DICOTOMIE
Giuseppe De Rosa

NOTA AL RACCONTO
Questo è uno dei racconti che prediligo, nonostante io abbia sempre avuto un debole per personaggi dai nomi stranieri e per storie ambientate lontano dall'Italia. Sono anglofilo, lo confesso e non solo per quel che concerne il background delle storie. Adoro la capacità che la lingua inglese ha di significare cose diverse con lo stessa parola a secondo dei contesti; adoro la concisione, la musicalità della lingua. L'italiano e' più preciso, più ricco, meglio declinabile ed in teoria dovrebbe essere uno strumento migliore, nelle mani di uno bravo scrittore. Tuttavia, se solo avessi saputo farlo, avrei volentieri scritto tutte le mie storie in inglese. Ognuno ha le sue perversioni.
Ma torniamo al racconto. Ideato in occasione di uno dei tanti concorsi che si svolgevano su mclink per far divertire gli iscritti all'area f-scienza, Dicotomie era il mio secondo racconto sul tema del concorso, che era: "universi paralleli". Avendone già presentato uno, decisi di presentare questo sotto pseudonimo, praticamente sfidando gli altri partecipanti a riconoscere che si trattava di qualcosa scritto da me.
I cardini su cui è stata costruita la storia sono due sequenze: quella del primo suicidio ed il breve brano in cui Clarissa ricorda sua sorella in ospedale. Mentre la prima mi continuava a girare in testa da tempo, la seconda proveniva da un altro racconto abortito tempo prima. Confesso che il risultato di questo lavoro di costruzione e "montaggio" mi ha sempre soddisfatto parecchio, tanto da considerarlo uno dei miei pezzi migliori, come dicevo in apertura. Un piccolo tocco di classe è la dedica finale, che è assolutamente autentica ma che completa magicamente il racconto, e che mi procura un brivido ogni volta che la rileggo.
Quanto agli esiti della storia nel concorso, vale la pena ricordare che nessuno sospettò nulla e quando alla fine la faccenda dello pseudonimo venne fuori, successe un piccolo finimondo, dovuto al particolare "ambiente" nel quale l'evento aveva avuto luogo.


Sì, credo sia cominciato tutto proprio nel momento esatto in cui la Canon di Clarissa ha cominciato a scattare la prima foto, su Terra-uno.
È una cosa che posso capire, l'universo si è dicotomizzato in quell'istante, si è diviso in due tronconi che per il momento viaggiano nel tempo ancora paralleli ma che presto o tardi cominceranno a divergere. Sempre che Clarissa possedesse un proprio peso, nell'economia dell'universo.
Quello che non capisco è come mai non sono stato dicotomizzato anch'io, insieme al vecchio universo, quello che ormai chiamo forse troppo semplicemente Terra-uno.
La cosa è preoccupante, e mi spaventa.


Clarissa l'aveva detto e ripetuto non so quante volte, "uno di questi giorni lo faccio", diceva" non voglio arrivare a ridurmi come mia sorella, la farò finita prima. Però voglio trovare un sistema originale per uccidermi, devo trovare qualcosa che faccia parlare, voglio che almeno l'atto ultimo della mia vita venga ricordato, visto che il resto della mia esistenza è trascorso nel più completo anonimato". Ne parlava così, in tutta tranquillità, e facevi fatica a capire che non stava scherzando, che non diceva tanto per dire.
Voleva trovare un modo originale per morire.
Be’, c'è riuscita. Accidenti se ci è riuscita.
L'intero universo si è diviso per lei.


