SOLDATI
Giuseppe De Rosa

NOTA AL RACCONTO
Ho l'impressione che se si è deciso di fare uno speciale sul sottoscritto lo si debba a questa storia piuttosto che a tutto il resto della mia pur scarna produzione. Soldati è un buon racconto e, se devo essere sincero, ha ottenuto fin troppo successo: è stato in finale per il Premio Italia, è stato inserito in un'antologia professionale, ne è stato tratto un fumetto e ha persino dato vita ad un sequel, ad un'altra storia con gli stessi personaggi.
Soldati è una buona storia perché ha una buona idea di base, uno sviluppo dinamico temporale quasi cinematografico e una buona dose di tecnologia, trattata in maniera così... scontata da sembrare plausibile. Inoltre, avevo le idee ben chiare su quale fosse il messaggio contenuto nella storia (e nel suo seguito). Ecco cosa scrissi in risposta ad una critica che mi accusava di aver prodotto un racconto fascistoide, heinleiniano:

I protagonisti sono soldati. La loro storia potrebbe essere quella di qualsiasi altro gruppo di combattenti. Sanno fare soltanto i soldati, sono contenti di farlo (i loro amici sono soldati, tutta la loro esistenza è legata alla guerra) e raccontano le loro esperienze.
Non sono santi né pazzi fanatici. Sono professionisti e sono orgogliosi di esserlo. Non cambieranno idea sulla guerra, non diventeranno pacifisti, non è questo lo scopo delle storie.
Però avranno dei dubbi. Cominceranno a porsi delle domande e forse arriveranno a delle conclusioni. Forse.
Non è importante. Quello che conta è che quelle domande comincino a farsele. Perché il passo più importante di ogni tipo di cambiamento è quello di cominciare a mettere in dubbio quello che è l'ordine prestabilito, quello che fino a quel momento è stato sempre considerato perfetto e giusto.
La guerra andrà avanti anche dopo di loro, è chiaro. Ma quelli che verranno dopo forse erediteranno i loro dubbi e questo incrinerà l'essenza stessa della guerra.



Ieri notte sono tornati fuori quelli della Delta.
Hanno battuto tutti i record, sono rimasti nei sotterranei per sedici ore filate.
Kibhawi, Barnes e Moriac sono - come si dice - "caduti in azione", ma gli altri sono riusciti ugualmente a portare a termine la missione. La pista chiwin di lancio per jet automatici, su Corsair, non esiste più.
E senza gli automatici, i chiwin possono dire addio a Corsair. Probabilmente il pianeta è già in mano nostra.
Tutti i sei componenti della Delta, compresi i tre "morti", adesso potranno godersi tre lunghissime settimane di licenza e non è detto che non ricevano persino un bonus-credito extra per il loro operato.
Che culo.
Certo però che quando sono usciti dall'ascensore avevano delle facce... come se fossero stati all'Inferno e non riuscissero a capacitarsi di essere riusciti a tornare indietro.
Kibhawi a quanto pare è quello che se l'è passata peggio. Quando sono andato a trovarlo nel suo alloggio aveva appena avuto una crisi da transfert-ansible. La palpebra destra gli tremava ancora in maniera incontrollata ed il braccio e la mano sinistra erano contratte in maniera spaventosa. Quella è una cosa che fa un male del diavolo, ti sembra quasi che i muscoli e i nervi del braccio e della mano vogliano andarsene per i fatti loro, vogliano abbandonare il resto del corpo. E' una fortuna che le crisi durino solo pochi secondi.
Kibhawi mi ha raccontato quello che gli è capitato.
Ha fatto scattare una trappola ad onde d'urto, di quelle a bassa frequenza, che ti fanno esplodere i denti in bocca. Non ha fatto in tempo ad attivare l'anti-risonanza ed i suoi compagni non hanno potuto fare niente per aiutarlo. "Ti giuro che quando finalmente sono morto sono stato davvero felice" mi ha detto, e io gli credo sulla parola.
Moriac e Barnes, gli altri due "morti" della Delta, invece ci sono andati fortunati. Kibhawi mi ha raccontato che sono stati fatti fuori da due minimissili a ricerca biochimica. "Non hanno sentito niente. Non se ne sono neanche accorti".
La pista l'hanno fatta saltare con le cariche a fusione. Dev'essere stato un botto spettacolare.
E ora Kibhawi e suoi compagni se ne andranno su Tropica per tre settimane. Potranno farsi ricrescere i capelli e almeno per un po' non vedranno solo teste d'uovo, in giro.
Li invidio con tutta l'anima.
Come se non bastasse, ha pure confermato la storia del premio. Mi ha mostrato i denti, sfoderando uno dei suoi luminosi e satanici sorrisi.
-- Già, si parla di un extra di tremila crediti a testa. Si saranno resi conto che hanno preso l'intero pianeta, grazie alla nostra azione.
-- Sì - gli ho risposto - è quello che penso anch'io.
Cominciavo a vederci nero dall'invidia e allora ho deciso di salutarlo e andare via, prima di fare qualche gesto di cui poi mi sarei sicuramente pentito.
Kibhawi mi piace, è un osso duro. Si fa ammazzare un po' troppo spesso ma tutto sommato è un buon soldato. Questa volta è andata bene a lui. La prossima forse andrà bene a me.

Pensavo che avrei avuto il tempo di sbrigare alcuni affari, stamattina, ma mi sbagliavo. Appena uscito dal mio alloggio è arrivato il segnale di chiamata, un leggero pizzicore sul polso sinistro. E' il mio cronometro, mi ha iniettato la prima dose di Beta-Azulinidina.
Ho preferito andare di corsa in mensa piuttosto che cercare di sbrigare le cose che avevo da fare. Il trattamento di preparazione all'ansible richiede tre diverse somministrazioni di b-AZLD, una a distanza di cinque minuti dall'altra. Meglio far colazione, anche perché non so per quanto tempo rimarrò nei sotterranei e sopratutto perché è probabile che al ritorno non avrò nessuna voglia di mangiare.
Sulla strada per la mensa sono stato raggiunto da Matt Waterson. Sorrideva e si grattava il braccio sinistro. Ho sorriso anch'io.
-- Neymann! Aspetta, vengo con te. - ha detto, sempre continuando a grattarsi - Il mio "amico qui sotto" mi dice che questa volta la licenza premio ce la becchiamo anche noi.
