WASCHBERGER
Giuseppe De Rosa

NOTA AL RACCONTO
Praticamente Soldati 2. Il titolo così stupido è dovuto al fatto che, in teoria, ognuno dei personaggi di Soldati avrebbe dovuto narrare un episodio, fino ad avere una sorta di antologia da poter intitolare, per l'appunto Soldati (in questo caso, il primo racconto sarebbe stato rinominato Neymann).
Come tutti ben sanno, è assolutamente deleterio tentare di produrre un sequel se non si hanno le capacità di farlo (il cinema insegna...) e tale regola è valsa anche nel mio caso. Il racconto non si regge in piedi senza il precedente e la storia non ha nemmeno lontanamente il mordente della prima. Forse si capisce meglio il rapporto che lega i vari personaggi della squadra e ci sono un paio di ammiccamenti tecnologici piuttosto graziosi (tipo i tatuaggi attivi), ma in definitiva... il secondo non è all'altezza del primo.
Ciò nonostante il racconto mi piace come atmosfera, si avverte bene il senso di cameratismo e di affetto che i personaggi provano l'uno per l'altro.
L'idea di base? Descrivere una scena di sesso orale a zero-g.
Sa di perversione, lo so, ma mi intrigava, perché è una cosa a cui non si è abituati (parlo del comportamento dei fluidi in assenza di gravità). Una volta avevo scritto un brano per fortuna mai pubblicato - in cui una donna descriveva i movimenti necessari da fare a zero-g per poter far defluire il sangue mestruale e in un'altra occasione mi ero preoccupato del drenaggio delle mucose durante il sonno... insomma, l'assenza di gravità è più problematica di quanto già non sembri e descrivere la condizione del liquido seminale a zero-g mi pareva abbastanza forte come idea.


Sei minuti. La voce stridula del pilota lo ha appena annunciato via intercom. Quello stronzo secondo me si diverte, a fare su e giù in continuazione. Davvero non so cosa ci possa essere di tanto spassoso a fare continuamenteme la spola tra Base e la Ruota, a farsi sparare in cielo dalla rampa equatoriale con un'accelerazione da mozzare il fiato per poi ricascare giù a piombo qualche minuto più tardi. A pensarci bene però, c'è gente in giro che riesce a trovare il modo di farsi piacere le cose più assurde, per cui forse non c'è poi troppo da meravigliarsi.
Noi invece continuiamo a fare errori come dei novellini, anche se non è la prima volta che ci mandano sulla Ruota.
La vibrazione sorda e profonda dei propulsori principali si è spenta un minuto fa, portandosi via anche le 6 g di accelerazione che per pochi ma interminabili minuti ci hanno tenuti incollati ai sedili, immobilizzati nelle imbracature di sicurezza, impedendoci persino di voltare la testa.
Neymann ha cominciato ad imprecare non appena la gravità è calata a zero. Adesso è lì che si massaggia il petto con una mano, mentre fra le dita dell'altra stringe una piccola capsula arancione, un antidolorifico allpurpose, indeciso se ingoiarla o meno. Ha agganciato male una delle cinghie e l'accelerazione di fuga gliel'ha fatta quasi penetrare nella carne. Guarda la capsula colorata per qualche altro istante, poi la lancia via. Quella  sfreccia veloce, in assenza di gravità, sbatte contro la parete di fronte e rimbalza indietro con un angolo che la porta a sparire dietro una delle altre file di poltroncine davanti a noi.
- Fanculo.
- Non farla così lunga, Neymann, una volta ci sono cascata anch'io e ti assicuro che ad una donna fa molto più male. Mi è rimasto il livido sul seno per una settimana.
Neymann mi guarda, apre la bocca come per rispondere qualcosa e poi gira la testa dall'altro lato, continuando a massaggiarsi e ad imprecare sottovoce contro la sua stupidità.
Adesso i minuti rimasti saranno sì e no quattro.
- Dai Chip - dico a Bailey mentre faccio scattare la sicura dell'imbracatura di sicurezza - Andiamo, è il tuo giorno fortunato.
- Waschberger, ci sono solo quattro minuti, non ce la facciamo - replica Bailey, il quale però a sua volta libera rapidamente il sistema di sicurezza della sua poltroncina.
- Ce la facciamo, ce la facciamo. Vieni qui. - Mi piace quando fa il disfattista, mi eccita ancora di più.
Lo tiro via dal suo posto e insieme galleggiamo verso la nostra meta, l'armadio-ripostiglio delle tute di emergenza.
È per cose come questa che gli altri a volte ci guardano come se fossimo dei matti. State lontani dalle squadre ansible, dalle teste d'uovo, sono tipi fuori di cervello. Questo è ciò che dicono di noi.
Beh, non posso dargli torto. Alcune delle cose che ogni tanto facciamo possono sembrare davvero da pazzi, come ad esempio quella di fare un pompino ad un compagno di squadra approfittando dei pochi minuti di gravità zero prima dell'attracco della navetta alla stazione orbitale.
È una cosa da matti, lo ammetto, ma nello stesso tempo, non so come spiegarlo, è qualcosa che abbiamo bisogno di fare.
Tutti insieme.
Sì, perché Torres, Neymann e Rubini sanno perfettamente che genere di giochino io e Bailey stiamo per fare e, in un modo che è difficile da spiegare, pur non partecipando fisicamente, condivideranno con noi questa bravata, saranno con noi.
