La città e le stelle
Paolo Bertetti

Le meraviglie della città tecnologica

La città e le stelle: così si intitolava uno dei più immaginifici romanzi di Arthur Clarke [Il celebre scrittore e scienziato a cui si deve, tra l’altro l’idea di partenza di 2001: Odissea nello spazio], quasi a indicare programmaticamente due tra i più grandi temi affrontati dalla fantascienza: la proiezione fantastica verso un altrove visto per lo più come nuova frontiera da conquistare e colonizzare, e l’istanza della rappresentazione del progresso tecnico-scientifico e del suo rapporto con la società, del quale è emblema la città tecnologica e industriale.

Questa identificazione tra città e sviluppo tecnologico sottende gran parte dell’immaginario fantascientifico del nostro secolo, nel quale non sono frequenti le visioni bucolico-pastorali che non sottendano un qualche rifiuto della civiltà tecnologica.

Eredi di un retaggio culturale che va dalla città ideale del rinascimento, alla Città del Sole di Campanella e a quella di Utopia di Thomas Moore, ma anche della cupa ossessione della Metropolis cinematografica di Fritz Lang, le città della science fiction "esprimono - dice Carlo Pagetti - la grandiosità faraonica di un formidabile progetto tecnologico. La Terra stessa tende a diventare un’enorme città meccanizzata, i cui confini si dilatano, come la produzione industriale, oltre i limiti planetari". Abbiamo così le torri sfavillanti e le meraviglie tecnologiche della Capitale Imperiale descritta da A. E. Van Vogt ne Le armi di Isher (e da tanti altri autori in una infinità di romanzi), le città automatiche, create per servire l’uomo in tutto (e che spesso continuano a funzionare anche quando i loro abitanti sono scomparsi da tempo, come in "Servitore sciocco" di Walter Miller Jr.), i grattacieli e le strade sopraelevate disegnate in un neo-barocco tecnologico da Frank R. Paul negli anni ’30, le strade mobili di Le strade devono scorrere di Robert Heinlein Ecco soprattutto Trantor, il cuore pulsante dell’Impero Galattico descritto da Isaac Asimov nel ciclo della Fondazione, la città che nel corso dei secoli si è estesa, livellando le montagne e prosciugando gli oceani il pianeta, fino a ricoprire l’intero pianeta, apoteosi di tutte le città della fantascienza, utopica e orrifica al contempo. Ma ecco anche le città-astronave, come quella di Orfani del cielo di Robert Heinlein o come la "Porta dell’Infinito", la gigantesca stazione spaziale di Pell descritta in La lega dei mondi ribelli da C.J. Cherrih, ma anche, in definitiva, come la stessa Enterprise, lanciata lungo la pista delle stelle.

Metafora della civiltà tecnologica, la città fantascientifica (forse per la sostanziale fiducia tecnocratica che permeava in genere gli autori della fantascienza classica) diventa metafora della civiltà tout-court, tanto che nel romanzo apocalittico inglese (ma non solo in quello) la fine della civiltà è essenzialmente la fine delle città e, in maniera tipicamente inglese, di Londra in particolare: da La guerra dei mondi di H.G. Wells, ai romanzi catastrofici degli anni ’50 (Il giorno dei trifidi di John Windham), fino alla Londra sommersa dalle acque di un oceano tropicale di Deserto d’acqua di James Ballard.

Topologia della città chiusa

La città fantascientifica sembra non riuscire, in genere, a raggiungere un rapporto equilibrato col territorio: rappresentazione figurata di un insanabile dissidio tra cultura e natura, essa sembra destinata ad espandersi di continuo fino a far scomparire la natura (come nella favolosa Trantor, o come nell’alienante "Città di concentramento" di James Ballard, che si estende all’infinito in tutte le direzioni e dalla quale è impossibile uscire) o a venirne distrutta, oppure a porsi come spazio limitato e circoscritto, completamente distaccato e spesso ignaro del mondo che la circonda, ulteriore simulacro di alienazione.

È questo il caso di Despar, l’ultima città degli uomini in un lontano futuro nel quale la terra ha perso la corsa per lo spazio, descritta nel già citato La città e le stelle, paradigma di tante altre "metropoli degli ultimi giorni", per lo più caratterizzate da un estremo immobilismo sociale e culturale, da una spiccata ritualità degli usi e dei costumi, e da una chiusura quasi totale verso il mondo esterno; così le città del crepuscolo descritte da C.J. Cherryh nella raccolta Il crepuscolo della terra, pur coesistenti sono tra loro completamente - e inspiegabilmente - isolate. Altre volte invece esse sono invece le uniche rimaste sulla Terra, come la Cirque di Terry Carr, affacciata su un abisso senza fondo, ricordo di un’antica catastrofe che sarà anche causa della sua fine ultima, o la Ginevra che in City di Clifford Simak racchiude in una sorte di nirvana gli ultimi uomini, fugace visione in una successione di ere durante le quali la razza umana viene sostituita da quella canina, e questa a loro volta dalle formiche. Spesso queste città sono anche materialmente isolate dall’ambiente circostante, come la già citata Despar; così in L’ultimo castello di Jack Vance, le ultime città dell’umanità ricordano da vicino gli antichi castelli medioevali.

Certo, a volte le città "chiuse" hanno una loro ragione contingente; è il caso delle città marziane descritte da Arthur Clarke in Le sabbie di Marte, protette da gigantesche cupole di materiale traslucido che le riparano dall’ambiente esterno ostile; questa idea è stata riproposta in tantissime opere successive, non ultimi Il rosso di Marte di Kim S. Robinson o Trenta milioni bruceranno vivi di Richard Lupoff, nel quale però l’ambiente ostile da cui le città vengono protette è quello ecologicamente degradato della nostra Terra.

