NOTTURNO
Giuseppe De Rosa

NOTA AL RACCONTO
Notturno è l'esempio perfetto di ciò che io chiamo racconto "riciclato", nel senso che è costruito o contiene brani o spezzoni di altre storie rimaste incomplete. In questo caso si potrebbe dire che tale tecnica raggiunge lo stato dell'arte, ovvero tutto il racconto è un brano di un'altra storia, di respiro diverso e ben più ampio, rimodellato per far sì che stesse "in piedi da solo".
Cosa era Notturno prima di diventare il racconto che è?
Era un capitolo di un improbabile (quanto suggestivo) romanzo cyberpunk cominciato a quattro mani e mai terminato - sorte toccata a parecchie altre storie - per mancanza di un finale adeguato.
Nel capitolo in questione, il tipo - una sorta di hacker forzatamente a riposo, altamente cablato (occhi adattabili per visione notturna, impianto neuronale per collegamento in rete, etc) - trova la ragazza durante una pausa di qualche minuto dalla Fila, con la F maiuscola. Sì, perché la storia si dipanava attorno alla coda di persone più lunga del mondo; migliaia e migliaia di persone che facevano la fila per entrare in un locale per ascoltare la Musica, anche questa con la M maiuscola, prodotta da un'intelligenza artificiale per scopi tutti suoi.
Insomma, una storia in classico Gibson-style, più o meno.
Adesso invece è un piccolo flash "tarantiniano" - i dialoghi con gli spazzini sono costruiti con Pulp Fiction in mente - con una subdola ma visibile ambientazione cyberpunk e molta tristezza, molto cinismo di fondo.
Per gli appassionati di questo genere di cose sarà forse interessante sapere che:
a) questo è l'ultimo racconto da me dato alle stampe. Dopo Notturno è calato il sipario;
b) questo racconto si piazzò secondo al primo concorso via internet indetto dalla Editrice Nord. Putroppo era uno di quei concorsi dove il secondo non vince assolutamente nulla. Davanti a me si piazzò il buon Francesco Grasso;
c) esiste una versione ridotta di questa storia, lunga esattamente 49 righe, adattata per partecipare ad un concorso indetto da "Sette", il supplemento del Corriere della Sera, che aveva come tema "il nuovo millennio" o qualcosa del genere.


Scorgo la ragazza quasi per caso, mentre attraverso il labirinto di vicoli che separa il loft di Terry dalla piazza. Quella troia ha avuto il coraggio di chiedermi il triplo del prezzo di ieri per la solita fiala di hifly. "È la sera dell'ultimo dell'anno, begl'occhi, dovresti saperlo".
L'asfalto del vicolo è ricoperto dai resti liquefatti di alcune scatole di cartone. La pioggia le ha ridotte ad un ammasso di poltiglia bagnata e scivolosa, simile a muco.
La tizia è a terra, dietro un cassonetto stracolmo di rifiuti. Mi accorgo che è lì perché una delle sue caviglie si staglia nitida contro un pezzo ancora immacolato di schiuma da imballaggio, forse la protezione di un microonde o di un portatile.
Mi faccio strada verso di lei a passo svelto, ma senza molte illusioni.
Nell'aria aleggia il solito puzzo di carogna. Un gatto o un topo morto, da qualche parte, appesta l'aria. Neanche la pioggia riesce a pulirla, ormai.
Non si vede quasi nulla, il vicolo è immerso nell'oscurità. Abbasso le palpebre e invoco il demone dei miei Canon Alpha. Riapro gli occhi e in meno di un secondo il demone regola amplificazione e contrasto dell'immagine, correggendo e ricostruendo digitalmente i colori. Adesso va molto meglio.
Oh oh. La ragazza è ancora viva. Perde sangue a fiotti.
Non è un bello spettacolo. È seduta in una pozza scura, immobile, gli occhi chiusi. Le hanno strappato i vestiti; quello che rimane della sua gonnellina di pelle nera giace qualche metro più in là, sopra un sacchetto di spazzatura. La t-shirt grigia l'ha ancora, ma non la copre per niente. Gliel'hanno aperta addosso, forse con un rasoio: i lembi sono tagliati di netto. Sul petto ha un lungo taglio sottile che le scende dritto fra i seni fin sotto l'ombelico.