Forse è una stronzata, ma penso che persino Waterson, che è in coma su Base, percepirà qualcosa.
Perché noi siamo una squadra ansible.
Chiunque abbia combattuto almeno una battaglia via ansible, chiunque abbia lasciato per ore il proprio corpo in una bara di metallo per andare a morire in quello di un altro sa cosa voglio dire.
È il bisogno di realtà che ci spinge a fare cose del genere. È una cosa che gli altri non potranno mai capire. Il fatto di essere veramente noi, e non i nostri cloni da combattimento, a fare qualcosa di non programmato da qualche esperto tattico del Genio, è estremamente importante per noi.
Sapere che quello che ogni tanto ci inventiamo è frutto della nostra mente e non ci è stato iniettato nel cervello insieme al glucosio di sostentamento è una cosa che ci fa sentire reali, che in qualche modo ci dà la certezza di essere vivi.
Adesso che il pilota ha acceso i piccoli reattori di direzione, la vibrazione che si avverte toccando una qualsiasi delle pareti della navetta è quasi piacevole, come un mormorio sommesso.
L'accelerazione equivalente è forse di una frazione di g, appena avvertibile, l'ideale per fare del sesso acrobatico. Peccato non averne il tempo.
Apro l'armadio e sgancio tre tute dai loro supporti, passandole a Bailey, che a sua volta le lascia galleggiare via. Quando entra nel piccolo spazio che ho ricavato, Chip Bailey è  eccitato come un ragazzino alle prime armi.
Per cinque secondi, nell'oscurità dell'armadio, l'unico suono che produciamo è quello del velcro delle chiusure delle tute da lavoro che protesta quando ce le apriamo a vicenda.
I successivi due minuti sono soltanto sesso puro e semplice. E riusciamo persino a compierla, qualche piccola acrobazia, nonostante il buio e lo spazio ristrettissimo.
Il corpo di Bailey ha un buon odore e... sì, anche un buon sapore. Il tocco delle sue mani lungo il mio corpo è dolce ma deciso ed in pochi attimi i capezzoli mi si irrigidiscono così tanto da farmi male.
Dicono che quando fanno del sesso orale le donne non provano niente o quasi, che il piacere è tutto dell'uomo.
È vero, ma non in questo caso.
Non so come spiegarlo, ma mi dà un grande piacere sentire il corpo di Bailey reagire al mio tocco e sapere che è veramente lui, dentro al suo corpo.
È bello. E soprattutto è reale.
Giusto un attimo prima di venire Bailey mormora il mio nome.
- Lena - dice quasi bisbigliando e, non so perché, questo basta a farmi raggiungere l'orgasmo insieme a lui.
Allontano la bocca dal suo corpo proprio mentre qualcosa di piacevolmente simile ad una supernova mi esplode nel cervello. Afferro il suo braccio nel buio e lo stringo forte, mentre l'esplosione a poco a poco si affievolisce.
È tutto dannatamente... fantastico. Cazzo, non so come altro definirlo: avverto un piacevole calore affluirmi fra le gambe, i capezzoli perdere la loro rigidità, un velo di sudore condensarsi sopra il labbro superiore, appena sotto il naso; ascolto il mio respiro e quello di Bailey, sento distintamente persino il mio cuore, che riprende il suo ritmo normale.
E so di essere io.
Un istante dopo, è tutto finito.
Il pilota annuncia che stiamo attraccando al dock sette.
Bailey fa scorrere la porta del piccolo ripostiglio e finalmente possiamo di nuovo vederci qualcosa.
Siamo un po’ capovolti, rispetto al pavimento della navetta e a pochi centimetri dal mio viso galleggia un piccolo globulo di liquido bianco, mentre altre due o tre sferette filamentose stanno lentamente andando alla deriva verso le  altre tute di emergenza che sono ancora appese ai loro sostegni.
Ecco quello che succede quando si eiacula a g-zero.
Oh Dio! Mi ricordo la prima esercitazione a bordo della Kusanagi. Ci spiegarono il comportamento dei fluidi organici in assenza di gravità, il problema del drenaggio delle mucose e perfino quello del sangue menstruale, ma in quanto a liquido seminale... nemmeno un accenno. Bè, a quanto pare si comporta  come la saliva, o quasi.
- Non pensi che faremmo meglio a pulire? - domanda Bailey, contorcendosi per riacquistare la posizione corretta rispetto al pavimento.
- Faremmo? Se non sbaglio è tutta roba tua, quella che c'è in giro - rispondo dopo aver soffiato via la goccia di sperma che avevo accanto, mandandola ad appicicarsi sulla manica di una delle tute grigie appese. A mia volta, mi giro per riacquistare una posizione un po’ più decente, richiudendo nel frattempo le chiusure della tuta da lavoro.
- Ah ah ah, molto spiritosa. Dai, prendi uno di questi e aiutami, altrimenti la prossima volta ce lo faranno trovare bloccato.
- Quell'armadietto non può esser bloccato, dato che c'è materiale d'emergenza - è la voce divertita di Rubini, da fuori - Però è meglio se pulite lo stesso, non è detto che in quelle tute non ci finiamo noi, una volta o l'altra, e francamente mi seccherebbe ritrovarmi i tuoi fottuti spermatozoi spiaccicati sulla visiera del casco, Bailey.