La notizia me la portano i Carabinieri. Un maresciallo con una faccia da cernia bollita coi baffi bussa alla mia porta.
-- Lei è Andrea Soretti? - mi domanda.
-- Sì, perché? - gli rispondo io, mentre comincio a pensare a quale dannata infrazione stradale posso aver commesso per meritare addirittura una visita a domicilio da questo caramba baffuto.
-- Mi dispiace. Questo pomeriggio abbiamo avuto una chiamata, la signorina Clarissa Molini... lei la conosce vero?
-- Certo, è la mia-
-- È morta. Mi dispiace.
Così. Me lo dice così, questo stronzo, "È morta. Mi dispiace".
-- Come? - faccio io, incredulo - Senta, ci deve essere qualche equivoco, ho visto Clarissa giusto stamattina, abbiamo pranzato insieme, lei ha preso un hamburger con le cipolle...  - ma la sua faccia è di quelle del tipo "guarda che ho ragione io, non ci sono cazzi" e all'improvviso mi si ghiaccia il sangue. - è... è morta?
Il maresciallo annuisce, con aria seria ed affranta. Mi rendo improvvisamente conto che stiamo parlando sul pianerottolo delle scale, che non è buona educazione comportarsi in questo modo, che dovrei invitarlo ad entrare, dovrei offrirgli da bere e lui dovrebbe prontamente rifiutare, ma scopro con una perversa soddisfazione che non ho la minima intenzione di permettergli di mettere piede in casa mia.
-- La sua amica si è tolta la vita questo pomeriggio... ci ha chiamato la sua coinquilina, una certa Maria Salvemini...
-- Maria, sì, sono amiche da un sacco di tempo, vanno alla stessa facoltà, sa, Clarissa è iscritta in ingegneria - gli dico, e finalmente comincio a rendermi conto che forse questa cernia in divisa non ha sbagliato indirizzo, che forse ha davvero ragione lui.
-- Si è suicidata?
-- Così pare, anzi, non ci sono dubbi.
-- Come? - all'improvviso diventa importante per me saperlo, sento che la testa diventa leggera e la sensazione è quasi piacevole - Come ha fatto? Come si è uccisa?
-- Mi spiace, questo non posso dirglielo.
Non può dirmelo, dice. E non me lo dice.
A nulla servono le mie proteste e così devo aspettare altre quattro ore prima di riuscire a sapere come è morta la mia ragazza.


Sono andato a trovare Clarissa in ospedale anche oggi. La dimetteranno dopodomani, cioè il mio prossimo domani su Terra-due.
Questo è un altro dei problemi che mi assillano: cosa mi succede qui su Terra-due quando sono su Terra-uno? Chi prende il mio posto? Come è possibile che nessuno si renda conto della mia assenza?
-- Sono stata una stupida, vero? - mi domanda Clarissa e mi lancia uno dei suoi sorrisi incastonati di metallo.
-- Sì, sei stata una stupida. Però sei su tutti i giornali. Era quello che volevi, no? - Non le ho detto di quello che ha combinato all'universo. Clarissa non sa di essere morta.
-- E le foto? Te le hanno ridate? Come sono venute?
-- Non lo so. Ho dimenticato di chiederle al maresciallo. Ma come ti è venuto in mente di fotografare proprio... -
-- L'attimo della mia morte? - conclude lei per me - mi sembrava una buona idea.


Clarissa aveva scritto un messaggio per me, prima di togliersi la vita. Il maresciallo dalle grandi branchie e dai folti baffi me lo porge quella sera, a casa di Clarissa. Lei non c'è, l'hanno portata via prima del nostro arrivo.
Il biglietto dice solo: "che te ne pare? Baci, Clarissa"
Il "che te ne pare?" si riferisce alla scena che lei aveva preparato per me, perché forse pensava che sarei stato io, e non Maria, a ritrovarla.
I carabinieri l'hanno trovata distesa sul letto, completamente nuda. Il letto era pieno di petali di fiori, di tutti i colori, sul tavolo della cucina ci sono ancora gli steli verdi di garofani, rose, margherite e chissà cos'altro. Deve aver speso un centinaio di "milalire" dal fioraio, la pazza.
Davanti al letto, sul treppiedi, aveva piazzato la Canon autofocus che le avevo regalato l'anno scorso. Clarissa era brava a fotografare, alcune sue foto in bianco e nero hanno vinto più di un concorso per amatori.
La Canon era collegata con il cavetto dello scatto a distanza e quest'ultimo Clarissa l'aveva attaccato non so bene come ad un relè o qualcosa di simile; lei e Maria erano perito elettrotecnico, "le uniche donne di una classe di 25 persone", come amavano ripetere in coro.
Il tutto era stato attaccato ad un timer da giardinaggio  infilato nella presa vicino al comodino.
Quel timer lo conoscevo bene, Clarissa lo usava al posto della sveglia, ogni mattina alle sette e mezza faceva accendere l'abatjour sul comodino e la radio dello stereo nell'angolo della sua camera da letto.
Il timer, regolato per le quattro di quel pomeriggio, aveva fatto scattare il relais che aveva azionato lo scatto a distanza della macchina fotografica. Aveva anche acceso la luce del comodino. Però non aveva acceso la radio.
Perché i due capi del filo dell'alimentazione dello stereo Clarissa li aveva spellati e li aveva avvolti al filo d'acciaio del suo apparecchio per i denti, che portava da quasi due anni.
Quando Maria era entrata usando la sue chiavi l'aveva trovata così, col filo nero che le penzolava dalla bocca, distesa sul letto in mezzo a centinaia e centinaia di petali colorati, completamente nuda. La luce era saltata, ma la Canon, dotata di motore, aveva scattato tutte le 24 foto contenute nel rullino.
Maria adesso è andata a stare dai suoi genitori. È rimasta molto scioccata dall'accaduto, Clarissa era la sua migliore amica.


