Lasciami l'aria e ti darò il mondo. Il tuo, però
Andrea Iovinelli

 

L’aria fa schifo, appena dietro la porta.

Chiudo la porta cigolante, segnata dal tempo e dalla percosse dei disperati, abbandonando incubi migliori e quiete apparente alle mie spalle. Il puzzo acido e acre colpisce pungendo a fondo nelle narici, provocando istintivi spasmi di rigetto alla bocca dello stomaco. L’abitudine però è più dura degli impulsi viscerali e dopo un breve attimo di nausea, tutto svanisce.

Giratomi, la prima immagine che mi si presenta è un volto pesante, carico di infelicità e di rassegnata sofferenza. Il suo viso lurido, assente, è quello di uno dei due vagabondi che stazionano permanentemente sul mio pianerottolo. È poggiato alla sbarra del corrimano, sui gradini, e appena i miei passi lo destano dal suo vago torpore, ripete la solita quotidiana nenia mattutina: "Ehi! Amico, ce li hai cinque pezzi?... Mi servono per mangiare...", e poi lo ritrovo tutte le notti a coccolare una boccia diversa di whisky. Alza quel culo fradicio e guarda in faccia la realtà, penso stavolta, è troppo facile star seduti a mendicare. "Ehi, amico, solo cinque!", insiste imperterrito sovrapponendosi ai miei pensieri. Va’ a lavorare, idiota ubriacone! Ma non rispondo più, no. Ho smesso dopo due lunghe settimane, accomodante come sempre. Lo ignoro ormai, lì, fermo da più di un mese. Abbasso la morbida e viscosa mascherina di plastica sul volto già funereo di suo e, scesa la lunga la rampa di scale, m’incammino verso il portone già aperto. Al lato, inerme ed incosciente come fosse in coma, il secondo scroccone, colmo di alcool dalla testa ai piedi. Distolgo lo sguardo disgustato alla sola idea del suo fetore e mi blocco come ogni mattina.

La foschia opalescente di smog metropolitano è spalmata ovunque. Fermo sulla soglia, pronto a tuffarmi nel muro asfissiante di afa e miasmi, godo l’ultima e fresca ombra della giornata. A pochi passi, sotto l’accecante luce del sole, scorre un fiume sgusciante, irato ed incessante di persone. Lento, sinuoso e caotico. Spiazzante. I volti dei passanti trasudano vapori ripieni d’odio, esausti della propria orrida e misera esistenza. Inspiro coraggio, profondamente. Poi il primo passo, e con esso, le prime tiepide inalazioni che filtrano attraverso la sciatta e sottile mascherina. Sono tanto acute e penetranti da farmi mancare per un istante il sostegno delle ginocchia. Miseria schifosa!

I raggi solari a picco sulle spalle, pesanti e opprimenti, schiacciati dal maligno filtro delle nubi velenose. Sono solo le prime ore del giorno, e fa talmente caldo che sono già appiccicoso come una caramella abbandonata sotto al sole.

Nei miei occhi un flusso continuo di pallide maschere d’angoscia. Una dietro l’altra, tutte uguali. Tutte. S’accalcano e si spingono indifferenti una sull’altra lungo tutto il vialone, mosse da un tremito inarrestabile e febbrile agitazione. Sposto i miei passi, forzandoli, con le ginocchia che pesano come la vita insipida e sfatta che m’incollo e mi scollo ogni giorno dalle spalle.

La lotta inizia anche oggi e le preghiere della notte s’infrangono sul marciapiede che dovrò seguire come ogni "benedetto" giorno. Cammino, perso nei pensieri, analizzando inconsciamente uno ad uno tutti i visi che incrocio; lievi e rigonfie righe orizzontali stampate sulla plastica, è quello che vedo, ciò che più mi fa comodo. Poi, distolto sempre da un colui che incrocia il mio sguardo casualmente, mi desto dal innocuo torpore. E allora, solo in quel momento, li distinguo riscoprendoli come semplici, vulnerabili, esseri umani. Tutti, uno diverso dall’altro. Ognuno coi suoi quotidiani drammi e le sue fulminee gioie. Parlano per loro la tristezza dei loro occhi irritati e lucidi; come le loro anime, gli occhi, strozzati dall’afa, piangono lacrime di rassegnazione all’ineluttabile destino. Le anime.

I notiziari, le insegne della metro, sopra i cestini dei rifiuti nei quali ho gettato la colazione, hanno spolverato in faccia l’amorevole raccomandazione, la solita da quando me ne ricordi. "Si raccomandano i signori cittadini di evitare una prolungata esposizione ai raggi solari, alla tossicità dell’ozono e ad alle bocche di aerazione dei climatizzatori". Che insopportabile presa per i fondelli. Come se si potesse scegliere di starsene in casa, o passare in ufficio solo per un semplice saluto o, ancora, evitare il contatto con l’aria da respirare o la luce per guardare. Quaranta gradi all’ombra e raccomandano di non esporsi al sole. Bastardi. Guarda, guarda quell’infame cinese accoccolato nella sua bella limousine grigio topo. Lucida come la sua capigliatura. Gli pianterei un pallottola in mezzo alle spalle, a quei mafiosi. Così, tanto per macchiare il suo bel completino quadrettato a righe sottili da duemila pezzi.