Waterson fa parte della mia stessa squadra. Su di lui l'AZLD ha degli strani effetti collaterali. Gli provoca un fastidiosissimo ma temporaneo prurito localizzato al braccio delle iniezioni e delle altrettanto temporanee - ma non so quanto "fastidiose" - erezioni spontanee.
-- Non è quello che diceva anche la volta scorsa? - ho risposto - Mi sa tanto che tu e il tuo "amico" parlate due lingue diverse.
Waterson si è messo a ridere. Abbiamo pranzato insieme.

Arriviamo nei sotteranei in ordine sparso: prima io e Waterson, poi Teddy Rubini, seguito da Leo Torres e "Chip" Bailey. Ultima, come al solito, arriva Lena Waschberger. Waterson le propina una delle sue battute.
-- Waschberger, amore mio! Il mio amico qui sotto non fa altro che chiedere di te.
I due si strusciano voluttuosamente l'uno contro l'altra, poi, con una voce talmente calda da sciogliere il ghiaccio, Waschberger risponde:
-- Spiacente signor Waterson, ma la mia amica qui sotto riceve solo su appuntamento.
Ridiamo tutti. Si tratta di una specie di scena rituale portafortuna. Solo che non è che abbia funzionato molto, negli ultimi tempi.
I sotterranei non sono affatto brutti. Sono spaziosi, ben illuminati e ben aereati. Non si ha per niente la sensazione di trovarsi sepolti sotto sessanta metri di terra e cemento. I sotterranei sono autosufficienti e, cosa più importante di tutte, perfettamente isolati. Anche se la superficie venisse nuclearizzata, noi potremmo continuare a combattere come se niente fosse. Ho l'impressione però che tutta la protezione sia soprattutto a beneficio dell'attrezzatura ansible, che costa e vale più di una fortuna.
In fila indiana, seguiamo la sottile linea gialla dipinta sul pavimento che dovrebbe servire ad indicare la strada per la "camera ardente" attraverso il dedalo di corridoi dei sotterranei. In realtà la striscia gialla è una specie di trappola per i novellini; se segui la linea-guida ma non sai già dove si trova la sala ansible non hai nessuna possibilità di riuscire a trovarla, perché quei burloni del Genio hanno spostato la sala un anno fa ma non si sono preoccupati di correggere la traccia sul pavimento, la quale adesso conduce direttamente all'ambulatorio medico numero sei.
Dentro la sala troviamo uno degli ufficiali medici che ci sta aspettando. Non lo salutiamo e lui non saluta noi. Piccoli privilegi di noi specialisti.
-- Forza signori, muovetevi.
Ci spogliamo da capo a piedi, rimanendo solo con gli slip.
Le nostre bare si aprono e noi prendiamo posto dentro di esse.
Prima però, un'ultima occhiata alle tette di Waschberger. Niente di eccezionale, ma rialzano il morale.
In questo stesso momento, da qualche altra parte, su qualche pianeta sperduto, i nostri stanno ingaggiando battaglia contro l'avamposto orbitale dei chiwin. Probabilmente fra qualche secondo una nostra navetta schermata ad alta velocità si farà colpire e precipiterà sulla superficie del pianeta. Le uniche cose che sopravviveranno all'impatto saranno sette contenitori: sei serbatoi e un arsenale. All'interno dei serbatoi, immersi in gelatina inerziale antishock, ci saranno i corpi che dovremo controllare.
La mia bara si richiude. Forse dovrei chiamarla sarcofago, ma la differenza è così minima...
Il fondo si adatta alle dimensioni del mio corpo e vi aderisce. Sento il leggero sibilo dell'ossigeno che viene liberato all'interno del sarcofago. Ad esso seguono tutta una serie di piccole punture e sensazioni fastidiose: cateteri e flebo energizzanti al glucosio, per il cervello.
E finalmente, gli elettrodi. Se ci penso mi viene voglia di urlare, ma in realtà non fanno alcun male. Sono sottilissimi e me l'infilano nel cranio così velocemente che avverto solo una sensazione di pressione, che dura appena un istante. All'interno della testa poi, non vi sono recettori del dolore e quindi non c'è alcun problema. A parte quello dei capelli. Per colpa di questi aghi sono costretto - siamo costretti - a portare la testa completamente rasata e depilata.
La stessa procedura avviene adesso per il midollo spinale: avrò almeno un migliaio di aghi piantati nella spina dorsale, una sottile criniera di metallo. Questi in teoria dovrebbero far male, ma la bara ha già provveduto ad anestetizzarmi localmente.
Brava piccola.
Da un secondo all'altro dovrebbero cominciare ad arrivare le informazioni relative alla missione... ed infatti, eccole puntuali, una sorta di brivido di energia. Gli elettrodi servono "anche" a questo. Fra pochi secondi potrò "ricordare" quello che dovrò fare. Nel frattempo però, inizia il collegamento ansible.
Ed io non sento più nulla. Non ho più un corpo, non ho più orecchie né occhi, non ho più tatto né olfatto. Per un interminabile attimo giaccio in completa oscurità sensoriale. E' una cosa terribile.
E poi mi ritrovo in un corpo che non è il mio, ma che mi è egualmente familiare.
Apro gli occhi e vedo solo una verde oscurità. Tutto a posto, è la gelatina antishock che si sta sciogliendo.
Provo a respirare. Niente da fare, ho le narici intasate dal gel. Anche questo è normale, comunque. Dovrei avere una cartuccia di ossigeno collegata alla bocca... tocco con la lingua il tubicino ed aspiro. Sì, è lei.
Soffio forte dal naso tutta l'aria che ho nei polmoni e libero le narici. La gelatina adesso è fluida come l'acqua, ma non bagna, scivola via sulla pelle e sulla tuta mimetica come fosse mercurio. Sento la pompa del contenitore che aspira via il liquido.
Il serbatoio si apre e finalmente mi ritrovo all'aperto. Adesso posso vedere e respirare come si deve.
C'è luce, è giorno. L'aria ha uno strano odore.
Senza pensarci fletto gambe e braccia. Il collegamento è perfetto.
Mi trovo dentro un Charlie.
E' il tipo di corpo che preferisco, non troppo alto, snello ed agile. Mi guardo attorno. C'è un'altro Charlie, un Johnny, due Ivan ed una Mary. Una pattuglia standard per guastatori.
Sono corpi di cui ci si può fidare: allevati, modificati, cresciuti ed addestrati nei centri di clonazione più avanzati della Difesa.