- Vaffanculo, amico - è la risposta secca di Bailey, ma poi sghignazzando, ripuliamo in fretta le tracce del nostro "incontro romantico", servendoci di un paio di fazzolettini sintetici monouso, proprio mentre con una serie di scossoni decisi, la navetta aggancia le servoguide del dock della stazione orbitale.
- Vai, presto! - In un lampo, sempre ridendo, recuperiamo le tre tute monopezzo sparse nell'abitacolo e le ammassiamo dentro l'armadietto. I fazzolettini spariscono nelle tasche, li getteremo nei riciclatori della stazione.
- Attenti idioti, ora allineeranno la gravità! - ci avvisa Rubini, un po’ in apprensione.
Approfittando dell'ultima frazione di secondo a gravità ridotta, spicchiamo un balzo verso le nostre poltroncine.
È un errore.
La gravità viene allineata mentre siamo ancora in volo e così cadiamo, come due pere mature, di traverso sopra la fila di poltroncine.
- Merda! - grida Bailey, rialzandosi lentamente e strofinandosi il gomito destro, che ha sbattuto nella caduta.
In quanto a me, ho preso soltanto un colpo allo stomaco, niente di grave, anche se mi ha mozzato il fiato.
- Tutto a posto? - domanda Torres, sganciandosi dalla sua imbracatura.
- Sì, grazie. Andiamo, che ci aspettano.
Mentre il portello della navetta si apre, il nostro allegro pilota si fa sentire ancora una volta nell'intercom.
- Ragazzi, spero che il viaggio sia stato piacevole per voi quanto lo è stato per me. E a proposito... l'attrezzatura di emergenza va rimessa sempre in ordine, così come l'avete trovata. Valga per la prossima volta.
Segue una risata gracchiante e molto poco simpatica.
Io e Torres alziamo il medio della mano destra all'indirizzo dell'intercom e del pilota e poi usciamo, uno alla volta, sulla banchina pressurizzata del dock sette.

Ci incamminiamo spediti verso la nostra destinazione, muovendoci con facilità lungo i corridoi illuminati a giorno della stazione, aiutati anche dalla gravità leggermente ridotta della Ruota. Se non ricordo male dovrebbero essere quattro quinti di g, due decimi in meno di quella terrestre, tre decimi in meno di quella di Base.
Il centro di addestramento speciale della Ruota è vicino al mozzo centrale della stazione, dove ci sono anche le palestre e i campi di simulazione a g-zero; per raggiungerlo dobbiamo attraversare per intero uno dei raggi della grande stazione orbitale, passando davanti agli alloggi dei marines, ai centri di controllo e di calcolo e alle sezioni idroponiche di riciclaggio rifiuti organici.
L'aria che si respira all'interno della Ruota è buona, come sempre. L'ossigeno prodotto dalle microalghe delle vasche idroponiche viene filtrato, raffreddato, addizionato di azoto e ionizzato. Quella che esce dai condotti di ventilazione è aria fresca, pulita e rilassante. Niente a che vedere col miasma che si respira a bordo delle navi da combattimento o nei sotterranei di Base, anche se quest'ultimi a dire il vero non sono poi così male, in quanto ad abitabilità.

Quando passiamo davanti agli alloggi dei soldati, un gruppetto di ragazzetti in uniforme si affaccia a guardare.
Dobbiamo apparir loro un po’ strani, con le nostre teste lucide e pelate, le tute grigie da lavoro non mimetiche, l'aria impettita e allo stesso tempo annoiata, l'andatura compatta e silenziosa da camerati e... sì, anche la nostra strana arroganza, che deriva dal fatto di far parte di un corpo speciale, non sottoposto a tutte le regole e le restrizioni degli altri soldati.
Non posso biasimarli se ci guardano come fossimo delle strane bestie aliene. Con la strana logica perversa che regna ovunque ci siano gruppi con caratteristiche molto differenti che però lavorano ad una causa comune, questa gente ci disprezza, per quello che facciamo, perché siamo diversi da loro pur combattendo la stessa guerra, e allo stesso tempo ci invidia, perché abbiamo il coraggio di fare quello che facciamo e perché godiamo di privilegi che a loro non sono concessi.
Non è piacevole sentirsi i loro sguardi addosso, anche se poi noi siamo altrettanto critici nei loro confronti.
Ovviamente i commenti bisbigliati, le smorfie di scherno e le battute sul nostro conto non mancano mai, in occasioni come questa. Però a cose del genere sappiamo come reagire, ormai abbiamo una certa esperienza.
- Hei, è vero che voi delle squadre ansible passate talmente tanto tempo fuori dai vostri corpi che quando rientrate vi confondete e non riuscite più a capire se siete nel vostro corpo o in quello del vostro compagno? È per questo che andate sempre tutti assieme pure al cesso?
Eccolo qui, l'idiota di turno. Un ragazzo alto, snello, belloccio, con i capelli neri. Mai visto prima d'ora, dev'essere nuovo. È una noia con questi novellini, tirano fuori sempre la stessa battuta, pensando di aver detto chissà cosa. Gli ci vuole sempre un po’ prima che comincino ad inventarne qualcuna appena appena più estrosa, che valga la pena di stare a sentire.
Ovviamente non è questo il caso. Per vecchie battute come queste, abbiamo risposte collaudate da tempo.
- Leo - lo dico quasi con noncuranza, ma Torres scatta come un serpente.