Sorpresa.
Le foto sono uguali. Avrei giurato che sarebbe stato il contrario. I rullini di Terra-uno e Terra-due mostrano le stesse immagini.
Ho scoperto che Clarissa aveva scattato altre foto prima di preparare la macchina, solo le ultime dodici infatti la ritraggono nel momento della morte.
Le prime dodici però sono altrettanto scioccanti, per chiunque non conoscesse lo stile di Clarissa.
La prima è la foto  di una foto, Clarissa ha fotografato un vecchia fotografia di Stella, la sua sorellina morta cinque anni fa. È una foto che non avevo mai visto prima: Stella è in costume da bagno, in piedi sulla sabbia di chissà quale spiaggia. Potrà avere sì e no 8 anni, e i suoi capelli rossi avvolti in due lunghe trecce la fanno assomigliare a comesichiama... ah ecco, Pippi Calzelunghe.
La seconda è una foto di Clarissa mentre taglia i gambi dei fiori coi petali dei quali poi cospargerà il suo letto. Clarissa è già nuda ma il tavolo e i mazzi di fiori la coprono fino all'altezza delle clavicole. Sorride, mentre con le sniper recide gli steli delle rose.
Le foto dalla 3 alla 10 sono solo delle variazioni sul tema delle prime due. Stella sorridente e imbaccuccata su uno slittino in montagna e Clarissa nuda che sistema parte dei fiori sul letto; Stella col grembiule e la cartella davanti alla scuola elementare e Clarissa nuda seduta sul suo ciaciglio di fiori che fa l'occhiolino alla telecamera; Stella che soffia sulla torta del suo decimo compleanno e Clarissa nuda seduta sul letto mentre spella i fili dell'alimentazione dello stereo; Stella e Clarissa che sorridono davanti alla Fontana di Trevi e un primissimo piano di Clarissa mentre sorride alla macchina fotografica, mostrando l'apparecchio per i denti che risplende.
Mi vengono i brividi a pensarla mentre progetta ed esegue questa sequenza fotografica, quanto tempo avrà perso per preparare ogni volta la macchina fotografica per fotografare una volta lei e una volta quelle vecchie foto di sua sorella?
Le ultime due foto della prima dozzina sono terribilmente sensuali ed oscene e provo un fortissimo senso di disagio al pensiero che le devono aver viste almeno un'altra decina di persone prima di me.
Foto undici: Clarissa è appoggiata alla testiera del letto, seduta sui talloni con le gambe leggermente divaricate, schiena dritta, volto serio, sguardo fisso nella macchina fotografica. La mano sinistra che tocca il seno destro, l'altra nascosta fra i riccioli del pube. Si sta masturbando.
Foto dodici: Stessa inquadratura, ma la posizione è diversa. Clarissa ha la testa piegata da un lato, gli occhi chiusi e la bocca socchiusa, la mano sinistra adesso stringe con forza il seno destro, la destra è sempre in mezzo alle gambe. Sembra quasi che stia soffrendo, anche se è ovvio che è vero il contrario.
Non so spiegarmi il perché, ma dopo un pò che le guardo il senso di disagio scompare... e mi viene da ridere. Clarissa ha preparato queste due foto - ne sono improvvisamente certo - apposta per eccitare coloro i quali si sarebbero dovuti occupare del suo caso. Un ultimo, piccolo, sadico scherzo.