Ognuno di loro, fra le altre cose, ha il sistema nervoso appositamente progettato per essere interfacciato con l'ansible. I due miniricevitori-trasmettitori dell'Ansible - il sistema nullentropico di comunicazione istantanea grazie al quale possiamo permetterci di combattere una guerra nel modo in cui lo stiamo facendo - sono situati rispettivamente all'esterno del cranio, dietro l'orecchio sinistro, e lungo la schiena, appena sotto l'epidermide. Ognuno di essi è un piccolo, inestimabile gioiello. Credo che uno solo di questi aggeggi costi quanto un'incrociatore tattico extrasistema, se non anche di più.
Guardo i miei compagni. Alcuni di loro guardano me.
Dobbiamo riconoscerci. Dico il mio nome ad alta voce, affinché possano sapere chi sono in realtà.
-- Neymann.
-- Anche questa ha le tette più piccole delle mie - sogghigna soddisfatta Lena-Mary guardandosi il petto quasi piatto attraverso il collo della sua T-shirt mimetica. Quasi tutti i cloni femmina hanno le mammelle atrofizzate, da combattimento.
-- Rubini - dice il secondo Charlie. Se quelli della Difesa hanno fatto le cose come si deve, i due Charlie, così come pure i due Ivan, dovrebbero essere esteriormente differenti, in modo da non generare confusione. Di solito cambiano il colore dei capelli o quello della pelle.
-- Waschberger vieni un po' qui, fammi controllare se sono davvero più piccole delle tue. - A parlare è stato uno degli Ivan, ma non c'è dubbio che si tratta di Waterson.
-- Torres. - L'altro Ivan. Cazzo. Sono indistinguibili. Quegli stronzi ne hanno mandati giù due perfettamente identici. Altro che cose fatte come si deve, cominciamo male.
-- Bè, visto che sono l'unico rimasto, mi sa tanto che devo essere Bailey. - Il Johnny di Bailey alza la mano in uno svogliato segno di presente.
-- Che figli di puttana! - esclama Lena - I due Ivan non si distinguono! - Se ne è accorta anche lei.
-- Hai ragione. E noi? - domanda Rubini, con aria preoccupata.
-- Già - faccio io - e noi due?
-- No, voi siete diversi - dice Waterson - Mitch, tu sei negro.
Mi guardo le mani. I dorsi sono scurissimi, le palme color caffellatte. Sono nero. Meglio. Maggior coefficente di mimetizzazione notturna. Peccato solo che sia giorno.
Nel frattempo, uno degli Ivan ha strappato una manica della sua tuta mimetica e ne ha fatto una fascia che si è avvolto attorno alla testa.
-- Torres. - Ripete adesso a nostro beneficio.
Ci guardiamo attorno alla ricerca del contenitore-arsenale. I nostri serbatoi si stanno autodegradando, fra qualche minuto di loro non resterà traccia.
Un momento. Non si tratta dei soliti serbatoi. Questi sono dei "Top-Down" semifrenanti!
Allora lo "sbarco" dei nostri corpi non è avvenuto nel modo in cui pensavo. I contenitori sono stati lanciati da fuori-orbita. Strano.
Ma vero. Ora che ci faccio caso, non vedo da nessuna parte i rottami della navetta che avrebbe dovuto "portarci" giù.
Comunque l'arsenale c'è, Rubini lo ha appena trovato. Era finito dietro un cespuglio.
Mentre ci dividiamo le armi, finalmente faccio mente locale sul luogo dove ci troviamo e sulla missione che ci aspetta. Le informazioni risalgono da sole dalle profondità della mia mente, dove sono state codificate qualche minuto fa, in un cervello che si trova a qualche centinaio di parsec da qui, chiuso in una bara a sessanta metri di profondità, sotto un bosco di pini su di un pianeta che tutti noi chiamiamo semplicemente Base, anche perché il suo nome ufficiale viene direttamente dal catalogo militare ed è un alfanumerico di sette cifre impossibile da ricordare.
Il pianeta sul quale ci hanno ansiblati invece si chiama Lachian, nel sistema Felixstar. Atmosfera umano-compatibile all'ottanta per cento. Ciò significa che è anche chiwin-compatibile, più o meno per la stessa percentuale, ovviamente. E' per questo che noi e i chiwin siamo in guerra, preferiamo lo stesso tipo di pianeti.
Però una compatibilità dell'ottanta per cento è bassa, dovremo usare i filtri nasali.
Forme di vita indigene sostanzialmente innocue, ad eccezione di un piccolo animale chiamato Perforatore, dal quale è meglio guardarsi. Questi Perforatori sono animali notturni e solitari, uhmm... considerando la fortuna di cui godiamo in questo periodo, già me lo immagino, ci attaccheranno in branco e in pieno giorno.
La missione è... dannatamente anomala. Lachian non è un avamposto militare! Non vi sono bersagli tatticamente rilevanti, si tratta di una protocolonia a fini non bellici (con tutta probabilità si tratta di un avamposto scientifico) che i chiwin avrebbero dovuto abbandonare già da tempo... troppo vicina alle uscite di combattimento di "Buco del Verme". E' protetta da un unica stazione orbitale completamente automatizzata; sulla superficie, stando alle informazioni del Genio, vi è solo una centrale di comunicazione ansible ed un insediamento di chiwin civili, posizionato più o meno sulla linea equatoriale del pianeta.
Quello che dobbiamo fare è prendere tutti i civili prigionieri. Chiaro, semplice e lineare.
-- Che razza di missione di merda! - esclama all'improvviso Waschberger. - Nemmeno durante le simulazioni d'addestramento ci hanno mai fatto fare una stronzata del genere. Prendere in ostaggio dei chiwin... civili! Questa è roba per regolari, non per degli specialisti come noi.
La spiegazione, come Lena ben sa - visto che le informazioni che ricordiamo sono le stesse per tutti - sta nella segretezza e nella velocità. Dobbiamo prendere l'insediamento prima che i chiwin abbiano il tempo di avvertire la loro difesa. Ecco perché non hanno seguito le solite procedure per l'invio in zona dei corpi. Hanno fatto tutto di nascosto e in silenzio. Con un unico satellite di guardia non dev'essere stato troppo difficile.
Quello che le informazioni mnemoniche non spiegano è il motivo per cui la cattura di questo sparuto gruppo di chiwin, civili per giunta, è così importante per quelli del Genio. Ma ovviamente è inutile porsi certe domande, se era una cosa che potevano dirci, l'avrebbero fatto. Oppure no?