Con un solo gesto, trascina fuori il ragazzo dall'uscio e lo attira a sè, spingendolo quindi contro la parete del corridoio. Poi, prima che quello possa azzardare una reazione qualsiasi, Torres lo bacia con violenza sulla bocca, stringendogli contemporaneamente con una mano i genitali attraverso l'uniforme, delicatamente ma con decisione, quel tanto che basta a dargli un po’ di fastidio senza fargli male sul serio. Poi lo lascia andare, mentre i suoi compagni sono tenuti a bada da Neymann, Bailey e Rubini.
- Hai ragione, soldato. - gli faccio col mio tono di voce più suadente avvicinandomi a lui, che nel frattempo è piombato in ginocchio, con le mani fra le gambe - Questo ad esempio, era da parte mia, perché sei proprio carino.
Alcuni dei compagni del marine cominciano a ridere, apprezzando lo scherzo, subito seguiti dagli altri, che hanno bisogno di qualche secondo in più, per capire cosa sia accaduto.
Torres aiuta il ragazzo a rialzarsi, gli strizza l'occhio, poi tutti ci voltiamo e proseguiamo lungo il corridoio, lasciandoci gli alloggi dei marines alle spalle e il nostro povero amico alle cure dei suoi compagni, che ancora continuano a ridere e a prenderlo in giro.
Più della metà di questi giovanotti dev'essere appena stata assegnata qui da qualche stupida accademia militare; ancora non sono abituati alle squadre ansible, alle strane reazioni di quelli come noi.
Poco male, impareranno presto ad evitarci.

La sala di Addestramento Tattico Ambientale della Ruota, il luogo dove noi delle squadre ansible di tanto in tanto veniamo istruiti in occasioni di missioni particolari, è in realtà una piccola palestra a gravità zero riadattata, praticamente vuota, con le pareti letteralmente imbottite di centinaia di migliaia di sensori, monitor, microlaser, rilevatori e chissà cos'altro.
Siamo stati qui già altre volte. Cinque, per la precisione. Ci mandano qui quando le missioni cui siamo destinati richiedono un pre-adattamento ambientale in aggiunta all'indottrinamento neuronale che ci viene impartito durante il collegamento ansible.
L'ultima volta è stata per la missione su Godel, o Gorel, non ricordo più bene il nome. Quello che ricordo è che dovemmo strisciare carponi dentro cunicoli larghi meno di un metro, scavati nel ghiaccio fossile, a quattro metri di profondità.
Un fallimento completo, nonostante l'addestramento ambientale.
Nello spogliatoio della sala troviamo altre sei persone: due uomini, quattro donne. Li conosciamo, sono la squadra  Amaranto, ovvero Bishop, Lamberti, Saichiki, StClair, Erwitt e... Green, sì.
- Salve gente - saluta allegro Rubini - allora, dove vi spediscono  stavolta?
- All'inferno. - mormora Emil Erwitt.
- Davvero! Ci flipperanno su un cesso di posto che si chiama Inferno. - a rispondere è Nicolas Lamberti, occhi azzurri, pelle scura, abbastanza simpatico. Lui e Emil Erwitt suonano del jazz abbastanza buono, quando non combattono.
- Indovinate perché lo hanno chiamato Inferno - continua Kate Bishop, richiudendo l'ultima strip della sua tuta. Kate è piccola, più bassa di me, ed ha il volto pieno di lentiggini. Se potesse lasciarseli crescere, i suoi capelli sarebbero color rame. È una piccola carogna cattiva ma sa scopare da Dio, quando vuole. Se non fosse dichiaratamente ed ostinatamente omosessuale a quest'ora avrebbe quasi tutti gli uomini di Base ai suoi piedi, pronti a fare qualunque cosa chiedesse. Senza contare la quasi totalità delle donne, che ha già.
- Non dirmi che lo chiamano Inferno perché è ghiacciato! - azzarda scherzoso Rubini, cominciando a spogliarsi.
- Sì, magari. Su quel posto di merda ci sono quasi ventisei gradi, giorno e notte. Ai poli.
- Esatto, e come se non bastasse c'è una Coriolis da trecentocinquanta all'ora che spazza mezzo pianeta ogni tre giorni - ad intervenire è stata Eunice StClair, una delle mie partner favorite nei tornei di squash su Base. Eunice è magra, alta e velocissima. È una combattente accanita, è stata "uccisa" in battaglia solo tre volte nelle ultime dodici missioni. È l'unica che conosco a non aver mai sofferto di nessun disturbo da transfert ansible. Niente, nemmeno il minimo tremore muscolare.
- È un deserto, giusto? - domanda Neymann - Da come ne parlate dev'essere proprio un posto simpatico. - Mentre si sfila la tuta dò un'occhiata al suo petto. In effetti il segno della cinghia gli è rimasto, un piccolo livido lineare sul pettorale sinistro.
- Magari pieno di animali sotterranei, con la Coriolis così frequente... - aggiunge Bailey, prendendo posto anche lui su una delle panche di plastica nera dello spogliatoio e cominciando ad aprirsi la tuta.
Kate annuisce in risposta. - Ci hanno fatto fare la conoscenza di un paio di talpe locali così grosse e corazzate che sembravano carri blindati dell'esercito.