Altre volte il tema della chiusura al mondo assume l’immagine della metropoli sotterranea, come l’allucinante Inferno post-atomico descritto in La penultima verità di Philip Dick, o l’agorafobica città di Abissi di Acciaio di Isaac Asimov, in cui tale soluzione è stata adottata per fronteggiare la sovrappopolazione, destinando tutta la superficie alla produzione alimentare.

L’agorafobia come istituzione sociale pervade anche la società delle Monadi Urbane, le immense piramidi abitative che torreggiano per centinaia di piani sul mondo esterno ospitando ognuna quasi un milione di persone, descritte in Monade 116 di Robert Silverberg. L’idea è stata ripresa recentemente da Stephen Gould, che in "Un regalo di compleanno" ha immaginato che coloro i quali, per i più vari motivi, vivono al di fuori della società dei condomini, si trovano ad essere, letteralmente, anche fuori dell’edificio, e ci descrive una intera società i cui membri vivono un’esistenza da eterni free-climbers, aggrappati ai cornicioni e alle pareti esterne della gigantesca costruzione.

Il distacco con l’ambiente circostante è ancora più evidente nella quadrilogia Le città volanti di James Blish, dove le più grandi città della Terra, si staccano dal pianeta e, racchiuse in immani campi di forza, partono alla volta delle stelle coronando un duplice sogno che sembra sottendere tutta la fantascienza: la conquista dell’Universo e l’affrancamento definitivo delle città e dei loro abitanti dall’ambiente naturale.

Ma la "città chiusa" più fantastica e suggestiva è forse quella descritta da Cristopher Priest in Mondo alla rovescia: una città chiamata Terra che scivola sulla superficie di un mondo non-euclideo, su rotaie posate dalla Corporazione delle Strade, seguendo una direzione determinata dalla Corporazione dei Topografi del Futuro, per raggiungere un misterioso punto ottimale che è sempre a poche miglia di distanza, mentre le terre si allontanano da esso, e più sono distanti più grandi sono le aberrazioni che colpiscono il tempo e lo spazio.

La decadenza delle grandi città

Le città della fantascienza possono dunque essere grandiose e meravigliose oppure spersonalizzanti e disumane, spesso entrambe le cose contemporaneamente, ma, almeno nella fantascienza classica, sembrano spesso soffrire di eccessivo astrattismo, modelli simbolici piuttosto che città reali, in preda a quotidiani problemi di violenza, degrado, tensioni sociali.

È negli anni ’60 che si fa strada nella fantascienza una rappresentazione più realistica dell’ambiente urbano: non si tratta più di città fantastiche, ma delle nostre città, proiettate in un futuro prossimo, il più delle volte tutt’altro che roseo. Così Arancia meccanica di Anthony Burgess, con le sue bande di giovani teppisti, è del 1962, e ad esso seguiranno sull’esempio di Philip Dick e James Ballard, numerosi esempi di una sorta di apocalisse quotidiana caratterizzata da un lento incancrenirsi materiale, sociale e culturale (si vedano adesempio 334 di Disch, Tutti a Zanzibar di John Brunner, Largo Largo di Harry Harrison, da cui il film 2013: i sopravvissuti).

Dhalgren di Samuel Delany è del 1974 e ci descrive una città, Bellona, simbolo e specchio utopico di tutta una generazione di movimenti americani in lotta contro il sistema, una città dove l’ordine sociale si è dissolto e bande di motociclisti mantengono a loro modo l’ordine, mentre nuovi modi di vita e di socialità vengono sperimentati in una sorta di anarchica libertà. Dopo verranno la città-prigione di 1997: fuga da New York di John Carpenter, e il futuro malato del Blade Runner di Ridley Scott, non a caso tratto da un romanzo di Philip Dick.

Ma è soprattutto col cyberpunk degli anni ’80 che il paesaggio urbano assume aspetti iperreali: nei suoi romanzi (a partire da Neuromante) William Gibson, il più delle volte viste attraverso personaggi invariabilmente ai margini della società, ci da una descrizione trasversale di metropoli immense e degradate (l’immane sprawl, l’asse metropolitano Boston-Atlanta), coi loro quartieri sovrappopolati, spesso in mano a bande giovanili o alle organizzazioni criminali, illuminati dai bagliori dei neon delle sale giochi e degli schermi di computer, ma anche con le ipertecnologiche stanze del potere delle grandi zaibatsu internazionali. Sono città in cui convivono meraviglie hi-tec e frantumazione sociale, quartieri degradati e palazzi ipertecnologici, sedi delle grandi zaibatsu internazionali, globalizzazione culturale e stili e musiche di strada; un ambiguo immaginario Noir urbano al di là di ogni utopia, tra fine della storia e neo-romanticismo, che sarà di esempio per tutti gli immaginari successivi, non ultima la variegata città a più livelli delle storie a fumetti di Nathan Never.

In una fantascienza che vede tramontare il sogno delle conquiste spaziali ed ogni progetto di rifondazione del mondo, le ultime utopie possibili sono quelle virtuali, come il Metaverso, l’allucinatorio mondo elettronico descritto da Neil Stephenson in Snow crash, le cui città sono grandi decine di volte le più grandi città del mondo reale, le cui architetture hanno come solo limite l’immaginazione e in cui anche un modesto fattorino di pizzeria può essere un principe guerriero, mentre nel mondo reale gli stati nazionali si sbriciolano in quartieri indipendenti.
 
 

Bibliografia

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