Clarissa è stata dimessa questa mattina, io e Maria siamo andati a prenderla all'ospedale.
Mi è sembrata allegra, ha salutato tutti i dottori e le infermiere del suo reparto e poi ha chiesto se potevamo andare da qualche parte a mangiare qualcosa. Sembrava quasi che avesse dimenticato tutto, era tranquilla e serena, come se in ospedale ci fosse finita per una indigestione invece che per un tentativo di suicidio.
E invece non aveva dimenticato niente.
Eravamo seduti ad uno dei tavoli di Cellini e Clarissa aveva appena ordinato una delle impressionanti coppe di gelato misto "alla Cellini" quando mi ha chiesto delle fotografie.
-- Le hai?
-- Cosa?
-- Le mie foto. Te le sei fatte dare?
-- Sì.
-- Vediamole.
Sono rimasto colpito dalla decisione con cui me le ha chieste, ho guardato Maria in cerca di aiuto ma lei si era voltata a guardare le auto che passavano per strada con una tale attenzione da lasciar credere che in quel momento nulla potesse avere importanza maggiore; ho guardato di nuovo Clarissa, ho tirato fuori le foto dal borsello e gliele ho consegnate.
Lei le ha osservate attentamente una per una e poi, come unico commento ha esclamato:
-- Stampate tutte su carta Kodak, eh?
-- Dovresti gettarle via e scordare tutto quanto. - ha detto improvvisamente Maria, ridestatasi dalla sua contemplazione automobilistica - Non è stato bello per niente quello che hai fatto, mi hai fatto morire di paura.
-- Mi dispiace, tu mi avevi detto che non saresti tornata dalla campagna prima di domenica... non volevo spaventarti.
-- Volevi spaventare me. - ho detto io - Non è così?
-- Tu non ti saresti spaventato. Tu lo sapevi che l'avrei fatto.
-- Perché non parliamo d'altro? - ha detto Maria - Questi discorsi... sono morbosi, non mi piacciono affatto.
Clarissa stava per ribattere qualcosa quando è arrivato il cameriere con le ordinazioni. Clarissa si è avventata sul gelato come una bambina golosa e di morte non si è più parlato, con grande sollievo di Maria e, devo ammetterlo, anche mio.


Le altre dodici foto dei rullini di Terra-uno e Terra-due hanno fotografato l'istante della folgorazione di Clarissa.
In realtà solo le prime tre riprendono quell'istante, le altre ritraggono una Clarissa rispettivamente morta e in stato di incoscienza, distesa sul suo letto di fiori, immobile.
Con quel filo nero che le penzola fuori dalla bocca semiaperta.
La posizione del corpo di Clarissa è esattamente la stessa in entrambe la serie di fotografie, sia in quelle in cui è morta che nelle altre. È strano, davvero strano.
Le prime tre foto invece sono agghiaccianti.
Mostrano Clarissa mentre la corrente attraversa il suo corpo: sembra quasi sollevata dal letto, la schiena inarcata in maniera impossibile, la testa piegata all'indietro, nascosta dai seni sollevati, le braccia allargate all'infuori, con le mani che artigliano le lenzuola, insieme a manciate di petali di fiori colorati.
Sembrano le foto di un'indemoniata, o di qualcuno in preda ad una violenta crisi isterica o epilettica, sembrano foto di un film dell'orrore.
E invece sono le foto della mia ragazza mentre muore.


Ho passato un po’ di tempo a pensare a tutta questa strana situazione e ho scoperto che ci sono troppe cose che non quadrano.
Su Terra-uno Clarissa è morta, su Terra-due è ancora viva, questo è l'assunto principale. I due universi per il resto sono identici, o almeno così mi pare, sono identici anche i programmi trasmessi alla TV.
Il problema sono le persone.
Esiste un doppione di tutti gli abitanti di Terra-uno che sta continuando a vivere su Terra-due. Esiste un doppione del Maresciallo dei carabinieri, di Maria, dei medici dell'ospedale, del cameriere di Cellini... di tutti. Esiste un doppione perfino di Clarissa, che su Terra-due è viva.
Ma manca il mio, di doppione.
Io sono rimasto lo stesso su entrambi gli universi.
Come è possibile?
E poi c'è la questione del tempo mancante, che è ancora più stramba: dal momento della divisione ad ora ho continuato a vivere a cavallo fra le due terre, un giorno in una e il seguente nell'altra, come il pendolo di un orologio, un tocco a destra e uno a sinistra. Ma, se è vero che io non ho un doppione, questo significa che quando sono su una delle due terre non c'è nessuno che prende il mio posto sull'altra. Sono assente ventiquattrore su quarantotto in ogni universo e la cosa non mi pare plausibile, non può essere plausibile.
Le spiegazioni a questo punto sono due: o sono pazzo io o è l'universo che è diventato matto.
Farò qualche esperimento in proposito.