- Scusate, ma che cazzo ci fanno i chiwin su un pianeta di schifo come quello? - domanda Torres senza riuscire a distogliere lo sguardo dal corpo di un'altra delle componenti della squadra Amaranto, Cheni Saichiki. Ormai tutti su Base conoscono gli occhi di Cheni, ma Torres continua ugualmente a rimanerne ipnotizzato ogni volta che li vede. Cheni ha una serie di tatuaggi attivi disegnati su tutto il corpo; sulla schiena ha una cascata giapponese che è qualcosa di splendido, il disegno dell'acqua cambia colore e percorso a secondo dell'umore e della temperatura corporea. Ma quello più impressionante di tutti sono gli occhi, che ha tatuati al centro del petto, appena sotto le clavicole. I micropigmenti sono sincronizzati col suo respiro e col battito del cuore, oltre che col flusso ormonale. Il risultato è favoloso, sembra proprio che abbia degli occhi veri, sul petto, ed è difficile distogliere lo sguardo, tanto sono espressivi.
Cheni, al contrario di Eunice, è una di quelle che soffre maggiormente le crisi da transfert; i suoi tatuaggi impazziscono quando lei va in tilt.
- E infatti i chiwin non ci sono, su Inferno, non sono mica scemi - ribatte Lambert - Però hanno lasciato lì qualcuno dei loro aggeggi automatici, giusto per impedirci di stabilirci nelle zone circumpolari, che sono le uniche abitabili, più o meno.
Continuiamo a chiacchierare, a scambiarci le solite battute sui chiwin e su questa guerra sensa senso, fatta di posizioni rubate e abbandonate, di trabocchetti ed agguati, e in pochi minuti le posizioni nello spogliatoio si invertono: Noi in mutande e i nostri amici della Amaranto belli vestiti ed in ordine, pronti a tornarsene su Base.
- Ok, ragazzi, noi ce ne torniamo a casa. Divertitevi, mi raccomando - dice Lambert, allungando la mano col palmo aperto rivolto verso l'alto. Rubini risponde al saluto in codice, muovendo la sua mano sopra quella di Lambert imitando il movimento di un ragno, l'animale che da sempre rappresenta le squadre ansible.
Anche gli altri si scambiano lo stesso saluto, tranne Leo e Cheni, che si dilungano ad usare il bacio. Dopo aver mimato lo stesso movimento degli altri con le mani, si portano entrambi la punta del dito indice alla bocca e poi, dopo averla inumidita con la saliva, lo portano a contatto, per una frazione di secondo, con quella dell'altro.
Un tempo ci si salutava sempre così, fra membri di squadre ansible diverse, quando ancora tutti pensavano che vincere la guerra contro i chiwin fosse soltanto una questione di mesi. Il tempo, come sempre, ha cambiato le cose. Adesso questo tipo di saluto in codice sottintende intese di genere differente, oltre a quella di far parte della stessa casta di combattenti.
Ad ogni modo, nessuno dei presenti ci fa caso più di tanto e così, qualche secondo dopo ci ritroviamo da soli nello spogliatoio, in attesa che i tecnici allestiscano la nostra simulazione ambientale e la luce sopra il condotto d'interfaccia diventi verde.
Non ci vuole molto.
Uno degli aspetti positivi della Ruota è la sua estrema efficienza, i tempi morti sono sempre ridotti al minimo. È normale, se si pensa che ogni boccata d'aria respirata quassù costa un sacco di energia e quindi di crediti. Però fa piacere lo stesso.
Il condotto d'interfaccia lascia entrare una sola persona alla volta, ad intervalli di circa trenta secondi.
Prima di entrare bisogna togliersi assolutamente ogni indumento e qualsiasi altro oggetto indossato, compresi i cronometri-dosatori personali.
Come al solito, entro per ultima nel condotto. Questa volta però provo una strana sensazione di disagio, prima di attraversare la membrana di silicone trasparente.
Mi manca Waterson, ecco cos'è.
Lui entrava prima di me, ed ogni volta inventava qualcosa di spiritoso da dirmi, prima di lasciarmi.
Questa volta non ci sono state battute e la cosa, non so perché, mi ha messo a disagio.
Prendo qualche boccata d'aria forzando la respirazione, poi, trattenendo il respiro, entro nel condotto cilindrico.
Penetro decisa il sottile velo polimerico di silicio e come sempre la sensazione che provo è quella di  passare attraverso una cortina elastica di muco, anche se a dire il vero questa roba è asciutta, fredda e inodore.
Appena dentro il condotto, che sarà lungo un paio di metri al massimo, ho appena il tempo di afferrare con le mani due degli appigli scuri e morbidi che spuntano fuori dalla parete, poi, dopo un secondo, la luce va via.
POSIZIONE CORRETTA. CHIUDERE GLI OCCHI E TRATTENERE IL RESPIRO, mi ordina la voce calda ma sintetica del sistema di controllo.
Chiudo gli occhi e aspetto. Immediatamente gli spruzzatori entrano in azione, verniciando con estrema cura ogni centimetro quadrato della mia pelle, ad esclusione della testa.
Ce l'hanno spiegato la prima volta, di cosa si tratta: è una resina a base di nanosensori, microattuatori e un collante stabilizzante a presa ultrarapida.
Sia la colla che le micromacchine mescolate con essa sono altamente fotodegradabili, ecco perché le spruzzano al buio. Quando ripasseremo dal condotto per uscire, illumineranno a giorno con gli ultravioletti e tutta questa roba si trasformerà in acqua ed anidride carbonica ed evaporerà, non lasciando tracce.
