabbia fine, sogni perduti, dune scure, luce spettrale) e di complementi di specificazione (vestito di seta, mare di mezzanotte, nuvole rosse di sabbia). Se si considera che quasi sempre evita le metafore per utilizzare le similitudini ("s'inseguivano come le onde di un mare di mezzanotte") si comincia ad avere un'idea delle sue scelte stilistiche. I racconti notevoli dell'antologia sono due: quello del titolo, che vede una strampalata comunità di solitari allo sbando su un pianeta Terra in cui la rotazione è cessata, e "I pazzi", una straordinaria storia di follia omicida.

Erano i tardi anni Settanta; non si sa come, la fantascienza di Ballard, così atipica, sembra piacesse ai lettori italiani. Ormai il suo nome era tra i miei autori preferiti, così acquistai e gustai con la consueta nausea mista ad ammirazione un'altra antologia, "Incubo a quattro dimensioni", apparsa sugli Oscar Mondadori. Tre sono i racconti veramente notevoli: di nuovo The cage of sand, questa volta tradotto come "La prigione di sabbia", "Il giardino del tempo" e "In tredici verso Centauro". Nel secondo racconto, alcuni aristocratici eremiti si sono rifugiati in una villa palladiana; cogliendo fiori alti due metri che si trovano in giardino, riescono a tenere distante l'immensa calca umana in emigrazione che rischia di travolgerli: a ogni fiore colto, il tempo fa un balzo indietro e la minacciosa massa umana arretra fino all'orizzonte. Il volume è sprovvisto di presentazione (evidentemente la fantascienza non merita introduzioni critiche), per fortuna la IV di copertina perla di "stupefacente suggestione dei simboli", "perversità dell'immaginazione" e "punte di alta e dolente poesia."

C'è da dire subito che la forza evocativa dei romanzi di Ballard non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella dei racconti (naturalmente, salvo alcune notevoli eccezioni). Ballard stesso sembra essersene accorto, perché si dedica all'inizio della sua carriera soprattutto alla produzione breve.

Verso la fine degli anni Settanta presi in prestito alla biblioteca circolante "La civiltà del vento", una delle più belle antologie di Ballard, soprattutto perché contiene l'omonimo racconto lungo: una storia post-catastrofe ambientata in una metropoli in cui un gruppo di sopravvissuti cerca di ricreare un simulacro di civiltà tecnologica. Il racconto "Bambini prodigio" (The Comsat angels) è un'anticipazione del successivo e inquietante "Un gioco da bambini".

Ho definito non a caso "inquietante" la narrativa di Ballard: al termine della lettura si ha sempre l'impressione che si tratti di una gigantesca metafora, che qualcosa ci sfugga; Ballard non dice mai apertamente, il suo protagonista (meglio, il suo "punto di vista") è sempre reticente, dobbiamo desumere ciò che pensa esclusivamente dalle sue azioni.

Lessi finalmente intorno al 1978 il primo romanzo, "Condominium" (High Rise), un'agghiacciante storia sulla degenerazione dei rapporti sociali all'interno di un mastodontico complesso abitativo della periferia di Londra. Di nuovo, quel retrogusto sgradevole di realismo che era pressoché assente nella science fiction dell'epoca. "Vento dal nulla" e "Terra bruciata" furono una delusione e "Deserto d'acqua" una parziale delusione: come ho anticipato, i romanzi non riuscivano a tenere dietro ai racconti, la tensione calava, i personaggi risultavano freddi, eccessivamente impassibili.

Nel 1981, mentre ero sotto le armi, lessi l'antologia "Il gigante annegato". Mi prese così tanto che tenevo il libro nella tasca della tuta da combattimento anche durante le adunate e le esercitazioni. Giustamente, il commento sul retro di copertina afferma che Ballard "ha aperto alla fantascienza inglese le strade più inusitate e ambigue dell'innaturale, del difforme, dell'allucinato".

"L'uomo luminoso" è una breve anticipazione di quel capolavoro che è "Foresta di cristallo", "Il delta al tramonto" è un altro di quei brani in cui la nausea di Ballard è più persistente:

Ogni sera, quando il denso crepuscolo polveroso si stendeva sui canali e sui fangosi bacini prosciugati dal delta, i serpenti uscivano all'aperto e invadevano la spiaggia. Semiaddormentato sulla sdraio di vimini, sotto il telone della tenda, Charles Gifford osservava le loro forme sinuose arrotolarsi e srotolarsi strisciando lentamente su per i rialzi del terreno. Nell'opaca luce turchina, il crepuscolo illuminava come un faro pallido le spiagge umide, e i corpi intrecciati brillavano quasi fossero fosforescenti.