Nel contenitore-arsenale troviamo solo armi leggere. In uno scomparto ci sono i filtri per il naso e delle tavolette commestibili.
Prendiamo tutto e ci mettiamo in marcia. Dobbiamo sbrigarci.
La stazione nemica si trova a circa dodici chilometri ad Est della nostra posizione. I punti topografici di riferimento che "ricordo" corrispondono perfettamente.
Avanziamo speditamente, quasi correndo, anche se il terreno è abbastanza accidentato. La vegetazione è scarsa, soprattutto cespugli, e fa caldo, ma siamo all'equatore, per cui...
Procediamo in silenzio, mantenendo il ritmo di respirazione il più costante possibile. Siamo tutti nervosi, non siamo abituati a missioni di questo tipo. Noi spariamo, miniamo, sabotiamo, distruggiamo. L'unica cosa che non facciamo e non abbiamo mai fatto è prendere prigionieri. E guarda caso invece, siamo qui apposta per questo.
Accidenti, fa davvero caldo, ed inoltre è pieno di moscerini, o quello che diavolo sono. Per fortuna non mordono, però. Il paesaggio mi ricorda il protodeserto di Alton, tutto sassi e cespugli. Anche il caldo è lo stesso, ma almeno qui non ci sono i sauri-canguro.
Dopo un paio di chilometri, percorsi a passo di lupo, ci ritroviamo improvvisamente attorniati da una famiglia, un piccolo branco di piccoli animali pelosi e saltellanti. Dopo un primo momento di sorpresa li riconosco. Sono conigli. O almeno, il loro equivalente Lachiano.
E' strano, ma ora che ci penso, praticamente ogni pianeta Terra-compatibile ha la sua versione della specie "coniglio". Pare proprio che gli animali stupidi siano una costante di questo universo.
E questi piccoli conigli lachiani non fanno nulla per smentire questa teoria. Non hanno mai visto un essere umano e sono curiosi, d'accordo, ma si avvicinano a noi più di quanto un qualsiasi altro prudente animale oserebbe fare, nelle medesime circostanze.
Waterson offre un pezzo di una tavoletta commestibile ad uno degli animaletti e quello accetta l'offerta e si lascia persino accarezzare. Pazzesco.
Riprendiamo a camminare verso Est e dopo qualche decina di metri ci accorgiamo che... i conigli ci stanno venendo dietro. Ci hanno preso per loro parenti un po' troppo cresciuti.
Li scacciamo tirando loro dei sassi e finalmente si allontanano, tutti tranne quello a cui Waterson ha dato da mangiare.
Non ci badiamo e proseguiamo per altri ottocento metri, e poi arriviamo ad una stranissima radura ricoperta completamente da quello che sembra un manto erboso compatto. Non ci sono cespugli o alberi, solo erba.
La radura si estende per circa duecento metri davanti a noi, mentre pare continuare per almeno un paio di chilometri sia a destra che a sinistra. Sembra un fiume. Un fiume di vegetazione.
E non mi piace per niente. Nei miei "ricordi" non c'è nulla a riguardo, ma l'esperienza mi ha inseganto che quando s'incontra una vegetazione esclusiva come questa, bisogna sempre chiedersi com'è che ha fatto a scacciare gli altri tipi di piante.
-- Che facciamo? - domanda Rubini.
-- Vedete quelle chiazze verde scuro? - domanda a sua volta Torres. Ci sono delle strane aree circolari di colore più scuro, qui e là nel "prato".
-- Sì, e allora? - Faccio io, curioso.
-- E allora mi puzzano terribilmente. - mi risponde Torres.
-- Vediamo se riusciamo ad aggirarla, da qualche parte? - propone Waschberger. Non sarebbe una cattiva idea, solo che si tratterebbe di allungare di almeno quattro chilometri, sempre che riuscissimo a trovare un varco. E magari invece si tratta di normalissima erba, e siamo noi che siamo troppo paranoici. Ma la paranoia non è mai abbastanza. Non ci fidiamo. Nonostante il fatto che i corpi che usiamo abbiano il metabolismo costantemente monitorizzato da un bioprocessore (posto vicino al pancreas, il quale, come cita il manuale di addestramento medico a pagina dodici, annulla automaticamente - o almeno cerca di farlo - le eventuali tossine e porcherie varie che potrebbero essere contenute nei veleni della fauna o della flora aliena). Nonostante questo, non ci fidiamo lo stesso. Se non riconosciamo subito la specie che ci troviamo di fronte, se non la "ricordiamo", come in questo caso, diventiamo diffidenti. E' già capitato in passato, a parecchi di noi "specialisti", di rimanere fulminati dal morso velenoso di qualche strana bestia aliena, alla faccia del bioprocessore e del Sistema di Difesa Immunitaria Amplificato.
-- Ho un'idea. - dice Waterson, alle mie spalle - mandiamo un esploratore a saggiare il terreno.
Mi volto verso di lui. Waterson ha in mano un coniglio. E' quello a cui ha dato da mangiare poco prima, o almeno credo. Lo tiene per la collottola e lui se ne sta buono buono. Sì, assomiglia proprio ad un coniglio terrestre, stesso muso e stesso tipo di corporatura, anche se di dimensioni più ridotte. Anche le orecchie sono più corte.
Waterson gli gratta la testa un'ultima volta e poi lo lancia lontano, nello spazio erboso che tanto ci preoccupa.
La povera bestiola atterra malamente e, non appena si rende conto di dove è andata a finire, comincia a saltare all'impazzata verso la nostra parte, cercando di allontanarsi dalla radura.
Uno dei salti la porta proprio dentro una delle chiazze scure. Qualcosa di verde e sottile scatta improvvisamente e la colpisce. Il coniglio s'immobilizza.
-- Lo sapevo che c'era il trucco! - è il commento simultaneo di Torres, Rubini e Bailey.
L'animale però, dopo un momento, riprende nuovamente a saltare e dopo pochi balzi si ritrova al sicuro. Lo vediamo allontanarsi nella direzione da cui siamo venuti. Sembra sano e arzillo. Se non altro, adesso anche lui avrà imparato a non fidarsi degli esseri umani.
-- Attraversiamo - dice Waschberger - se quella pianta non è in grado di uccidere la piccola fauna locale, figuriamoci quella aliena!