I risultati dell'autopsia hanno confermato che la morte è avvenuta per folgorazione. Hanno anche confermato che Clarissa aveva un principio di cancro alle ossa.
Come sua sorella Stella.
Non l'ho mai conosciuta, Stella, ma so che Clarissa le voleva un bene da morire.
Una delle cose che non potrò mai dimenticare è proprio l'amore e la rabbia che c'erano negli occhi di Clarissa una delle volte in cui mi parlò della sua sorellina dai capelli rossi. Accadde una sera, eravamo seduti in macchina davanti casa sua e osservavamo i gatti passare avanti e indietro per la strada, indaffarati in chissà quali faccende, e il discorso cadde non so come su sua sorella Stella.
-- Una volta per colpa della chemioterapia mi vomitò addosso tutta la minestra. - mi disse - E mi chiese scusa. "Scusa", lo capisci? Era diventata calva, i suoi bei capelli rossi le erano caduti già da tempo ed i suoi grandi occhi verdi erano... sembrava che l'avessero presa a pugni in faccia. Mi disse "Scusa", e il suo alito sapeva di minestra di verdura e di acidi gastrici, e io... cazzo! io avrei voluto piangere e gridare e avrei voluto che Dio in persona fosse lì presente perché così gli avrei rotto il culo, perché non si può permettere che una bambina di otto anni muoia lentamente di cancro in un letto d'ospedale e poi sperare di sfangarla, di passarla liscia. No, Andrea, proprio non si può, nemmeno se ci si fa chiamare "Dio".
Così disse, e furono parole così forti, così acide, che per lunghi minuti non ebbi nemmeno il coraggio di voltarmi a guardarla - proprio come ha fatto Maria al bar ieri mattina - e non seppi far altro che starmene zitto, a guardare i gatti che davano l'assalto ad un cassonetto della spazzatura stracolmo di sacchetti di rifiuti. Ricordo che sentivo il suo respiro irregolare che sovrastava il mio. Era il respiro di chi sta cercando di trattenere le lacrime. O di calmare un moto di rabbia furibonda.


Ho paura. Ho scoperto che sono io ad essere pazzo.
Ho fatto alcuni esperimenti ed il risultato non lascia dubbi.
Numero uno: ho scoperto che non conservo il ricordo del passaggio da un universo all'altro. Avevo creduto che il passaggio da terra-uno a terra-due avvenisse durante la notte, mentre dormivo, e così sono rimasto sveglio per tutta la notte su terra-uno... e al mattino mi sono ritrovato su terra-due. Non c'è stato nessun passaggio, non mi sono accorto di nulla, eppure in qualche modo, durante la notte, mi sono trasferito nell'altro universo. E non può essere.
Numero due: ho cercato di trovare delle differenze fra i due universi. Sono stato attento ai particolari: la sequenza delle auto parcheggiate, i fiori nei cespugli dei giardini pubblici, persino gli escrementi di cane sui marciapiedi sono gli stessi. Naturalmente c'erano 24 ore di ritardo fra le osservazioni che ho compiuto su terra-uno ed i riscontri su terra due, ma le cose combaciavano ugualmente. I fiori di terra-due erano un po' più avvizziti e le cacche dei cani un po' più secche, ma erano indubbiamente le stesse.
Numero tre: ho fatto una prova che avrei dovuto fare fin dall'inizio, una prova talmente elementare che il solo fatto di non averci pensato subito mi avrebbe dovuto far sospettare che c'era qualcosa che non andava: ho lasciato un messaggio su Terra-uno, ho scritto la mia firma su un biglietto e l'ho attaccato al frigo con una calamita, poi ho controllato se c'era anche su Terra-due. C'era.
Se poi tengo conto delle foto, che sono identiche mentre non dovrebbero esserlo, la conclusione è inevitabile: sono pazzo.
L'universo è uno solo. Non ci sono nè Terra-uno nè Terra-due. Sono io quello che si è dicotomizzato, quello che si è dissociato, non l'universo. Sono io che mi sono inventato un secondo continuum personale, sono io quello che si è diviso per la morte di Clarissa, non l'universo.
È terrificante.
È terrificante essere pazzo, ed è ancora più terrificante avere scoperto di esserlo.
Credo che avrò bisogno di aiuto.