(The delta at sunset, trad. di Beata Della Frattina)

Di regola, Ballard fornisce nell'incipit le coordinate spaziali della narrazione, riferisce un'azione continuata nel tempo (che in italiano è resa con l'imperfetto indicativo) e cita il nome di un protagonista. Ballard usa sempre cognomi medi inglesi: per sua stessa ammissione, trova i nomi nelle liste di redazione dei giornali di costume o sugli elenchi telefonici.

Malgrado la sua appartenenza alla New Wave, la fantascienza inglese degli anni Sessanta che pone l'accento sull'uomo, Ballard conosce molto bene i temi e gli stereotipi della sf d'avventura: lo dimostrano storie come "Le terre d'attesa" (su Il giorno senza fine) o "L'astronauta scomparso".

In una libreria dell'usato di Treviso (ero ancora sotto leva), mi pare si chiamasse Tarantola, acquistai finalmente "Foresta di cristallo", probabilmente il migliore dei romanzi di fantascienza di Ballard. Un breve episodio era già anticipato ne "Il gigante annegato" con il titolo di "L'uomo luminoso". Ho scoperto che "La foresta di cristallo" è, nel gusto di quasi tutti gli estimatori di Ballard, una delle sue prove migliori: la tensione rimane elevata come nei racconti, e la vicenda rimane affascinante fino alla fine, lungo il consueto deterioramento delle condizioni nelle quali troviamo i personaggi all'inizio della narrazione.

Immediatamente dopo il servizio militare, Ballard era decisamente il mio preferito fra gli autori di science fiction. Ordinai per posta alla Fanucci "I segreti di Vermilion Sands", una sublime antologia che raccoglie tutte le storie ambientate in questa immaginaria località del futuro a metà fra il surreale e il decadente: nella prefazione, Gianfranco De Turris cita giustamente Dalí e De Chirico, due ombre che si proiettano come gnomoni di meridiana sui paesaggi di questa città ubicata "da qualche parte tra l'Arizona e la spiaggia di Ipanema, ma in questi ultimi anni mi sono compiaciuto di vederla spuntare un po' dovunque, e soprattutto in qualche settore della città lineare, lunga 5000 km, che si stende da Gibilterra alla spiaggia di Glyfada lungo le coste settentrionali del Mediterraneo" (dalla prefazione dello stesso Ballard, trad.di Roberta Rambelli). Da leggere assolutamente "I mille sogni di Stellavista", l'ultimo racconto dell'antologia, ambientato durante la decadenza di Vermilion Sands.

Nel dicembre del 1981, Urania pubblicò uno speciale natalizio contenente il più recente romanzo di Ballard, "Ultime notizie dall'America" (Hello America) insieme a un'antologia di poco precedente, "Ora zero" (The Venus hunters). Nel romanzo, una spedizione europea varca l'Oceano per riscoprire il continente americano, decenni dopo che il grosso della popolazione è emigrato a causa di una catastrofe ecologica; da allora non si erano più avute notizie certe. Il motivo principale per cui i romanzi di Ballard non riescono a mantenere il ritmo dei racconti è dovuto al fatto che questi ultimi presentano di solito non una storia vera e propria, bensì solo il momento di catarsi di una vicenda delimitata da pochi elementi, definiti immediatamente dopo l'incipit. Nel romanzo invece Ballard prospetta una vicenda in evoluzione, fatto che stride con la staticità delle ambientazioni surrealiste: è concepibile trasporre su pellicola l'atmosfera inquietante di un De Chirico?

L'antologia "Ora Zero" saccheggia ampiamente le precedenti "Passaporto per l'eternità" e "Essi ci guardano dalle torri". Contiene un racconto molto particolare, "Controtempo" (Controtempo), che inizia con la morte del protagonista e termina con la sua nascita mentre gli eventi scorrono al contrario. "Zoom di 60 minuti" (The 60 minute zoom) è un agghiacciante racconto ambientato in quell'infinita metropoli costiera di cui Ballard ci ha già parlato. Suggestiva è anche l'ambientazione di "Un pomeriggio a Utah Beach", (One afternoon at Utah Beach), dove il consueto paesaggio desertificato, riflesso esterno dell'inner space, è rappresentato dalle fortificazioni tedesche residue dello sbarco in Normandia.