E quel giapponese allora?, tutti i giorni, me lo ritrovo bello impettito a sfidare la pazienza e la lucidità mentale di noialtri poveri cittadini: seduto dietro la sua bella vetrina impacchettata a prova di teppistelli, immerso nella rilassante frescura della sua aria condizionata da diecimila crediti. Io sopravvivono tre anni con quella cifra. Con il suo sorriso affettato, la sua grazia studiata e la sua gentilezza leziosa. Li odio i musi gialli, ovunque siano, chiunque siano, e da qualsiasi stramaledetta fogna del mondo provengano. Sanno solo guardare e pensare a se stessi, pronti a fotterti non appena ti distrai o volti loro le spalle. L’altro giorno uno giovane, per strada, voleva rifilarmi sette grammi di neocrack. Mi ha insultato, fermando proprio me; cosa ha la mia faccia che non va? Gli ho detto. Ti sei mai visto? Secondo quel porco bastardo avrei la faccia di un tossico! Purtroppo era senza mascherina, un immune, e non gli ho potuto far niente. Ahimé.

È una fetida giornata, esattamente identica a tutte le altre che possa riuscire a ricordarmi. E quello, allora?… Lui, un immune al tarlo, che se la gode alla faccia degli altri. Lui, altezzoso, immerso nel suo passo pieno e tronfio, se ne sbatte del destino altrui. Finge sfacciatamente persino di non avvertire il nauseante fetore dell’aria, come di non sapere quanto sia dannoso per la sua salute non tutelarsi dai gas velenosi, pur di irritare chi ha la sventura d’incontrarlo. Vive la sua vita, tranquillo, conscio del fatto che mai nessun virus neurofago lo divorerà, e fa di tutto per fartelo notare, per farlo sapere a tutta l’altra parte del mondo. Per farti schiattare d’invidia. È impietoso e se ne strafotte di chi vivrà la sua intera vita con una mascherina sudicia, appiccicosa e viscida incollata al viso. Bastardo. Ostenta quel suo bel faccino, la sua immunità per far che?, insultare la dignità di chi ha perso tutto e non riavrà mai niente? Per far sapere che lui è diverso da te? Gran porco bastardo, che sei. Sei solo stato più fortunato degli altri che ti circondano ed anzi, dovresti vergognartene.

Sono cose che vorrei digli in faccia, a lui e a quelli come lui. So però, per certo, che trascenderei e che alla fine gli metterei le mani addosso. Perdendo così l’unico prezioso posto di lavoro che ho tanto faticosamente trovato.

Tra merde di cane, cocci di vetro e puttane tossiche, lo slalom mattutino è assicurato. Poi c’è quello che mi vuol far ricco, appena svolto per la settima. È uno mezzo serbo, uno zingaro, che ti propone affaroni milionari ma che non si possiede neanche una doccia per lavarsi. Puzza talmente tanto che avverto il suo lezzo prima che io possa scorgere la sua figura. E poi c’è il finto paralitico, quello che ho visto giocare a baseball con un gruppo di ragazzini al parco, all’angolo della decima. Era domenica, giustamente giorno non lavorativo, ed il tizio invalido correva come una saetta e saltava come un grillo. Tutto sorridente.

Ecco cosa mi tocca sopportare, mentre cammino, e lavoro, tutti i giorni. Da sola, la strada per arrivare al lavoro è una solida trappola a prova della mia sempre più labile pazienza. Ed ho la fortuna di vivere in una zona centrale; tralascio la periferia, perché solo a pensarci mi sentirei male.

Già, il mio lavoro. Rende bene, la fatica è limitata e discontinua e quello che mi danno riesce soddisfare le esigenze. Oggi tre commissioni, e quando me l’hanno comunicato ieri sera per poco non mi prendeva un colpo. Tre commissioni tre, ognuna al capo opposto dell’altra. Ma non sono i chilometri a preoccuparmi. La cosa che più mi urta, è guadagnarmi da vivere lavorando per uno sporco negro puzzone e depravato. Il suo hobby è farsi le ragazzine e pure qualche maschietto; e la polizia, sul suo libro paga insieme al procuratore di settore, si becca una bella percentuale sul traffico dei relativi gadgets. Il primo lavoretto è dietro l’angolo, per fortuna, a così pochi isolati di distanza da evitarmi la scocciatura di prendere un qualsiasi mezzo di trasporto. La donnina appare fragile ed indifesa dalle foto, e forse in dieci minuti me la sbrigo. Difficile, forse, sarà il terzo; a quanto sembra dalle immagini che mi hanno mandato, imprecise e grossolane, incompetente!, il tizio che hanno puntato questa volta è alto e grosso. E per di più è brutto. Spero vivamente che non sia un frocio, perché quando mi ci aggrapperò per baciarlo ed infettarlo, potrei riuscire a non staccarmene più.

Il tarlo dell’umanità, divoratore di vite passate, ricordi, amori, emozioni e semplici notti di sesso, stanotte si coricherà assieme ad un nuovo e caldo ospite. Dicono che anche a me abbia succhiato via l’anima tre mesi fa, ma ovviamente non me ne ricordo, e a me adesso, ovviamente, sta più che bene così. Per il momento mi dà da mangiare. Mi permette qualche momento di svago e possiedo un tetto sotto il quale dormire. E mi basta. E quello che la gente mi urla dietro, lo ignoro beatamente.

Al diavolo i moralisti.

 

A chi soffre e non è compreso

ed al genio di Richard Matheson

 

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