Bene, adesso non so proprio più cosa pensare.
Sono guarito. Più o meno.
Oggi il passaggio non è avvenuto; mi sarei dovuto svegliare stamattina nell'altro mio fantomatico universo personale ma così non è stato: sono rimasto in quello di ieri.
Il fatto è che sono rimasto in quello sbagliato.
Clarissa è venuta a prendermi per accompagnarmi all'ufficio prima di andare a lezione in Facoltà e io... sono andato con lei, tranquillo, come un bambino accompagnato all'asilo dalla mamma. Clarissa mi ha lasciato davanti all'ingresso dell'ufficio, mi ha baciato sulla bocca e mi ha dato appuntamento per ora di pranzo davanti a MacDonald. Io ho detto "va bene, ci vediamo più tardi" e poi ho fatto ciao con la mano quando lei si è allontanata nella sua Y10 verde metallizzato. Proprio come un bravo bambino.
È fuori dalle regole, questa faccenda.
È sparito l'universo sbagliato. Come è possibile che sia rimasto "qui", in quello che dovrebbe essere solo un parto della mia fantasia?
Se tutta questa storia è accaduta perché in qualche modo non avevo digerito il suicidio di Clarissa - perché Clarissa si "è" suicidata, su questo non ci sono dubbi - perché diavolo ora mi trovo qui?
Come faccio ad andare a chieder aiuto a qualcuno, adesso? Gli racconto che la mia ragazza è morta e che io mi sono creato un universo personale nel quale era ancora viva, (una storia abbastanza plausibile, dal punto di vista patologico) e poi? Che gli dico? Che sono rimasto nell'universo sbagliato?
Però, a pensarci bene la cosa non è tanto grave. In fondo quello che conta è che Clarissa sia ancora viva. E poi, se l'universo è tornato ad essere uno solo, questo risolve e mette fine a tutti i paradossi che si erano venuti a creare.
Sì, penso proprio che me ne starò zitto, sarebbe da sciocchi rimettere tutto in discussione adesso che tutto va come dovrebbe andare.


L'ha rifatto.
L'ha rifatto e finalmente ho capito.
Si è gettata sotto la metropolitana ieri mattina. Una fine un po' più "normale", questa volta. Ha lasciato la macchina al posteggio davanti la Stazione, ha pagato persino il biglietto, ha aspettato al Binario 3 che arrivasse la corsa delle dieci e mezza e si è tuffata proprio davanti alla motrice in arrivo.
Hanno trovato i pezzi sparsi sulle rotaie in un raggio di 15 metri.
Su Terra-due.
Su Terra-tre invece è stata sbalzata di lato dal muso della motrice ed è finita sul Binario 4, che era libero. Adesso è in ospedale, con il bacino fratturato e sei costole incrinate, oltre ad un sacco di lividi su braccia e gambe. È in ospedale, ma è viva.
E io ho ricominciato a fare il pendolare fra gli universi.
La cosa non mi preoccupa più, ormai ho capito il trucco.
Perché non sono io a essere pazzo, almeno non nel modo che mi ero immaginato.
È l'universo.
Si è innamorato di Clarissa.
Sembra un'assurdità, ma credo che la situazione possa benissimo esser definita con queste parole. L'universo ha sviluppato, non so come nè tantomeno perché, un attaccamento morboso per Clarissa. Clarissa è diventata importante per l'universo a tal punto che ogni volta che muore, l'universo si scinde, cerca fra i suoi doppioni paralleli quello in cui l'evento mortale non si verifica, e dopo un po' cancella la copia con Clarissa morta.
L'universo, in parole povere, "non vuole" che Clarissa muoia, e di volta in volta, agisce di conseguenza.
Suppongo che prima o poi troverà un doppione parellelo di se stesso nel quale Clarissa guarisce dal cancro e sceglierà di continuare con quello la sua corsa nel tempo.
Fa un certo effetto sapere che l'universo intero si prende cura della mia ragazza.
Rimane solo un particolare.
Io.
La teoria dell'universo innamorato non spiega la mia capacità di poter vivere a cavallo fra gli universi durante il periodo di transizione. Non c'è alcun motivo logico per il quale proprio a me dovrebbe essere concessa tale capacità.
Quindi forse sono davvero pazzo.
O forse sono un'anomalia. Forse per qualche strana ragione l'universo ha fatto in modo che almeno uno, io, sapesse del suo amore per Clarissa. Forse ha scelto me perché sa che anche io amo Clarissa.
Forse sono proprio pazzo.
Però non me ne frega niente, a questo punto. Fra qualche giorno Terra-due sparirà e tutto ritornerà normale.
Almeno fino a quando Clarissa non ci riproverà.

Questo racconto è dedicato a mia cugina Paola,
morta di cancro al cervello all'età di diciotto anni.

Lei non aveva un universo che l'amava.


Giuseppe De Rosa
©1991



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