Immediatamente dopo questo numero doppio, trovai su una bancarella dell'usato l'edizione originale di "Essi ci guardano dalle torri" (Urania n. 371), che contiene "Amplificazione" (Track 12), un agghiacciante racconto di omicidio, e un'autentica bizzarria: a pag. 53 appare un racconto intitolato "Il tempo si guasta", correttamente indicato come la traduzione di Escapement… peccato solo che si tratti della traduzione di "Thirteen to Centaurus" conosciuto come "In tredici verso Centauro" o "Tredici verso Centauro". Poiché l'antologia italiana raccoglie la seconda parte di Passport to eternity, l'Urania intitolato "Passaporto per l'eternità" contiene il racconto "Tredici verso Centauro", in realtà la traduzione di Escapement.

Nel 1984 Urania pubblicò una raccolta di racconti nuovi, "Mitologie del futuro prossimo" (Myths of the near future), di una nitidezza agghiacciante. "Riunione di famiglia (The intensive care unit) è un'antiutopia casalinga sullo choc tecnologico. "Teatro di guerra" (Theatre of war) appartiene invece a un altro argomento che sembra stare molto a cuore a Ballard, il conflitto bellico: qui, la guerra del Vietnam viene trasposta in un'immaginaria Inghilterra in cui i marines statunitensi combattono contro un fronte di liberazione comunista che ha in pugno le campagne. Il governo fantoccio di Londra, mantenuto da Washington, è guidato dal principe Carlo (!). "Guerra finita" (The dead time) anticipa invece alcuni episodi della seconda parte de "L'impero del sole".

Nel frattempo, avvenne un fatto nuovo: nel 1984 Ballard cessò volontariamente di essere un autore di fantascienza. In precedenza aveva già pubblicato romanzi mainstream, ma la sua produzione science fiction era proseguita regolarmente. Invece la pubblicazione de "L'impero del sole", la riduzione cinematografica di di Steven Spielberg e il successo che ne seguì lanciò Ballard al successo presso il grande pubblico, e questo fatto lo portò a negare un valore della fantascienza nei nostri tempi. Questa affermazione mi indispettì talmente che rifiutai a lungo di leggere Empire of the sun.

La casa editrice Anabasi di Piacenza pubblicò agli inizi degli anni Novanta "L'isola di cemento" (Contrete island) e "Un gioco da bambini" (Running wild), racconto lungo spacciato per romanzo (e venduto al prezzo di un romanzo); nelle note di copertina di queste eleganti edizioni in brossura leggiamo questa simpatica affermazione: "Tra i suoi libri più noti, L'impero del sole, Il giorno della creazione, Crash e La gentilezza della donne", in pratica, tutti i romanzi che non contenessero il minimo sentore di science fiction. La supponenza del mondo letterario ufficiale in Italia raggiungeva vette in cui si poteva definire "spocchia".

Finalmente, alla fine degli anni Ottanta anche le opere più maledette di Ballard furono tradotte in Italia: "Crash" (Crash) e "La mostra delle atrocità" (The athrocity exhibition), quest'ultimo con una prefazione di William Burroughs.

"Crash" è la quintessenza della scrittura di J.G.Ballard. È qui che il suo stile è più monolitico, tutto giocato su iterazioni di sostantivi (p.es. vinile, radiatore, e i vocaboli che indicano parti del corpo) e di aggettivi (p.es. cromato, autostradale, frantumato). La selezione terminologica è estrema, i vocaboli astratti sono relegati al campo della geometria (p.es. angolo, intersezione), così che la storia acquista il sapore di un feticismo della materia spinto all'estremo. La trama è conosciuta: dopo avere ucciso in uno scontro automoblistico preterintenzionale il marito di una dottoressa, il protagonista/punto di vista conosce Vaughan, il suo antagonista deviante, affetto da una psicopatologia morbosa e voyeuristica nei confronti degli incidenti stradali. Vaughan percorre le strade ad alta velocità intorno a Londra fermandosi come un avvoltoio a fotografare le vittime di incidenti mortali, partecipa a scommesse illegali prestandosi a fare il crash test dummy e sogna di morire in uno scontro frontale con l'auto di Liz Taylor.

Per Vaughan, scontro automobilistico e sessualità s'erano uniti in un matrimonio definitivo. Lo ricordo nelle notti con giovani donne nervose, sui sedili posteriori schiacciati di auto abbandonate in depositi di sfasciacarrozze, e ricordo le foto di lui e di loro nelle vari posizioni di atti sessuali malagevoli. Illuminate dal flash della sua Polaroid, facce tirate e cosce tese sembravano quelle di superstiti di una catastrofe sottomarina.