Non appena il sibilo degli spruzzatori si spegne, gli appigli esterni per le mani cominciano a muoversi sotto le dita.
NON LASCIARE LA PRESA, ordina la voce del computer, ed io come al solito obbedisco, anche se la cosa, come ogni volta, mi fa un po’ schifo.
L'interfacciamento è quasi terminato. Gli appigli si trasformano sotto le mie mani, aderendo alle dita e ricoprendole di resina calda dalla consistenza collosa, risalendo poi fino all'altezza dei polsi. Si sono trasformati in guanti, lo so senza bisogno di guardare.
Procedo, sempre trattenendo il fiato e con gli occhi chiusi, fino all'altra estremità del tunnel, anch'essa protetta da una membrana siliconica.
L'attraverso e mi ritrovo all'interno della Sala di Addestramento Tattico Ambientale.
Riapro gli occhi e riprendo fiato.
La sala è buia, ovviamente: la luce danneggerebbe la pellicola di resina che ci ricopre. Fa fresco, perché la temperatura della sala è stata regolata in modo tale da farci sudare il meno possibile.
L'oscurità però non è totale. Una sottilissima linea verde pallido - prodotta da alcuni pigmenti fosforescenti attivati dai computer nelle pareti - mi indica la posizione che devo raggiungere. Man mano che procedo, la linea guida scompare alle mie spalle, spegnendosi come per magia. Nel buio quasi completo riesco a malapena a scorgere la silouette di uno dei miei compagni, forse Neymann, a giudicare dall'altezza, che pare come crocifisso nella sua struttura di controllo-movimento.
Raggiungo la mia ruota e li' la linea luminosa si ferma, formando un cerchio sottile attorno al resto dell'equipaggiamento di interfaccia, davanti ai miei piedi.
Raccolgo gli attuatori e li indosso, in fretta. Il cerchio scompare.
La cosa più difficile, al buio, è agganciare l'imbragatura di contenimento. I nastri sottili si incrociano sulla vita e dietro la schiena, per poi sparire da qualche parte, nella leggera struttura circolare che serve a controllare i movimenti durante la simulazione ambientale.
Mentre inserisco gli auricolari, i minilaser della visierina ottica mi lampeggiano nelle pupille, per determinare la messa a fuoco e la distanza stereoscopica.
Nelle narici mi arriva odore di terra bagnata, di ozono, segno che anche gli attuatori olfattivi nelle narici funzionano.
Infine, la ruota si mette in moto, facendomi compiere un paio di giri. Odio questa parte, è una cosa che farebbe venire la nausea anche ad un manichino di plastica.
Per fortuna, dopo i primi giri, la gravità nella stanza viene annullata. La sensazione adesso è quella di cadere da tutte le parti contemporaneamente, ma la preferisco mille volte a quella di prima.
Sono pronta.
Attendo ansiosa per un paio di secondi, con i sensi in allerta anche se è soltanto un'esercitazione, aspettando che il computer centrale o chi per lui dia il via alla simulazione, ma l'unica cosa che continuo a vedere sono le strane ma familiari postimmagini geometriche del sistema di calibratura ottico, splendidi pattern di luce fantasma che  fluttuano lentamente alla deriva verso i margini del campo visivo.
Poi, all'improvviso, un piccolo punto azzurro pare sollevarsi davanti a miei occhi.
È la nostra destinazione.
La voce del sistema ausiliario comincia a snocciolare la solita marea di dati, precisi, chiari e assolutamente inutili, sul pianeta che abbiamo di fronte. Neymann, Torres, Bailey e Rubini stanno ovviamente condividendo la mia stessa simulazione, sento Bailey mormorare "acqua" negli auricolari.
Il punto azzurro comincia a gonfiarsi come un palloncino pieno di gas e in pochi istanti diventa enorme, immenso.
E liquido.
Il pianeta si chiama Similar e non possiede terre emerse. Il sistema di simulazione ha escluso le coltri di nubi che coprono perennemente i due terzi del globo per farci vedere meglio con che cosa i nostri cloni ansiblati avranno a che fare.
Giriamo un paio di volte attorno al pianeta, controllando poli ed equatore, poi ci immergiamo. Sul serio.
- Cazzo! - grida Torres, sorpreso.
A quelli delle simulazioni ambientali piace fare questo genere di scherzi, ci si divertono.
In effetti, è difficile non rimanere sorpresi in occasioni come questa. La pellicola che ci ricopre simula bene la sensazione dell'acqua sulla pelle, la pressione e perfino il cambiamento di temperatura. Pensare che a far questo sono milioni di microaggeggi, che in continuazione interagiscono con il mio corpo e con gli strumenti di controllo sparsi su tutte le pareti della sala, mi ha sempre fatto una certa impressione, ma questa volta forse è anche peggio del solito.
La voce negli auricolari continua a spiegarci le caratteristiche del pianeta, mentre il nostro equipaggiamento si materializza nell'acqua nella quale galleggiamo.
Per lo meno non dovremo attraversare il pianeta a nuoto. A quanto pare avremo a disposizione degli Aquaskip d'assalto come quelli che abbiamo già usato su Arctica, qualche tempo fa. Ecco, quella sì che fu una missione come si deve. Sbrigammo efficacemente il lavoro in meno di tre ore senza perdere neanche un clone.
Sfrecciamo a bordo degli Aquaskip sotto la superficie liquida e tranquilla del pianeta verso l'obiettivo prefissato, un sistema di piattaforme subacquee di estrazione mineraria.