I capezzoli non ci sono più. Il sangue cola abbondante dalle due ferite circolari sui suoi piccoli seni pallidi giù sullo stomaco dove, misto alla pioggia scivola fino a terra, ad allargare la pozza.
Trasformatori.
Mi giro, sentendo arrivare i conati. Sputo succhi gastrici e quello che rimane dell'hamburger di qualche ora fa sulla schiuma da imballaggio e subito l'aria si riempie dell'odore acre della pepsina. Mi pulisco la bocca col dorso della mano e con la gola ed il naso che bruciano maledettamente, torno a voltarmi verso di lei.
Il lavoretto che le hanno fatto ai capezzoli gliel'hanno ripetuto ovviamente anche fra le gambe, i bastardi.
Non l'hanno violentata. Non l'hanno violentata perché non si tratta di una banda normale. Erano Trasformatori.
Le hanno divaricato le gambe e asportato il clitoride. Solo i Trasformatori agiscono così. Soltanto loro fanno collezione di organi genitali femminili "rimossi in vivo". Solo loro sono così figli di puttana.
Il loro biglietto da visita giace mezzo affondato nel sangue e nella pioggia, proprio vicino ai miei piedi.
È accartocciato e sporco di sangue. Lo raccolgo con due dita e lo dispiego. È un involucro sterile per bisturi usa e getta. Un bisturi nuovo di zecca, hanno usato. Ovviamente. Cristo, spero solo che fosse già svenuta quando glielo hanno infilato fra le gambe.
La tipa è viva, ma non per molto ancora. I ruscelli di sangue che le scorrono giù dalle ferite sono sempre più deboli, e così pure quelli che le colano dai polsi.
Incisioni rituali. Le hanno squarciato i polsi con lunghi e profondi tagli diagonali che salgono dalle palme delle mani fin quasi all'incavo dei gomiti, lasciandola a morire dissanguata.
Non credo ci sia più nulla da fare, ormai.
Le sfioro una guancia col dorso della mano. È fredda e bagnata di pioggia. I lunghi capelli impiastricciati le sono scesi sugli occhi. Glieli scosto lentamente, portandoglieli dietro le orecchie. Sulla tempia destra, vicino l'orecchio, ha quello che sembra un impianto Ouverture a bassa risoluzione.
Chiedo al demone di ingrandire l'immagine ed immediatamente i miei occhi eseguono.
È un Ouverture, ma non a bassa risoluzione. L'innesto shunt a scorrimento è graffiato e opaco per l'uso intensivo, ma l'areola di pelle circostante è sana, senza alcuna traccia di infiammazioni.
Non è una Virtie questa tipa, questo è certo.
I Virtie non se ne vanno in giro con impianti di registrazione a buffer cristallino, è roba troppo costosa, roba da Vip.
Le sollevo una palpebra, delicatamente.
L'occhio è rovesciato, si riesce a vedere quasi solo il bianco. Ma anche così non ci vuole molto a riconoscerlo, anche se sono un esperto, in quanto ad impianti oculari sintetici. Hasselblad semi-organico. Roba da ricchi.
- Ehi, amico, l'hai conciata proprio bene!
- Ti sei divertito, eh? Ora però, da bravo, togliti di torno, che ci pensiamo noi.
Mi giro verso le voci, lentamente, senza fare movimenti bruschi, le mani bene in vista. Chiudo la modalità zoom dei miei Canon, meglio avere una ampiezza di campo più ampia.
Sono in due, alla mia sinistra, lontani tre o quattro metri. Indossano tute da lavoro nere e sembrano piuttosto robusti.
Merda, non li ho proprio sentiti arrivare.
E per la serie "mi hanno proprio fottuto", alle loro spalle, in fondo al vicolo, un furgoncino Ford rosso senza insegne che prima non c'era ostruisce completamente la visuale sull'esterno.