(Trad. di G.Pilone Colombo)

In questo romanzo atroce e bellissimo, generato probabilmente dall'ossessione per la morte della giovane moglie in un incidente automobilistico, Ballard crea una tensione morbosa e patologica, vagamente anni Cinquanta, che porta la consueta nausea da Ballard a una sublimazione in grado di dare dipendenza. Da "Crash" in poi, abbiamo bisogno di sempre nuove dosi di nausea; come egli stesso affermò, " avremmo bisogno di più violenza i tv, penso che non ce ne sia abbastanza nei programmi televisivi", dopo la lettura di questo romanzo pubblicato nel 1973 e tradotto con 17 anni di ritardo, siamo completamente assuefatti alla logica della sua violenza.

Il successivo "La mostra delle atrocità", opera chiave del postmoderno mondiale, è stato in grado di sconvolgermi nuovamente. Non a torto la citazione del Financial Times in quarta di copertina lo definisce una devastante poesia della violenza. Ancora più maledetto di "Crash", arrivò in Italia nel 1991 con un ritardo anche maggiore e nella traduzione di Antonio Caronia. Si tratta di una serie di flash, brevi racconti come tessere di un puzzle costruiti talvolta nella forma di relazioni scientifiche ("L'assassinio di John Fitzgerald Kennedy considerato come una gara automobilistica in discesa"), o addirittura come trascrizioni di operazioni chirurgiche sulle quali Ballard inserisce nomi di personaggi pubblici ("Il lifting della principessa Margaret", "La rinoplastica della regina Elisabetta"). L'opera è un'impietosa analisi dell'America degli anni Sessanta e delle sue ossessioni: il delitto Kennedy e la sua rappresentazione mediatica, i fotogrammi del filmato Zapruder; il Vietnam; Hollywood; lo stile violento e feroce gli valse anche denunce e processi, si pensi ai frammenti intitolati "Amore e napalm: gli USA formato esportazione" o "Ecco perché voglio fottere Ronald Reagan." Quest'ultimo procurò il macero dell'edizione americana del 1970; pubblicato nel 1967, fu incredibilmente distribuito come ciclostilo anonimo alla convention del 1980 che candidò Reagan alla presidenza, con tanto di timbro del partito repubblicano: evidentemente non fu letto dagli organizzatori, perché il testo contiene una sequela di eleganti oscenità nei confronti del futuro presidente degli USA. Il verbo "fottere" del titolo non viene utilizzato nel suo significato metaforico, bensì come traduzione dell'inglese fuck, dunque nel suo significato… diciamo "idraulico".

I primi otto frammenti hanno spesso un protagonista che sembra il medesimo, ma che ogni volta appare con un nome differente, malgrado tutti inizino per T: Travis, Talbot, Tallis, Trabert, Talbert, Travers. La sezione centrale ospita i brani più terribili: oltre a Reagan e Amore & Napalm, un'anticipazione di Crash. Lo stile di questi brani è da relazione industriale:

Falsi filmati di atrocità. Un confronto tra i filmati del Vietnam e dei falsi notiziari su Auschwitz, Belsen e il Congo, dimostra che la guerra nel Vietnam possiede un fascino e una potenzialità curativa ben superiori a questi ultimi. All'interno del programma terapeutico un gruppo di pazienti è stato incoraggiato a progettare un falso film di atrocità, utilizzando fotografie di mutilazioni orali, rettali e genitali alternate con le immagini di personaggi politici.

Love & Napalm U.S.A.

La violenza verbale di Ballard utilizza un vocabolario così scientifico che il suo significato, in brani presi isolatamente, potrebbe essere frainteso: una specie di reductio ad absurdum che dimostra la tesi attraverso il suo esatto opposto.

Trovai talmente intrigante questo espediente stilistico che, dovendo relazionare sulla XVII Italcon, il congresso italiano di appassionati di fantascienza, scrissi su Intercom n. 126/127 un report sulla falsariga di una precedente esperienza di Gallo e Asciuti, impostata come una relazione scientifica. Naturalmente, il mio brano imitava lo stile scientifico e brutale di Ballard, presentando i risultati assurdi di un supposto test su iscritti all'Italcon nel quale apparivano numerosi nomi del fandom (compreso il mio e quello di numerosi amici). Si scatenò immediatamente una campagna di sterminio: Enrico Rulli, che teneva una rubrica sul bollettino dell'Editrice Nord (migliaia di copie distribuite), stigmatizzò ferocemente il testo, accusandomi di indicibili volgarità a sfondo sessuale. Neppure il titolo della relazione, "La mostra delle atrocità", lo portò a comprendere che si trattava di un'allegoria di Ballard. Un non meglio precisato avvocato veneto scrisse una minacciosa missiva al sottoscritto e alla redazione di Intercom (forse poco più di cento copie distribuite), e la polemica continuò per oltre un anno sulle pagine delle due riviste. Per quanto mi riguarda, mi sono tenuto fuori da qualsiasi spiegazione fino al momento di scrivere queste righe: ho sempre sostenuto, infatti, che l'autore sia fra i meno indicati a fornire interpretazioni della propria opera, e siccome si trattava palesemente di un'opera di fiction, a questa regola mi sono attenuto.