I chiwin estraggono minerali pesanti dai bassi fondali della zona sud orientale del pianeta, lungo la più alta delle dorsali oceaniche che attraversano Similar da un emisfero all'altro.
Provo a manovrare il mio Aquaskip e quello reagisce docilmente, proprio come se fosse reale. Gli attuatori di retroazione nei guanti sono assolutamente perfetti, non c'è la minima differenza fra simulazione e realtà.
Un improvviso guizzo rossastro attira la mia attenzione verso il basso.
Guardo giù attraverso il vetro.
Il fondale sotto di me è completamente rosso.
E si muove.
Richiedo con un gesto delle dita uno zoom al sistema di interfaccia e lui mi ingrandisce un particolare.
Sono pesci. Miliardi e miliardi di piccoli pesci rossi e sottili, non più grandi del mio dito mignolo.
Assolutamente inoffensivi, commestibili, ricchi di proteine a base di amminoacidi levogiri, si affretta ad informarmi il sistema, aggiungendo anche le solite informazioni superflue come ad esempio il loro stranissimo nome scientifico secondo lo xenocatalogo ufficiale.
È uno spettacolo incredibile, una distesa mobile e colorata che si estende ben oltre dove arriva lo sguardo. Questi pesci - informa il sistema - formano branchi immensi, che si estendono a volte anche per trenta chilometri quadrati, per un'altezza di cinquanta, sessanta metri.
È difficile anche solo pensarla, una simile massa vivente, diavolo.
Chissà perché quelli dell'addestramento tattico tengono a farci sapere cose come questa. Voglio dire, è interessante ma di certo non infuente ai fini della missione. È tutta memoria sprecata, insomma. Comunque, contenti loro...
- Li avete visti? - domando ai miei compagni.
- È impossibile non notarli, Waschberger. Ma scommetto invece che questo ancora non l'avevi visto. - risponde Neymann.
Il suo Aquaskip sfreccia verso il basso, aprendo un varco nella compatta muraglia rossa di pesciolini, mostrando solo una piccola porzione di un qualcosa di colore nero.
- Cos'è?
- Da' un'occhiata al sonar, tesoro, e prova a richiedere informazioni.
Il sonar a scansione selettiva dell'Aquaskip mostra ovviamente la muraglia di pesci rossi, ma sotto quella,  appena una decina di metri più in basso, c'è qualcos'altro, una specie di enorme piattaforma.
Chiedo informazioni al sistema, che mi fornisce anche un'immagine in scala ridotta.
È un mostro.
- Oh merda! - Rubini deve aver richiesto la stessa informazione, vista la reazione.
- È una specie di enorme manta, si nutre di quei pesciolini - ci informa tranquillo Neymann, che a quanto pare sa già tutto.
- Quattrocento metri!? Questa fottuta bestia è lunga quattrocento metri? - domanda Bailey.
In effetti, anch'io faccio fatica a credere alle informazioni del sistema su questa enorme sottospecie di balena piatta. Quattrocento metri di lunghezza e altrettanti di larghezza. Cavolo, solo la bocca è grande quanto un piccolo incrociatore da battaglia.
Mentre continuo ad osservare il modello ridotto del mostro marino avverto improvvisamente uno strano odore.
È strano, fino ad ora gli attuatori olfattivi non erano entrati in gioco, anche perché nell'acqua non è che ci sia molto da odorare. Inoltre all'interno degli Aquaskip di solito si repira aria sintetica, inodore.
Molto strano. Si fa sempre più forte; è un odore dolciastro e acido, organico, molto intenso.
Sangue.
Sì, ci assomiglia parecchio, ma non sangue umano. È l'odore del sangue di qualche animale, ha un non so che di... selvatico. Qualche grosso mammifero, Oppure...
La pellicola che mi ricopre comincia a prudermi dappertutto, come se improvvisamente fossi diventata allergica. Le mani mi formicolano e gli auricolari emettono soltanto una specie di sommesso ronzio, una sorta di rumore bianco a bassa frequenza, quasi piacevole, a dire il vero.
Faccio in tempo a pensare "qualcosa non va", poi, senza preavviso, salta tutto.
Al di là degli auricolari, qualcuno grida e,  improvvisamente, scopro che gridare è esattamente ciò che vorrei fare anch'io.
Vorrei urlare.
No, non è così, non vorrei, devo urlare. È importante,  essenziale, necessario. È l'unico scopo della mia vita, in questo momento.
Riesco persino ad aprire la bocca, ma poi non c'è più tempo.
 

Mi prude il naso. Mi prude all'interno, fra gli occhi, dal lato del cervello.
Quando avevo otto anni mio padre, in uno dei suoi soliti attacchi d'ira, mi ruppe il naso mandandomi a sbattere con la faccia contro il muro della mia camera. Ricordo il rumore attutito di qualcosa che si rompeva e poi il sangue, che comiciò a scorrere come se qualcuno avesse aperto un rubinetto. Non riuscivo a respirare e me ne stavo lì, impalata, con la bocca aperta, mentre tutto quel liquido caldo  e scuro mi colava sulla bocca e sul mento e poi giù sui vestiti, e per terra, e dappertutto. Non piangevo. Guardai mio padre, in cerca di aiuto, ma lui disse soltanto Va in bagno e pulisciti, non vedi che stai sporcando tutto?