- Non c'entro niente - è l'unica cosa che riesco a dire, guardando nel frattempo verso l'altra uscita del vicolo, alla mia destra. Da quel lato la via sembra libera. Ma l'uscita è lontana, troppo lontana.
- Ma certo! Hai sentito? Dice che non è stato lui!
- Già. E sai una cosa, Phil? Io gli credo.
I due sghignazzano, continuando ad avvicinarsi. Uno di loro ha in mano un'arma strana, una specie di pistola; l'altro invece indossa guanti chirurgici di lattice, o forse di vinile, non ha molta importanza in questo momento.
Cerco di rialzarmi, lentamente.
- Amico, lo sai come devi muoverti, vero? Spiegaglielo tu, Phil.
- Devi muoverti "piano". Molto piano.
Altra risatina, ma più breve. I due sono nervosi, forse pensano davvero che sia stato io ad uccidere la ragazza.
- Perché se fai anche un solo movimento che non mi piace, sarò costretto ad usare quest'affare, capisci? - agita l'arma, che in realtà sembra più che altro un giocattolo di plastica che una pistola vera e propria.
- Lo so, tu stai pensando "ma quella non è una pistola, magari è un giocattolo, magari non spara neanche", non è vero? Stavi pensando qualcosa del genere, eh? Diglielo, Phil. Spiega al nostro amico cosa gli capita se cerca di fare il furbo.
- Succede che il mio socio deve spararti con la sua pistola elettrica e poi dovremo portarti con noi, insieme alla tua amica. - dice indicando la ragazza.
Una pistola elettrica?! Oh Cristo! - Siete Spazzini? - domando finalmente. Ormai sono in piedi, ma se provassi a girarmi e scappare non avrei scampo.
- Ma bravo! Sei pure intelligente. Non è intelligente, eh Phil?
- Sentite, ve l'ho detto, non sono stato io.
Uno dei due tizi, quello senza pistola, ormai è accanto a me. Esamina la ragazza morente, seduta nella pozza del suo stesso sangue, senza chinarsi. Poi, storcendo il naso, osserva la chiazza di vomito lì vicino. Si gira a guardarmi e mi fissa per un istante. Alla fine annuisce, e quando parla, il suo tono di voce è leggermente diverso, più tranquillo.
- Beh, non me ne frega un cazzo se sei stato tu oppure no. È venuto il momento di sparire, dobbiamo lavorare.
- Ma non è ancora morta...
- Ehi, ma chi cazzo ti credi di essere? - esplode il tizio armato, agitando la flechette elettrica - Ma lo hai sentito, questo bastardo? Lo hai sentito? Vuole dirci come dobbiamo fare il nostro lavoro! Ma per chi ci hai preso? Credi che siamo dei macellai, non è così? Dei fottutissimi macellai, eh? Cazzo, dovrei proprio spararti... che dici, Phil, gli sparo a questo stronzo?
Non perdo tempo ad ascoltare la risposta di Phil, mi volto e comincio ad allontanarmi, lontano dal vicolo, dal sangue, dalla morte.
Improvvisamente, la notte è rischiarata dai lampi colorati dei fuochi d'artificio. Il crepitio dei fuochi si mescola col brusio della folla che festeggia in piazza, a poche centinaia di metri di distanza. È appena iniziato il nuovo secolo.
Mi giro a dare un'ultima occhiata. Il tipo coi guanti ha già scostato la ragazza dal muro e comincia a trascinarla verso il furgone, tenendola per le braccia. Dietro di sé lascia una larga scia di sangue, orribile a vedersi.
Mi chiedo se aspetteranno che sia davvero morta, prima di prendersi i pezzi che gli servono.
Mi volto ed esco dal vicolo, dirigendomi verso la piazza.
Il demone mi chiede se voglio ritornare alla modalità "ambiente", visto che adesso la luce è sufficiente.
Dopo un po', ricomincia a piovere.
Giuseppe De Rosa
©1995-1996



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