-- D'accordo - rispondo io - ma in ogni caso sarà meglio tenersi lontano dalle chiazze.
Mentre attraversiamo la radura di corsa, badando a non finire nelle zone scure, qualcuno impreca alle mie spalle. Mi volto un attimo a guardare: E' Waterson. Mi sorpassa a tutta velocità e grida -- Veloci! Quegli affari del cazzo ci sono anche fuori dalle chiazze!
Quasi non tocco terra con i piedi, fino a quando non mi ritrovo nuovamente sul terreno normale.
Ci siamo tutti. Waterson ha tirato su la gamba della tuta mimetica e si sta controllando il ginocchio.
-- Mi ha punto! Uno di quei figli di puttana vegetale mi ha punto!
-- Tutto a posto? - si informa Bailey. Waterson sembra normale. Incazzato, ma normale.
-- Sì, a posto. Non mi fa male, non riesco nemmeno a trovare il segno.
-- Come fai a dire che è stato uno di quegli affari verdi a pungerti, l'hai visto? - domanda Waschberger.
-- No che non l'ho visto, stavo correndo! Ma l'ho sentito, e non ero su una chiazza!
-- Secondo me te lo sei immaginato, mio stupido "Ivan" - lo canzona Waschberger.
-- Fottiti, donna. - E' l'aspra risposta di "Ivan"-Waterson. Qualsiasi cosa abbia punto Waterson, ormai è fatta, è inutile stare a rimuginarci sopra. Matt può solo sperare che il suo processore faccia il proprio dovere.
Riprendiamo la marcia. Dobbiamo sbrigarci, la squadra che dovrà prelevare i prigionieri scenderà fra circa tre ore, e per allora dev'essere già tutto fatto. E noi abbiamo ancora otto chilometri abbondanti da percorrere.

Siamo in vista dell'insediamento chiwin. Ci fermiamo qualche minuto per riprendere fiato e per fare il punto della situazione. Abbiamo ancora un centinaio di minuti a disposizione. Dovrebbero essere più che sufficienti.
L'insediamento "nemico" non è mimetizzato. Le tre cupole geodetiche che presumibilmente fungono da stazione ansible e da alloggi hanno il rivestimento esterno color grigio topo. Le geodetiche militari di solito invece hanno il rivestimento mimetico a fibre ottiche programmabile e non riesci a vederle finché non ci sbatti contro.
Ci dividiamo in due gruppi. Io, Bailey e Rubini entreremo nella cupola più piccola, che dovrebbe contenere il trasmettitore ansible. E' essenziale prenderlo prima che i chiwin abbiano il tempo di accorgersi di noi. Torres, Waterson e Waschberger ci copriranno le spalle.
Non dovrebbe essere difficile, abbiamo a che fare con dei civili.
Ci avviciniamo in silenzio alla geodetica più piccola. In giro non c'è nessuno.
Bailey conta in silenzio fino a tre e poi facciamo irruzione.
L'azione è fulminea. All'interno ci sono due chiwin, seduti davanti alle console ansible. Ci danno le spalle. Mentre Bailey vola ad occuparsi dell'ansible, Rubini colpisce il primo con il calcio del fucile e io faccio altrettanto con il secondo.
Fatto. Tutto fatto, in meno di cinque secondi.
I due chiwin giacciono riversi sullo strato di schiuma rigida che fa da pavimento. Quello colpito da Rubini perde sangue da qualche parte, una piccola pozza color marrone scuro si sta allargando sotto la sua testa.
-- Si è voltato mentre lo colpivo - spiega Rubini in risposta al mio sguardo interrogatorio.
Mi avvicino al corpo esanime e immobile. Non è poi così diverso da me, questo chiwin. Il colore della sua pelle è quasi uguale al mio, bruno, anche se la sua epidermide è traslucida e più rugosa della mia.
Ogni tanto ci penso: esistono bestie, nell'universo, talmente strane e orribili che trovarsi a dover combattere con una razza così "simile" alla nostra è quasi un peccato. Se non fossimo in guerra, potremmo sicuramente essere amici.
Solo che questo genere di pensieri è completamente fuori luogo, in questo momento.
Il chiwin ferito ha bisogno di assistenza.
Poso il fucile per terra e rigiro il corpo su di un fianco, poi gli apro la bocca e gli libero la lingua con le dita. Non vorrei che soffocasse nel suo stesso sangue. I chiwin hanno una lingua lunga e semiprensile, e quando sono incoscienti, come in questo caso, i muscoli estensori si rilassano e la lingua si estende all'interno della bocca, provocando a volte problemi di respirazione.
Controllo anche l'altro chiwin, quello che ho colpito io.
Sta bene, ma per precauzione libero anche la sua bocca. Se qualcuno di questi civili dovesse morire ci andremmo di mezzo noi. Quelli della difesa sarebbero capaci persino di revocarci la licenza che ci spetta per "missione completata".
Bailey intanto ha finito di controllare l'apparecchiatura ansible del nemico.
-- Stavano trasmettendo dati scientifici. Ho inviato un messaggio di copertura. "Problemi improvvisi col software". All'altro capo della linea dovrebbero cascarci tranquillamente. Almeno per un po'.
-- Controlla il modello dell'apparecchiatura - esclama all'improvviso Rubini - Se la squadra di prelevamento decide di portarsela via, a noi spetta una percentuale.
-- Giusto! - concordo a mia volta. I soldi. Mai dimenticare i soldi. Faccio vagare lo sguardo in giro per la cupola: il modello di ansible che hanno in dotazione è antiquato ma funzionale. Certo, nulla a che vedere con i nostri mini-apparati ultrasofisticati (che i chiwin ancora non sono riusciti a produrre, altrimenti a quest'ora la Guerra la starebbero vincendo loro e non noi), ma anche questo loro vecchio rudere deve valere una discreta sommetta. Accanto ad una delle due console di trasmissione c'è un'altra apparecchiatura elettronica. Sembra una radio ad onde corte.
-- E questa a che cavolo gli serve? - domando, incuriosito. Le onde radio non le usa più nessuno, s'intercettano facilmente e certamente non sono affidabili come lo è la trasmissione via ansible.
-- Sono scienziati, questi, non dimenticarlo - fa Bailey - Vanno matti per gli aggeggi elettronici. Anche se sono degli avanzi di magazzino. Più ne hanno a disposizione e più sono contenti. Proprio come noi.
-- Comunque sia - commenta Rubini - quell'affare varrà sì e no duemila crediti... neanche il disturbo di portarlo fuori orbita.