Dopo la metà degli anni Novanta, avviai la mia riconciliazione con il Ballard post Empire of the sun. A essere sincero, trovai sottotono l'inizio di "Cocaine nights" (Cocaine nights), ma la storia decollò dopo i primi capitoli, e ritrovai le ambientazioni desolate, la cifra di una solitudine mentale che non ha nulla da invidiare alla soledad di certi personaggi di García Márquez:

Quasi invisibile a prima vista, la gente sedeva sulle terrazze e nei patios, guardando verso un orizzonte inesistente, come figure in un quadro di Edward Hopper.

Pensando già a un articolo, notai le caratteristiche di questo mondo silenzioso: l'architettura bianca che cancellava la memoria, il riposo forzato che fossilizzava il sistema nervoso, l'aspetto quasi africanizzato, ma di un nord Africa inventato da qualcuno che non aveva mai visto il Maghreb, l'apparente assenza di strutture sociali, l'atemporalità di un mondo al di là della noia, senza passato, senza futuro, con un presente ridotto al minimo. A questo assomigliava forse un futuro dominato dal tempo libero? Nulla sarebbe mai accaduto in questo regno senza affetti, dove una deriva entropica teneva tranquilla la superficie di mille piscine.

(Trad. di Antonio Caronia)

Lo stile di Ballard è rimasto sostanzialmente simile a quello degli esordi, nei primi assi Sessanta: aggettivazione precisa, insistenza sul dettaglio, riferimenti iconografici alla pittura moderna. Contemporaneamente all'abbandono della fantascienza, Ballard ha conquistato la padronanza completa della trama lunga, anche se una certa difficoltà permane al confronto con certe straordinarie storie brevi dei primi tempi. "Il paradiso del diavolo", ultimo romanzo tradotto (incredibilmente, Baldini & Castoldi non cita il titolo originale), torna al punto di vista di un ragazzo, talvolta utilizzato da Ballard con effetti particolari; in questo caso, l'ambientazione di un'isola del pacifico ricorda per certi versi l'atout geografico che scatena la violenza ne "Il signore delle mosche" di Goulding.

Infine, accingendomi a scrivere questo intervento, ho simbolicamente varato una riconciliazione finale con J.G.Ballard leggendo "L'impero del sole" che avevo già acquistato in edizione tascabile alcuni anni fa. In questo modo mi sono accorto di avere ritardato la lettura di un romanzo terribile e bellissimo, una storia angosciante che Spielberg ha saputo rendere solo in parte sullo schermo. Malgrado il regista statunitense abbia conservato una certa fedeltà all'originale letterario, fino al punto di riportare esattamente alcune battute, e arrivando all'eccesso di mettere in scena un'immagine ancora più ballardiana del romanzo (mi riferisco all'ingresso dei prigionieri nello stadio di Chiang Kai-shek dove sono "parcheggiati" gli oggetti requisiti dai giapponesi), il film non riesce a riflettere la particolare disperazione del protagonista. Ballard ottiene questo effetto perché il piccolo Jamie è anche il punto di vista della narrazione: in questo modo si inserisce davanti agli occhi del lettore una specie di filtro deformante che rende più assolute le reazioni del ragazzino. Da biasimare la quarta di copertina della Rizzoli: "J.G.Ballard ha dovuto aspettare quarant'anni prima di raccontare perché gli ci sono voluti vent'anni per dimenticare il campo di prigionia e altrettanti per resuscitare, con uno straordinario viaggio della memoria, i fatti crudeli e i sentimenti dolorosi provati da un ragazzo che si è venuto a trovare troppo presto di fronte alla faccia più dura della vita". Non una parola sull'attività di scrittore, né sul fatto che i paesaggi desolati del campo di aviazione giapponese e della Cina sconvolta dall'invasione potrebbero essere la chiave di volta per comprendere la desolazione di certe ambientazioni devastate dal virus della solitudine interiore.

Perché questa sembra in definitiva la cifra riassuntiva della sua narrativa, più ancora dell'ambiguità o dell'allucinazione: la solitudine dei protagonisti che si riflette nella desolazione dell'universo.