Non ricordo cosa pensai allora, ero ancora troppo piccola per capire che razza di bastardo fosse in realtà mio padre. Andai in bagno e cercai di ripulirmi, in qualche modo.
Quello che ricordo bene invece è la sensazione di prurito  che nei giorni seguenti mi perseguitò senza darmi tregua. Somigliavo ad un procione, avevo delle enormi occhiaie violacee a causa del travaso di sangue e... mi prudeva l'interno del naso.
Proprio come adesso.
Solo che stavolta il prurito non è causato da una rottura, bensì da una riparazione.
Sì, perché questa volta ne siamo usciti davvero malconci.
È una specie di primato, il nostro. Nessuno è mai uscito così distrutto da una seduta di addestramento ambientale!
Adesso le possibilità sono due: o la nostra squadra è particolarmente sfortunata oppure qualcuno ce l'ha con noi.
Siamo vivi, è vero, ma fa male.
Ci hanno riportati su Base, sento che la gravità è quella di sempre, ma nessuno ricorda il viaggio di ritorno. Chissà se hanno usato la stessa navetta dell'andata.
Cosa è successo?
Qualcuno, non so chi fosse, ha cercato di spiegarcelo, ma prima ha dovuto aspettare che ci ricostruissero i timpani lesionati.
I chiwin hanno attaccato la nostra base su Commodity che, a quanto pare, era quella che elaborava e trasmetteva via ansible le simulazioni tattico ambientali a tutte le stazioni orbitali e ai centri di addestramento in questo settore della galassia. In parole povere, tutte le informazioni su - come si chiamava? - quel pianeta tutto d'acqua con i pesciolini rossi e quell'enorme mostro nero non erano elaborate sulla Ruota bensì su Commodity, che le trasmetteva alla Ruota.
I chiwin, facendo saltare il centro di trasmissione di Commodity hanno interrotto la simulazione anche sulla Ruota, così come, ovviamente, su ogni centro militare che riceveva dati ansible da Commodity.
Solo che su tutti gli altri centri non è successo niente, la simulazione ambientale si è interrotta e basta, click, niente più dati, arrivederci e grazie.
Sulla Ruota invece è andata diversamente. Perché, ovviamente, c'eravamo noi.
Risonanza. Così ha detto il tizio che ci ha spiegato la cosa. L'interruzione ha fatto entrare in risonanza qualcosa negli strumenti di controllo della Sala di addestramento, i quali perciò invece di fermarsi sono impazziti.
Ecco perché i laser delle visierine ci hanno bruciato le retine; ecco spiegato il motivo per cui gli auricolari se ne sono andati in ultrasuono, non prima però di averci distrutto i timpani; ecco com'è successo che i miliardi di micromacchine che ci avevano spruzzato addosso hanno deciso improvvisamente di cortocircuitarsi mandando all'inferno le nostre terminazioni nervose epiteliali.
Ecco perché gli attuatori olfattivi ci hanno bruciato i recettori e le mucose all'interno del naso.
Semplice risonanza, un banale incidente.
Mi sarebbe piaciuto poterlo vedere in faccia quel figlio di puttana, mentre lo diceva.
Cazzate, ecco quello che sono.
Qui tutti dicono sempre e soltanto cazzate.
Bah... al diavolo, mi prude il naso.
Mi hanno spruzzato nelle narici qualche altro milione di nanomacchine, che dovrebbero ripristinare i delicati recettori chimici olfattivi bruciati e ricostituire le mucose nasali.
Sarà... io sento solo prurito.
So che a Bailey e Torres hanno già sostituito anche gli occhi, dovrebbero essere in piedi per primi.
Neymann invece ha ancora le mani e parte del corpo ricoperti di gel, i suoi guanti sono gli unici ad aver preso letteralmente fuoco. Dicono che è stata colpa della carica elettrostatica del suo corpo.
Cazzate su cazzate.
Rubini e io siamo nelle stesse condizioni: ci hanno messi in letti vicini e questo pomeriggio ci trapianteranno gli occhi. Se tutto va bene, fra un paio di giorni saremo come nuovi.
È la seconda volta che Rubini cambia gli occhi. L'ha già fatto da bambino, su Myria, al tempo dell'epidemia di Fern.
 Dice che all'inizio fa male, specie quando si deve mettere a fuoco, ma che poi va tutto liscio che è una bellezza.
La voce di Rubini è strana, anche se venata dal suo solito cinismo protettivo. È come se cercasse di... tranquillizzarmi, a modo suo.
Gli voglio bene. Troverò il modo di dimostrarglielo, quando sarò di nuovo in piedi.
Ho chiesto di Waterson. È sempre in  coma, intubato, in una delle stanze vicine. Per lo meno lui questa volta se l'è scampata.
La guerra continua. Abbiamo perso Commodity ma di sicuro avremo conquistato qualche altro posto. Questa guerra è fatta così, giochiamo a rimpiattino con i pianeti.
Ormai sembra una cosa normale, ma invece non lo è.
La nostra squadra è stata fatta a pezzi e Waterson è in coma da tre settimane. Eppure nessuno di noi ha mai combattuto - personalmente, intendo - contro il nemico.
Non è normale, una cosa del genere, no davvero.
Eppure la guerra va avanti, come se nulla fosse.
E come se non bastasse, questo naso, maledizione, continua a prudermi.

Giuseppe De Rosa
©1993 (11 aprile - 30 maggio)



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