Torniamo al lavoro. E' passato quasi un minuto da quando siamo entrati. Se fra trenta secondi non siamo fuori di qui, Torres e gli altri verranno a cercarci.
Decidiamo in fretta che Bailey è quello che rimane a fare la guardia ai due angioletti chiwin addormentati e Rubini ed io ci lanciamo di corsa fuori, verso la più vicina delle due cupole rimaste.
Mentre corro, scorgo con la coda dell'occhio Waschberger e Torres che si dirigono verso l'altra geodetica grigia. E' bello fare parte di una squadra efficente.
Questa volta entriamo nella cupola con le armi spianate, ma è ancora più facile di prima.
Ci sono solo altri due chiwin, all'interno. Indossano indumenti civili, come c'era da immaginarsi, e sono intenti a fare qualcosa con degli strumenti elettronici poggiati su di un tavolo alla nostra destra.
I due si voltano. Ci hanno visto.
-- Buongiorno. Siete nostri prigionieri - Rubini sorride, mentre lo dice.
E' uno spettacolo vedere l'espressione sorpresa che si forma sui loro volti, con quel loro muso da tartaruga e gli occhioni gialli da gattone. Rimangono immobili.
-- Ozinnh 'en vaj! - ordina adesso Rubini con voce autoritaria. In lingua chiwin equivale più o meno a "mani in alto".
I due non se lo fanno ripetere. Faccio appena in tempo a scorgere i loro peduncoli tattili cigliati che vengono ritirati all'interno delle "dita" e poi i due si portano davanti a noi, con le braccia in alto e le tre "dita" ben allargate.
Uh uh. Sono chiwin femmine. Sotto gli indumenti leggeri (sembra telacron azzurro, o qualcosa che gli assomiglia) che queste due indossano, traspaiono i rigonfiamenti verticali delle mammelle.
E questo mi ricorda un'altro Assioma Universale: "le razze intelligenti dell'universo sono tutte mammifere".
-- "No-n spa-rare, Terr-agni" - balbetta una di loro in standard molto distorto - "No- milita-ri. Noi. Scien-zia-tici"
-- Hai sentito, Neymann? Sta parlando in Standard!
-- Ho sentito, ma visto come lo parla, forse era meglio se stava zitta. E poi ti ha chiamato "Terragno", non hai sentito?
In realtà sono sorpreso anch'io. E' raro trovare un chiwin che conosca lo Standard e che non sia un militare. E se anche se ne riesce a trovare uno, di solito le uniche parole che conosce sono gli insulti.
Faccio sfoggio anch'io della mia "cultura" chiwin (mi hanno infilato degli aghi nel cranio per insegnarmi la lingua chiwin, ci mancherebbe se adesso non la usassi!) e domando alle nostre prigioniere da quanti membri è composto l'insediamento.
La risposta è "gosh". Otto. E dal tono della voce sembrava che stesse dicendo la verità.
Bene, se così stanno le cose, ne mancano altri quattro.
Li avranno presi Waterson e gli altri. Spero.
Qualcuno arriva di corsa alle nostre spalle. Mi volto con il fucile spianato, ma il nuovo arrivato si fa riconoscere gridando il suo nome. E' Torres. La fascia che gli cinge la testa da Ivan è diventata scura per il sudore. Fa proprio caldo su questo pianeta del cazzo.
-- Ne abbiamo trovati solo due e non hanno opposto resistenza - ci informa Torres - ma ci sono problemi con Waterson. Dice che sta male, colpa di quella pianta fottuta che lo ha beccato prima.
-- Dice? Sicuro che non è uno dei suoi scherzi?
-- Non credo che stia scherzando, ha i brividi e poco fa l'ho visto che tremava come se invece che all'equatore fossimo al polo.
-- Oh merda. Ecco che cominciano i guai. Non poteva filare tutto liscio, proprio non poteva. - Rubini mi ha appena tolto le parole di bocca.
-- A Waterson comunque penseremo dopo - esclamo con un moto di stizza - la cosa grave è che qui ne mancano due.
Mi rivolgo alle due chiwin prigioniere.
-- Mancano due vostri colleghi. Dove sono?
Devo averle intimorite non poco, col mio tono di voce, perché la risposta che ottengo è estremamente precisa e dettagliata, ma purtroppo non fa altro che peggiorare la situazione. I due chiwin che mancano sono andati ad esplorare un piccolo lago sotterraneo che dovrebbe trovarsi a circa tre chilometri a nord di qui.
E adesso che facciamo? Non possiamo certo andare a cercarli, non abbiamo tempo, e non possiamo nemmeno starcene così con le mani in mano ad aspettare che rientrino... dannazione! Comincio ad avere la sensazione che anche questa volta andrà tutto a finire a puttane. Merda. Ho voglia di sparare a qualcuno.
Rimaniamo tutti a guardarci per qualche istante, indecisi sul da farsi, e poi decidiamo di spostare i nostri prigionieri e di andare a controllare come sta Waterson.
Usciamo nel caldo sole lachiano, spingendo avanti le due chiwin, le quali non oppongono la minima resistenza. Appena fuori, vediamo Bailey comparire sull'ingresso della cupola dell'ansible.
-- Qualcuno sta chiamando alla radio!
La radio! Come ho fatto a non pensarci prima! Ecco a cosa gli serve, a tenersi in contatto quando alcuni di loro vanno fuori in escursione!
Chiedo conferma alle prigioniere.
-- I vostri colleghi hanno una ricetrasmittente ad onde corte?
-- Aym - Ce l'hanno! Forse è ancora possibile salvare la situazione.
-- Diamoci da fare. Li costringeremo a venire qui e ad arrendersi.
Mentre attraversiamo lo spiazzo fra le due cupole, qualcosa in cielo eclissa per un attimo il sole, oscurando con la sua ombra tutto il nostro gruppetto. Guardo in alto: anche controsole la sagoma è inconfondibile, è una navetta.
I nostri sono arrivati in anticipo.
Alzo una mano in un cenno di saluto, poi sento qualcosa, una vibrazione, come un alito d'aria rovente, che mi sfiora la faccia, e qualcosa cade ai miei piedi.
Guardo giù, e nonostante sia perfettamente intatto, mi ci vuole un po' per riconoscerlo.
E' il mio braccio. Il sinistro, quello che avevo alzato per salutare.
Mi volto verso Rubini, perché ancora non riesco a capire, e lo vedo esplodere davanti ai miei occhi. Piccoli pezzi del suo corpo mi finiscono addosso, imbrattandomi il volto e la tuta.
E finalmente capisco.
Laser.
Cari, vecchi, micidiali laser.
Qualcuno grida, forse Torres, o forse Bailey, e la cosa in qualche modo mi sveglia dallo stato di stordimento in cui ero caduto. Ci stanno sparando addosso. Mi sono sbagliato, quella fottuta navetta là sopra non è dei nostri!
Urlo a mia volta, per avvisare i compagni, e poi comincio a correre a zig zag verso Bailey.
O almeno ci provo. Con un braccio mancante e l'altro impegnato a tenere il fucile è difficile mantenere l'equilibrio mentre si corre a zig zag, e infatti dopo i primi metri finisco lungo disteso, proprio sul moncherino del mio povero braccio.
Urlo nuovamente, questa volta quasi sputando fuori le corde vocali, e poi il buio esplode nella mia testa.
Sono morto.
Riapro gli occhi. No. Non sono ancora morto, per sfortuna.
C'è un sacco di gente attorno a me: Bailey, Waterson, Torres, Waschberger e quattro chiwin, due dei quali credo siano quelli che abbiamo stordito all'inizio. L'aria ha di nuovo quello strano odore.
-- Ci sei, Neymann? - mi domanda Bailey, che si è chinato su di me a controllare il braccio.
-- Ci sono, Chip. La navetta?
-- E' impegnata a sfuggire alla nostra squadra di prelevamento. Le navi-madre si stanno scontrando fuori orbita. Il braccio?
-- A posto. Non sento quasi niente. - E' la verità. Il moncherino mi fa molto meno male adesso, sia perché il laser che mi ha reciso il braccio ha cauterizzato la ferita sia (soprattutto) perché, per fortuna, tutti i corpi in dotazione ai reparti specializzati come il nostro hanno il sistema spinale di trasmissione del dolore tonico inibito quasi completamente. Solo il dolore immediato viene trasmesso al cervello, quello persistente viene bloccato prima che vi arrivi. E' una modifica approntata per aumentare l'efficenza dei corpi stessi durante le azioni, e in situazioni come questa fa davvero molto comodo.
Mi sollevo a sedere e mi guardo intorno: siamo nella geodetica dell'ansible. Mi ci avranno trasportato mentre ero svenuto.
-- Lo sentite anche voi questo odore?
-- E' l'odore normale dell'aria. Hai perso i filtri nasali quando sei caduto. - Bailey si indica il naso con un dito, a sottolineare la cosa.
-- Quindi adesso rischio pure di rimanere intossicato. Come sono contento.
Dò una seconda occhiata ai quattro chiwin. Le due prigioniere che avevamo preso non ci sono.
Torres precede la mia domanda.
-- Le tue prigioniere sono fuggite - pausa - Quando è saltato Rubini.
Rubini! Mi ero dimenticato di lui. E sì che devo averne un bel po' appiccicato addosso. Bè, se non altro almeno adesso è fuori da questo casino. E' questo il bello di una guerra combattuta a distanza, non si soffre quando muore un amico. Controllo gli altri miei compagni di squadra.
Torres ha una brutta bruciatura sul fianco destro ma sembra ok. Waterson invece ha il volto imperlato di sudore ed è pallido come una luna piena. Non c'è dubbio, ha qualcosa che non va. Waschberger e Bailey invece sembrano a posto.
-- Così siamo stati salvati dalla squadra di prelevamento...
-- Solo momentaneamente - fa Waschberger - la loro nave-madre avrà chiamato rinforzi.
-- Ma che ci faceva qui quella navetta?
-- Forse si erano accorti che quest'insediamento era troppo esposto ed erano venuti a sgomberarlo.
-- Fanculo. Non ce ne va bene una. E ora? Come ce ne andiamo?
-- Ho inviato un ansible a quelli del Genio - risponde Bailey - mi hanno dato l'address della nave-madre che doveva prelevarci.
-- E allora? L'hai chiamata?
-- Sì. Se riescono a liberarsi della nave chiwin prima che arrivino i rinforzi nemici da "Buco del Verme" rimanderanno giù una navetta a prelevarci, se invece non ce la fanno...
-- ...suicidio forzato - lo precede Waschberger.
-- Che situazione di merda. - commenta Torres.
Siamo tutti d'accordo con lui.

Per fortuna sono tornati.
Fra qualche minuto ci rimanderanno a Base. Stiamo aspettando che arrivi l'ufficiale medico di bordo.
La missione è riuscita a metà: siamo riusciti a prenderne quattro invece che otto. Meglio di niente.
Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di asportare l'apparecchiatura ansible dei chiwin e ovviamente possiamo scordarci la licenza extra e il bonus-credito, ma non mi lamento visto come si erano messe le cose...
Quando hanno portato via i prigionieri ho provato a chiedere a che cosa servivano. Dobbiamo scambiarli con alcuni dei nostri, è stata la risposta che ho ottenuto. Uno scambio, era ovvio. Non riesco a capire come mi era venuta l'idea che mi avrebbero risposto ci servono per alcuni esperimenti.
Durante il tragitto dal pianeta alla nave madre è morto il corpo di Waterson. Non è stato un bello spettacolo: quella pianta gli aveva inoculato delle spore, il corpo si è praticamente liquefatto. Quelli del Genio hanno dovuto sterilizzare tutta la navetta. Sono andati perduti anche i suoi miniapparati ansible: i tecnici non si sono potuti avvicinare subito al corpo a causa delle spore e non hanno fatto in tempo a disattivare il meccanismo di autodegradazione degli apparati.
Il dottore è arrivato. Come tutti gli ufficiali medici, ha un'aria estremamente professionale ed altrettanto estremamente irritante.
-- Taglio netto, eh? - ironizza, indicando con un cenno del capo il moncherino scoperto del mio braccio. Non che la cosa mi riguardi poi molto, ma non si sono neanche presi la briga di medicarmelo.
-- Dottore, non siamo dell'umore adatto per fare conversazione - risponde Waschberger quasi togliendomi le parole di bocca. Le faccio una smorfia di approvazione con la bocca. Questa nave fa schifo, l'aria ha un sottile ma disgustoso sentore metallico, come se vi fosse mischiata della polvere di rame. Ti fa venire voglia di sputare.
-- Va bene, vi capisco. - dice l'ufficiale medico - Sdraiatevi a pancia sotto in quei contenitori, farò in un attimo.
Fa davvero in un attimo: quando è il mio turno (sono nel terzo contenitore) con un piccolo strumento armeggia prima sulla mia schiena e poi sull'apparato ansible dietro l'orecchio e di colpo mi ritrovo nella mia bara su Base.
Dentro il mio vero corpo.
Sento il fondo della bara agitarsi sotto la mia schiena e una ben nota sensazione di freddo sulla testa e dietro la schiena. Mi hanno tolto gli aghi e spruzzato il cranio e la colonna vertebrale di disinfettante, ne avverto l'odore. La bara continua per qualche altro secondo a togliere e disinfettare tutto quello che mi aveva infilato in corpo qualche ora fa e poi finalmente il coperchio si apre. L'abbraccio dell'aria condizionata e depurata dei sotterranei è meraviglioso.
In piedi vicino alla porta c'è Rubini. E' l'unico ad essere vestito, oltre all'ufficiale medico; Bailey e Waschberger sono ancora in mutande e si massaggiano la testa, e Torres è ancora nella sua bara, che si sta aprendo in questo istante.
-- E Waterson? - domanda all'improvviso Waschberger. Da quando mondo è mondo i componenti della stessa squadra escono insieme dai sotterranei, è la regola.
-- Waterson è in coma. - le risponde Rubini, serio in volto - Appena è tornato ha avuto una crisi da transfert, una di quelle brutte. Gli ha spezzato le ossa di entrambe le braccia. Adesso è in rianimazione.
Mi volto verso l'ufficiale medico.
-- In rianimazione per due braccia rotte?
-- Blocco respiratorio a causa delle convulsioni.
-- Ce la fa? - domanda Waschberger.
-- Credo di sì, ma in ogni caso non potrà andare in missione per un bel pezzo.
-- Merda. Povero Matt.
Ci rivestiamo, senza dire una parola. Non so perché, ma l'unica cosa a cui riesco a pensare è chissà chi ci affibieranno, come rimpiazzo.
Quando usciamo dall'ascensore, troviamo il solito gruppetto di amici delle altre squadre che ci aspetta. Ancora non sanno niente. Li informiamo brevemente su Waterson e sull'esito della missione, poi ci dividiamo. E' ora di pranzo, ma come avevo previsto non ho per niente fame. E a quanto pare nemmeno i miei compagni.
-- Chi è che viene a bere qualcosa? - chiede Bailey, aggiustandosi il berretto sul cranio pelato e lucido.
-- Se offri tu, ti faccio compagnia - dice Rubini. Nessun altro si fa avanti.
-- D'accordo, tanto te ne dovevo uno. - I due si dirigono a passo lento verso il bar della base. E' una bella giornata, una leggera brezza porta il profumo dei pini fin qui.
-- Io vado a farmi una dormita. - Torres va sempre a dormire, dopo ogni missione.
Io e Waschberger rimaniamo a guardarlo mentre si dirige anche lui piano piano verso il suo alloggio, e poi ci guardiamo l'un l'altra. E' strano, oggi Waschberger sembra quasi bella, nonostante la testa pelata e le sue orecchie un po' troppo grandi.
-- Che fai? le domando.
-- Non lo so. Sono incazzata, ma non so con chi. Forse con me stessa.
-- "Se cerchi qualcuno con cui sfogarti..."
-- "Rivolgiti a qualcun altro", lo so, non ti preoccupare. - Sorride. - Facciamo un giro?
-- Ok.
Ci avviamo lentamente verso i boschi di conifere che costeggiano la base. Non si tratta di conifere Terrestri ma l'aspetto e l'odore che hanno è quello dei pini di montagna. Non so perchè il Genio abbia deciso di scavare la sua base proprio in mezzo a questi boschi, ma non posso che ringraziarli, il paesaggio è bellissimo, i pini crescono fitti e rigogliosi fino al perimetro più esterno della nostra installazione militare. Da quel punto in poi il bosco cessa bruscamente, viene sostituito da una fascia di felci native larga un metro e quindi lascia il posto al prato di alfalfa Terrestre implantata dai giardinieri militari del Genio.
Mentre passeggiamo sul prato proprio a ridosso del bosco, ci penso: un'ora e mezzo fa eravamo su di un'altro pianeta, (un pianeta che probabilmente non rivedremo né sentiremo mai più nominare) a combattere, ed ora siamo qui, nella quiete più totale, e passeggiamo.
Forse è questo che ci confonde, in realtà.
-- Ci addentriamo? - Waschberger continua a fissare il bosco a pochi metri da noi con aria quasi ipnotizzata. La differenza di colore fra il verde compatto del prato, la tonalità più pallida delle felci e il marrone degli aghi di pino che formano un tappeto compatto e uniforme al di sotto della coltre degli alberi forma un bellissimo effetto cromatico.
-- Che intenzioni hai? - il tono roco della mia voce non mi piace, sembra in contrasto con l'atmosfera calma e tranquilla del posto.
-- Voglio solo perdermi, per un po'. - si gira a guardarmi - Niente sesso. Solo un po' di silenzio.
-- D'accordo. - Entriamo nel bosco. L'odore dei pini è fortissimo e il vento fa mormorare appena le cime degli alberi.
Silenzio.
Un'ora e mezzo fa un raggio di caldissimo silenzio mi ha portato via un braccio e ha fatto esplodere uno dei miei amici proprio davanti ai miei occhi. E ora quello stesso amico sta bevendo al bar della base e io ho di nuovo due braccia.
Forse è questa la causa delle crisi da transfert. Forse è davvero questa sorta di gioco che continuiamo a fare che confonde le nostre menti.
Quattro ore fa Waterson scherzava sulle sue erezioni e adesso è in rianimazione, e le braccia gli si sono spezzate da sole.
C'è qualcosa di strano in tutto ciò. E' il silenzio quello di cui abbiamo bisogno, il pensiero mi attraversa la mente solo per un attimo, ma un attimo è sufficiente. Forse è così. Il silenzio.
Mi fermo.
Waschberger si volta a fissarmi. I suoi occhi neri sono stanchi. Lo sono anche i miei? Poi, come se mi avesse letto nel pensiero, con un filo di voce, mormora:
-- Che strana guerra stiamo combattendo.
Annuisco con il capo, le sorrido, e poi riprendiamo a passeggiare.

Giuseppe De Rosa
©1990



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